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Nuova Venezia – Stop al cemento. Corteo a Venezia.

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30

nov

2013

AMBIENTE E TERRITORIO»la manifestazione

Il raduno di tutti i comitati ambientalisti del Veneto «Basta con la cementificazione selvaggia del territorio»

VENEZIA – In illo tempore, qui era di casa Palladio. Oggi, hic sunt capannones et bitumina: la manifestazione di oggi pomeriggio a Venezia contro le grandi opere e il consumo di suolo chiama a riflettere su un Veneto pesantemente devastato nel tempo, e tuttora ad alto rischio.

In tal senso, la chiamata odierna a raccolta riprende e rilancia la battaglia di don Albino Bizzotto e del suo sciopero della fame: cui a suo tempo si sono associati non pochi politici. I quali peraltro, esaurite le 24 ore del loro digiuno in alcuni casi scambiato con un tot di visibilità, si sono squagliati.

Ma il problema rimane, eccome. Basta scorrere pochi ma eloquenti dati: nei vent’anni tra il 1961 e il 1981, hanno cambiato destinazione d’uso più aree agricole di quanto non fosse capitato nella storia dei due millenni precedenti.

Negli anni Novanta, sono state costruite case per 101 milioni di metri cubi, e fabbricati non residenziali per altri 176. All’inizio degli anni Duemila, l’ammontare di fabbricati non residenziali progettati in Veneto rappresentava il 18 e mezzo per cento della produzione complessiva italiana, livello inferiore alla sola Lombardia. In ciascuno dei 580 Comuni veneti ci sono in media quattro aree tra industriali e artigianali. Anche le nuove strade fanno presto a intasarsi: il costo da congestione sulla sola rete principale della regione è stato calcolato in un valore vicino ai 2 miliardi di euro. In compenso, i treni fanno letteralmente schifo: come documentano le quotidiane odissee dei pendolari; ai quali chi di dovere risponde con l’eterno rinvio (ultimo quello di pochi giorni fa per la tratta Padova-Venezia) di una metropolitana promessa nel 1990, vale a dire 23 anni fa. Inutilmente autorevoli studiosi misurano e denunciano la portata di questo dissesto da overdose di consumo del territorio. L’ultimo esempio in ordine di tempo è quello di Francesco Vallerani: padovano di anagrafe, geografo di Ca’ Foscari, in un saggio dall’eloquente titolo “Italia desnuda – percorsi di resistenza nel Paese del cemento”; ampia parte del quale è dedicato al Veneto, non per partigianeria anagrafica, ma perché una terra esemplare per bellezze naturali ed artistiche ha finito per diventare forse il luogo più negativamente significativo di una sorta di geografia dell’angoscia disseminata di cemento. Non è un capo d’accusa articolato per numeri: quella di Vallerani è piuttosto un’analisi dei processi socio-culturali che hanno provocato il traumatico passaggio dai canoni palladiani allo scempio diffuso; e anche degli stati d’animo che questo assalto ha indotto. Un boom, oltretutto, partito dalla fame vera ma poi consegnatosi alla “auri sacra fames” senza conoscere più limiti: fino a che la devastante crisi economica planetaria ha trasformato il big-bang del cemento in un big-crunch contrassegnato dai cartelli “vendesi” e “affittasi”. Vallerani lo documenta attraverso un mesto pellegrinaggio tra le macerie di aree dismesse e le nuove lottizzazioni onnipresenti, contrassegnato da quello che egli stesso definisce «odore di malta»: un fenomeno responsabile delle non poche catastrofi naturali che le cronache registrano ormai di continuo. Tra cui le ire funeste dei fiumi, inutilmente segnalate con largo anticipo da autorevoli ingegneri idraulici del Nordest, i cui ammonimenti sull’impatto di «mattone selvaggio» sulla maglia idrografica tra Mincio e Tagliamento sono rimasti regolarmente inascoltati. Anche da troppi sindaci che, sotto la spinta delle ristrettezze finanziarie in cui li ha ridotti lo Stato, hanno finito per considerare il territorio come una cassaforte per trasfusioni di risorse nei loro sempre più asfittici bilanci.

Così il rapporto tra colate di cemento e consumo di suolo in Veneto ha finito per diventare il più alto in Italia, anche per effetto di un’opulenza diffusa che si può cogliere visivamente la domenica, quando dopo la regolare presenza alla messa un esercito di auto di lusso si mette in moto verso la più vicina pasticceria: dando vita a quella che Tim Parks, graffiante scrittore inglese trapiantato a Verona, suggella con efficacissima immagine in un singolare connubio tra ostie e brioches. Il fatto è, segnala Vallerani, che quel processo di città diffusa di cui tanto si va parlando di questi tempi si diffonde a scapito della campagna, accentuando un individualismo esasperato quanto nocivo, che trova una sintesi anche visiva nella mitica Marca gioiosa del Trevigiano, al cui ingresso si viene accolti da cartelli con la suggestiva scritta «Se la vedi ti innamori»; subito contraddetta da immagini di «incompiute lottizzazioni, anonime e invasive aree artigianali, ruspe in alacre attività, oscene potature delle alberature, volgari intrusioni di chiassosi cartelloni che elogiano rubinetterie, mobilifici, parchi commerciali». Il tutto espressione di un popolo di produttori i quali, per dirla con Paolo Rumiz, «hanno lavorato tanto da non aver avuto neanche il tempo di accorgersi di essere diventati ricchi». E infelici.

Francesco Jori

 

Appuntamento alle 14 davanti alla stazione 

VENEZIA. E’ la prima manifestazione pubblica contro il consumo di suolo organizzata in Veneto: l’appuntamento è per oggi alle 14, con ritrovo alla stazione ferroviaria di Santa Lucia a Venezia, accompagnato da una serie di iniziative di sensibilizzazione nei Comuni dell’intera regione. L’iniziativa è promossa da Beati i costruttori di pace, il cui animatore, don Albino Bizzotto, ha dato vita nei mesi scorsi a un digiuno che ha avuto ampia risonanza nazionale. Nell’occasione è stata predisposta una piattaforma di richieste, dalle grandi opere alle grandi navi in laguna, dalle servitù militari alla legge obiettivo, dagli inceneritori alle discariche. Diretta sul sito del nostro giornale.

L’INTERVENTO

UN APPELLO SPECIALE PER LA TERRA

di don ALBINO BIZZOTTO – Fondatore dei Beati i costruttori di pace

«Popolo mio, che male ti ho fatto, in che ti ho contristato?». Sono le parole degli “improperi” del venerdì santo, potrebbero essere le parole di lamento della Terra rivolte all’umanità. Chi è la Terra? Non è la nostra proprietà privata di cui disporre come vogliamo, né una miniera, né una discarica. È l’organismo che fornisce gli alimenti necessari alla vita di tutti gli altri esseri. E come tale ha una sua natura, un suo linguaggio e una sua grammatica. La sua missione: sostenere e garantire vita e futuro. Per noi significa respirare, bere acqua, mangiare, lavorare. Siamo nati per vivere assieme, non per diventare ricchi. La Terra va amata e coltivata per la vita, non sfruttata e violentata per i soldi. Molti non se ne rendono conto e non vogliono saperne: per loro la Terra è lo strumento per le grandi speculazioni finanziarie e per mettere in sicurezza i soldi. E così la Terra non ce la fa più a rinnovarsi per sostenere i nostri consumi, i nostri rifiuti, le nostre produzioni; infatti il 20 agosto ha esaurito tutte le energie che aveva a disposizione per arrivare al 31dicembre. Intanto «i ghiacci battono in ritirata quasi ovunque… la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è ai limiti di guardia: tra dieci anni saremo fuori dell’area di sicurezza». (5° Rapporto Ipcc Onu 2013). È una emergenza che dovrebbe trovare in ciascuno di noi la priorità assoluta per una immediata inversione di tendenza. Non è questione di soldi, è questione di vita. Il Veneto è la regione più cementificata d’Italia; negli ultimi vent’anni sono andati persi 38 ettari al giorno di terreno coltivabile. Attualmente, per sostenere i consumi e assorbire l’inquinamento di ogni abitante del Veneto, sono necessari 6,43 ettari pro capite/anno. La “bio-capacità” del Veneto è pari a 1,62 ettari/abitante. Un deficit ecologico di 4,81 ettari pro capite/anno. E davanti abbiamo una colata di cemento e asfalto che non ha eguali per le cosiddette grandi opere in project financing.

Spreco di suolo senza precedenti, corruzione e infiltrazioni mafiose (attualmente almeno 16 organizzazioni mafiose operano in Veneto) e indebitamento della popolazione per 30–40 anni per pagare interessi privati, sono il contorno obbligato di questa scelta.

Ogni metro quadro coltivabile tolto alla Terra è un furto ai bambini che nasceranno, una perdita secca di autonomia alimentare e un incentivo all’inquinamento e al maggior affaticamento e sofferenza della Terra. Per affrontare correttamente la crisi in cui ci troviamo prima di tutto vanno messe in sicurezza le persone che non ce la fanno, poi il territorio in cui viviamo, quindi si fa la programmazione dei servizi pubblici necessari e adeguati per tutta la popolazione, in particolare il piano trasporti e il piano energetico. Non possono essere gli interessi di gruppi privati a guidare le scelte pubbliche, come sta avvenendo in questo momento. Molti insistono sulla necessità delle opere per garantire posti di lavoro. È vero, il lavoro è il nodo centrale. La crisi dell’occupazione avviene proprio con tutte le grandi opere in corso. A fronte di un lavoro concentrato e a strappi, spesso al di fuori della legalità, perché non è possibile un lavoro diffuso e stabile a protezione ecologica del territorio e delle popolazioni? Non ci sono fondi per prevenire frane e alluvioni, ma ci sono tanti soldi per cemento e asfalto! Oggi oltre alla redistribuzione del reddito dobbiamo realizzare anche la redistribuzione del lavoro. Per questo il mio è un “appello speciale” prima di tutto a quanti hanno la responsabilità delle scelte politiche, imprenditoriali, sociali, culturali, ecclesiali e a tutti noi, perché l’emergenza Terra e l’emergenza territorio regionale pongono con urgenza non dilazionabile la necessità di sospendere tutte le opere programmate, che prevedono cementificazione e spreco di suolo e la necessità culturale di condurre una vita sobria nel quotidiano. In questi giorni abbiamo denunciato e preso posizione contro la violenza alle donne, unifichiamo l’impegno anche contro la violenza che viene fatta alla Terra, nostra madre Terra. Come, dopo una guerra devastante, siamo arrivati alla “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, così, dopo la stagione aggressiva dell’impero del mercato neoliberista, dobbiamo arrivare a sottoscrivere la “Dichiarazione universale dei diritti della madre Terra”.

 

L’INTERVENTO

Gli ambientalisti chiedono rispetto

di Ilario Simonaggio – Segretario generale Filt Cgil Veneto

Venezia, 30 novembre 2013: la manifestazione per stop consumo di suolo dei 150 comitati e associazioni ambientaliste chiede a tutti attenzione e rispetto. Ci sono delle rilevanti novità in campo dopo lo sciopero della fame, per due settimane ad agosto 2013, di don Albino Bizzotto fondatore dei “Beati i costruttori di pace”. I comitati pongono alle Istituzioni, alle forze politiche e sociali, richieste semplici e dirette per un cambio del paradigma dello sviluppo basato su strade e capannoni. Gli organizzatori sono riusciti a unificare le tantissime iniziative locali su un terremo regionale più ampio, consapevoli dei rischi della crisi dei beni primari insostituibili, provando a dialogare con tutti coloro che non hanno smarrito la capacità di ascolto e che sono disponibili a cambiare il modello di sviluppo basato su asfalto e cemento. Sono convinto poi che il salto di qualità è rappresentato non tanto dai “no” contrapposti al partito del “fare” ma dall’idea che ci sono tante buone opere che danno più occupazione, reddito e benessere ai cittadini della Regione Veneto. La centralità è fatta da tante opere immediatamente cantierabili che si prendano cura degli assetti territoriali e idrogeologici scongiurando calamità, prevenendo disastri, mettendo in sicurezza le leve fondamentali di un territorio attraente perché unico nella bellezza nell’arte, nel paesaggio. Nel lungo elenco che compone le ragioni profonde della manifestazione pubblica del 30 novembre prossimo ritrovo molta elaborazione della Cgil e della Federazione regionale dei trasporti Cgil che da molto tempo si batte per una pianificazione industriale del settore. Sono convinto che serve razionalizzare e saturare l’esistente, bisogna dire basta a nuove strade e crescita del trasporto su gomma, assumendo impegni concreti per lo sviluppo del trasporto merci e passeggeri combinato mare-ferrovia.

Nel piano regionale dei trasporti si legge in questo decennio il completo fallimento di queste classi dirigenti perché il trasporto su gomma dal 80% ha superato il 90%; il trasporto ferroviario merci dal 12% è sceso al 6%; il trasporto ferroviario passeggeri ha ridotto sia l’infrastruttura chilometrica disponibile sia la quantità di treni per il servizio regionale sia per la media e lunga percorrenza. Trasportiamo le persone come fossero merci, invece dovremo trasportare le merci come fossero persone! Il pianeta non ce la fa più e richiede che il bilancio ambientale eviti lo spreco e l’attuale consumo di territorio, acqua, aria attraverso tempestive politiche di green economy. Fare le opere che servono, grandi o piccole che siano, con un bilancio costi benefici basato esclusivamente sull’interesse generale pubblico. Sul piano economico ritengo che sia tempo di concentrare gli investimenti sui contenuti e non sui contenitori. Migliaia di capannoni e case sfitte sono la dimostrazione del fallimento dello sviluppo quantitativo. Oggi più che mai serve più capitale cognitivo per rilanciare il nostro settore manifatturiero con innovazione di prodotto e di processo che saldi impresa scuola/università dando occasioni di lavoro stabile e qualificato alle giovani generazioni. Diciamo più industria capace di generare occupazione e reddito perché punta a investire su formazione, ricerca, innovazione capace di competere sui mercati globali. Infine e non ultimo, penso che le imprese del settore primario debbano mantenere una presenza forte per le nostre produzioni di eccellenza enogastronomiche che costituiscono una ulteriore leva di valore produttivo. Mi sento parte di questo movimento veneto che chiede un rapido e profondo cambio del modello di sviluppo evitando gigantismo e il consumo delle già scarse risorse pubbliche che alimentano lo scambio politico con gli affari privati.

 

VENEZIA / Beni comuni contro le grandi opere

Questo pomeriggio Venezia sarà attraversata da un corteo di donne e uomini provenienti da tutto il Veneto. Sono decine e decine di movimenti e comitati, associazioni e gruppi, centri sociali e occupanti di case che manifesteranno, per la prima volta, con obiettivi comuni e con un avversario comune. Gli obiettivi sono chiarissimi: chiedono di bloccare le “grandi opere” infrastrutturali, inutili e costosissime per le casse pubbliche, che hanno ferito e feriscono l’ambiente e il paesaggio veneti. Di fermare il “consumo di suolo” che sta divorando il territorio per ragioni meramente speculative. Difendono, con forza, i “beni comuni” e la “democrazia”, pretendono cioè che le decisioni che riguardano tutti siano prese in modo trasparente e partecipato dalle comunità locali e abbiano come assoluta priorità quelle risorse non rinnovabili, che sono di tutti e che non devono essere oggetto di privata appropriazione. Affermano che, proprio nella crisi che sta continuando ad arricchire pochissimi e sta impoverendo molti anche in quella che un tempo veniva definita la “locomotiva produttiva” del Paese, è possibile, anzi necessario un profondo cambiamento di cultura e di prospettiva, una radicale alternativa di modello produttivo e di sistema economico. L’avversario è quel groviglio di interessi che si colloca tra affari e politica, tra speculazione e rendita, e che ha trovato, negli ultimi vent’anni, disponibile ascolto e convinto supporto nelle scelte di governo della Regione Veneto. Altro che “basta capannoni”! Basti pensare al voto dell’altra notte, con cui la maggioranza del Consiglio regionale ha approvato il cosiddetto “Piano casa”. Un provvedimento legislativo che, da parte di una Regione che ha tagliato tutti i contributi all’affitto per le famiglie a basso reddito e mal amministra il patrimonio edilizio pubblico gestito dai carrozzoni Ater, ben poco servirà a dare un tetto ai tanti veneti, per origine o per destino, che un tetto sopra la testa non ce l’hanno affatto. Servirà invece ad autorizzare, a favore dei soliti noti interessi, una colata di cemento da milioni di metri cubi sui centri storici e sul territorio di tutti i comuni, in deroga ai piani urbanistici e di tutela ambientale esistenti e scavalcando totalmente il parere delle amministrazioni locali.

Non solo: la giunta guidata da Luca Zaia ha adottato, nei mesi scorsi, il Piano territoriale regionale di coordinamento (Ptrc) che, come dice il nome, dovrebbe raccogliere e sintetizzare la pianificazione infrastrutturale e urbanistica di tutti gli enti locali. Per Venezia prevede di confermare il terminal delle grandi navi da crociera alla Stazione Marittima, la realizzazione della metropolitana sublagunare fino al Lido, il raddoppio dell’aeroporto Marco Polo con la mostruosità di Tessera City e il devastante tracciato in gronda lagunare del Tav. Tutte “grandi opere” che il Piano di assetto del territorio (Pat), votato dal consiglio comunale, rifiuta con decisione.

Il presidente Zaia ama riempirsi la bocca di parole quali “democrazia, dialogo, confronto”. In realtà lui e la sua giunta vorrebbero imporre alle comunità locali scelte insostenibili. Ci sono pertanto buoni, ottimi motivi per partecipare alla manifestazione di oggi. Per noi, cittadini veneziani, ancora di più.

Beppe Caccia – Consigliere comunale di Venezia lista “In Comune”

 

Blitz dei centri sociali in Regione

Una sessantina di giovani mascherati trascina in calle Priuli mobili e faldoni dell’ufficio “Via” 

Blitz dei centri sociali del Nordest ieri mattina a Venezia a Palazzo Linetti, l’edificio della Regione dove ha sede anche la Commissione di valutazione d’impatto ambientale dei progetti del territorio. Una sessantina di giovani con le tute bianche e con al volto le maschere di “V per vendetta” ha fatto irruzione negli uffici, e al grido ironico di “Valutazione d’impatto ambientale negativa per l’ufficio”, lo ha letteralmente svuotato, portato in calle Priuli mobili, faldoni, sedie e piante, spiegando poi ai passanti la ragione della protesta – alla vigilia della manifestazione contro le grandi opere di oggi a Venezia – legata al ruolo a loro avviso poco trasparente della Commissione. Al termine i manifestanti hanno lanciato negli uffici dei fumogeni. È la Commissione Via a determinare il parere di impatto ambientale di grandi opere e infrastrutture e negli ultimi anni (dal Mose alla Pedemontana, dal revamping di Alles alle discariche) questo è sempre stato positivo.

Gli attivisti hanno ricordato come membri della Commissione, attraverso quote azionarie e attività professionali, abbiano interessi nelle materie della stessa Commissione. Un esempio citato è quello di Nicola Dell’Acqua, neo-commissario, che avrebbe lavorato in alcuni progetti all’esame della Commissione (discarica di Ca’Bianca, smaltimento rifiuti c/o Ca’Balestra), mentre altri componenti avrebbero quote azionarie in società che operano nel settore dei rifiuti o delle escavazioni le cui fortune possono dipendere dal parere della Commissione Via.

Altro esempio citato quello del presidente della Commissione Silvano Vernizzi (Segretario regionale infrastrutture e mobilità) che è anche commissario per la Pedemontana e amministratore delegato di Veneto Strade.

«Un’inaccettabile negazione della democrazia che respingo fermamente – ha commentato l’episodio il presidente della Regione Luca Zaia. – Sono e sarò sempre per il dialogo e per questo sono ancora più amareggiato nell’assistere a queste esibizioni muscolari che nulla aggiungono e nulla tolgono alle grandi problematiche che ci troviamo ad affrontare». Per l’assessore regionale all’Ambiente Maurizio Conte «è la conferma che i gruppi degli eterni giovani dei collettivi del Nordest hanno perso vigore e identità, nei metodi però non si smentiscono: delinquenza, irruenza e totale  mancanza di ascolto».

(e.t.)

 

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