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La corsa croata per la ricerca di petrolio e gas in Adriatico allarma il Nordest che chiede l’intervento dell’ Europa. Zaia: «Il nostro vero oro nero è il turismo: vale 17 miliardi»

Ravenna molla l’ormeggio. L’idea di trivellare l’Adriatico per estrarre l’”oro nero” solletica il sindaco della città romagnola che vede un roseo futuro. Ma l’avanti tutta di Ravenna, favorevole a sfruttare un tratto di mare davanti a Chioggia che non è neppure suo, ha come contraltare il no secco del Veneto. Vogliono trivellare il nostro mare? E noi andiamo in Europa a chiedere protezione. Il coro è unanime. Che il “mare nostro” sia una risorsa energetica interessante nessuno lo nega. Ma, si sostiene, il segnale lanciato domenica dall’ex premier Romano Prodi dalla prima pagina del Gazzettino deve fare anche i conti con un bacino fragilissimo dal punto di vista ambientale. Il monito di Prodi è: se non lo facciamo noi lo farà la Croazia che sta già mettendo in atto tutto il possibile per accaparrarsi i migliori giacimenti nel mare comune. E c’è chi questo invito lo raccoglie. «Sono assolutamente d’accordo con Romano Prodi: l’Italia non può rinunciare alla ricerca delle sue materie prime», ha detto il sindaco di Ravenna, Fabrizio Matteucci, aggiungendo di essere favorevole alla ricerca di giacimenti di gas e idrocarburi in Adriatico. Dal Veneto invece il no resta forte, come quello del Comune di Chioggia. «La tutela prima di tutto, soprattutto in territori a statuto speciale come quello di Venezia – sottolinea il sindaco di Chioggia, Giuseppe Casson – In Italia abbiamo un grosso problema energetico e comprendo che si cerchino fonti, ma è anche vero che non possiamo non valutare la realtà in cui operiamo. Siamo un territorio fragile, protetto da una legge speciale che va difeso». Al momento il Veneto produce quasi esclusivamente energia elettrica. Le centrali di trasformazione utilizzano prevalentemente gas naturale, olio combustibile e carbone. Materie che arrivano da fuori. Ma ipotizzare l’utilizzo dell’Adriatico per ampliare questo approvvigionamento per il presidente Luca Zaia è impensabile. «Il nostro oro nero vale 17miliardi e 32milioni di presenze e si chiama turismo – rilancia Zaia – Ed è impensabile che questo catino possa contemplare piattaforme a qualche miglia dalla costa. É ridicolo che qualcuno possa pensare che il Nord Adriatico possa essere comparato al Mare del Nord». Zaia non ha dubbi: la Croazia pensi ciò che vuole, ma il Veneto non arretra. «L’Adriatico va trattato come un’oasi, entrare in Europa significa avere oneri e diritti e in questo caso l’Europa deve intervenire. M’inquieta pensare che il governo non ci pensi. Non possiamo mettere a repentaglio il nostro mare solo perché c’è qualcuno che ha voglia di fare business. Mentre la Germania dice che nel 2020 vuole che almeno il 70 per cento sia energia pulita, noi ci presentiamo con l’olio pesante».
E Zaia non lesina una frecciatina all’amica Croazia con la quale sta portando avanti molti temi economici e ambientali. «Saranno i primi a non trarre vantaggi da quello che stanno per fare – chiosa – Ci sono multinazionali già sul piede di partenza. E se penso all’Istria, ai suoi 150mila abitanti e ai 25milioni di presenze turistiche mi vengono i brividi. Il “petrolio” ce l’hanno già, come noi, e l’obbligo è tutelare questo patrimonio».
L’appetitoso bacino dell’Adriatico è già da tempo oggetto di attenzioni straniere. La compagnia norvegese Spectrum è già attiva il loco e ha confermato che i dati fino ad ora da lei raccolti “indicano una grande potenzialità della parte croata dell’Adriatico”. «É ancora troppo presto per parlare di quantità – sottolinea – ma l’Adriatico orientale è senza dubbio molto attraente per le corporazioni internazionali, dato che è un mare non molto profondo, fatto che riduce notevolmente il costo delle piattaforme per l’estrazione, rispetto ad altre parti del mondo come Africa o Brasile». E il gioco è fatto: la mappa delle “bandierine” lambisce inevitabilmente le acque italiane.
«Se le cose stanno così la prossima mossa sarà quella di portare la questione su un tavolo europeo – sottolinea l’assessore regionale all’Ambiente Maurizio Conte – abbiamo visto in Polesine cosa accade. Se la Croazia trivella fa male anche a noi e a noi dovrà garantire che non si provochino problemi. Per quanto ci riguarda poi, non abbiamo dato autorizzazioni a studi preliminari, chi vuole continuare per quella strada sappia che ci troverà contrari». E che il problema sia meramente ambientale lo sottolinea anche l’assessore competente Massimo Giorgetti. «Noi ci facciamo carico delle responsabilità energetiche, abbiamo accettato di fare il terminal per il gas che Monfalcone e Puglia non volevano e questo per farci carico del deficit nazionale e differenziare i fornitori di metano. Ma più di lì non andiamo. Si muovano le diplomazie». La Croazia è avvisata.

Daniela Boresi

 

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