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Stra. Accorato appello della Cgil nei confronti di Acrib: «Troppo lavoro nero

Il fatturato rischia di dimezzarsi in due anni». La Cisl chiede un codice etico

STRA «Il settore calzaturiero della Riviera, grandi marchi compresi, va verso il suicidio. Rischia un dimezzamento del fatturato nel giro di due anni e conseguentemente migliaia di licenziamenti nonostante finora abbia retto alla crisi.

La causa? Il rigetto di un prodotto da parte dei mercati, che non è più visto come di alta qualità, ma solo fatto da ditte e manodopera cinese per conto di imprenditori della scarpa della Riviera senza scrupoli, che, con una visione più che miope, puntano solo sull’abbassamento del costo del lavoro».

È la denuncia che fa Riccardo Colletti, segretario della Filtcem – Cgil, dopo l’ennesima operazione delle forze dell’ordine che ha controllato venti laboratori cinesi del comparto calzaturiero nei comuni di Fossò, Vigonovo, Camponogara, Fiesso d’Artico, Campagna Lupia, Chioggia e Cavarzere e ne ha fatti chiudere sette di cui cinque definitivamente.

Le operazioni, stavolta condotte da Guardia di finanza in collaborazione con lo Spisal di Dolo, sono seguite ad altre condotte nelle scorse settimane dai carabinieri e dalla direzione dell’ispettorato del lavoro provinciale. In tutti i controlli sono state riscontrate violazioni di ogni tipo, sia dal punto di vista della irregolarità delle posizioni lavorative, che delle condizioni di sicurezza negli ambienti di lavoro.

Il fenomeno della proliferazione di centinaia di laboratori calzaturieri cinesi nel distretto della calzatura ormai desta allarme. «La maggior parte è», spiega il sindaco leghista di Vigonovo Damiano Zecchinato (e imprenditore del settore), «dei tomaifici, aziende cioè che fanno suole o tacchi per le scarpe .

I tomaifici italiani stanno chiudendo a causa della concorrenza sleale di questi cinesi». Sleali però sono anche gli imprenditori nostrani, che dai cinesi si servono commissionando prodotti a bassa qualità, per lucrare e di fatto prendendo in giro il cliente».

«Non si rendono conto», prosegue Colletti, «questi imprenditori, che stanno condannando a morte il settore. Le produzioni fatte con occupazione in nero, da cinesi o da italiani, o in condizioni di lavoro disumane, vanno bruciate come succede nel caso della droga. Va punito anche chi commissiona questi prodotti».

Insomma, una risposta forte si chiede ad Acrib, ma anche alle istituzioni locali e al prefetto. La Cisl punta a una battaglia per la creazione di un codice etico: «Va creato al più presto», dice Massimo Meneghetti, segretario della Femca Cisl».

Alessandro Abbadir

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