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LETTERE AL DIRETTORE

Caro direttore,
il 9 Ottobre è stato celebrato il 50° anniversario della tragedia del Vajont. Lo Stato bene ha fatto, pur con un ritardo di mezzo secolo, a chiedere scusa alle quasi 2000 vittime. Mercoledì 9, a Longarone era presente il presidente del Senato Piero Grasso, che ha presenziato alla commemorazione delle vittime. Ma mi domando perché non abbia partecipato il presidente della Repubblica. Non condivido la scelta di Napolitano, che seppur in età avanzata, ha scelto di rimanere a Roma per ricevere il presidente della Commissione europea Barroso e la Commissaria per gli Affari interni Malmstrom. Come insegnante quest’anno a scuola io ho parlato del Vajont ai ragazzi che non la conoscevano nella speranza che vi sia una generazione che non perde la memoria. Infine, vorrei domandarle se anche il Gazzettino può chiedere scusa per il silenzio che il suo giornale (di proprietà allora di Fiat, Sade, Volpi di Misurata e Cini) tenne negli anni precedenti alla tragedia, quando solo una voce si levò dal coro, quella di Tina Merlin.

Marco Polichetti – Rovigo

 

Caro lettore,
i giornali e i giornalisti sono spesso accusati – qualche volta a torto, molte altre a ragione – di parlare bene e razzolare male. Sul Vajont credo però che il Gazzettino abbia riconosciuto in tempi non sospetti le proprie responsabilità. Lo fece già vent’anni fa, attraverso la penna del suo direttore più prestigioso, Giorgio Lago. Ricordando le inascoltate denunce di Tina Merlin sui rischi mortali della diga del Vajont pubblicate sull’Unità, Lago così scriveva sul Gazzettino del 9 ottobre del 1993: “In quei tempi di piena ideologia, un piccolo invisibile muro di Berlino separava anche le cronache locali. Chi stava all’opposizione poteva dire le cose ma non contava nulla. Chi aveva il monopolio dell’informazione – anche il Gazzettino d’una stagione cancellata – era la voce del potere forte. Come la potentissima Sade, ad esempio, la Società Adriatica di Elettricità che a tutti i costi volle quel bacino”. E, più avanti, Lago aggiungeva: “Il Vajont insegna anche all’Italia di Tangentopoli (eravamo nel 1993, ndr). Magistrati e giornalisti si sentono chiedere spesso: ma dove eravate? D’ora in poi conterà persino di più domandarci dove saremo domani. Se con la Sade e il Palazzo o con la realtà”. Sono parole chiare e nette. Forse persino più importanti di una tardiva e rituale richiesta di scuse. Perchè dietro quelle frasi non c’è solo il doloroso riconoscimento di essere venuti meno al proprio ruolo di giornalisti e di essere stati invece lo specchio di quella cultura di potere arrogante e ottusa che si rifletteva nelle acque del Vajont. Le parole di Lago contenevano anche un impegno, difficile e faticoso da onorare: quello di stare dalla parte della realtà. Non so se, almeno sul Vajont, ne siamo stati capaci. Sono però certo che, anche in questi giorni, dando per esempio voce alla figlia del notaio Chiarelli e ai sospetti sulla “frana pilotata”, abbiamo cercato di farlo. Se ci siamo riusciti tocca ai lettori giudicarlo.

 

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