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Gazzettino – Vajont, ecco le carte che accusano

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 2 Comments

2

ott

2013

IL CASO – Dagli Archivi di Stato emerge una deposizione di Chiarelli

Diga del Vajont: il notaio denunciò la frana pilotata, ma non fu creduto

Disastro del Vajont, ecco i documenti che accusano. È stata rintracciata negli archivi di Stato di Belluno la testimonianza del notaio Isidoro Chiarelli che denunciò come la frana del Toc nel bacino fosse stata pilotata. La sua denuncia fu ignorata e i tecnici della Sade coinvolti smentirono tutto. Intanto la Procura ha acquisito la lettera della figlia del notaio, Francesca, al Gazzettino: «Vogliamo capire, non rifare processi».

 

Vajont, ecco le carte che accusano

«Quei terreni, domani alle 21, saranno sommersi». Inutile preoccuparsi, «una spruzzata d’acqua non sarà la fine del mondo». Con queste sconvolgenti frasi trova conferma, ora anche negli atti processuali del Vajont, la testimonianza di Francesca Chiarelli, secondo la quale il padre, Isidoro – l’8 ottobre 1963, il giorno prima della tragedia, assistette ad una conversazione nella quale un dirigente della Sade e due geometri, riuniti nel suo ufficio per la compravendita di quei terreni che il giorno dopo sarebbero finiti nel lago – indicavano il giorno e l’ora in cui la grande frana sarebbe caduta. Quella conversazione, per anni riferita ai figli, e mai emersa in questi anni, è agli atti presso l’Archivio di Stato di Belluno. La stessa dichiarazione venne infatti confermata nel processo a L’Aquila, il 22 aprile del 1969. Ma a tanto coraggio nel denunciare la possibilità che quella frana fosse stata pilotata senza prendere alcuna misura di sicurezza, fece da contraltare la smentita dell’ingegner Mario Cavinato, della Sade, e del geometra Arturo Zambon, procuratore per i venditori, che quel giorno avevano conversato nell’ufficio di Chiarelli mentre completavano l’atto di compravendita. Così quella dichiarazione, che il notaio si premurò di fornire alla magistratura quale contributo alla verità, venne messa da parte, ritenuta irrilevante ai fini processuali.

A cinquant’anni di distanza la figlia ha voluto renderla pubblica, riscattando il coraggio e il dolore del padre, deceduto nel 2004, per non essere mai stato creduto. Ci aveva provato più volte, con altre testate giornalistiche, a raccontare la sua verità, ma nessuno le aveva dato retta. Finché si è rivolta al Gazzettino, aprendo a questa nuova ipotesi che se non cambierà la storia processuale almeno accenderà una luce in più sui tanti misteri che ancora avvolgono il disastro del Vajont.

«Non essere creduto – hanno detto tutti e quattro i figli del notaio, Francesca, Silvia, Anna e Pierluigi – fu per lui un grande dolore. Era convinto che la parola di un notaio fosse certificante; così, invece, non fu».

Intanto il procuratore della Repubblica di Belluno, Francesco Saverio Pavone, ha aperto un fascicolo su atti relativi, che non costituiscono cioè ancora ipotesi di reato, e ha disposto l’acquisizione della lettera inviata da Francesca Chiarelli alla redazione del Gazzettino e delle dichiarazioni rese dal padre, il notaio Isidoro Chiarelli, agli inquirenti nel 1967. Il documento – che i cronisti del Gazzettino hanno potuto leggere e trascrivere – si trova conservato all’Archivio di Stato dopo il trasferimento avvenuto qualche anno fa dall’Aquila, dove si era tenuto per legittima suspicione il processo di primo grado.

«Si tratta di una documentazione preliminare – ha spiegato Pavone – in effetti il notaio ha dato una versione dei fatti che poi è stata smentita, una settimana dopo, dalle due persone chiamate in causa».

L’inchiesta, con l’acquisizione dei documenti, va avanti. «Non sarà un accertamento teso a verificare nuove responsabilità – spiega il magistrato -. Riproporre un processo per gli stessi imputati non sarebbe possibile, per il principio del ne bis in idem. Ammesso poi che questi fossero ancora vivi, visto che il più giovane all’epoca aveva 30, 40 anni. L’inchiesta non porterà niente di nuovo ai fini processuali. I reati sono ormai prescritti e gli eventuali responsabili sono morti. Si tratta di un’indagine conoscitiva solo per capire che cosa sia davvero successo».

Lauredana Marsiglia – Simona Pacini

 

LA FIGLIA FRANCESCA «Sono felice per mio padre, un dolore non essere creduto»

«Sono contenta per mio padre. Finalmente è uscita quella verità alla quale nessuno credeva. Lo dicono gli atti processuali che finalmente ho potuto consultare». Francesca Chiarelli, figlia del notaio Isidoro, si sente sollevata, perché finalmente ha trovato la prova di quel racconto che spesso suo padre le fece. «Il non essere creduto – afferma la donna – è sempre stato per lui un grande dolore». Intanto, su questa notizia si è scatenato l’interesse dei principali media nazionali dove la Chiarelli ha potuto finalmente raccontare a tutti quella verità rimasta nascosta per 50 anni.

 

Vajont, credete all’ipotesi di una frana pilotata come ha raccontato la figlia di un notaio?

Sì 73.7%
No 24.8%
Non m’interessa 1.5%

 

  1. 2 Comments

    • Massimo says:

      all’epoca della tragedia non ero ancora nato,mi sono interessato a tutta la vicenda dall’apparizione di Paolini,ricordando il racconto in lacrime di un amico di famiglia allora Alpino nel Cadore.Nella spiegazione di Paolini dice:la sera della sciagura la s.a.d.e. fece istituire dei posti di blocco dai CC e PS sulle strade che da valle conducevano alla diga e,”PER COSA?PER NON DISTURBARE LA FRANA? Collegando questa parte di racconto,a quanto dichiarato dal Dott.Chiarelli,i miei dubbi trovano una parte di Verità.Ormai 50anni sono passati e 2000 anime tra cui 300 bambini PESANO sulla storia della nostra Italia e NON VANNO ASSOLUTAMENNTE DIMENTICATE

    • Giorgio says:

      quando l’anno scorso (50° della strage) si sparse la notizia che la Sig Francesca Chiarelli aveva fatto la dichiarazione della frana pilotata, anch’io le ho puntato il dito di accusa della ricerca della visibilità. ma poi ….. la sera del 9 ottobre 2013 essendo impossibilitato di partecipare alla commemorazione sui luoghi della strage, mentre seguivo una replica televisiva del racconto di Paolini, ho sentito la frase inquietante che diceva più o meno così: ho riguardato la porzione dello spettacolo, poi ritagliato la scena in questione, pubblicata su facebook e su una mia pagina dedicata al Vajont… ho ricercato la e-mail della signora Francesca e le ho inviato le mie scuse per non averle creduto… la parte peggiore è stata il non accettare per possibilità dell’origine della catastrofe , da parte dei pochi che hanno commentato il mio post. Una cosa certa è : questa tragica storia non è stata dimenticata, lo dimostra la gente che incontro su alla diga in qualsiasi periodo dell’anno ogni volta che , da Varese, giungo nei posti della memoria. R.I.P.

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