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VENEZIA Proposta del presidente della Biennale. E la Corte dei conti dice: «Attenti alle spese»

Una “city tax” il cui gettito sia finalizzato esclusivamente al mantenimento del bene fisico Venezia. La proposta arriva dal presidente della Biennale, Paolo Baratta, mentre la Corte dei conti invia al Parlamento una relazione sulle spese della Fondazione.

Baratta: «Una “city tax” per mantenere gli edifici e la bellezza di Venezia»

TASSA DI SCOPO – «Penso a un prelievo da tutte le imposte pagate in città»

Paolo Baratta, presidente della Biennale, auspica l’applicazione di una “city tax” oper reperire risorse da destinare alla manutenzione

LA BIENNALE E GLI EVENTI   «La città deve presentarsi al meglio per attirare investitori»

Una “city tax” il cui gettito sia finalizzato esclusivamente al mantenimento del bene fisico Venezia. La proposta arriva dal presidente della Biennale, Paolo Baratta, dopo le freschissime polemiche sull’uso di piazza San Marco in occasione di eventi di massa come la notte del Capodanno.
«Ci sono iniziative – spiega Baratta – che qualificano la città in via indiretta anche senza produrre fatturato immediatamente. Certi miglioramenti degli edifici pubblici e privati, lo sviluppo di attività di ricerca e legate alle università qualificano la città in senso più ampio. Tuttavia, non si è chiuso l’anello tra turismo e la realtà fisica di Venezia. È mai possibile che l’unico vero promotore del turismo non abbia a disposizione le risorse per promuovere il bene che essa provoca?».
Ultimamente, la città è “consumata” dai turisti e dagli operatori che vivono di turismo nell’immediato. Nessuno, a cominciare dallo Stato che ha interrotto i flussi della Legge speciale, si è mai posto il problema che le “pietre di Venezia” per esercitare attrazione devono essere integre e curate.
«Il turismo porta risorse – continua – ma quante di queste servono a mantenere il bene? Ci deve essere un sistema fiscale che vada a beneficio della città di pietra e mattoni. Penso a un fondo finanziato un po’ con imposte a livello locale e un po’ con la Legge speciale, quando se ne riparlerà. C’è insomma un afflusso di reddito e non c’è chiarezza sul mantenimento della città. Per questo dico che non basta l’imposta di soggiorno, ma serve qualcosa di finalizzato allo scopo. Una “city tax” nella veste di un parziale prelievo da tutte le imposte pagate in città, oppure una piccola addizionale sull’Iva».
La Biennale è tra i soggetti che portano turismo qualificato, quello che spende e lascia una traccia immediata sull’economia della città. Negli anni Novanta una ricerca di Ca’ Foscari evidenziò l’indotto delle grandi mostre della Fondazione, ma Baratta non ne vuol sapere di cifre.
«È un argomento complesso – puntualizza – e trovo che molti si sbilancino anche in modo imprudente nel dare cifre e numeri. Difficile risolvere la questione con una battuta. Posso però fare un esempio con il Lido. Per la Mostra del cinema – conclude – abbiamo un contributo statale di circa 7 milioni e mezzo e lo spendiamo tutto lì. Quel contributo genera un flusso almeno pari. In definitiva, tutti dobbiamo fare uno sforzo di qualità per mantenere flussi finanziari dal turismo. Nessuno si può più sottrarre».

Michele Fullin

 

La lente della Corte dei conti sul bilancio 2012 dell’ente «Troppe spese per interessi»

Nella relazione sulla gestione della Biennale relativa all’esercizio 2012, la sezione di controllo sugli enti della Corte dei conti invita il Parlamento ad apportare ulteriori risorse alla Fondazione. Questo in relazione alla presa d’atto del grande sforzo da parte dell’ente di reperire risorse dal mondo privato. Tuttavia, il 2012 come tutti gli anni pari, è un anno di risultati inferiori a causa della mancanza della Mostra internazionale d’arte e della sua sostituzione con Architettura, che dura solo tre mesi. Nel 2012, segnala la Corte, la Biennale ha chiuso con una perdita di 2 milioni 18mila euro, pur riconoscendo che la perdita è stata coperta integralmente con il ricco utile (2.2 milioni) registrato nel 2011. La Corte dedica attenzione, infine, alla spesa per interessi, che nel 2012 è passata da 156mila euro a quasi 186mila. Alla bacchettata la Corte associa però la conoscenza del fatto che le spese per anticipazioni bancarie sono state provocate da ritardi nel pagamento dei contributi statali.

 

Nessun futuro senza cultura

di André-Yves Portnoff – Direttore dell’Osservatorio della Rivoluzione dell’Intelligenza a Futuribles international – Parigi

La tendenza generale dei governi europei è di ridurre o perfino sacrificare le spese culturali. Nel 2011, lo Stato italiano aveva diminuito del 18% le spese per il restauro del patrimonio culturale. Due anni fa la Corte dei Conti italiana denunciava il crollo delle spese culturali del Paese che possiede il più ricco patrimonio artistico in Europa: 1,4 miliardi di euro per la cultura nel 2012, 5 volte meno che in Francia. La cultura subisce, in tutti i Paesi, la tripla pressione della crisi, del paradigma neoliberale di privatizzazione generalizzata e di un populismo demagogico. Gli autori tedeschi e svizzeri di un libro recente, “Der Kulturinfarkt”, (“L’infarto culturale”), hanno addirittura proposto di chiudere la metà degli stabilimenti culturali, di vendere e privatizzare al massimo il patrimonio e sviluppare una cultura che loro chiamano “popolare”. Il recente rapporto della Corte sulla Biennale di Venezia (ne riferiamo a pagina 14 del fascicolo nazionale, ndr) può essere sfruttato dai partigiani di questa tesi catastrofica. La risposta in piena crisi non può più essere: «Noi facciamo della cultura, non del business». In Italia come in Francia, cultura ed economia si guardano spesso con un disprezzo reciproco. Certi attori della cultura prestano il fianco alla critica, organizzando manifestazioni male spiegate al pubblico o riservate a una piccola auto-proclamata élite, vicina dalle volte degli speculatori che giocano con l’arte come con i “subprimes”.
Non si tratta di spendere meno ma meglio. Lo Stato deve, per salvare il nostro futuro, investire del denaro pubblico, nostro denaro, nella cultura, ma con degli obiettivi chiari e un progetto globale di produzione di valore nell’interesso comune. Infatti, il patrimonio culturale è un elemento essenziale dell’attrattività dei territori. Non soltanto per i turisti che passano, ma anche per gli abitanti e gli stranieri che vengono investire o ad abitare. La gente desidera vivere là dove ci sono attrezzature di base, negozi, scuole, medici, ma anche possibilità di attività culturale, luoghi belli dove passeggiare, monumenti, musei interessanti da visitare. Le aziende sono attirate dai territori dove gli abitanti sono felici di vivere, perché lì, è più facile conservare i dipendenti ed i loro talenti. Per Venezia, questo significa non sacrificare tutto al turismo di massa e attirare investitori che non scacciano i commercianti e artigiani veneziani, ma al contrario creano impiego e permettono ai giovani di non dovere emigrare.
Alla fine del Quattrocento, Venezia è diventata la capitale mondiale dell’editoria perché ha saputo dare voglia di venire vivere da lei ai seguaci tedeschi del Gutenberg che gli hanno portato la loro competenza. Oggi, Venezia può divenire una capitale della creatività digitale se frutta meglio i due valori maggiori del patrimonio artistico: la vista del bello stimola la creatività e rende l’uomo più felice. Gustare l’arte, la cultura non è un lusso, è vitale per noi. Il patrimonio culturale favorisce l’efficacia dei territori come degli uomini e delle imprese che ci vivono. Di più, vivere in un bell’ambiente eleva le persone, spinge a più dignità, a diventare creativi. Siamo in una lunga crisi dalla quale non usciremo senza un impulso massiccio d’innovazione capace di suscitare un nuovo Rinascimento.

 

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