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Nuova Venezia – Veneto Orientale, stato di calamita’

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5

feb

2014

Un disastro per Portogruaro e San Stino, seicento gli sfollati nel Padovano

«Servono 40 milioni per salvarci dall’acqua»

Il Consorzio di bonifica ripresenta alla Regione il Piano di difesa idraulica

Portogruaro sollecita un tavolo con il Friuli. Fiumi sotto stretta osservazione

PORTOGRUARO – Quaranta milioni di euro: ecco il conto. A tanto ammonta il Piano strategico di difesa idraulica che il Consorzio di bonifica ha individuato per affrontare in modo organico il problema della difesa idraulica del Veneto Orientale, già compilato e sottoposto alla Regione in occasione delle avversità atmosferiche del 2011. Miglioramenti significativi si sono comunque registrati ieri mattina. Con il rientro a casa dei primi sfollati, la riapertura dell’ingresso in A4, delle scuole per la giornata di oggi, San Stino torna finalmente a respirare. Non così si può dire per San Michele al Tagliamento, che deve fare i conti con l’acqua che minaccia le case nella zona di Sant’Anna e Malafesta. La conta dei danni. Si procederà con la massima celerità alla verifica puntuale dei danni subìti dalle opere pubbliche di bonifica. Il Consorzio ha chiesto una riunione urgente della Conferenza dei sindaci del Veneto orientale, nella quale fare il punto della situazione e sollecitare Regione e Ministero dell’Ambiente all’adozione di un piano di interventi strutturali oltre a quelli di ripristino dei danni causati dalla grave ondata di maltempo che sta colpendo il nostro territorio. Antonio Bertoncello, sindaco di Portogruaro, aveva annunciato di voler ricorrere alla richiesta di stato di calamità per i danni provocati dal Lemene ai mulini e dalla roggia Versiola al parco della Pace, in villa Comunale. Ci stava pensando anche il sindaco di San Stino Matteo Cappelletto quando è arrivata la notizia che il presidente regionale Luca Zaia lo concedeva. Un tavolo con il Friuli. «Rispetto agli interventi da eseguire nel portogruarese è necessario un tavolo di coordinamento con il Friuli occidentale – affermano l’assessore Ivo Simonella e il direttore del Consorzio di bonifica Sergio Grego – Territori appartenenti a regioni diverse ma accomunati da caratteristiche geologiche, idriche e naturali simili devono affrontare e gestire questi problemi insieme. Il piano di interventi deve essere concordato». Sette sorelle e le altre. Oltre trenta persone hanno trascorso di nuovo la notte fuori. «È possibile rientreranno già oggi» ha fatto sapere ieri a tarda sera il sindaco Matteo Cappelletto. L’ordinanza, comunque ancora in atto, riguarda i residenti in via Caorle (dal ponte sul canale Cernetta verso sud), via Sette Sorelle, via Bonifica, via Condulmer, via Fossa Fondi e via Prese. A San Michele invece definita preoccupante la situazione a Quarto Bacino, zona Marinella. La gente resta nelle case. Per ora. Fiumi sotto controllo. Livenza e Malgher al momento non fanno paura. Ieri sono caduti altri 30 millimetri di pioggia, cifra in linea con le previsioni. I corsi d’acqua che stanno cingendo d’assedio, da venerdì scorso San Stino presentavano ieri mattina un livello decisamente in ribasso, anche di mezzo metro, così come a monte, nelle località trevigiane, molto vicine, di Meduna e Motta. Anche il Loncon non sembra destare preoccupazione. Restano da monitorare e seguire attentamente gli altri corsi d’acqua consortili che attraversano San Stino. In particolare il canale Fosson Esterno che, con grande sorpresa, ha creato i maggiori problemi, esondando in diversi punti nelle campagne. Lemene e Reghena si sono abbassati notevolmente nella giornata di ieri. Il Reghena soprattutto, cioè il corso d’acqua che ha creato i maggiori problemi coi fontanazzi nelle zone del quartiere Frati, ieri per poco non abbandonava l’area golenale. Questo significa che nel vicino Friuli non è piovuto più di tanto. Anche il Versiola, finalmente, sembra tornato alla normalità, sebbene ieri la pioggia sia stata comunque incessante. Un po’ di numeri. Le 200 pompe installate nei 77 impianti idrovori posti a servizio del comprensorio del Veneto Orientale, che hanno lavorato in questi giorni al massimo regime con una portata complessiva che ha superato i 400.000 litri al secondo, si stanno progressivamente disattivando seguendo la diminuzione dei livelli di piena negli oltre duemila chilometri di canali di scolo consortili e sono al momento al 70% della piena capacità.

Rosario Padovano

 

In 10 giorni rischio nuovo allarme

I meteorologi si attendono un’impennata delle temperature in montagna

MESTRE – Prima le buone notizie: non vedremo più le 48 ore di pioggia filata. Poi le cattive: la pioggia continuerà. Infine le pessime: nella seconda metà del mese avremo una nuova possibilità di esondazioni. La situazione ha visto dei numeri eccezionali: a Mira, tra le 12 di domenica 2 febbraio e le 16 di ieri sono caduti 64,8 millimetri di pioggia, regolarmente registrati dalle rilevazioni idrologiche dell’Arpav. In 10 giorni sono caduti per 266,4 millimetri di pioggia. Se si pensa che la media annuale è di circa 900 millimetri di pioggia si capisce come in un periodo di tempo pari a un trentaseiesimo dell’anno è caduto quasi un terzo delle precipitazioni annuali. E questo in gennaio, cioè un mese tradizionalmente secco. Non basta: «Questo non è un inverno», spiega Antonio Sanò, responsabile del sito ilmeteo.it, il più seguito in Italia, «abbiamo temperature e precipitazioni di carattere autunnale. L’altro anno avevamo una siccità mai vista negli ultimi 86 anni. Siamo di fronte a un’altra anomalia, il che non vuol dire nulla di per sè, ma se una volta le annate anomale arrivavano una ogni 30 anni, ora gli ultimi 10 anni hanno registrato 10 anomalie». Dal punto di vista spiccio, le prossime ore saranno a singhiozzo. «Mercoledì mattina le pioggie cesseranno per riprendere tra mercoledì e giovedì, cessare di nuovo, riprendere venerdì sera, fermarsi e riproporsi domenica notte», dice Raffaele Salerno, del centro Epson Meteo di Milano. Il problema è però cosa succederà da martedì. «Ci attendiamo la possibilità che si verifichi un evento che potrebbe avere conseguenze gravi», spiega ancora Sanò de ilmeteo.it, «cioè un innalzamento delle temperature. Statisticamente la seconda parte di febbraio è sempre stata la più fredda dell’anno per l’irrompere di venti da nordest. Bene: quest’anno ci attendiamo con buon margine aria da ovest e addirittura africana. Questo porterà a un’impennata anomala delle temperature anche in montagna, dove finora le abbondantissime precipitazioni si erano tradotte in eccezionali nevicate. Significa che la neve si scioglierà di colpo, andando a ingrossare una rete idrica che sta già soffrendo». Insomma, il rischio di vedere il ripetersi l’emergenza e le tracimazioni di questi giorni, se non qualcosa di peggio, per i meteorologi è molto alto. Anche perché se è vero che l’ondata di piena di alcuni fiumi è passata (per il Livenza è stata ieri notte alle 2, con 3 metri esatti), per altri corsi, come il Bacchiglione, deve ancora arrivare: ieri alle 18 era in colmazione, ma già 15 centimetri sopra il livello registrato quattro anni fa quando ruppe gli argini. Insomma, se per il momento l’emergenza è ancora in corso (da sei giorni) e solo ora accenna lievemente a scemare, tra dieci giorni il rischio sarà trovarsi con nuove masse d’acqua dalle montagne e la rete idrica già piena.

Ugo Dinello

 

Sconforto a San Stino «Peggio di così soltanto nel 1966»

L’amarezza dei residenti: «Traditi dai corsi d’acqua minori» Ieri pomeriggio Autovie ha riaperto il casello sulla A4

SAN STINO – Riaperto il casello dell’autostrada A4 già nel pomeriggio di ieri. Oggi finalmente, dopo due giorni di vacanze, vengono riaperte le scuole dell’intero comprensorio di San Stino. I residenti, comunque, non si illudono e restano molto provati. L’emergenza di questi giorni viene considerata la peggiore dopo quella del 1966. «Ricordiamo bene quei momenti – hanno riferito alcuni avventori al centralissimo Bar Roma, in piazza Aldo Moro, proprio di fronte al municipio – ebbene nel 1966 l’alluvione fu chiaramente devastante. Ma in questa emergenza ci sentiamo “traditi” dai corsi d’acqua più piccoli, a cominciare dal Malgher e dal Fosson, che quasi mai avevano creato problemi fino ad ora. La Regione? Può fare molto di più e molto meglio, non possiamo ogni volta sentirci da soli». Tra gli avventori di un altro esercizio pubblico c’è anche una signora originaria dell’Andalusia. «Anche dalle parti di Valencia si verificano le alluvioni, tuttavia – ribadisce la donna – una cosa del genere da quando sono a San Stino io non l’ho mai vista. Certo che devono adottare qualche provvedimento, perché non è il caso di farsi travolgere dalla paura ogni volta che piove». L’atteggiamento dei sanstinesi dunque è quello di cauto ottimismo, in vista della fine dell’emergenza. Il peggio sembra essere passato. Ma qui non si fidano. «Diciamo che l’abbiamo scampata bella – ha riferito un anziano – io nel ’66 ero in Piemonte a dare una mano. La casa di mia figlia è quasi sotto acqua e c’è il rischio che salendo il livello si possano subire dei danni». Riaperto il casello di San Stino sulla A4 visto il sensibile calo del livello delle acque del canale Fosson. Per garantire ai veicoli il transito in sicurezza sulle rampe che costeggiano il canale – il cui livello resta comunque alto – sono state posate delle barriere new jersey e sistemati dei coni ad alta visibilità per limitare la velocità dei mezzi.

(r.p.)

 

ALLARME A SAN STINO

Ladri in due abitazioni rafforzata la sorveglianza

SAN STINO – Approfittando del clima di confusione i ladri lunedì sera sono entrati in un paio di abitazioni. L’episodio è stato confermato dal sindaco Matteo Cappelletto. I banditi hanno portato via soldi e collane, forzando gli infissi. Una tipologia di furto classica. Il fatto ha gettato sconforto e soprattutto scandalo nell’intera comunità, che oltre al danno si è ritrovata pure beffata dalla malavita comune. Fortunatamente, ma è una circostanza che consola davvero poco, i furti non sono stati perpetrati ai danni di quelle abitazioni che sono state abbandonate momentaneamente dagli sfollati. Già da domenica, quando sono state decise le prime evacuazioni a seguito dell’esondazione del Fosson esterno, i carabinieri della stazione di San Stino, unitamente alla polizia locale, alla polizia di Stato del commissariato di Portogruaro e alla Guardia di finanza, hanno avviato un efficace servizio di prevenzione anti-sciacalli. Lo stesso servizio è stato organizzato anche nella vicina Loncon, con l’impiego anche dei carabinieri della locale stazione di Annone Veneto.

(r.p.)

 

«Una deroga al Patto di stabilità»

Appello bipartisan per consentire di realizzare le opere di messa in sicurezza

PORTOGRUARO – Mentre nel Veneto Orientale Comuni e semplici cittadini sono costretti a fare i conti con le ferite causate dal maltempo, dal Parlamento ai Consigli comunali si alza un’unica voce bipartisan: «Il governo autorizzi a derogare ai vincoli di bilancio del Patto di stabilità per consentire gli interventi di messa in sicurezza del territorio». In Parlamento è già stata presentata un’interrogazione urgente. A depositarla il portogruarese Andrea Martella, vicecapogruppo del Partito Democratico alla Camera. «La conferenza dei sindaci del Veneto Orientale ha un piano di interventi urgenti per 44 milioni di euro», evidenzia Martella, «negli ultimi anni il Consorzio di bonifica può invece investire sul territorio solo 1,5 milioni di euro l’anno a fronte di un fabbisogno di 5 milioni per la sistemazione dell’area in dieci anni. Per questi interventi è necessario pensare a una deroga temporanea al Patto di stabilità, in modo da consentire alle amministrazioni virtuose di poter intervenire per la messa in sicurezza dei propri territori». Martella giudica positivo che il governo abbia approvato il disegno di legge per la riduzione del consumo del suolo e la sua tutela per la prevenzione del rischio idrogeologico. «Ma queste misure devono essere accompagnate da risorse adeguate e da un riassetto delle competenze», avverte Martella, «consentendo così un’attenta e adeguata programmazione degli interventi e superando la logica dell’emergenza». Da qui la richiesta dell’esponente democratico al governo perché indichi «quali misure intenda adottare per rendere prioritari gli interventi di messa in sicurezza del territorio di Portogruaro e del Veneto Orientale». La richiesta di escludere dal Patto di stabilità le spese sostenute per le calamità naturali è sostenuta anche dalla Lega Nord. A Noventa i consiglieri comunali Giorgia Andreuzza (che è anche assessore provinciale al turismo) e Matia Cester hanno depositato una mozione da discutere nel parlamentino locale. L’obiettivo è spingere i Comuni a premere sul governo perché conceda agli enti locali l’esonero dai vincoli del Patto di stabilità per le spese sostenute per contrastare gli eventi calamitosi e sostenere le opere di prevenzione del dissesto. «In questi giorni il Veneto Orientale si trova investito da eccezionali e avverse condizioni meteorologiche che hanno creato allarme, ma anche reali situazioni di emergenza e disagio dovute a esondazioni e allagamenti», spiegano Andreuzza e Cester, «il Comune di Noventa, bordato a ovest dal fiume Piave e caratterizzato da canali e assi di irrigazione e drenaggio dei campi, stavolta è stato toccato in maniera meno irruenta rispetto ad altri territori limitrofi. In altre occasioni, invece, si è trovato a dover far fronte a situazioni di emergenza e sostenere sforzi economici per la salvaguardia del territorio». Anche a San Donà è già stata presentata un’interrogazione da Roberta Murer (Scegli Civica) sugli interventi da attuare sulla rete dei canali di bonifica. Intanto la situazione del Veneto Orientale tiene banco anche in Regione. Per il consigliere del Pd, Bruno Pigozzo, vice presidente della commissione urbanistica, è «indispensabile coinvolgere attraverso un’audizione anche i sindaci delle aree più colpite, dalle zone del Bacchiglione-Brenta al Veneto Orientale fino al Miranese. Questo per monitorare la situazione dopo l’ennesima ondata di maltempo e lo stato di attuazione delle manutenzioni degli argini e delle opere di sicurezza».

Giovanni Monforte

 

Il Gorzone fa paura famiglie evacuate

Chioggia, tredici abitazioni allagate ma non tutti hanno accettato di uscire

Il sindaco Casson: «È un’emergenza». La piena è passata nella notte

CHIOGGIA – Notte d’angoscia, quella appena passata per le famiglie che abitano sulla lingua di terra chiamata Punta Gorzone, alla confluenza tra il fiume omonimo e il Brenta. L’ondata di piena era attesa per le due della notte appena trascorsa e solo oggi sapremo come è andata a finire. Ieri, per queste tredici famiglie, era arrivata l’ordinanza di evacuazione delle case, ma non tutti hanno accettato di spostarsi. «L’acqua l’abbiamo vista arrivare tante volte. Ma questa è casa nostra e non la abbandoniamo» dicevano alcuni. Tutto era cominciato con una nota del Genio civile all’amministrazione comunale. «Le intense precipitazioni che da giorni interessano il fiume Fratta-Gorzone, stanno sottoponendo a forte stress le opere di difesa idraulica… a causa di un forte imbibimento del rilevato arginale e di una importante filtrazione in sinistra del fiume Gorzone, si procederà ad un intervento di somma urgenza al fine di scongiurare l’ulteriore aggravamento della situazione… per il perdurare degli eventi in corso si chiede di disporre un’ordinanza di sgombero delle abitazioni interessate». Ma, subito dopo, il Genio civile segnalava anche che «l’attuale andamento dei livelli idrometrici (il livello del Gorzone a Stanghella segna 2.26 metri, con incremento di 4 centimetri l’ora) fa registrare l’azzeramento del franco in località Punta Gorzone, col possibile progressivo interessamento delle abitazioni presenti». In parole povere: le case potrebbero finire sott’acqua, fatele sgombrare. La macchina comunale si è messa subito in moto e, ieri mattina, la polizia locale la Protezione civile, ma anche il sindaco in persona e alcuni esponenti della giunta si sono recati nella località per avvertire la popolazione del pericolo. «Le famiglie interessate sono tredici», conferma il sindaco, Giuseppe Casson «dal civico 1 al civico 39, per un tratto di un centinaio di metri di sponda. Sei di queste famiglie hanno la possibilità di essere ospitati da parenti ma le altre sette no. Abbiamo messo a loro disposizione, per il tempo che durerà l’emergenza, delle camere d’albergo, vitto compreso». Ma il clima che si respirava ieri mattina, sul posto, non era quello dello sgombero. «Abbiamo portato le auto e i mezzi agricoli nei posti più alti» raccontava qualche residente «ma l’acqua è un nemico con cui ci siamo abituati a convivere. Abbiamo visto di peggio. Nel 2010 era arrivata fino a qua», aggiungevamo indicando un punto un paio di metri più avanti del limite raggiunto dalle acque del fiume. E poi c’è il timore degli sciacalli che potrebbero tentare di saccheggiare le case abbandonate. «Polizia di Stato e carabinieri sono informati e anche loro controlleranno il territorio», dice il comandante della polizia locale, Michele Tiozzo. Dunque le case non saranno abbandonate a se stesse, se i residenti dovessero decidere, anche a sera inoltrata, di spostarsi altrove. Ma, mentre si attende il superamento dell’emergenza, si guarda anche al futuro. «Ho scoperto, presentando un’interrogazione sulla sicurezza di questa zona» dice il capogruppo Pd Mauro Bisto «che il Comune non ha fondi per intervenire. So che non possiamo farlo da soli, ma solleciterò uno stanziamento che possa contribuire a risolvere definitivamente il problema. Basta con le emergenze». «Avevamo segnalato più volte questa situazione alla Regione, nel 2009, nel 2010, nel 2012 e anche recentemente», dice il sindaco Casson, «c’è un progetto pronto per la messa in sicurezza della zona, che non è competenza del Comune. Tuttavia se la Regione finanzierà il progetto, anche il Comune è pronto a partecipare ad un accordo di Programma, nei limiti delle sue possibilità». Gli fa eco il consigliere regionale Lucio Tiozzo (Pd) che ripercorre la storia degli interventi compiuti dalla protezione civile e delle richieste, inascoltate, alla Regione, per effettuare ricognizioni tecniche sulla zona. E aggiunge: «Serve urgentemente un tavolo tecnico, tra Comune, Regione e Magistrato alle acque per affrontare concretamente il problema della sicurezza idraulica e idrogeologica in questa zona».

Diego Degan

 

CHIOGGIA. Una volta era classificato come «area golenale». Così era definita Punta Gorzone nella cartografia ante Prg. Chi abitava in quella zona, in pratica, lo faceva a suo rischio e pericolo. Ma quando il piano regolatore dopo una lunghissima gestazione, è diventato realtà, la zona di Punta Gorzone è diventata ufficialmente un insediamento abitativo, con il riconoscimento, quindi, di un dato di fatto esistente da anni. E se, prima, l’area golenale, come tale destinata ad accogliere le acque delle piene, poteva essere ignorata dagli interventi di messa in sicurezza, adesso che “le carte cantano” le istituzioni si devono far carico della possibilità, per queste famiglie di avere e conservare una casa anche quando il piccolo Gorzone, uno dei corsi minori di questo territorio, fa le bizze.

 

Allarme a Eraclea, il Brian rompe gli argini

A Jesolo la mareggiata ha eroso almeno 100 mila metri cubi di sabbia. Disagi alla foce di Cortellazzo

JESOLO – La quiete non arriva dopo la tempesta. Litorale e entroterra, da Jesolo a Eraclea, sono alle prese con la conta dei danni e gli ultimi interventi di messa in sicurezza. Le mareggiate hanno eroso non meno di 100 mila metri cubi di sabbia a Jesolo, che deve fare i conti anche con l’immensa pulizia dell’arenile da tonnellate di detriti. Disagi alla foce di Cortellazzo, dove sono in corso i lavori per la litoranea veneta. Verso Eraclea, si teme per il Brian nella zona di via Vittorio Veneto, a Stretti, dove il canale ha rotto gli argini in alcuni punti e la protezione civile con il sindaco Giorgio Talon è intervenuta nella notte con i sacchi. Cortellazzo. Alcuni pescatori hanno dovuto dormire in barca per proteggere gli scafi dai detriti che si stanno ammassando lungo il canale Cavetta. I lavori alla foce per la Litoranea Veneta sono stati oggetto di un esposto di Forza Jesolo. La pioggia incessante di questi giorni ha spinto l’associazione di Nicola Manente a chiedere di verificare le responsabilità di questa chiusura della foce. «In corrispondenza della foce del canale Cavetta», spiega Manente, « che da diversi mesi è interessato da importanti lavori di intervento da parte di “Sistemi Territoriali”, si stanno verificando situazioni di emergenza. Il canale minaccia di superare gli argini invadendo strade, proprietà e abitazioni. Non ci è ancora chiaro come siano stati spesi i circa 25 milioni di euro da parte di Sistemi Territoriali per la realizzazione dell’opera, attendiamo la fine dei lavori che continuano da quasi tre anni». E anche molti campi nella zona di Cortellazzo di sono allagati. Sotto controllo il Sile a Jesolo Paese. Brian. La protezione civile di Eraclea ha lavorato tutta la scorsa notte in via Vittorio Veneto a Stretti, lungo il canale. L’acqua e il fango fuoriusciti da un buco sull’argine hanno richiesto un intervento di emergenza della protezione civile con il sindaco Talon. I volontari si sono trovati nei capannoni di Vittorio e Michele Boem in via Braida per preparare i sacchi di sabbia da portare sul canale e impedire la fuoriuscita d’acqua preoccupante. Il Brian resta osservato speciale, assieme agli altri canali del territorio, tra i quali Piavon, Piveran, Ramo e altri. La spiaggia di Eraclea, rispetto a Jesolo, ha subito molti meno danni.

Giovanni Cagnassi

 

RIAPERTO IL PONTE TRA MEOLO E RONCADE

Nel Sandonatese la situazione sta migliorando

SAN DONÀ – Allarme rientrato a San Donà. La paura è stata soprattutto a Grassaga, poi a Fossà, quindi a San Donà nella zona di via Silos. In città, mattonelle sconnesse lungo i marciapiedi e danni alle strade, in particolare sulla statale 14 verso i centri commerciali, poi nel parcheggio di Bergamin. Dopo quattro giorni, i canali stanno drenando le acque e l’intensità della pioggia, attorno ai 30 mm giorno, non desta più preoccupazione. Delle cinque squadre della Protezione Civile impegnate in questi giorni, due si stanno turnando di supporto alle squadre di San Stino. Il sindaco, Andrea Cereser, ha riferito al Consiglio sull’evolversi della situazione. «Il Piave non ha dato grandi problemi. I problemi maggiori sono stati nel sistema dei canali a fronte di precipitazioni complessive per 200 mm, che sono tantissimi. Il canale che ha dato maggiori difficoltà è stato il Piavòn, che ha causato grossi problemi anche a Ceggia. Sono andate sott’acqua alcune strade, quali via degli Esposti, via dei Mureri, via sant’Osvaldo, oltre a parti della frazione di Fossà. Su tutto il corso del Piavon si è arrivati a livello argine e i sacchi della Protezione Civile hanno tamponato la situazione, evitando danni più gravi. Siamo stati fortunati perché il vento ha girato e non è più scirocco». È stato riaperto al traffico il ponte di via Ca’ Tron, tra Meolo e Roncade. Nella giornata di ieri, infatti, è sceso il livello del fiume Vallio, la cui piena di lunedì aveva costretto il Comune di Meolo a emettere un’ordinanza di chiusura del ponte. Ieri è calato pure il livello degli altri corsi d’acqua e, dunque, anche nella zona di Meolo l’emergenza per il momento si può dire finita. Nella speranza che non riprenda a piovere copiosamente. Passata la fase più critica, adesso bisognerà capire se vi siano degli interventi da poter attuare per evitare il ripetersi delle piene dei fiumi Meolo e Vallio. Per questo il sindaco Michele Basso ha intenzione di incontrare il Consorzio di bonifica. «Voglio ringraziare tutti i volontari della protezione civile di Meolo, coordinati dal presidente Marco Grilletti, e quelli che ci sono venuti in aiuto da San Donà, Marcon e dai paesi limitrofi. Passato l’allarme», ha detto Basso, «ho chiesto un incontro urgente al Consorzio di bonifica».

(g.ca. – g.mon.)

 

Tregua nel Miranese «Il pericolo non è passato»

I livelli di Lusore e Muson ieri sono calati, ma venerdì ritorna la pioggia «Tutto dipenderà dalla velocità con la quale i canali oggi si svuoteranno»

MIRANO – Un sospiro di sollievo, ma non troppo forte. Perché anche se il peggio sembra passato e il maltempo pare dare una tregua, tornerà a piovere. L’inverso infinito non permette di passare già alla conta dei danni: ci sono ancora canali e cantine da svuotare nel Miranese, messo a dura prova da un profilo idraulico che si conferma fragile. Ieri Lusore e Muson, tra S. Maria di Sala e Mirano, sono finalmente calati, sfumando un po’ l’apprensione di sindaci e tecnici del consorzio di bonifica, ma lungo le strade restano transenne e sacchi di sabbia, posizionati per arginare la piena. Il primo cittadino salese Nicola Fragomeni non si fida ancora a dire che il peggio è passato: «È una tregua», afferma, «venerdì danno nuove piogge». In pratica lo scampato pericolo passa dalla velocità con cui, oggi, si svuoteranno i canali. E questo dipende dal mare, non dal cielo. A Mirano il livello delle acque si è abbassato durante la notte. Ieri mattina nel bacino dei Molini, dove lunedì si è sfiorata la tracimazione del Muson, l’acqua è scesa di 30 centimetri sotto il piano della pescheria. Non è ancora il livello sicurezza, per cui l’area è rimasta delimitata anche ieri con sacchi di sabbia. In città il sollievo è determinato da un fatto: soltanto due mesi fa, nel catino delle Barche, c’erano 5 mila metri cubi di terreno di riporto che, se non fossero stati asportati, avrebbero provocato il disastro. E dire che è stato quasi un caso che i lavori, previsti inizialmente per fine 2014, siano stati anticipati di un anno. A Campocroce il Lusore è calato di circa 15 centimetri in mattinata rispetto a lunedì sera, anche se nelle vie Barbato, Braguolo e Chiesa l’acqua è rimasta in strada a causa del mancato assorbimento dei terreni agricoli circostanti. Anche a Caltana la situazione è migliorata di notte: le acque, dal quartiere residenziale di via De Gasperi e Einaudi, si sono ritirate, anche se poi il rio Cavin Caselle è tornato a risalire in mattinata. «Poteva andare peggio», si lascia scappare l’assessore salese all’Unità di crisi Enrico Merlo, che ben ricorda il disastro del maggio 2010, quando a Caltana finirono sotto 500 famiglie. Le stesse vie sono andate allagate anche stavolta, ma solo per pochi centimetri e, soprattutto, per meno tempo. Restano impraticabili, ma solo per alcuni tratti, via Cagnan e via Zinalbo, monitorato il Cavin Caselle che nella zona di Borgo Fiorito ha lambito anche ieri il livello stradale. «Siamo riusciti ad arginare le situazioni più critiche senza grossi disagi», spiega il direttore del consorzio Acque Risorgive, Carlo Bendoricchio, «abbiamo impegnato tutti i mezzi disponibili, i nostri 24 impianti idrovori e anche diverse pompe mobili installate nei punti più critici. E comunque il coordinamento con la Protezione civile si dimostra l’arma vincente per limitare i disagi». Il presidente Ernestino Prevedello aggiunge: «Gli interventi realizzati in questi anni dal consorzio hanno consentito di risolvere alcuni nodi critici che in passato avevano creato disagi. Ma non basta: è urgente realizzare anche le altre opere programmate».

Filippo De Gaspari

 

Sospiro di sollievo in Riviera

Diminuiscono i livelli di canali e fiumi. Cede un tratto d’argine del Serraglio

DOLO – Situazione migliorata in Riviera del Brenta dopo i casi di tracimazione e i livelli alti di acqua segnalati nei giorni scorsi su numerosi canali. Lungo il Naviglio Brenta sono molti i pontili e gli attracchi ancora sommersi dopo la marea dei giorni scorsi. A Stra è calato il livello sul Naviglio Brenta che l’altro giorno era tracimato nella zona di via Dolo. Alcuni campi agricoli sono ancora allagati così come la canaletta che costeggia via Barbariga sulla “bassa” tra Paluello e San Pietro di Stra. A Fiesso, dopo la preoccupazione per il Rio Serraglio e il Rio Castellaro, il livello dei corsi d’acqua è calato di una trentina di centimetri. Sempre sotto controllo sono le zone di via Pampagnina e via Pioghella dove lunedì il Rio Serraglio aveva raggiunto gli argini. A Dolo rimane ancora chiuso il Ponte dei Cavalli dopo che l’altro giorno il livello del Naviglio Brenta era salito superando la paratia presente nella zona. In calo le acque del Rio Serraglio che continuano però ad essere controllate: un tratto di argine ieri sera è crollato, ma i volontari della Protezione civile sono prontamente intervenuti a tamponare la falla. Con il ritirarsi dell’acqua rimangono i segni del passaggio come è avvenuto al Ponte dei Cavalli a Dolo dove si sono incagliati decine di rami di alberi che rendono difficile il deflusso dell’acqua verso la zona dei Molini. Nel frattempo i consiglieri dolesi de “Dolo Cuore della Riviera” hanno presentato un’interrogazione urgente per conoscere come il sindaco vuole agire per garantire la sicurezza idraulica dei cittadini.

Giacomo Piran

 

Rischio idraulico ridotto a Scorzè e Noale ma alcune zone sono finite sott’acqua 

SCORZÈ. Per fortuna che negli anni scorsi si sono fatti quegli interventi necessari per ridurre il rischio idraulico, altrimenti potevano essere guai anche per l’area del Miranese nord. Non che tutto sia rose e fiori, sia chiaro, ma alcuni cantieri tra Noale e Scorzè, fatti con il consorzio di bonifica Acque risorgive, hanno permesso di ridurre i problemi anche se molto resta ancora da fare. In molti si ricordano ancora dell’alluvione del 2006 ma almeno ora si sono ridotte le aree critiche. Eppure anche tra Martellago, Noale, Salzano e Scorzè si è temuto il peggio, perché i fiumi Marzenego e Dese si sono alzati in modo pauroso ma poi hanno iniziato ad abbassarsi, scongiurando pericoli maggiori. Alcune strade sono finite, comunque, sotto, anche se i volontari erano fuori a monitorare la situazione. A Scorzè ci sono state delle difficoltà nella “solita” via Ronchi, che si è dovuta chiudere al traffico, mentre dell’acqua è emersa pure sulla Castellana e all’incrocio con via San Benedetto. A Noale, si sono verificati problemi in via Spagnolo, all’incrocio con via Contea. In questo caso, dal Comune hanno deciso di interdire il traffico ma poi la situazione è migliorata. Anche le altre strade che nelle ore precedenti avevano avuto delle difficoltà, vedi via Bigolo, via Tigli, via Brugnole, via Ongari, via Ronchi, via Cerva, via Bregolini e via Ronco sono tornate a essere percorribili. A Salzano, la situazione è tornata sotto controllo, dopo essersela vista brutta lunedì mattina; il Marzenego aveva iniziato ad alzarsi in modo pericoloso, tanto da temere per i piccoli dell’asilo. La scuola non era stata evacuata ma qualche genitore era passato prima a prendere il figlio. A Martellago, dopo le criticità rilevate sul Dese, tracimato vicino al mulino Vidali, zona via Ca’ Nove, tutto è rientrato, anche se si continua a monitorare il tempo, con le piogge che potrebbero tornare nelle prossime ore. In caso di emergenze, invitano a chiamare il 342-5055389 della protezione civile.

(Alessandro Ragazzo)

 

«Difese idrauliche del secolo scorso»

L’ingegner Rusconi, esperto di fiumi: ultimi interventi durante il fascismo, acque dolci e torbide avvistate in Canal Grande

VENEZIA «La neve che ha lasciato al buio Cortina e la montagna veneta ci ha salvato». L’ingegnere Antonio Rusconi, esperto di fiumi, già presidente dell’Idrografico e dell’Autorità di bacino del Veneto, fa gli scongiuri. «Gli allagamenti di questi giorni», dice, hanno interessato i fiumi pedemontani, come Livenza, Bacchiglione e Lemene, o quelli di risorigiva come Sile, Dese e Zero. I grandi fiumi alpini come Piave, Brenta e Tagliamento non hanno dato problemi. Ma se dovesse arrivare lo scirocco o la pioggia anche ad alte quote la situazione potrebbe diventare drammatica». Allarme meteo e fiumi che esondano, mezzo Nord allagato. E le acque di piena dei fiumi che adesso arrivano copiose in laguna nord, insieme alle acque non proprio cristalline pompate dalle idrovore, cariche di inquinanti. Acque dolci e sedimenti arrivati fino in pieno Canal Grande. Ieri mattina i canali interni della città avevano un particolare colore verde chiaro, con sedimenti copiosi. «Un fenomeno che succede nel caso di piena», spiega Rusconi, «ma che in questi giorni è particolarmente intenso». In laguna nord dunque si rischia l’interrimento, con i sedimenti e l’acqua dolce, mentre in laguna sud la situazione è opposta: per lo scavo dei canali, il moto ondoso e le navi, le barene vanno scomparendo, l’erosione aumenta e la laguna si sta trasformando in un braccio di mare. Ecco perché, dice Rusconi, «sarebbe salutare qui far defluire una parte delle acque di piena di Brenta e Bacchiglione. Darebbe sollievo al territorio e ricostituirebbe in parte la morfologia originaria». Intanto il Veneto Orientale è completamente sott’acqua. Colpa della natura o anche dell’uomo? «I fenomeni atmosferici sono sempre più intensi e violenti per i cambiamenti climatici», spiega l’ingegnere, «ma a questo dobbiamo aggiungere la trasformazione del territorio che trasforma la pioggia in acque superficiali. La cementificazione del territorio produce questo, e a parità di piogge le acque superficiali sono di più. Anche le piogge aumentano. E se questo è colpa del clima, la trasformazione del territorio è opera dell’uomo». Situazione di maltempo eccezionale che ha portato acqua ovunque. Si poteva fare qualcosa? «Difficile dirlo, in queste situazioni estreme probabilmente gli allagamenti ci sarebbero stati lo stesso. Ma la rete di difesa idraulica è quella del secolo scorso. Gli ultimi interventi sono stati fatti durante il fascismo, e comunque prevedevano difese per un territorio agricolo. Nel frattempo i campi sono diventati un’area metropolitana, capannoni, villette e cemento. E il sistema non regge più. Una rete più moderna aiuterebbe almeno a ridurre l’emergenza e a garantire un po’ di sicurezza in più». Ma i grandi interventi di manutenzione non sono popolari, si preferiscono dighe e grandi opere. E molti piani varati dalle Autorità di Bacino restano su carta, la difesa idraulica è ferma ai primi del Novecento. E intanto continua a piovere.

Alberto Vitucci

 

Mareggiate, due milioni di danni a Bibione

Codognotto: «Situazione drammatica». Convocherà l’assemblea dei sindaci della costa veneta  

BIBIONE – Situazione drammatica a Bibione. Lo dice il sindaco dopo aver compiutamente analizzato anche con i suoi tecnici i danni provocati dalle mareggiate degli ultimi giorni. Si parla di almeno due milioni di danni provocati dalle maree anomale di questi giorni. Il quadro è davvero umiliante per la zona est, con il mare che ha raggiunto il muro che divide la spiaggia da piazzale Zenith. Ma i danni riguardano anche gli argini di alcuni canali consortili che, intrisi d’acqua, non hanno più saputo reggere a queste nuove infiltrazioni. Tutti gli argini dei canali consortili presentano fessurazioni oppure piccoli fontanazzi, specialmente quello del Quarto Bacino, in zona Marinella. Pasqualino Codognotto sembra intenzionato a convocare una nuova assemblea dei sindaci della Costa veneta per chiedere alla regione di intervenire per il ripascimento. «Ci siamo ritrovati l’ultima volta venerdì scorso – ha affermato il primo cittadino di San Michele Bibione – con i colleghi della provincia di Rovigo, in particolare, abbiamo convenuto che ci sono dei forti problemi per quanto riguarda il ripascimento degli arenili. Mancano i finanziamenti ed è su questo che punteremo». L’altro giorno l’arenile di piazzale Zenith era completamente invaso dall’acqua. «Un fenomeno drammatico – ha evidenziato Codognotto – poche volte abbiamo subito una cosa del genere. Tutta la zona est è andata sott’acqua. Si verificano poi crolli arginali su tutti i canali consortili. Siamo davvero preoccupati, anche perché i terreni sono intrisi d’acqua. Non riusciamo quasi a venirne fuori».

Rosario Padovano

 

Più piogge del 2010 ma il vero pericolo sono caldo e scirocco

Allerta del Centro meteo: «Se la massa di neve si scioglie ci saranno grandi problemi per il deflusso delle acque»

PADOVA – Piove, governo ladro. Quanto si attaglia il più italiano degli adagio nella situazione del maltempo che il Veneto sta attraversando? Scontato ricordare il residuo fiscale del Veneto: 14 miliardi l’anno, quando ne basterebbero 2,7 per assicurare il Veneto dal dissesto idrogeoligico. Di sicuro, questo gennaio è stato il più piovoso degli ultimi vent’anni. Molto più copioso dei trenta giorni precedenti all’alluvione del 2010 ed anche di quella del novembre 1966. Ma sono fenomeni profondamente diversi per intensità, durata, estensione. Mettiamo un secchio fuori dalla porta. E andiamo a Seren del Grappa, in località Valpore, versante nord orientale del massiccio, provincia di Belluno: negli ultimi cinque giorni sono caduti 518 millimetri di pioggia, che a spanne sono poco più di cinquanta centimetri. Valpore è storicamente il luogo più piovoso del Veneto, così come la piana di Marcésina sull’altopiano di Asiago è la Finlandia d’Italia. Nel novembre 2010 a Valpore precipitarono 586 millimetri di pioggia, non molti di più di questa volta: solo che si concentrarono su tre giorni (31 ottobre-2 novembre), mentre questa volta si sono spalmati quasi nel doppio dei giorni. Lasciamo il secchio e andiamo in Cansiglio, tra le province di Treviso e Belluno, in località Tramedere: qui le piogge cadute in questi giorni hanno raggiunto i 360 millimetri, contro i 517 caduti nel 2010. Spostiamoci appena più a sud: a Valdobbiadene sono caduti 304 millimetri questa volta, 306 l’altra volta. Man mano che scendiamo nella pianura, il rapporto tra l’alluvione del 2010 e questa si inverte e mostra come questo evento stia mettendo a dura prova soprattutto le campagne venete, più che le Prealpi. L’esempio più chiaro è la pioggia di Treviso: 206 millimetri negli ultimi cinque giorni, 96 nei tre giorni di picco del novembre 2010. Nel capoluogo della Marca è caduta il doppio della pioggia di tre anni fa. Banalizzare è sempre sbagliato. Le differenze con gli eventi del 2010 e del 1966 sono profonde e tutte scientifiche. Ci aiuta a comprenderle il direttore del Centro meteo di Teolo dell’Arpa, l’Agenzia regionale protazione dell’ambiente, Marco Monai. «In termini assoluti – spiega Monai – siamo a livelli più bassi del novembre 2010. Quel che colpisce, piuttosto, di quest’evento sono i livelli di precipitazione in pianura: sono clamorosamente più alti in questi giorni» Ma le differenze, naturalmente, non si fermano più. La prima, spiega Monai, riguarda l’arco temporale. Nell’alluvione del 1966 le precipitazioni si concentrarono tra venerdì 4 e sabato 5 novembre e provocarono l’esondazione del Piave. Nell’alluvione di Ognissanti del 2010 le piogge si concentrarono tra il 31 ottobre e il 2 novembre: tre giorni. Il maltempo di questi giorni sta spalmando le precipitazioni in un arco di almeno sei giorni, destinato ad aumentare nelle prossime ore. Una seconda differenza riguarda le massime giornaliere: il 31 gennaio scorso sono caduti dai 100 ai 130 millimetri di pioggia. Nel 2010 le massime giornaliere furono doppie: dai 200 ai 240 millimetri. Una terza differenza riguarda l’estensione del fenomeno. Nel 2010 l’alluvione ebbe un perimetro di picco nella fascia delle Prealpi, il maltempo che stiamo attraversando è molto più esteso: e abbraccia le Dolomiti meridionali, le Prealpi, la Pedemontana e l’Alta pianura veneta. La quarta differenza riguarda il limite della neve: nel 2010 fu molto alto, intorno ai 2200 metri sul livello del mare. Questa volta è molto più basso, circa 1300 metri. «Questo dato non è secondario – spiega il direttore del centro di Teolo –: perché più alto è il limite della neve e meno conseguenze ci possono essere nei giorni successivi». Questa volta, fa capire Monai, con un limite molto più basso, se si alzasse la temperature potrebbero verificarsi grossi problemi a valle nel deflusso delle acque. É il pericolo scirocco, che porta con sè il rischio valanghe, che tutti avvertono, anche se le previsioni meteo sembrerebbero scongiurarlo. Nelle Dolomiti si sono registrati, negli ultimi quattro giorni, una ventina di eventi a valanga: dal Zoldano al Passo San Pellegrino, da forcella Staulanza a Zoppé. Infine, la differenza dei trenta giorni antecedenti: questa volta è piovuto molto di più. Smetterà, ma non molto presto.

Daniele Ferrazza

 

Il centro di Teolo e 200 centraline meteorologiche 

TEOLO. Sono gli angeli del meteo, probabilmente i migliori previsori del Veneto (insieme all’Aeronautica di Istrana): un’eccellenza che molti ci invidiano. Marco Monai, 56 anni, friulano trapiantato a Padova (nella foto), dirige da un paio d’anni il centro sui colli da cui controlla praticamente la meteorologia del Veneto. Duecento centraline sparse in tutta la regione forniscono in tempo reale tutti i dati che vengono elaborati dai previsori che ogni giorno sfornano i bollettini meteorologici disponibili in rete. In questi giorni di maltempo, naturalmente, i tecnici di Teolo sono stati sollecitati più volte dagli esperti a fornire previsioni aggiornate e dati scientifici. Un lavoro paziente che il centro meteo dell’Agenzia regionale dell’ambiente è in grado di soddisfare grazie a una tecnologia e un’esperienza non comuni. Monai, a conferma dell’eccezionalità di questo evento piovoso, porta i dati della centralina del Cansiglio. Nel 2010 caddero 330 millimetri nei trenta giorni antecedenti l’alluvione di Ognissanti. Nel gennaio scorso, i millimetri di pioggia caduti nei trenta giorni antecedenti sono stati, 800: due volte e mezza.

 

Campi allagati, milioni di euro di danni

Radicchio e cereali vernini distrutti, Coldiretti stima una perdita vicina a quella del novembre 2010

VENEZIA «Sotto la neve pane, sotto l’acqua fame». Il dramma di questi giorni non sta tanto negli allagamenti di questi gionri, quanto in quello che affiorerà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Intere distese di terreni inutilizzabile per le semine, devastati dagli allagamenti, impossibili da coltivare. Per non parlare, naturalmente, delle colture invernali in essere che andranno perdute. Le precipitazioni di questi giorni si aggiungono a un autunno non particolarmente generoso con gli agricoltori: l’autunno con temperature decisamente sopra la media ha compromesso molte delle tradizionali orticole legate al freddo, dal radicchio di Treviso al broccolo fiolaro di Creazzo. Ecco perché l’universale detto contadino appare quanto mai azzeccato. Anche se una stima dei danni all’agricoltura è tutta da stabilire. La neve che sta bloccando l’intera provincia di Belluno non è il solo disagio causato dal maltempo. Gli agricoltori hanno prestato i primi soccorsi agli animali e liberato le strade per permettere la circolazione del trasporto latte. Ora si devono liberare annessi rustici, serre ed abitazioni. Nelle prossime settimane potremmo anche scoprire il dramma di molte decine di animali – cervi e caprioli – che a causa della quantità di neve caduta non possono approvigionarsi e rischiare la morte. In alcune zone la Forestale sta provvedendo distribuendo balle di fieno in alcuni punti di strategici. Il carico di acqua di questi giorni, arrivato in pianura , sta aprendo nuove crepe nel già disgraziato territorio del Veneto: nuove frane alle diecimila censite dal registro Iffi, tenuto dall’Ispra, l’istituto nazionale scientifico di protezione e ricerca ambientale. Nel Vicentino sui Colli Berici alcune famiglie e agriturismi sono isolati a causa di voragini che hanno bloccato addirittura la partenza dei turisti ospiti delle strutture. Dal punto di vista agronomico è il Veneto orientale l’area più colpita dalle forti precipitazioni. La fascia ad est della regione che unisce la provincia di Venezia a quella di Treviso ricca di vigneti Doc della zona del Piave è ovunque allagata. Se per le viti blasonate del Lison Pramaggiore nonostante le piante siano sommerse potrebbero non esserci problemi, per le orticole a pieno campo compreso il radicchio il rischio di marciume è alto oltre al fatto che il fango ne impedisce la raccolta. Vale per le terre coltivate ad ortaggi a Scorzè, Zero Branco e Mirano. Il grano sott’acqua muore per asfissia e l’allarme è proprio per i seminativi: il persistere della pioggia mette in crisi le piantine compromettendole. Se persiste la pioggia la perdita di raccolto dei cereali autunno vernini è probabile nel Portogruarese come nel Padovano e nel Basso Polesine. Le temperature sopra la media possono anticipare le fasi vegetative. L’umidità segna le colture sotto serra e preannuncia l’insorgenza di attacchi di malattie e muffe per insalata, rucola, valeriana ma anche per fiori e piante. I 16 milioni di danni registrati dagli agricoltori nel 2010 non sono molto distanti, azzarda Coldiretti regionale. Ma una stima precisa si potrà fare solo nelle prossime settimane.

 

In fuga dalle acque tra rabbia e impotenza

Seicento sfollati nel Padovano. Battaglia paese simbolo del flagello in Veneto

Il livello è salito fino a un metro e 80, invadendo abitazioni, negozi e aziende

BATTAGLIA TERME – Peggio che nel 1966. Se lo ricordano come un incubo a Battaglia il livello raggiunto dalle acque quel drammatico 4 novembre di 48 anni fa, reso famoso dall’esondazione dell’Arno che sconvolse Firenze e commosse il mondo. Ebbene, ieri l’alluvione è stata più disastrosa, sommergendo il vecchio quartiere Ortazzo, un grappolo di case umili e vagamente bohemienne, fino quasi al primo solaio. In alcuni punti il livello era salito a 1,80 da strade e aiuole. Dall’Adriatica gli scorci dell’Ortazzo allagato, un fiume limaccioso incuneato fra le case, mosso dal via vai delle barche della Protezione civile, conferivano un che di veneziano alla contrada. Ma dal tono triste e sommesso. Che sapeva di resa. Battaglia con le sue oltre cento case svuotate dalla piena (almeno duecento gli sfollati), violentata ancora una volta dalle acque (stavolta con maggiore accanimento), è assurta a paese simbolo delle ferite inferte da questa silenziosa ma inesorabile alluvione di febbraio. Più di Bovolenta (il che e tutto dire), più dell’hinterland di Padova o della Bassa, pur abituata a questa angoscia viste le tante volte che ha dovuto subire la violenza di simili fenomeni naturali. L’impotenza di San Giovanni Nepomuceno. Nemmeno il santo boemo protettore dei ponti e delle acque, a cui Battaglia s’è votata per esorcizzare le sue paure e al quale ha dedicato una bella statua posta sul monumentale manufatto che unisce le due parti della città, stavolta ha saputo fare nulla per impedire lo scempio. In poche ore il quartiere più popolare, guarda caso proprio quello in cui sorge il Museo della Navigazione fluviale (uno dei più importanti d’Europa, dato che Battaglia è stata per secoli il maggior porto per il trasporto fluviale nel Veneto), è finito sommerso. E non tutti i residenti se ne erano accorti in tempo. O erano stati informati della minaccia in arrivo. Bimbo tratto in salvo dalla finestra. Come una famiglia di giovani immigrati magrebini che vive con il proprio bambino (ammalato da lunedì) al primo piano di una vecchia abitazione. Sono stati prelevati da una barca con l’aiuto dei sommozzatori, uscendo da una finestra vista l’impossibilità di scendere al piano terra, inghiottito dalle acque. Il bimbo è stato portato all’ospedale per accertamenti. Dai Bovo l’acqua ha toccato il soffitto . Paura per la centrale elettrica. In via Chiodare i generatori che alimentano le pompe hanno scoppiettato incessantemente anche durante la notte per impedire l’allagamento della vicina centrale elettrica ed evitare un disastro ancora più grave. Anche a Battaglia, come a Rubano, come a Bovolenta o come a Este c’è chi grida con rabbia che la campagna è stata sacrificata per salvaguardare la città, per evitare che i padovani finissero in ammollo. Il sindaco Daniele Donà: «Ho invocato che il carico d’acqua dell’Arco di Mezzo fosse alleggerito, ma non sono stato ascoltato… Abbiamo pagato noi il tributo imposto per il mantenimento dell’equilibrio idraulico della provincia. Ancora noi, visto che qui le alluvioni sono periodiche, seppur meno devastanti di questa». Gli sfollati. Il Comune ha allestito uno spazio di accoglienza per gli sfollati nel Centro per il gemellaggio, allestendo anche una cucina da campo. Ma la stragrande maggioranza degli sfollati ha preferito rifugiarsi in casa di parenti o amici. «Qualche famiglia» rivela Sandro Zuppa, responsabile del Nucleo di Protezione civile locale «ha preferito rimanere al primo piano delle proprie abitazioni, sebbene prive di luce e riscaldamento e della possibilità di caricare i cellulari. Il sindaco sta invano tentando di convincerle ad abbandonare le case, ma loro hanno paura degli sciacalli». Gente strana se ne vede in giro, ma i carabinieri vigileranno con rigore. Momenti che uccidono dentro. «Io e mia moglie stavamo dormeno» dice Marco Barbieri «Siamo stati svegliati dall’acqua che aveva già inzuppato il piumino. Siamo fuggiti in pigiama. L’acqua in breve ha raggiunto il metro. Sono sensazioni che ti uccidono dentro». Settimia Bellotto, pure di Battaglia, racconta la disavventura occorsa al figlio, che lavora in una ditta di Caselle di Selvazzano con sede in una delle vie allagate: «Ha dovuto assistere impotente alla scena della sua auto nuova che veniva inghiottita dalle acque». Museo salvato con ansia. Riccardo Cappellozza, fondatore e cuore pulsante del Museo della Navigazione fluviale, racconta i febbrili momenti del salvataggio di parte del patrimonio del museo: «Nonostante i miei 83 anni ho dovuto spostare ben sei armadi pieni di documenti preziosi. Una gara contro il tempo, poichè l’acqua avanzava. Alla fine sono andato dal medico e mi ha somministrato un calmante. La verità è che questi disastri non succedono solo perchè piove troppo, ma per i tanti interventi non fatti nel corso degli anni. Delle colpe ci sono». I circa 600 sfollati complessivi, tra Battaglia, Bovolenta e Montegrotto, la dicono lunga sul tributo pagato da Padova anche a questa alluvione.

Renato Malaman

 

«L’ambiente non si salva con 30 milioni»

Ermete Realacci: più risorse alla difesa del territorio e il piano casa del Veneto è un errore

ROMA «Non bastano i 30 milioni di euro stanziati dalla Legge di Stabilità per la difesa del suolo. Noi ne avevamo chiesti 500. E il Veneto oltre che essere in grave ritardo con i bacini di laminazione, con il Piano casa 3 va nella direzione sbagliata: ancora cemento. Eppure Zaia aveva garantito il consumo zero del territorio». Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente e Lavori pubblici della Camera e presidente onorario di Legambiente, conosce bene le emergenze venete: qualche mese fa era a Vicenza con il sindaco Variati a monitorare il Bacchiglione, che ad ogni pioggia minaccia la pianura con il dramma alluvioni. E nell’ottobre scorso ha fatto approvare una risoluzione per i 50 anni della strage del Vajont. Onorevole Realacci, il governo ha assegnato poche risorse alla difesa del territorio martoriato da frane e alluvioni. Lei che ne pensa del ministro Orlando? «Mi ha deluso perché aveva preso degli impegni in Commissione che poi non ha rispettato. I 30 milioni assegnati sono una cifra ridicola. Questo Governo ha fatto bene perché ha ridato credibilità e prestigio internazionale all’Italia, ma ha un limite strutturale: non riesce a dare un’idea di futuro. Eppure siamo il Paese con la seconda industria manifatturiera dell’Ue che si salva grazie all’export: siamo fortissimi nella competizione internazionale mentre i consumi interni sono crollati. Ci vogliono idee nuove per ripartire e la difesa idrogeologica del territorio dev’essere una priorità». Si parla tanto di «Jobs Act», ma per l’ambiente come può essere coniugato? «Dal 1945 ad oggi i danni causati dalle calamità naturali ammontano a 240 miliardi di euro. E proprio per mettere in sicurezza il territorio la commissione Ambiente della Camera ha chiesto di stanziare 500 milioni l’anno. E poi abbiamo proposto di allentare il Patto di Stabilità interno per consentire agli enti locali di investire nella prevenzione e manutenzione del territorio e nel contrasto al dissesto idrogeologico. Il lavoro si crea con il coraggio di investire nella difesa dell’ambiente, con un piano antisismico, con un’enorme spinta per l’edilizia di qualità. L’anno scorso il credito d’imposta e l’ecobonus hanno prodotto 19 miliardi di euro di investimenti e secondo il Cresme e il Servizio Studi della Camera qualcosa come 280mila posti di lavoro. Questo deve essere uno dei centri del Jobs Act e del nuovo patto di governo». E del Piano casa del Veneto lei che ne pensa? «Mi ha stupito questa nuova legge approvata dalla Regione, che contraddice gli impegni che il presidente Luca Zaia aveva assunto con noi: stop al consumo del territorio. Il Bellunese è sommerso dalla neve e al buio, mezzo Veneto alluvionato: ci vogliono interventi rapidi e di grande efficacia».

Albino Salmaso

 

Zaia decreta lo stato di calamità in tutto il Veneto

«Il Governo agisca immediatamente, servono due miliardi Necessario un piano Marshall per il riassetto del territorio»

VENEZIA «Ho firmato il decreto che dichiara lo stato di calamità per maltempo in tutto il Veneto, abbiamo stanziato un milione per gli interventi più urgenti della Protezione civile». Teso in volto, Luca Zaia riemerge dalla seduta di giunta e accompagna il provvedimento con parole allarmanti: «Il quadro idrogeologico è peggiore di quello del 2010, l’anno dell’alluvione, e le previsioni non sono benevole. La grande incognita è la temperatura, questi dovrebbero essere i giorni della merla, i più freddi dell’anno e invece lo scirocco sta sciogliendo le nevi. Se il termometro non scenderà, i metri di neve che sono caduti in montagna si riverseranno nei fiumi già ingrossati, con conseguenze devastanti». Ora l’iter dello stato di calamità prevede che i sindaci censiscano i danni e che la Regione raccolga l’intero dossier veneto e lo trasmetta al Governo, sollecitato a stanziare le risorse finanziarie e a nominare un commissario all’emergenza dotato di poteri speciali: «Chiediamo al Consiglio dei ministri di agire immediatamente, non transigeremo su questo. I danni? Incalcolabili: basti pensare alla slavina che ha letteralmente distrutto impianti di risalita come quello sulla Marmolada, o al fatto che la stagione turistica della nostra montagna è stata cancellata dai black out e dalle nevicate, con un -97% già a Natale, mentre incombe il pericolo valanghe. È uno scenario allucinante. L’unico punto positivo è che le 925 opere realizzate dal 2010 a oggi ci hanno permesso di respirare: senza questi interventi, Soave sarebbe stata sommersa e così Meduna di Livenza. Il vero problema riguarda la tenuta e la consistenza di chilometri e chilometri di argini, alcuni dei quali risalgono ai tempi della Repubblica Veneta. Ma le criticità sono analizzate, il piano delle opere è pronto: per completarlo occorrono 2 miliardi, finora abbiamo speso 400 milioni, ora siamo in ginocchio e ci servono i fondi promessi da Roma. Ci vuole un piano Marshall per la sicurezza del territorio, non esiste solo Fiumicino, lo dico anche ai direttori delle testate nazionali». In queste ore, un aiuto prezioso arriva da Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia che hanno inviato uomini e mezzi, soccorsi anche da Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna: «I volontari al lavoro sono 2.670, più altrettanti tra dipendenti pubblici, vigili del fuoco e forze dell’ordine», fa sapere l’assessore alla Protezione civile Daniele Stival «in montagna stiamo ripulendo i tetti delle abitazioni e l’Enel ha restituito la corrente alle utenze. Quanto all’aspetto idrogeologico, il problema più acuto è sul versante del Fratta-Gorzone a Bovolenta, dove sono in corso le evacuazioni, e stiamo monitorando minuto per minuto anche il bacino del Livenza. I problemi non finiscono qui, le precipitazioni scaricheranno una valanga di detriti sulle spiagge: a quattro mesi dalla stagione estiva, si imporrà una bonifica radicale». Anche Maurizio Conte rivendica l’efficacia dei lavori di prevenzione: «Dove abbiamo potuto intervenire senza ostacoli o ricorsi amministrativi, il sistema di salvaguardia ha retto», sostiene l’assessore all’Ambiente «purtroppo il sistema fluviale secondario non regge più, troppi corsi d’acqua sono al limite, Genio e Consorzi stanno centellinando gli sversamenti. Abbiamo chiesto che gli investimenti per fronteggiare il rischio idraulico siano scorporati dal Patto di stabilità, aspettiamo una risposta dal Governo». Nel frattempo, puntualizza Roberto Ciambetti (Bilancio), il milioncino stanziato è stato attinto dal fondo di riserva della Regione. Poi, si vedrà.

Filippo Tosatto

 

A Vicenza la piena non fa più paura

Una giornata di passione a Oderzo e Motta, migliora la situazione anche nel Veneto Orientale

VENEZIA – Resta allarmante la situazione nelle province del Veneto. Allagamenti e sfollati nella Bassa Padovana, rischio di valanghe nella montagna bellunese reduce dal black out che ha lasciato al buio migliaia di famiglie; ora sono intere frazioni dolomitiche che rischiano di rimanere isolate a causa delle slavine che insidiano le strade di collegamento. Esemplare il caso di Arabba, a lungo isolata, ma il timore è che la stessa sorte tocchi ad altre zone della provincia. Altri punti delicati sono quelli della Val di Gares e della Valle di San Lucano. Ma anche il Fedaia e in generale i passi montani che sono chiusi in via precauzionale; sconsigliati i fuori pista. Grave il quadro del Veneto Orientale: Portogruaro lamenta danni per una quarantina di milioni; San Stino di Livenza, duramente colpita, respira con il rientro a casa delle prime famiglie evacuate, la riapertura dell’ingresso in A4, il ritorno dei ragazzi a scuola nella giornata di oggi. Non così si può dire per San Michele al Tagliamento, che deve fare i conti con l’acqua che ancora minaccia le abitazioni nella zona di Sant’Anna e Malafesta. Anche nella Marca trevigiana quella di ieri è stata una giornata di passione. L’Opitergino-Mottense, la zona più colpita dal maltempo, ha dovuto affrontare l’emergenza allagamenti. Migliora la situazione delle campagne di Lorenzaga, ridotte ad un acquitrino nella giornata di lunedì. In compenso le scuole di Motta, Meduna e Gorgo oggi riapriranno. Nel Vittoriese il piazzale di un’autofficina di Fregona è crollato danneggiando due auto e un trattorino. La Pedemontana ed il quartiere del Piave sono stati costellati da continuismottamenti di terreno. A Castelfranco, in via Nogarola, è franato l’argine del Muson: la strada rimarrà chiusa fino a fine mese. Nel Coneglianese si allarga il numero delle case allagate a causa dell’improvvisa crescita delle falde acquifere. In mattinata, a Prà de Gai (Portobuffolè) i vigili del fuoco hanno recuperato le carcasse di circa 600 pecore affogate giorni fa quando la piena di Livenza ha investito il loro gregge. E Vicenza? Letteralmente sommersa dall’alluvione delo 2010 e minacciata nuovamente dal Bacchiglione? «L’emergenza è passata senza causare particolari danni in città», fa sapere il sindaco Achille Variati «nonostante si siano verificati alcuni allagamenti, vaste zone che in passato hanno subito danni sono rimate asciutte grazie ai lavori realizzati per la salvaguardia del territorio negli ultimi anni. Rimane alta l’attenzione per il Retrone». Le precipitazioni in attenuazione fanno prevedere un costante abbassamento del livello del Bacchiglione, sceso sotto il livello di guardia e attualmente sotto quota 4 metri. Rimane monitorata la situazione del Retrone, il cui livello continua a scendere ma molto lentamente e per questo motivo rimane lo stato di allarme.

 

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