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PORTO MARGHERA – Firmata ieri un’altra transazione

IN TRIBUNALE – Cause avviate contro altre 50 società

L’ACCORDO – Un’immobiliare verserà un milione per due ettari

SALVAGUARDIA – Ma i soldi incassati non restano in laguna

Una cinquantina di aziende sono già scese a patti con il ministero e hanno iniziato a pagare a rate per l’inquinamento di molte aree

I soldi che lo Stato incassa dalle aziende di Porto Marghera a titolo di risarcimento per il danno ambientale dovrebbero restare a Venezia, a disposizione delle costose e imponenti opere di disinquinamento. Ma ciò non accade. E in questi anni nessuno si è battuto – almeno pubblicamente – per ottenere che quei soldi restino in laguna.

Seicento milioni di euro – questa è la somma complessiva finora oggetto di transazione tra aziende di Porto Marghera e ministero dell’Ambiente – sono tanti: Magistrato alle acque e Autorità portuale potrebbero attivarsi per cercare di far “vincolare” almeno una parte di quel denaro, che attualmente finisce nel gran “calderone” del bilancio statale. In questo modo avrebbero la certezza di ottenere i necessari fondi per poter proseguire le operazioni di marginamento o di scavo dei canali.

Le aziende proprietarie di aree inquinate di Porto Marghera continuano a pagare “spontaneamente” per i danni provocati all’ambiente e per le necessarie opere di risanamento. L’ultima ad aver raggiunto un accordo con il ministero dell’Ambiente è stata una società immobiliare che ha accettato di versare un milione di euro in riferimento ai suoi due ettari di terreno, in cambio alla rinuncia da parte dello Stato alla causa per risarcimento danni che aveva già avviato. Quella firmata ieri dal ministero Andrea Orlando è la prima transazione conclusa dal governo Letta e fa seguito a poco meno di cinquanta altre transazioni concluse negli ultimi 12 anni, grazie alle quali lo Stato si è assicurato la cifra record di 600 milioni di euro, in parte già incassata, in parte da incassare grazie alle concordate rateizzazioni decennali.

Ma non è finita: altre cinque aziende stanno concludendo un accordo con ministero dell’Ambiente e Avvocatura dello Stato per mettere fine al contenzioso attraverso altrettante transazioni che dovrebbero portare in cassa ulteriori 20 milioni di euro. Per finire ci sono ancora una cinquantina di causa pendenti (alcune ancora da avviare) nei confronti di altrettante società proprietarie di siti inquinati e, dunque, responsabili del danno ambientale (anche se i materiali inquinanti sono stati scaricati dai precedenti proprietari) e obbligati a dare il via alle operazioni di bonifica. Le prime causa avviate all’inizio degli anni Duemila – una mezza dozzina in tutto – si sono già concluse con sentenza: il Tribunale ha accertato la responsabilità nell’inquinamento delle aree e ora spetterà ad un’ulteriore procedimento civile la quantificazione dei danni dovuti.

La maggior parte delle aziende ha però preferito evitare una sentenza di condanna accettando di concordare il risarcimento in sede transattiva. Tra queste ve ne sono alcune di molto importanti: Montedison ha versato quasi 300 milioni di euro; Syndial di milioni ne ha pagati 140; Eni 41.

Le somme sono consistenti ma, a fronte di situazioni ambientali particolarmente compromesse, molte società hanno ritenuto più conveniente scendere a patti, anche in considerazione del fatto che, a seguito del perfezionamento della transazione e del pagamento del risarcimento, possono iniziare nuovamente a progettare lo sviluppo futuro delle aree dando il via alle operazioni di bonifica a cui sono obbligati per legge. Parallelamente lo Stato sta proseguendo gli interventi di messa in sicurezza di tutta Porto Marghera per evitare che i materiali inquinanti continuino a sversarsi nelle acque della laguna: i lavori sono stati conclusi per tre quarti, ma ora sono sospesi per mancanza di fondi.

La speranza è che almeno una parte dei soldi incassati grazie alle transazioni con le aziende di Porto Marghera possano essere utilizzati per le opere di marginamento. Ma per ora non è così: i risarcimenti finiscono nel bilancio generale dello Stato e non in un fondo con destinazione vincolata al disinquinamento della laguna. Un’opportunità persa per Venezia.

 

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