Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al TAR. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso TAR contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

TESTIMONE – Francesca Chiarelli ha dato voce attraverso il Gazzettino alla denuncia del padre: tragedia voluta

9 OTTOBRE ’63 – La montagna franò dentro la diga: in pochi minuti l’acqua invase Longarone: 2000 le vittime

Disastro del Vajont: dopo la denuncia sulla frana pilotata raccolta dal Gazzettino Francesca Chiarelli si appella ai testimoni rimasti: «Raccontate come è andata»

I SOSPETTI  «Pensavano di controllare per questo non evacuarono»

Il notaio Isidoro Chiarelli, scomparso qualche anno fa, lo aveva raccontato subito ai giudici: la sera prima della tragedia, tecnici della Sade e dell’Enel firmarono l’acquisto di alcuni terreni sul monte Toc, affermando che tanto sarebbero finiti nel lago il giorno dopo, entro le 21. Il disastro avvenne alle 22.39. Dunque la frana sarebbe stata non solo prevista, e la supponenza dei tecnici voleva anche che fosse “controllata”. Per questo, secondo il notaio, si decise di non evacuare nessuno. Il suo racconto in istruttoria fu ripetuto anche al processo dell’Aquila. I tecnici Sade e Enel smentirono, e nessuno credette al notaio. Ora la Procura di Belluno ha aperto un’indagine.

LE ACCUSE «Crollo del monte Toc indotto» Il notaio ascoltato, ma mai creduto

LA FIGLIA «Sentivo un peso sullo stomaco ogni volta che si parlava di fatalità»

1910 VITTIME Il bilancio della tragedia, ma molti corpi non vennero mai ritrovati. Gli alpini furono tra i primi ad accorrere sul luogo del disastro dalle caserme del Bellunese

Ha rischiato, e alla fine ha vinto. Voleva che la voce di suo padre, scomparso alcuni anni fa, fosse ascoltata da tutti. E che sulla tragedia del Vajont si aprisse un altro spicchio di verità.
Per questo si era rivolta al Gazzettino, per raccontare come quella frana fosse stata preordinata, e tutt’altro che imprevista, ricordando quanto raccontava il padre di quell’incontro con i dirigenti della Sade il giorno prima della tragedia. Ora che tutta Italia ne ha parlato, è soddisfatta, e ha preso carta e penna per raccontare, ancora al nostro giornale, questi giorni e la sua verità.

«Non credevo che la lettera inviata al Gazzettino, che ringrazio per essere stato l’unico giornale a pubblicarla, suscitasse tanto clamore – scrive Francesca Chiarelli -, dato che sono decenni che affermo le stesse cose e non ho mai incontrato più che un cenno di sbalordita perplessità. Al monte Toc hanno dato una spinta volontaria, sapevano benissimo che la sera del 9 ottobre 1963 sarebbe stata quella fatale. Non “prima o poi”, ma “il 9 sera”. E che quindi sarebbe stato doveroso almeno tentare una evacuazione più vasta, invece di minimizzare e mandare al macello i propri dipendenti in prima linea e tutti gli altri 2000 abitanti».

«Non sono io (o mio padre, o la mia famiglia) che abbiamo tenuto nascosto questo per 50 anni – scrive la donna -, sono ben altri i soggetti che l’avrebbero dovuta evidenziare come sarebbe stato opportuno e imperativo. Io l’ho solo riesumata dagli scaffali polverosi di una oscura sala d’archivio. Avevo questo peso sullo stomaco che mi molestava ogni volta che leggevo “tragica fatalità” o “incuria umana” e l’ho tirato fuori, mettendo in piazza la mia credibilità, la mia faccia e i miei telefoni».

«È anche per la mia piccola voce – continua -, sommata a tante altre, che forse, finalmente, il nostro Presidente della Repubblica ha chiesto scusa e dichiarato: “Quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità”. Mai accaduto in 50 anni. Atteso per 50 anni».

Ciò che è avvenuto, però, potrebbe essere solo l’inizio. «Da dicembre – scrive Chiarelli – dicono che gli atti processuali saranno on line. Tutti? Alcuni sono spariti sotto le macerie del terremoto de L’Aquila, lo hanno già detto, lo sappiamo. Forse fra le pieghe nascoste emergerà qualche altra voce in linea con quella di mio padre? O è stato davvero l’unico a opporsi allo strapotere della Sade? Per esempio sarebbe interessante vedere nel dettaglio le clausole del passaggio di proprietà dell’impianto da Sade a Enel… Il Vajont ha sparpagliato sul tavolo un intero puzzle e i pezzetti, pian pianino, stanno attaccandosi l’un l’altro, il quadro prende forma. Dal vedere i singoli pezzetti a piano tavolo, ci si sta spostando più in su, a vedere i pezzi già a posto, tutti assieme, in un tutt’uno coerente. Mostrano il come e il perché di una tragedia consumata a programmato beneficio di pochi criminali, i più tuttora impuniti. E qui sta tutto l’orrore: evacuazione mai attuata, come invece c’era tutto il tempo e il motivo di far fare. Evacuazione che ha disperatamente sollecitato mio padre il giorno stesso correndo qua e là per Longarone a tentare di smuovere chi non s’è smosso. Incoraggio chi sa a farsi avanti, a beneficio proprio e di chi ancora sta aspettando. E chi ha voglia di approfondire, che lo faccia, prima che tutti i testimoni muoiano».

Ugo Pollesel

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui