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Pavone: «Ferite profonde, perché parlano solo adesso?»

Da un notaio si trattarono i terreni da far affondare

BELLUNO «Se volevano cercare una verità nascosta, perché hanno aspettato cinquant’anni?». Francesco Saverio Pavone, il capo della procura della Repubblica di Belluno ha dei dubbi sulle rivelazioni fatte da Francesca Chiarelli in questi giorni. La figlia del notaio ha raccontato un episodio che sarebbe avvenuto l’8 ottobre 1963, un rogito per l’acquisto di terreni sulla sponda sinistra del Vajont da parte di Sade.

Secondo la versione dei Chiarelli, l’uomo della Sade, Cavinato, affermò che i terreni venivano acquistati per “buttarli” in acqua il giorno seguente alle ore 21. L’ipotesi dunque è che la frana del 9 ottobre 1963, cioè la strage del Vajont, fosse non solo prevedibile, ma programmata e indotta da Sade proprio quel giorno e più o meno a quell’ora.

Se Francesca Chiarelli ha aspettato cinquant’anni precisi per le sue “rivelazioni”, al padre ci vollero quattro anni prima di rivolgersi al giudice istruttore Fabbri. E qui c’è il primo dubbio: «Questo ritardo viene giustificato affermando che il notaio Chiarelli aveva subito minacce e intimidazioni, ma allora perché non lo ha detto al giudice?», si chiede Pavone che due giorni fa ha aperto un fascicolo di indagini preliminari «per verificare la fondatezza delle notizie apparse sulla stampa» e ieri ha fatto acquisire i documenti relativi alle dichiarazioni del notaio Chiarelli e dei due soggetti presenti a quel rogito, atti processuali del Tribunale dell’Aquila, conservati nell’Archivio di Stato di Belluno. Pavone, che è stato trasferito da poco a Belluno e spiega di non conoscere nel dettaglio la storia del processo Vajont, si pone domande dettate «dalla logica».

«Non c’è nessuna ipotesi di reato», chiarisce subito il procuratore capo, «e quello che non riesco a capire è perché questa storia emerga solo oggi. Ho fatto acquisire le dichiarazioni che il notaio rese al giudice Fabbri per capire se coincidono con quelle della figlia, ma questo non è un accertamento su nuove responsabilità. Ammesso che i responsabili siano ancora vivi, un processo c’è già stato e per il principio del ne bis in idem, non si potrebbero processare due volte per lo stesso fatto».

Pavone insiste ancora: «Si cerca di capire come mai questa storia emerga solo adesso». Dagli atti risulta che le affermazioni fatte al giudice Fabbri da Chiarelli siano state smentite, in ogni parte, sia da Cavinato (uomo Sade) che dal geometra Arturo Zambon che aveva la procura dei proprietari dei terreni per l’atto del rogito. Se si può sospettare che Cavinato avesse qualche ragione per negare, «Zambon non ne aveva nessun motivo», evidenzia Pavone che, sempre dagli atti messi a disposizione ieri dall’Archivio di Stato, ha scoperto un’altra cosa: la trattativa per la compravendita di quei terreni andava avanti dal 1960, per ammissione delle stesse parti.

«Si sta cercando di valutare la fondatezza della lettera scritta da Francesca Chiarelli ai giornali», prosegue Pavone che, sul tempismo delle dichiarazioni in questione ricorda: «Tra pochi giorni sarà in cinquantesimo anniversario del Vajont, ma non è una festa! C’è ancora gente che piange per quei quasi duemila morti. Non si possono esporre le persone a situazioni che potrebbero riaprire ferite così profonde. Lo scopo dell’indagine di questi giorni non è trovare una verità diversa, sotto il profilo processuale tutto questo non ha nessuna rilevanza, i reati sono prescritti e i responsabili sono morti. Voglio solo capire se le informazioni sono fondate e perché le danno adesso».

Irene Aliprandi

 

Chiarelli: «Quei terreni buttati in acqua»

Cosa avvenne l’8 ottobre 1963: «Dissero che il giorno successivo la terra sarebbe stata sommersa»

BELLUNO – Isidoro Chiarelli si presentò davanti al pubblico ministero del processo Vajont, dottor Mandarino e al giudice istruttore Mario Fabbri, il 5 luglio 1967 per raccontare quello che sarebbe accaduto nel suo ufficio l’8 ottobre 1963. Il contenuto dei verbali si trova all’Archivio di Stato di Belluno dove ci sono gli atti del processo dell’Aquila. Il fatto avviene a 4 anni di distanza dal disastro del Vajont. Pochi giorni dopo i magistrati sentono gli altri testimoni.

Ecco cosa dichiara Chiarelli: «Compaio spontaneamente perché, avendo appreso dalla voce pubblica che la SV procede penalmente per il disastro del Vajont, ritengo mio dovere informarla che sono a conoscenza di circostanze che ritengo utili e rilevanti ai fini istruttori. Tali circostanze sono state da me apprese in occasione della redazione di atti professionali e pertanto preventivamente chiedo alla SV se, nella mia qualità di notaio, possa, senza infrangere il segreto professionale, deporre quale testimonio».

A questo punto il Giudice istruttore, visto l’articolo 351 Cpp, ritenuto che l’esercizio della facoltà di astensione non si appalesa opportuno nella fattispecie, invita il teste a deporre. «Il giorno 8 ottobre, alle ore che non ricordo, comparvero nel mio studio l’ing. Cavinato dell’Enel già Sade, il geom. Zambon Arturo per i venditori, nella veste di procuratore speciale, i quali mi chiesero di rogare atti di compravendita di tre terreni situati in Erto Casso, località Toc, ed altra zona. Faccio presente che già da tempo avevo raccolto le procure speciali dei venditori e dei compratori. Durante o subito dopo la redazione dell’atto, il procuratore del compratore – ing. Cavinato – e il procuratore dei venditori – geom. Zambon che era assistito dal geom. Olivotto oggi scomparso – mi dissero che i terreni compravenduti il giorno successivo alle ore 21 sarebbero stati buttati in acqua. La cosa mi sembrò strana e nello stesso tempo preoccupante: essi dissero che avevano fatto l’operazione di acquisto proprio per essere proprietari dei terreni destinati, nel modo che ho detto, alla sommersione. Feci presente che su tali terre potevano trovarsi delle persone; mi replicarono che essendo divenuti proprietari del terreno, avrebbero fatto sgomberare chiunque si fosse trovato ad insistere. Né d’altra parte sarebbe stato autorizzato alcuno ad entrarvi. Al che replicai che poteva esserci qualcuno che se ne andava con la morosa per i prati, facendo così un’ipotesi estrema. Mi dissero che a quell’ora di morosi non ne sarebbero circolati che ben pochi. Aggiunsero che una spruzzata d’acqua non sarebbe stata la fine del mondo». Chiarelli indica anche i terreni di cui si stava discutendo: Erto Casso, pag. 36, f° 29, n° 52; f° 39, n. 111, 113, are 60,90 complessive; f° 27, n. 62, are 25,20, pag. 1174. Pag. 1136, f° 29, n° 70, 72, 75; f° 40, n°65, 100, 101, 274; f° 28, n° 143, 144 per are 33, 91 e per 1/6 pag. 74, f° 29 n° 74, fabbr. rurale di are 1,50. Chiarelli venne chiamato a deporre anche davanti al tribunale dell’Aquila nella udienza del 22 aprile 1969. Ecco cosa risulta a verbale. «Dopo aver avuto lettura della deposizione in istruttoria, confermo quanto ho detto». Ad una domanda risponde: «L’Enel comprava i terreni per poterne poi ordinare lo sgombero».

 

LE REAZIONI – Il sindaco Padrin: «Scioccante». Perplessa l’associazione Merlin.

BELLUNO – La frana del monte Toc pilotata? Dal suo ufficio in municipio, il sindaco di Longarone Roberto Padrin non esita a definirla «Una dichiarazione scioccante, che cambierebbe le responsabilità, passando dalla colpa al dolo. Bisognerà verificare con attenzione quanto dice questa donna, anche perché la memoria è sempre viva, ma sono passanti cinquant’anni e finora, almeno che io sappia, non era mai uscita un’ipotesi del genere. Mi parrebbe strano se un giudice istruttore di provata competenza e professionalità, come Mario Fabbri non l’avesse presa in considerazione, casomai gli si fosse presentata davanti. Impossibile, ecco perché dico che occorre essere prudenti e valutare tutto con grande cura».

Perplessità nei primi commenti diffusi dall’associazione Tina Merlin: «Che si potesse tecnicamente “pilotare” la frana (di 260 milioni di metri cubi) provocandone la caduta in un giorno e in un’ora prestabiliti è poco credibile», è la dichiarazione «la Sade sapeva benissimo che la frana stava per cadere. Da settimane si osservavano i movimenti e i segni premonitori del distacco: fessure che si allargavano paurosamente, alberi che si inclinavano, scosse e boati. Alla Sade “speravano” che la frana venisse giù più lentamente e in due o tre pezzi successivi, e in vista dell’evento, mentre tenevano sotto controllo con potenti riflettori i versanti del Toc, avevano proceduto ad uno svaso rapido, anzi precipitoso, allo scopo di portare il livello del lago sotto la soglia indicata dagli esperimenti su modelli eseguiti da Augusto Ghetti come quota di massima sicurezza»;

«L’unico modo per far cadere la frana sarebbe stata forse una serie di svasi e invasi continui, nella speranza di staccarla “a fette”. Ma gli invasi e svasi seguirono un programma che mirava al collaudo, per il quale condizione imprescindibile era raggiungere la quota di massimo invaso».

Insomma, disastro colposo o doloso? «Frana programmata? Non mi risulta, mi pare impossibile, non ho informazioni al riguardo, nemmeno dal libro di mio padre».

Paolo Semenza è il nipote di Carlo, l’ingegnere progettista e costruttore della diga, ed è figlio di Edoardo, il geologo che ha scoperto la grande frana del Vajont nell’agosto 1959. Nel novembre 1951 Edoardo ha scritto La storia del Vajont. Semenza preferirebbe non commentare le ultime indiscrezioni sulla frana provocata, salvo manifestare riserve e perplessità sulla base di documenti dai quali non traspare nessuna indicazione nel senso di una frana in qualche modo voluta.

 

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