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Nei 92 ettari dove si producevano acrilico e acido solforico demolizioni e bonifiche aspettano di essere completate per far posto a chiatte e camion portacontainer 

Erbacce, buche, cumuli di calcinacci e crepe sui capannoni sono cresciute al ritmo della cassa integrazione che da cinque anni ricevono i sopravvissuti dipendenti della Montefibre. Nell’attigua area della Syndial (Eni) – che è stata diffidata dall’Autorità Portuale per il ritardo accumulato nelle bonifiche e demolizioni dei suoi impianti – gli sgangherati e vecchi impianti dell’acido solforico sono ancora lì, malamente in piedi. A guardarla in questo stato, oggi – cinque anni dopo la chiusura delle linee di produzione delle fibre acriliche e a vent’anni dalla chiusura del ciclo dell’acido solforico – la cosiddetta area MonteSyndial fa venire il magone, come tutte le altre grandi aree industriali dismesse e decadenti che nessun imprenditore ha avuto ancora il coraggio di riutilizzare. Gli unici movimenti che si vedono sono quelli delle autobotti che caricano le acque contaminate risucchiate dal sottosuolo per preservare la falda.

Stiamo parlando di un’area totale di ben 92 ettari, destinata a diventare la piattaforma di terra (retroporto) del previsto porto commerciale offshore – che entro il 2020 dovrebbe essere pronto a 8 chilometri al largo dell’imbocco di Malamocco in laguna – dove le chiatte provenienti dal terminale d’altura troveranno un’area automatizzata, collegata con la ferrovia e il sistema fluviale, per smistare container.

Già nel 2009, quando la crisi finanziaria ed economica era scoppiata l’anno prima, il presidente dell’Autorità Portuale – che ha comprato l’area, costata complessivamente 67 milioni di euro – puntava a farla diventare un nuovo e modernissimo terminal per container e merci in colli e una linea manifatturiera di seconda generazione.

Il riutilizzo logistico dell’area Montefibre sembrava anche un’ottima occasione per ricollocare nel nuovo terminal gli allora 350 dipendenti, ridotti oggi ad un centinaio, giunti al quinto e ultimo anno di cassa integrazione. Ma solo venti di loro sono stati assunti alla Demont, la società mestrina che ha vinto l’appalto per la demolizione degli impianti di Montefibre (già conclusa), la bonifica dell’amianto e la messa in sicurezza dell’intera area.

La crisi però non è passata e di imprenditori e operatori logistici pronti a investire nell’area Montesyndial, non si sono visti. Neanche l’Oleificio Medio Piave che ha comprato dall’Eni la vicina area dell’ex Clorosoda (44 ettari) per costruire una raffineria “green” di oli vegetali, si è dimostrato interessato alla lunga banchina di 1.400 metri che fronteggia l’area sul canale Ovest (con un pescaggio di 12 metri), sulla sponda opposta a quella dei terminal commerciali già operativi.

Il porto commerciale veneziano, comunque, ha tenuto bene, anzi i traffici sono progressivamente ripresi, tanto da far ben sperare anche sull’area MonteSyndial che alla fine del 2012, è stata inserita, con una atto integrativo di 81 pagine, al progetto del porto offshore che ha avuto il via definitivo nell’agosto scorso dal ministero dell’Ambiente. Nel dossier consegnato alla stampa dall’Autorità Portuale, il 2 agosto scorso, si spiegava che «il terminal onshore del porto d’altura verrà realizzato nell’area MonteSyndial e già nel 2013, 36 ettari saranno pronti e disponibili per potenziali investitori».

Vista l’ampiezza di quest’area il progetto dell’Autorità Portuale prevede di «impiegare la banchina MonteSyndial sia per accogliere navi di grandi dimensioni compatibili con l’accesso a Porto Marghera, sia le chiatte provenienti dal terminal d’altura per i flussi mediterranei e transoceanici».

In questo modo il Porto prevede di aumentare la «flessibilità d’utilizzo dell’area MonteSyndial e ne consentirà uno sviluppo in due fasi successive, la fase A corrispondente ad un terminal di tipo tradizionale e una fase B corrispondente ad un terminal a servizio dell’offshore per almeno 1 milione di Teu/anno». Per la zona alle spalle della banchina sul canale Ovest sarà «zona di stoccaggio dei container in attesa del successivo processo di carico sulle navi o su treni e camion e sarà suddivisa in spazi dedicati anche a container con merci pericolose, refrigeranti, vuoti e fuori sagoma».

Gianni Favarato

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Syndial replica «Operazioni complesse»

La demolizione dei capannoni e magazzini di Montefibre ormai vuoti; le vecchie linee produttive delle fibre acriliche e anche quella sperimentale delle fibre al carbonio vendute al ferrivecchi o spedite in fonderia, mentre si è ancora in attesa della messa in sicurezza dell’area, con la bonifica dell’amianto ancora presente e la demolizione degli edifici più fatiscenti e cadenti. Ben peggio è messa l’area AC (acido solforico) di proprietà di Syndial (Eni) che la stessa società aveva deciso di demolire e mettere in sicurezza per proprio conto. Tanto che l’Autorità Portuale di Venezia ha spedito recentemente una «diffida» in cui fa presente a Syndial i suoi «gravi ritardi» rispetto agli impegni presi per liberare e mettere in sicurezza l’area.

«La particolare complessità di queste operazioni, nell’ambito di un contesto industriale ancora attivo», replica Syndial, «ha comportato importanti sforzi tecnologici e in termini di risorse impiegate principalmente sulle bonifiche del sottosuolo, approvate con decreto del ministero dell’Ambiente».

La società dell’Eni fa presente che quest’anno «sono state introdotte variazioni normative» in materia di antimafia, gare d’appalto e certificazioni che «hanno comportato modifiche significative nei nostri programmi. Sono, comunque, state completate tutte le attività autorizzate nell’area venduta al Porto ed è stato demolito l’impianto del solfato ammonico».

Syndial prevede, infine, «di proseguire bonifiche e demolizioni dalla prossime settimane, in virtù di nuovi appalti che si stanno perfezionando in questi giorni, per una durata complessiva di circa 30 mesi». La settimana prossima è previsto un incontro tra Syndial e Porto per una verifica congiunta dei piani di lavoro.

 

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