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Il prezioso archivio dell’agenzia fotografica, con più di 300 mila negativi, è a rischio. Il titolare: «Qualcuno ci aiuti»

Un patrimonio culturale che sta andando in briciole. Non è una metafora, ma la fine che faranno tra poco centinaia di migliaia di lastre e negativi della storica agenzia Cameraphoto. Un archivio enorme e prezioso con la vita di Venezia, i luoghi, i personaggi e gli eventi più importanti dell’ultimo secolo. Scatti d’autore, scoop fotografici, ritratti di rara bellezza. Conservati per decenni e adesso ad alto rischio.

«Dobbiamo trasferirli in digitale, ma le scansioni portano via tempo e lavoro. Non ce la facciamo», dice disperato il titolare dell’agenzia fotografica Vittorio Pavan. La sede di Cameraphoto è un ex magazzino dietro la chiesa di Santi Apostoli, a Cannaregio. Un piano rialzato dove sono stipati in buste di nylon e scatole di cartone 300 mila negativi in bianco e nero. Pellicole che raccontano la storia recente di Venezia e della laguna, l’arte, la politica, il costume. Un tesoro artistico e documentale che il tempo sta distruggendo.

«Negli ultimi quattro anni», racconta Pavan, «abbiamo scansionato 20 mila negativi. Un lavoro enorme, perché bisogna sistemare la foto, pulirla, identificare i personaggi fare le didascalie. Ma i negativi sono più di 300 mila. Non ce la faremo mai».

L’Unesco, L’Unione europea, ministri e assessori esprimono il loro plauso all’archivio veneziano tra i più famosi nel mondo. Ma alla fine nessuno interviene. Non ci sono soldi per acquistarlo, e nemmeno per contribuire al lavoro di archiviazione digitale. E Pavan lancia un appello accorato. Alla ricerca di piccoli sponsor che potrebbero «adottare» una parte dell’archivio, un tema specifico. E finanziarne la digitalizzazione e la pubblicazione in carta. Materiale che farebbe felice non solo i fotografi e gli storici ma anche il pubblico e gli appassionati. Un mondo di scatti artistici che hanno segnato un epoca. Paul Newman e Clarke Gable in laguna, De Gasperi e Maria Callas, Mick Jagger, Yves Montand. Picasso, Le Corbusier. Ma anche le grandi alluvioni, il Polesine nel 1951 e il 4 novembre del 1966, il Vajont e la laguna. Canal Grande di altri tempi, con la gondola solitaria che si fa largo tra il ghiaccio durante il terribile inverno del 1963. Mostra del Cinema, Biennale. Ma anche la Venezia com’era nel dopoguerra, Chioggia e il Lido. Un mondo racchiuso in 300 mila lastre che adesso devono essere salvate.

«Ci vogliono investimenti», dice Pavan, «solo le buste e le scatole a norma costano almeno 30 mila euro. Ma il problema più grande è il lavoro di archiviazione. Io non ce la faccio più».

Che fare? Pavan intende adesso lanciare appelli alle fondazioni, alle Università e agli istituzioni culturali veneziani, a cominciare dalla Biennale e da Ca’ Foscari.

«Con l’aiuto di sponsor di settore e di studenti o giovani con borse di studio che possano archiviare forse ce la facciamo».

Intanto dentro le preziose scatole di cartone – che in qualche caso sono ultrasettantenni – i negativi soffrono. Deteriorati dal tempo e dall’umidità. E la storia recente di Venezia rischia davvero di andare in polvere.

Alberto Vitucci

 

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