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I SOSPETTI Non è indicata alcuna accusa, indagati anche Baita e Buson

L’INTERESSATO «Nulla da nascondere, ho chiesto di poter essere interrogato per chiarire»

I PM DI VENEZIA – Un avviso di garanzia e gli atti al Tribunale per i reati ministeriali

L’INCHIESTA La svolta politica dopo le ammissioni di Baita e le dichiarazioni di Giovanni Mazzacurati

Piergiorgio Baita ex presidente della Mantovani spa, è un uomo libero dopo aver patteggiato un anno e 10 mesi di reclusione, pagando di tasca propria 400mila euro. Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, da oltre due mesi è oltreoceano con la moglie, dopo aver dovuto sopportare anche la morte prematura del figlio Carlo, regista di fama internazionale. Sono gli uomini chiave dell’inchiesta sul Mose. I verbali dei loro interrogatori, tuttora coperti dal segreto istruttorio, hanno fornito molte conferme – assicurano fonti accreditate – alla massa di indizi raccolti grazie alle indagini condotte dai magistrati lagunari Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, permettendo di aggredire il livello politico. Sia locale che nazionale. La svolta è vicina? O è solo questione di tempo, quello legato alle scadenze elettorali, tanto per non incorrere nell’accusa della “solita” giustizia a orologeria? Si parla dell’imminenza di arresti eccellenti in grado di sconvolgere gli equilibri economici-finanziari ben oltre i confini del Veneto. L’inchiesta che punta a scoperchiare quella che potrebbe essere la nuova Tangentopoli in salsa veneta, avevano spiegato gli inquirenti, è partita come spesso succede, da una “banale” verifica fiscale in un’azienda di Chioggia, la Cooperativa San Martino impegnata nella costruzione delle bocche di porto del Mose.
Due le date fondamentali. Il 28 febbraio 2013 quando i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria stringono le manette ai polsi di Baita, accusato di aver frodato il fisco con fatture false per 8 milioni di euro. Con lui finiscono in cella anche Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan quando era a capo della Giunta del Veneto, Nicola Buson allora direttore amministrativo della Mantovani e William Colombelli, presidente della Bmc Broker, una delle “cartiere” utilizzate da Mantovani con sede a San Marino. Passano circa 4 mesi e il 12 luglio 2013, tocca a Mazzacurati che solo pochi giorni prima aveva rassegnato le dimissioni dal vertice di Cvn dopo un trentennio di governatorato ininterrotto. Il reato che gli viene contestato è la turbativa d’asta per aver pilotato un appalto per l’assegnazione di lavori in ambito portuale. Il tutto sullo sfondo di quel Mose che una volta completato, nel 2016, costerà 5 miliardi e mezzo di euro. Un moloc in grado di fagocitare finanziamenti e generare fondi neri milionari per ottenere una sorta di pax sociale. Ecco spuntare elargizioni ad associazioni, fondazioni, iniziative. A “libro paga” un vice questore che passava informazioni sotto banco. Si è persino parlato di un generale a tre stelle della Guardia di Finanza, in pensione. E politici. Mancavano le prove. Ora ci sarebbero con tanto di conti correnti criptati all’estero individuati e sequestrati.

 

Mose, indagato l’ex ministro Altero Matteoli

A Venezia se ne parla da mesi, dei possibili sviluppi della maxi-inchiesta su Mose, Consorzio Venezia Nuova e Mantovani, con relativo, supposto coinvolgimento anche della politica. Ora un primo aggancio ai “palazzi” è arrivato: la Procura di Venezia ha infatti avvisato l’ex ministro Altero Matteoli, 74enne, per anni in ruoli chiavi nei governi Berlusconi, della trasmissione di un fascicolo a suo carico al competente Tribunale dei ministri. Il primo passo previsto dalla legge in caso di indagini su un ministro o un ex ministro per presunti reati connessi all’esercizio delle sue funzioni governative.
Dopo gli arresti dell’anno scorso, prima per le false fatturazioni della Mantovani, poi per la turbativa d’asta contestata al Consorzio Venezia Nuova, al lavoro sui possibili seguiti di quelle inchieste c’è la Guardia di Finanza guidata un pool di tre magistrati: Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Ebbene, nel caso di Matteoli, il filone sarebbe quello seguito dalla dottoressa Tonini, più legato al Mose, di cui Matteoli si è occupato a lungo, come ministro all’Ambiente e poi alle Infrastrutture. Al Tribunale dei ministri la Procura ha trasmesso gli atti, senza nemmeno ipotizzare un reato, come prevede la procedura. Massimo il riserbo degli inquirenti veneziani. Di certo, in questi mesi, sono state raccolte molte testimonianze importanti, a cominciare da quella di Piergiorgio Baita e Giovanni Mazzacurati, rispettivamente ex presidenti di Mantovani e Consorzio Venezia Nuova. Il nome di Matteoli potrebbe essere emerso risalendo al percorso dei finanziamenti. All’ex ministro potrebbero essere stati versati fondi attraverso un giro di società a lui collegate. Nei giorni scorsi, l’avviso di trasmissione del fascicolo è stato notificato, oltre che a Matteoli, anche a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson, l’ex direttore amministrativo della Mantovani. Evidentemente tra i coindagati di questo filone. Ora sarà il Tribunale dei ministri – composto da tre giudici sorteggiati nel distretto – a dover valutare gli atti in un’ottica inquirente. Potrebbero non ravvisare alcun reato e chiedere l’archiviazione. Oppure ritenere che non ci sia un reato ministeriale e restituire gli atti alla Procura. Terza ipotesi, nel caso ipotizzino un reato ministeriale, il tutto finirà a Roma per l’autorizzazione a procedere. Per questa valutazione il Tribunale dei ministri ha tre mesi, a cui aggiungere, eventualmente, i tempi romani per l’autorizzazione. Ci sarà da attendere, insomma, anche perché la procedura in qualche modo “congela” anche le posizioni degli eventuali coindagati per reati connessi.
Intanto Matteoli ha già chiesto, attraverso i suoi legali, di essere sentito dalla Procura di Venezia. «Nei giorni scorsi ho ricevuto notizia di un procedimento che mi vedrebbe coinvolto – ha confermato ieri l’ex ministro -. Non avendo nulla da nascondere e non avendo mai percepito alcunché, ho richiesto tramite i miei legali di essere sentito dai magistrati di Venezia, davanti ai quali mi presenterò nei prossimi giorni per chiarire la mia posizione e per fornire ogni chiarimento che mi verrà richiesto».

Monica Aldolfatto

 

IL RITRATTO DELL’UOMO POLITICO

Quei 20mila euro elettorali subito restituiti al Consorzio

Dopo l’arresto di Mazzacurati spuntò un finanziamento del 2006 tornato però al mittente. Una grande attenzione per la salvaguardia

Non si può dire che Altero Matteoli, livornese di Ceccina, si sia risparmiato – da ministro – per Venezia e i grandi appalti del Consorzio Venezia Nuova. A rischio di scivolare su una buccia di banana che le cronache del 2013 liquidarono come un incidente da uffici stampa. Era la fine di luglio. Giovanni Mazzacurati, l’uomo potente che controllava gli affari della salvaguardia dall’acqua alta, era finito in carcere per favoritismi in un appalto. Il pentolone degli intrecci politico-economici ribolliva come non mai e agli ambientalisti era facile chiedere una verifica sulle attività del Consorzio.
Tre giorni prima che Mazzacurati fosse interrogato dal Pm Paola Tonini, il Consorzio aveva diffuso un elenco di contributi elettorali pagati fino al 2008. Zelo comunicativo per allontanare il sospetto di finanziamenti a pioggia ai politici che contano, e per dimostrare che da cinque anni non un euro era finito ai partiti. In quell’elenco apparve il nome di Altero Matteoli per 20 mila euro versati il 16 marzo 2006 al suo Comitato elettorale. Era stato ministro dell’Ambiente dal ’94 al ’95 e dal 2001 al 2006 con Berlusconi. Passato Prodi, era pronto a tornare nel governo, ai Trasporti (2008-2011). Sempre in posti che contano.
La notizia dei 20 mila euro, che pure avrebbe potuto essere dirompente, per il nome del personaggio e per il fatto che si era occupato di questioni ambientali del Consorzio, in realtà venne liquidata con un comunicato. E una richiesta di scuse. Scrisse allora Matteoli: «Il contributo regolarmente elargito nel 2006 dal Consorzio Venezia Nuova a sostegno della mia campagna elettorale, quale candidato alle elezioni per il Senato della Repubblica, è stato interamente restituito non appena ricevuto a cura del mio mandatario». Che anzi indicò prove inconfutabili: «Quanto affermo è facilmente verificabile ed è stato riportato nelle dichiarazioni che i candidati devono depositare, a norma di legge, presso le Corti di Appello competenti (nella fattispecie quella di Firenze) e il Parlamento». Un piccolo “giallo”, non fosse altro che per capire quali ragioni avessero indotto il Consorzio a elargire 20 mila euro (salvo poi riprenderli ineffabilmente indietro). L’Ente non lo spiegò, ma si rammaricò via mail dell’accaduto, scusandosene «vivamente con il senatore Matteoli».
Il ministro ha sempre avuto un occhio di riguardo per le infrastrutture veneziane. Dal porto offshore ai finanziamenti al Consorzio tramite la Banca Europea degli Investimenti, nel 2011. Dai 400 milioni del governo per il Mose, nel 2010, alla produzione delle prime di 156 “cerniere” costruite da una società di Selvazzano Dentro per far alzare le paratie del Mose. Dai piani per le infrastrutture strategiche nel Veneto al Passante Autostradale di Mestre. Un occhio di riguardo ricambiato, ora, dalla Procura.

Giuseppe Pietrobelli

 

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