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Nuova Venezia – Gruppo Mantovani ancora nel mirino.

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

12

ott

2013

I rapporti sospetti di un’azienda-gioiello

VENEZIA – Il gruppo che fa capo alla famiglia degli imprenditori padovani Chiarotto è finito mercoledì, ancora una volta, nel mirino della magistratura. Questa volta non sono stati i manager della Mantovani a finire sotto inchiesta, ma quelli della Fip Industriale di Selvazzano, il cui presidente è Donatella Chiarotto, figlia dell’anziano Romeo. L’azienda è considerata un fiore all’occhiello del gruppo, nonostante spesso fosse in perdita. I guai arrivano dalla Sicilia, E sono guai pesanti. Infatti iI carabinieri di Caltagirone, coordinati dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Catania, hanno arrestato l’amministratore delegato della società padovana, il 55enne mestrino Mauro Scaramuzza, e l’ingegnere padovano di 39 anni Achille Soffiato, responsabile del cantiere siciliano di Caltagirone dove l’impresa partecipava alla costruzione di un tratto di strada lunga quasi nove chilometri. Con loro sono finiti in manette i catanesi Gioacchino Francesco La Rocca, 42 anni, il figlio di “Ciccio”, il capo dell’omonimo clan mafioso di Caltagirone, Giampietro e il fratello Gaetano Triolo, rispettivamente 53 e 42 anni, il primo cognato di La Rocca. Le accuse sono pesanti, a vario titolo devono rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso, intestazione fittizia di beni e concorso esterno nell’associazione mafiosa. Gli arresti arrivano appena a tre giorni dall’inaugurazione ufficiale e in grande stile, oggi, alla presenza di almeno due ministri delle prime quattro paratoie del Mose, una delle grandi opere ideate e costruite dal Consorzio Venezia Nuova, opera alla quale hanno collaborato sia la Mantovani sia la Fip Industriale. Quest’ultima ha infatti ideato le cerniere che permettono alle paratoie di alzarsi in caso di maree particolarmente alte e poi di abbassarsi.

 

La difesa dei manager Fip «Mai fatto favori alla mafia»

Interrogati gli arrestati Scaramuzza, guida operativa dell’azienda di Selvazzano, e Soffiato «Non abbiamo alcun legame con il clan di Francesco La Rocca e con i boss di Caltagirone»

VENEZIA – Ha negato di conoscere e di sapere chi veramente è Gioacchino Francesco La Rocca, appartenente all’omonimo clan di Caltagirone. Mauro Scaramuzza, ad della Fip di Selvazzano arrestato tre giorni fa con l’accusa di concorso esterno in associazione di stampo mafioso, inoltre ha sostenuto al gip che lo interrogava, che di sicuro gli appalti non sono stati spezzettati per evitare di dover chiedere la certificazione antimafia alla prefettura di Catania e che addirittura è stata la stessa Fip ad aver richiesto la certificazione per tutti i contratti di fornitura del cantiere di Caltagirone. Sulla stessa linea le risposte dell’ingegnere Achille Soffiato. Ieri, per i due, interrogatorio di garanzia a Catania davanti al gip Anna Maggiore. Ad assisterli gli avvocati Alessandro Rampinelli (Scaramuzza) e Carlo Augenti (Soffiato). L’interrogatorio del primo è durato quaranta minuti, quello del secondo quarantacinque. Alla pesante accusa di aver agevolato il clan mafioso “La Rocca” di Caltagirone, i due manager hanno cercato di spiegare come quanto riportato nell’ordinanza di arresto, sia lontano dalla verità. In particolare Soffiato, responsabile del cantiere aperto a Caltagirone per realizzare un tratto di strada che vale 122 milioni di euro, ha ricordato che non è ipotizzabile per un dirigente che arrivi sul posto al lunedì e riparta il giovedì, possa conoscere la genesi e le parentele di tutti coloro che hanno rapporti di lavoro con l’azienda. Proprio per questo la Fip stessa, avrebbe chiesto alla Prefettura l’applicazione delle norme antimafia su tutti gli appalti e subappalti. Un’autotutela della società padovana arrivata al punto di applicare lo stesso criterio a tutti i contratti di fornitura di materiali al cantiere e non solo dei subappalti. Soffiato ha spiegato che la sta procedura della sua azienda valeva per qualsiasi importo di contratto o appalto. Il professionista ha ricordato al giudice che lui stesso assieme a Chiarotto padre una prima volta e poi a Donatella Chiarotto, la presidente della Fip, si sono recati in Prefettura a Catania per chiedere la documentazione antimafia. Ma dalla Prefettura, stando a quanto ha detto Soffiato, non è mai arrivata una risposta per motivi interni allo stesso ufficio territoriale di governo. Sempre secondo il responsabile del cantiere, la documentazione sui vari subappalti, oltre ad essere inviata alla Prefettura è stata consegnata, secondo legge, all’Anas che ha risposto dando il proprio assenso nei tempi previsti. Nessuna risposta negativa è mai arrivata, sostiene l’ingegnere, dalla Prefettura. Quindi la Fip ritiene quel silenzio un assenso. Sempre Soffiato ha fatto presente al giudice che proprio con il suo arrivo al cantiere è stata installata una garrita all’entrata del cantiere con una persona a guardia dell’accesso. Questa aveva il compito di controllare tutti coloro che entravano in cantiere chiedendo i documenti e spiegazioni sul motivo della loro presenza. Ma non solo. Sempre secondo il dipendente dell’impresa padovana, proprio lui ha fatto installare delle telecamere per la videosorveglianza del cantiere, consegnando la password di accesso al sistema remoto a polizia e carabinieri che in qualsiasi momento potevano controllare le presenze in cantiere. «Tutto quanto ha detto il mio assistito» spiega l’avvocato padovano Carlo Augenti, «è dimostrabile con documenti che forniremo al giudice. Di certo chi voleva agevolare un clan mafioso non si sarebbe comportato in questa maniera».

Carlo Mion

 

Paratoie del Mose, prove in diretta

Il ministro Lupi, il governatore Zaia e il sindaco Orsoni saranno presenti oggi all’evento. Si alzeranno una alla volta

Il momento forse non è dei migliori. La crisi, gli arresti per mafia che hanno toccato anche i tecnici della Fip di Padova, l’azienda che ha costruito le cerniere. E poi, il cinquantenario della tragedia del Vajont, diga perfetta costruita sotto la frana. Le indagini della Finanza che continuano, le richieste di «trasparenza» e gli antichi oppositori che riprendono fiato. Per il Mose, progetto da 6 miliardi di euro che dovrebbe salvare Venezia dalle acque alte, la fine dei lavori è ancora lontana. Ma a dieci anni dalla prima pietra – posta nel 2003 da Silvio Berlusconi – si è arrivati al punto. Quasi ultimati gli interventi preliminari, le dighe foranee, gli scavi e le trincee. Sono finiti anche i cassoni in calcestruzzo, le gigantesche basi che dovranno sostenere le 78 paratoie nelle tre bocche di porto. Adesso tocca al «software»: le prime quattro paratoie in acciaio (venti metri per trenta, spesse quasi cinque metri) sono state calate sui fondali della bocca di Lido, lato Treporti. Le «prove in bianco» sono cominciate a giugno. E al primo esperimento, per la verità, una delle paratoie ha fatto cilecca. «Problemi dell’aria compressa, abbiamo provveduto», diceva allora il Consorzio Venezia Nuova. Adesso le prove sono quasi finite, e il pool di imprese responsabile del progetto Mose ha deciso di mostrarle al mondo. Oggi giornata in laguna per centinaia di giornalisti, imbarcati alla Marittima su una motonave che li porterà prima a Malomocco a visitare il cantiere dove sono stati costruiti i cassoni. Undici blocchi in calcestruzzo da 22 mila tonnellate, grandi come un condominio di dieci piani, lunghi fino a 50 metri e larghi 26. Saranno «varati» nei prossimi mesi, trainati e affondati alle bocche di porto di Lido e poi di Malamocco. Il cantiere di Santa Maria del Mare ha ospitato per quasi dicei anni le lavorazioni dei megacassoni, per questo il Consorzio è finito anche nel mirino dell’Unione europa. Diapositive e conferenze a bordo per istruire chi il Mose non sa nemmeno cosa sia. Poi alle 14.30, alla presenza del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, del sindaco Giorgio Orsoni, del presidente della Regione Luca Zaia, la prova di sollevamento. I tecnici premeranno il bottone e le paratoie si alzeranno, una alla volta. È prevista pioggia, ma il cielo non preoccupa i progettisti che intendono mostrare al mondo l’orgoglio di un’opera «tutta italiana» e la loro estraneità alle recenti vicende giudiziarie. In molti, consiglieri e senatori, hanno rifiutato l’invito. «Prima di serimonie di questo tipo», dicono, «occorre dare risposte ai dubbi tecnici sollevati dagli esperti sul funzionamento delle paratoie». I dubbi degli ingegneri come Lorenzo Fellin, esperto idraulico che si era dimesso dopo aver criticato le modalità di costruzione delle cerniere. O quelli della società di ingegneria Principia. Contatta dal Comune (giunta Cacciari) nel 2008 aveva scritto che in caso di eventi estremi (scirocco e mare agitato) le paratoie non danno garanzia. Dubbi espressi molti anni prima dal cinese Chang Mei nel parere dei cinque esperti internazionali che avevano promosso (con riserva) il progetto preliminare del Mose. «Tutto superato», assicurano i tecnici del Consorzio. La «parata» di oggi e il giro in laguna – già organizzato altre volte alla presenza di ministri e governatori – hanno prima di tutto lo scopo di inaugurare il «nuovo corso» del Consorzio. I padri del progetto – l’ingegnere Mazzacurati e Piergiorgio Baita – non sono nemmeno stati invitati. Quasi una presa di distanza da una storia cominciata oltre trent’anni fa. E adesso forse vicina al suo epilogo.

Alberto Vitucci

 

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE – Cerimonia in pompa magna «Fare chiarezza sulle spese»

Tre arresti eccellenti. Ma per il Consorzio «non c’entrano con il Mose». E la nuova dirigenza si è costituita parte offesa nelle inchieste in corso. Dopo gli arresti dell’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita e del presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati, due giorni fa il supertecnico della Fip di Padova (l’azienda che ha costruito le cerniere del Mose) Mauro Scaramuzza accusato di legami con la mafia. C’era da dare una svolta mediatica. Ed ecco la grande cerimonia. «Inaugurazione del Mose» l’hanno già titolata molti giornali nazionali. In realtà si tratta delle prime prove in pubblico di quattro paratoie su 78. Le prime che sono state ancorate sul fondo in calcestruzzo, da qualche mese sotto osservazione. Si alzeranno le paratoie? «Ridicola farsa per utili idioti», la definisce senza mezzi termini l’associazione Ambiente Venezia, «le paratoie si alzano immettendo aria compressa, si abbassano immettendo acqua del mare: è solo il principio di Archimede che non ha certo bisogno di conferma». Per invitare centinaia di giornalisti, ministri e autorità, parlamentari e consiglieri, il Consorzio ha fatto ricorso a una società di comunicazione esterna, diretta da Enrico Cisnetto. «Ma solo per questo grande evento», precisa il direttore Hermes Redi. «Tutte le necessità logistiche sono in carico all’organizzazione», c’è scritto nell’invito. Spese «extra» per un grande evento sui cui il senatore del Pd Felice Casson ha annunciato una interrogazione parlamentare. «Sarebbe meglio invece fare chiarezza e rispondere a quesiti ancora irrisolti», dice. L’europarlamentare di Sel Andrea Zannoni ha presentato una nuova interrogazione a Bruxelles. «Chiedo che il Parlamento europeo indaghi anche sull’utilizzo dei fondi europei e sul possibile non funzionamento di questa mastodontica opera». Una indagine è già stata aperta dal presidente della commissione europea Potocnik.

(a.v.)

 

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