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Le dighe mobili sarebbero state chiuse alle 8 e riaperte alle 13. Aumentata la velocità della marea

«Con il Mose in funzione gran parte della città sarebbe stata sempre all’asciutto». Il Consorzio Venezia Nuova ricorda che la grande opera da 5 miliardi di euro, in fase avanzata di costruzione, avrebbe potuto ieri evitare ai veneziani buona parte dell’acqua alta.

«Le paratoie sarebbero state chiuse dalle 8.20 alle 13», si legge in una nota del pool di imprese che gestisce dal 1984 la concessione unica per la salvaguardia di Venezia, «mantenendo in laguna un livello intorno a 104 centimetri, vista la velocità di ingresso della marea».

«Se fossero conclusi i lavori per il rialzo della pavimentazione a 110 centimetri», continua il Consorzio, «la città sarebbe all’asciutto. Altrimenti per mantenere l’acqua della laguna a una quota di 90 centimetri si dovrebbe anticipare la chiusura di un’ora».

Problemi legati alla gestione del complesso sistema Mose, pensato in origine per garantire la sicurezza da 110 centimetri. E il Mose va avanti. Nei prossimi giorni a Santa Maria del Mare sarà varato il primo dei giganteschi cassoni in calcestruzzo destinati a essere affondati alla bocca di porto di Malamocco. Speciali carrelli computerizzati solleveranno il bestione da 20 mila tonnellate e lo faranno «navigare» fin dentro la bocca di Malamocco. Una operazione di varo che prelude alla costruzione sott’acqua delle gallerie di collegamento e in seguito dell’ancoraggio alle cerniere delle paratoie. Saranno in tutto 79 quelle che dovranno a partire dal 2016 chiudere le tre bocche di porto alla marea entrante. Un mese fa il varo delle prime quattro, a Punta Sabbioni, sotto le telecamere di mezzo mondo. Il primo atto del Mose in acqua, e anche una decisione di voltar pagina assunta dalla nuova dirigenza del Consorzio Venezia Nuova, il presidente Mauro Fabris (ex parlamentare della Dc, poi di Udc, Ccd e Cdu, quindi di Pdl e Pd). Il Consorzio è infatti interessato da due inchieste giudiziarie della Procura di Venezia che hanno portato in carcere prima il presidente della Mantovani, maggiore azionista del Consorzio, Piergiorgio Baita, poi il suo presidente e fondatore, Giovanni Mazzacurati. Il primo per evasione fiscale e fondi neri, il secondo per turbativa d’asta. Entrambi sono tornati in libertà, ma l’inchiesta va avanti per cercare di capire che fine abbiano fatto quei soldi.

(a.v.)

 

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