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A 50 anni dal disastro accuse allo Stato per i mancati controlli, alla Sade e all’Enel «Troppo spesso la scienza è poca cosa rispetto agli interessi economici in gioco»

LONGARONE – “Mea culpa” dei geologi per la tragedia del Vajont, tra pesanti accuse allo Stato per i mancati controlli, alla Sade e all’Enel, per la loro voracità, ai luminari della scienza e a chi dirigeva i lavori.

«Qui una parte della geologia – ha ammesso Gian Vito Graziano, presidente del Consiglio nazionale dei geologi – ha commesso degli errori, li ha commessi nella fase dello studio preliminare della progettazione dell’opera, (se solo si pensa al fatto che la diga non avrebbe dovuto essere costruita dove è stata costruita), li ha commessi nella fase della costruzione, li ha commessi, forse ancor di più, nella fase dei controlli. Non nascondiamo queste responsabilità, non ci sottraiamo a queste responsabilità».

Affollato e attento l’autorevole pubblico della conferenza internazionale dei geologi italiani sul disastro del Vajont, ieri al Palasport di Longarone (oggi ci sarà una ricognizione sulla frana e sulla diga). Il convegno, aperto dal sindaco Roberto Padrin, dai rappresentanti degli altri Comuni, dall’assessore regionale Vito del Friuli, ha registrato un messaggio del governatore Luca Zaia, che ha colto l’occasione per assicurare la ristrutturazione dell’ambiente urbanistico, con un ridimensionamento radicale delle cubature. Zaia, che oggi sarà a Longarone per il consiglio regionale, ha rilanciato anche il suo messaggio di priorità per la messa in sicurezza anziché della costruzione di nuove strade. Il tutto ai fini di una maggiore sostenibilità.

Il presidente Graziano, dopo aver precisato che ci furono scienziati illuminati che capirono in tempo, ha aggiunto che «non siamo stati soli infatti nell’incredibile susseguirsi di errori che portarono alla catastrofe ma in compagnia di ingegneri e tecnici che sbagliarono modelli, che non seppero capire e soprattutto che non ebbero la forza ed il coraggio di fermare tutto quando era ancora possibile.

Ed in compagnia di funzionari pubblici che non controllarono, che approvarono progetto e varianti, una dopo l’altra, senza porsi molte domande, senza richiedere un minimo di verifiche, che non diedero ascolto a quegli altri geologi che avevano capito e che, come detto, allertarono chi preferì non far sapere».

La diga è figlia di un progetto ardito, approvato dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici e più volte modificato, per aumentarne l’altezza e quindi la capacità d’invaso, senza che lo stesso Consiglio si sia mai posto il problema della stabilità di quel versante, quello del famigerato Monte Toc, che era stato già oggetto di studi geologici corretti e che non aveva dato soltanto dei semplici segnali d’instabilità, ma dei veri e propri episodi di instabilità, prima e durante la costruzione della diga.

«Eppure nessuno volle guardare, nessuno volle approfondire: la geologia, l’ambiente fisico, le condizioni al contorno erano poca cosa rispetto agli interessi economici in gioco. Ancora oggi troppo spesso la geologia è poca cosa rispetto agli interessi economici in gioco» ha concluso Graziano.

Francesco Dal Mas

 

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