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L’analisi di Paolo Spagna, presidente regionale dell’Ordine dei geologi

«Manutenzione di fossi e fiumi. E speriamo che la neve non si sciolga» 

TREVISO «Il materasso alluvionale è saturo, l’acqua fuoriesce non appena trova uno sbocco. Il materasso è lo spazio in cui ci sono le falde, nel catino fra piano campagna e livello impermeabile, fra il Montello e il capoluogo. È pieno, e se arriva ancora acqua… Non si può far altro che pompare, sperando in un clima più normale. E va ripensare completamente la difesa del suolo, fermando la cementificazione. E che le istituzioni, finalmente, ci ascoltino».

Paolo Spagna, 61 anni, rodigino, è il presidente dell’ordine dei Geologi del Veneto, da anni impegnato nelle battaglie per la difesa dell’assetto idrogeologico della regione, per far entrare la cultura della prevenzione laddove il tempo è scandito ormai dalla recidiva delle emergenze alluvionali.

Dottor Spagna, proviamo a spiegare cosa sta succedendo. Ci sono 20 Comuni dove le falde si sono alzate e l’acqua fuoriesce da scantinati, garage, rampe, pavimenti…

«Due premesse. Una è la piovosità degli ultimi tempi: non eccezionale, ma continua. In un suolo sempre più cementificato, più impermeabilizzato. In questo contesto, il suolo della Marca ha elevata permeabilità, i flussi di acqua hanno riempito il materasso, fino a saturarlo. La linea delle risorgive è sopra Treviso, lo sbocco naturale è lì a nord».

Cosa si può fare, adesso? «Continuare a pompare acqua, aspettando che si esaurisca il carico idrico. In teoria, si potrebbero anche svuotare le falde, con il cosiddetto dewatering, ma è costoso, e rischia di essere inutile. Si crea depressione, possono defluire le acque dalla montagna, si torna al punto di prima. Fortuna che su è nevicato, altrimenti…»

Altrimenti?

«Un disastro, qui in pianura, vista la quantità di neve caduta. Fosse stata pioggia, si finiva male. E c’è da sperare che la neve resti sui monti, non si sciolga tanto presto».

Si poteva prevedere questa saturazione delle falde?

«Con un piano di previsione, si. Ma non ce l’ha quasi nessuno, non c’è per la provincia di Treviso. Sarebbe di grandissimo aiuto a Protezione Civile ed enti locali».

Concretamente, cosa si dovrebbe fare?

«Lo studio idrogeologico del territorio, l’analisi delle falde dei loro movimenti storici, negli ultimi 50 anni. Le tecnologie satellitari, oggi, consentono di intervenire in tempi rapidi».

Quali i tempi? E soprattutto, viste la casse vuote degli enti locali, con quali costi?

«Almeno due anni di studi. I costi? Fra le 8 e le 10 volte inferiori di quelli degli interventi dopo un’alluvione. I conti si fanno presto».

A proposito di alluvioni, per i fiumi a rischio esondazione si parla dei bacini di laminazione. Ma se sta realizzando solo 1, su 11 progetti.

«Indispensabili, se si vogliono evitare le piene. Anche perchè consentono agli argini di imbibirsi nel modo giusto».

Dica 3 cose da fare subito per evitare nuovi disastri.

«Manutenzione di fossi, canali e fiumi. Frenare la cementificazione, che ha aumentato a dismisura le zone impermeabillizzate, dove l’acqua non defluisce. E il piano di prevenzione. C’è un disegno di legge alla Camera perchè si creino gli uffici geologici del territorio».

I geologi come «assessori tecnici» al suolo?

«Assessori no. Ma sentinelle sì. Serve anche un completo ripensamento culturale e di approccio, in un Veneto troppo antropizzato».

(a.p.)

 

La Marca ora galleggia danni per venti milioni

Settecento le famiglie sott’acqua, situazione drammatica a Villorba

Coneglianese: allagate case, scuole e aziende. L’esercito a Cimadolmo

CONEGLIANO – Venti milioni di euro. È il primo, parzialissimo conteggio dei danni provocati dall’innalzamento delle falde. Un mare di soldi finito a bagnarsi fino a consumarsi. Case, scantinati, condomini, garage, capannoni, attività produttive, scuole ed edifici pubblici: ovunque, nella fascia delle risorgive della provincia, l’allerta resta altissima. Perchè sono ancora poco meno di 700 le famiglie con i piedi nell’acqua, e il conteggio dei danni sta già diventando proibitivo. La prima stima “monstre” arriva da Villorba, con il Comune che raccoglie le stime dei danneggiamenti fino alle 12 di domani in municipio, via mail fino a sabato. Ma tra capannoni e abitazioni, il sindaco Marco Serena non è tranquillo: «Previsioni? Non saremo molto distanti dai 10 milioni di euro di danni. E a Fontane e Carità l’emergenza non è certo finita». La situazione resta molto preoccupante anche a San Fior: «La falda sta mettendo in ginocchio un centinaio di famiglie», conferma il sindaco Gastone Martorel, «il sottopasso di via Codolo è impraticabile: cinque-sei auto sono rimaste intrappolate, c’è acqua alta quasi un metro». Resta problematica la situazione anche a San Vendemiano: «Il primissimo conteggio delle emergenze ci porta ad almeno 300 mila euro di danni», spiega Sonia Brescacin, «sul sito del Comune i cittadini troveranno il modulo per presentare richiesta danni». Ma fioccano anche nuove segnalazioni a Orsago (danni per centinaio di migliaia di euro) e a sud di Godega, principalmente a Bibano di Sotto. Il monitoraggio di Mareno resta quello con la situazione più complicata: in 250 con piedi a mollo, danni per almeno 5 milioni di euro. Anche se la falda comincia a dar segni di cedimento c’è poco da stare allegri. Acqua pure a Vazzola, con guai anche alla scuola, 30 famiglie sott’acqua e oltre un milione di danni. A Cimadolmo il livello delle falde è sceso in via Roro si sta rientrando nella quasi normalità rimangono circa una 15 di unità abitative con elevata criticità. Nel pomeriggio è arrivato l’esercito, con il 3° Reggimento Genio Guastatori di Udine. Lasciata la Sinistra Piave, le criticità non si fermano. «I guai coinvolgono 60 interrati, soprattutto nella zona di Varago», conferma Floriana Casellato, sindaco di Maserada, «d’altronde ho sempre sostenuto che costruire quel condominio in via Kolbe era un errore. Ora dobbiamo reagire, per questo convocheremo un’assemblea pubblica con i cittadini per spiegare come quantificare i danni: a tutti verrà fornito l’apposito modulo». Il monitoraggio di Carbonera registra danni per 200 mila euro a Vascon (una ventina le abitazioni coinvolte). Sta andando meglio a Breda (danni per 5 mila euro a una famiglia di Pero) e a Ormelle (problemi sono in un condominio di via Gere). Caso a parte quello di Borso: a Semonzo sono in 32 a vivere l’incubo. Il nuovo fronte è il capoluogo, con una falda che si sta alzando a San Pelajo: anche Treviso si allarma. L’unico a sorridere, pur pensando a chi sta peggio, è il sindaco di Santa Lucia, Riccardo Szumski: «Abbiamo investito circa 50 mila euro per riaprire fossi e sistemare le criticità. La speranza è che molti seguano il nostro esempio».

Massimo Guerretta

 

Tracima lo scolo del Ca’ Foncello via dell’Ansa frana nella scarpata

TREVISO – Quattro famiglie, anziani soprattutto, che rischiano di ritrovarsi isolate per il cedimento della strada, letteralmente inghiottita dalla frana della scarpata. Un’intera area agricola che rischia di non poter essere più raggiunta dai mezzi per la coltivazione dei campi e poi, a più vasta scala, un’area protetta che sta crollando sotto il peso delle acque e forse di una pianificazione che doveva e poteva essere fatta in altro modo. È la realtà che si sta vivendo in queste ore in via dell’Ansa, a Treviso, una delle zone più affascianti lungo il Sile, dove i residenti sono in allerta. Le piogge degli ultimi giorni hanno appesantito il terreno e gonfiato l’unico canale di scolo della zona, quello dove confluiscono gli scarichi privati di tutte le abitazioni nell’area ma anche quello del grande impianto di lavanderia del Ca’ Foncello che è stato convogliato proprio su quel rigagnolo. Risultato? La furia dell’acqua ha consumato le sponde facendone crollare un tratto lungo oltre 40 metri in parte occupato da via dell’Ansa, la strada che serve tutte le case di via dell’Ansa. Adesso le auto passano a stento, rasentando un salto di 60 centimetri che poi crolla nella fossa del canale di scolo. Ma non passano nè i mezzi della raccolta immondizie nè quelli del gas (tutte le abitazioni hanno la bombola esterna). Figuriamoci i trattori. Intervenire? Pressochè impossibile per i residenti perchè ripristinare la sponda costerebbe migliaia di euro, che le famiglie non hanno. «Qui serve l’aiuto del Comune», dicono gli abitanti del posto. Già, mica facile, perchè la strada è privata, proprietà e cura dei frontisti, e l’amministrazione si ferma al confine. L’alternativa più semplice sarebbe quella di trovare un accordo tra proprietari dei terreni e spostare la strada in una zona che non sia soggetta a crolli, lontano dal canale. Ma anche qui a mettere lo stop è l’Ente parco Sile che tutela alberi e siepi che verrebbero spianate per lasciar passare a strada. «Noi cosa possiamo fare?», dicono gli abitanti. Allo sconforto per gli ostacoli burocratici e i costi della manutenzione si aggiunge la paura di nuovi crolli e nuovi cedimenti. La frattura nel terreno è spaventosa ed evidente. «Se piove ancora, e il canale si gonfia rischia di franare ancora», magari sotto il peso di un’auto di passaggio. «Ca’ Sugana ci deve aiutare». I lavori fatti tre anni fa e pagati anche dal Comune? Non sono bastati.

(f.d.w.)

 

Bomboniere da buttare a S. Vendemiano. Colle, via alle verifiche 

SAN VENDEMIANO. La falda scoppia anche nel centro di San Vendemiano. Nel seminterrato di un condominio di via De Gasperi 14, quasi di fronte al municipio, si contano già migliaia di euro di danni. «Abbiamo dovuto buttare la merce che avevamo nel magazzino», racconta Edi Celotto, titolare del negozio «Tiffany». Lì vi sono quattro attività commerciali e sopra abitano sette famiglie. Il negozio di dolciumi e bomboniere è stato il più colpito. Anche lì da una decina di giorni vi sono in funzione sei pompe, per svuotare i seminterrati dall’acqua che esce a seguito dell’innalzamento delle falde. «L’assicurazione non risponde per questo tipo di danni», spiega il negoziante «siamo andati in Comune per chiedere come fare ad ottenere dei risarcimenti. In vent’anni che sono qui non era mai successa una cosa simile». Se a San Vendemiano il problema è riconducibile alla falda, a Colle Umberto è uno strato di argilla all’origine degli allagamenti sul Menarè. L’ipotesi è stata formulata ieri dai tecnici del Consorzio di Bonifica Piave in sopralluogo insieme al sindaco Giuseppe Donadel. Prosegue intanto l’allarme allagamenti che interessa una cinquantina di famiglie tra le vie Madonna della Pace, Don Minzoni e Adige. «Verificheremo concessioni e criteri di realizzazione dei piani interrati», annuncia intanto il sindaco. «Alcune case sono state vendute chiavi in mano  con le pompe dentro».

(f.g.)-(di.b.)

 

«Canali, saltata la manutenzione»

L’ex assessore Giuseppe Basso punta il dito sull’amministrazione: subito i lavori

TREVISO «Attenzione, in zone a rischio della città serve manutenzione: a San Lazzaro il fogliame ostrusice scoli fondamentali, scarichi così intasati non si sono mai visti». Il grido di allarme per la città arriva da un addetto di lavori. Bepi Basso, oggi consigliere ai Trecento della lista Gentilini, ma dal 2003 al 2013 assessore i ai lavori pubblici, anni in cui ha affrontato la grande alluvione del 2005 (mezza città sott’acqua) e quella del 2010 che allagò S. Zeno, S.Vitale e Canizzano. «Anche l’ultima ondata di maltempo deve suggerire alla giunta di prestare la massima sensibilità, invece mi sembra ci sia scarsa attenzione», dichiara l’ex assessore, «a SanLazzaro diversi residenti mi segnalano che alcuni giardini si sono allagati perché le canalette della tangenziale non scolano bene. Lì c’è competenza mista fra Veneto Strade e Comune, ma è bene monitorare la situazione. Ancor più grave quanto vedo vicino alla rotonda, nella zona del Fuin: gli scarichi delle condotte che dovrebbero finire sul fosso sono completamente ostruiti dal fogliame. La zona è veramente delicata, lì bisogna avere mille occhi, controllare sempre. E lo dico per esperienza…». Basso si rivolge direttamente alla giunta: «Sono scarichi che sono fondamentali, e vanno tenuti sempre costantemente puliti, per non ritrovarsi sott’acqua» E sempre sul deflusso delle acque in città, l’ex assessore segnala anche l’annoso problema della Storghetta, a Fiera, in via del Daino. «Il tratto terminale della Storghetta deve essere ripulito dalle erbe acquatiche, per favorire il deflusso, specialmente nell’ultimo tratto, che è zona depressa e molto umida: basta un niente, un tappo di erbe o alghe, o un altro tappo artificiale, che non scarica più nello Storga e la zona va sott’acqua». In questo caso la competenza è del Genio Civile… «Ed è noto che non ha molte risorse, almeno sul fronte idraulico», aggiunge subito Basso, «nel mio mandato avevo raggiunto un accordo che somigliava a una staffetta: una volta intervenivano loro, una volta noi come amministrazione…».

(a.p.)

 

MALTEMPO »IL REPORTAGE

«Maledetta acqua sgorga dappertutto»

Da Mareno a Vazzola: zampillano persino le prese di corrente

MARENO DI PIAVE – Da Mareno a Vazzola l’emergenza falde ha il volto di quasi 500 famiglie che da due settimane vivono senza sosta l’incubo dell’acqua che si porta via mobili ed elettrodomestici, che ha raggiunto livelli anche di un metro dentro scantinati, taverne, lavanderie, garage. Accanto a loro ci sono i visi stanchi del volontari della Protezione civile, giunti da tutta la provincia: sono in 60 solo a Mareno, al lavoro anche 18 ore al giorno, qualcuno non torna a casa da giorni, dorme nella sede di Soffratta. A loro si aggiungono i militari dell’esercito. Basta guardare tutti loro per capire cosa si vive da giorni in questi due paesi. Qui l’acqua arriva da sotto e non risparmia nulla. A Visnà la pressione ha persino fatto sollevare metri e metri di piastrelle dell’archivio della scuola elementare, danneggiando i documenti che vi erano custoditi. Il Comune si è visto costretto a dover scoperchiare i pavimenti per garantire la sicurezza di alunni, insegnanti e bidelli. Ma non è l’unico caso. «Complessivamente nel Ccomune di Vazzola abbiamo stimato danni per un milione di euro», spiega il vicesindaco Claudio Modolo che monitora personalmente la situazione insieme alla Protezione civile. E il conto sembra destinato a crescere. Lo sa bene la famiglia Pizzato: la loro casa in via Campagnola è una delle più colpite. L’acqua ha toccato il livello di un metro ed esce anche dalle prese della corrente. Hanno dovuto segare il legno e i mobili della taverna per salvarli, hanno danneggiato bagno, lavanderia, garage. «Solo per il risanamento ci hanno chiesto tra i 70 e i 100 mila euro, complessivamente abbiamo almeno 150 mila euro di danni», spiega Fortunato Pizzato. Lui fa l’idraulico e ha attivato tutte le soluzioni possibili per salvare la sua casa che è lì da 25 anni e ora per la prima volta è il teatro di una scena pietrificante. «Abbiamo in funzione un trattore, un’idrovora da 150 di diametro, una con il motore di un camion, abbiamo 11 pompe e scavato anche un pozzo fondo sette metri, in un giorno e mezzo abbiamo consumato 10 ettolitri di gasolio per 1.660 euro», spiega. Nel suo giardino scorrono anche 450 metri di tubi, eppure, non basta. «Abbiamo smantellato tutto, siamo stati costretti a installare paratie alte un metro». In quella zona non si era mai visto nulla di simile. «Mio nonno ha 87 anni, è qui da sempre, non ha ricordi di episodi del genere», racconta il figlio, Davide Pizzato. Storie simili in via Rivere e in via Del Mas, nel centro di Vazzola. A pochi chilometri di distanza c’è Mareno, il centro con la situazione più grave secondo l’assessore provinciale alla protezione civile Mirco Lorenzon. Strade chiuse per lasciar passare i tubi, getti d’acqua che escono dalle case trasformando le vie in rigagnoli. Qui il rumore delle pompe che si sente a metri di distanza. Via Canova, via Sile, via Calmessa, via Papa Luciani, via Donatori del Sangue sono solo alcune delle circa quindici arterie colpite, sono quelle in cui la situazione è più disperata. La falda ieri si abbassata di 3 centimetri, ma nei giorni precedenti era cresciuta di 15. E continua a piovere e a crescere il numero delle famiglie invase dall’acqua. Persino la pompa dell’esercito in via Donatori del Sangue non ha retto lo sforzo: ieri ha ceduto un’elettrovalvola. «C’è stato un black out ma nel giro di 15-20 minuti l’abbiamo aggiustata», spiega il maresciallo Luigi Salvarese del ottavo reggimento genio guastatori paracadutisti quinta folgore presente con 6 uomini. A non reggere più sono soprattutto i residenti, costretti a fare i turni per sorvegliare le pompe, a spendere anche 9 mila euro in una settimana, a rifare muri, a buttare mobili ed elettrodomestici, a vivere con i sacchi di sabbia e le pompe in casa. «Ringraziamo la protezione civile, stanno qui giorno e notte, sono i nostri angeli», dice Carla Silvetrin mentre guarda l’acqua uscire dalle pareti della sua casa, in via Calmessa. «Se spegniamo un attimo le pompe il livello sale subito», spiega il marito Stefano Secco. La loro vicina, Joy Luvison, ha appoggiato il tavolo della taverna sopra ruote accatastate per salvare il legno. «Avevamo fino a ieri 10 centimetri d’acqua», ha raccontato ieri. Non va meglio in via Canova, dove si rivive l’ansia del novembre 2012. «Era già successo tre anni fa, ma stavolta è un disastro», racconta Antonio Fornaro mentre mostra come l’acqua risale persino lungo le tubature, fin dentro i lavandini. Antonio ieri pomeriggio ha lavorato a lungo per trascinare fiori l’acqua dal suo garage, fin dentro ai tombini, ma è un incubo che non si frena. «Continua a salire», dice, «viene su dal pavimento». Qui c’è anche l’ansia degli sciacalli: le famiglie hanno visto gente aggirarsi con aria sospetta tra le case, temono i furti del gasolio per cui spendono già chi 10, chi addirittura 13 euro l’ora. «Paghiamo il mutuo per una casa che è distrutta, che nessuno ci comprerà più», protestano in via D’Aviano. Sono 250 le famiglie che sono in queste condizioni a Mareno, in loro soccorso ci sono volontari di associazioni diverse. «Abbiamo turni di 40 persone con picchi anche di 60», spiega Monia De Cicco dalla sala operativa della protezione civile. Se a Vazzola il danno è stimato in un milione di euro, qui si parla di almeno il triplo. L’amministrazione comunale però non ha ancora dati ufficiali. «Abbiamo fatto un censimento per raccogliere informazioni sull’entità dei danni, su quanti sono i cittadini e le famiglie colpite e su quanto stanno spendendo», spiega Andrea Modolo, assessore ai lavori pubblici che segue le situazioni sul campo. Il sindaco Gianpietro Cattai ha scritto all’autority per l’energia e il gas, per chiedere che vengano tagliati i costi a chi chiede di aumentare la potenza dei contatori dell’elettricità.

Renza Zanin

 

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