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In barca dal Bassanello a Venezia: gli animali, gli argini non sempre curati, le chiuse, i ponti. E i racconti di Maurizio

Padova era e rimane città d’acque, ma la tradizione fluviale si è persa, così come i tanti canali che attraversavano la città, e di cui rimane traccia unicamente nei nomi di alcune strade, non vie ma riviere. La rivitalizzazione di questa splendida risorsa, unica nel suo genere, è diventata anche un tema elettorale sostenuto da più candidati.

Ma basta percorrere qualche chilometro lungo i fiumi, arrivando fino a Venezia, per rendersi conto di come le vie fluviali padovane siano, oltre che poco sfruttate, estremamente trascurate.

Per tracciare un resoconto dettagliato della situazione abbiamo provato, insieme ad un pescatore fluviale, a seguire la riviera del Brenta: una splendida gita, ma non priva di difficoltà, che nel migliore dei casi dura almeno sei ore.

PRIMA TAPPA, LA CONCA DI VOLTABAROZZO

Partiamo dal Bassanello. La prima tappa per uscire dalla città, andando verso Venezia, è la conca di Voltabarozzo: si tratta di un sistema per superare i dislivelli tra una zona e l’altra. Il passaggio è abbastanza agevole: c’è un numero di telefono per avvertire del proprio passaggio, un guardiano attende l’arrivo della barca, apre e chiude la conca. Per arrivare in laguna ce ne sono altre cinque: Noventa, Stra, Dolo, Mira e Moranzani. Tutto va liscio: i guardiani aprono con gentilezza, e si passa senza ostacoli sia all’andata che a ritorno.

Impossibile non notare, però, i particolari: sulle porte della conca di Voltabarozzo cresce l’erba, quelle veneziane sono più organizzate e ben tenute. A Mira ci lasciano anche un dépliant con i numeri verdi e quelli di tutte le stazioncine, in caso di problemi o semplicemente per avvertire.

TRA PADOVA E VENEZIA. LA DIFFERENZA È L’ARGINE

Gli argini sono forse ciò che denota, in modo più eloquente, la differenza tra il territorio veneziano e quello padovano. La zona di Padova, almeno fino a Stra, è estremamente monotona e poco curata. Il fiume scorre placido e sinuoso, le rondini guizzano da una riva all’altra, sfiorano il pelo dell’acqua inseguendo un riverbero di sole. La vista è magnifica, e le possibilità di osservare uccelli e piccoli animali non mancano.

Ma intorno, il disastro. Ci sono soprattutto sterpaglie, erba alta, alberi abbandonati a sé stessi che sembrano sul punto di tuffarsi nell’acqua. Non un approdo, non un ponticello, non una barca a testimoniare che qualcuno, su questo splendido fiume, ogni tanto naviga.

Scorcio d’altri tempi, sull’argine pascola quieto un gregge di pecore, che una volta l’anno passa ancora, rinnovando una tradizione millenaria.

BRICCOLE, FIORI E BARCHETTE

Man mano che si entra in area veneziana la differenza si fa palpabile: lungo la riva iniziano ad affacciarsi briccole, splendide abitazioni private, giardini fioriti, barchette dai nomi estrosi (Chiocciola, Camilla, Cristina, Linetta..), porticcioli, ristoranti sul fiume e negozi a cui si arriva via acqua. Con l’avvicinarsi della laguna aumentano anche i ponti, soprattutto quelli molto bassi.

SI AVVICINA LA LAGUNA E AUMENTANO I PONTI

Qui cominciano le difficoltà: a bordo di una piccola barca basta accucciarsi e scivolarci sotto, ma per le navi è necessario aprire il ponte, e questo può richiedere anche un’ora di tempo. È una delle ragioni per cui il Burchiello non arriva più a Padova: tra le conche ed i ponti, il percorso si fa lungo e pieno di ostacoli.

Il più piccolo imprevisto rischia di allungare tempistiche già di per sé impegnative, rendendo il viaggio più stressante che piacevole.

«IL PROBLEMA È LA TROPPA INCURIA

«Le possibilità di viaggiare su piccole imbarcazioni, sia in città che fuori, in realtà non mancano» commenta Maurizio Destro, che ci ha condotti lungo questo splendido viaggio e che può considerarsi a buon diritto uno dei maggiori esperti in città; «i fiumi sono percorribili, è possibile osservare molte specie di uccelli ed altri animali, il panorama in centro è splendido. Ma l’incuria generalizzata crea tanti problemi, sia estetici sia, soprattutto, per quanto riguarda la sicurezza: a Padova mancano il controllo e la manutenzione, e non è così facile, in caso di pericolo, poter identificare la propria posizione».

Silvia Quaranta

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