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Intervista all’ex manager Mantovani. Chisso zitto con il Gip, oggi tocca a Orsoni

il retroscena – Grazie alle mazzette alterate anche le relazioni della Corte dei Conti

il filmato – La busta con il denaro passa da Falconi a Savioli: fondi neri per tangenti

 

QUANTI AMICI GENEROSI HA GALAN

L’EX MINISTRO – Ristoranti, doni, lavori di manutenzione in villa: a lui erano risparmiati i fastidi della vita quotidiana

Non sarebbe stato così pessimista, se solo avesse avuto modo di conoscere Giancarlo Galan. «Credere nell’esistenza dell’amicizia è come credere che i mobili abbiano un’anima», sosteneva uno scettico Marcel Proust. Gli sarebbe bastata una visita a villa Rodella, sui Colli Euganei, residenza dell’ex governatore del Veneto, per cambiare idea: lì, perfino l’ultimo dei comodini ha non solo un’anima, ma pure un cuore. Perché stuoli di generosi amici si sono fatti in quattro per garantire al proprietario una dignitosa sopravvivenza. E lui stesso ne dà loro pienamente atto, in alcuni passaggi del libro-intervista dal titolo “Il Nordest sono io”, opera del giornalista Paolo Possa mai, pubblicato nella primavera 2008, che merita rivisitare oggi dopo la bufera del Mose. È doveroso attenersi alle sue parole, in attesa di accertare se sia vero o no che già allora percepisse una sorta di stipendio- ombra di un milione di euro l’anno (un paio di miliardi delle vecchie lire) dal Consorzio Venezia Nuova. E quel che ne esce è un Galan decisamente mal messo, ancorché da una dozzina d’anni sia presidente di Regione: «Il mio stipendio netto è inferiore a diecimila euro al mese, per dodici mesi,meno di un consigliere», si sfoga. Certo, è pur sempre una cifra tale da non creargli soverchie difficoltà nel fare la spesa, e che gli consente perfino di andare a cena fuori senza aggrapparsi ai ticket- restaurant. Ma c’è qualcosa che non torna, e che induce l’intervistatore a porgli una secca domanda: e come fa a farli bastare, tenendo conto tra l’altro della villa nobiliare in cui vive? Qui salta fuori lo straordinario valore dell’amicizia, sulla quale a quanto pare Galan può fare sconfinato affidamento: «Di buono c’è che, per vivere, non spendo quasi niente. A Natale mi regalano così tanti viveri che vado avanti per mezzo anno ». Quanto all’altro mezzo, nessun problema: «Al ristorante non vogliono mai che paghi». E comunque, la strada che porta alla villa deve richiedere una manutenzione continua, visto il traffico: «Gli uccelli me li regala il tale, il foie gras il tal’altro, sono pieno di vini pregiati che arrivano da mezza Italia». Neppure per coltivare il suo grande hobby, il giardinaggio, deve dannarsi l’anima: «Una volta mi sono visto arrivare un gruppone di amici con dodicimila bulbi; ogni albero nel mio giardino dovrebbe portare un cartellino con il nome di chi me l’ha donato». Insomma, uno che per sua fortuna non deve vedersela con i fastidi della vita quotidiana: ci pensano gli altri. E può quindi dedicarsi a tempo pieno a coltivare rapporti di altro genere, come si può sempre ricavare dal denso libro-intervista. Dove si incontrano la Mantovani e Baita con uno spazio centrale nelle opere pubbliche venete, dal Consorzio Venezia Nuova all’ospedale di Mestre, dalla Pedemontana alla Romea: «Un ruolo che dipende dall’intelligenza e dalla capacità di intraprendere percorsi innovativi», spiega Galan. Che i percorsi siano diversi dai soliti, sembrano pensarlo anche i giudici che stanno conducendo l’operazione Mose; ma verosimilmente in altri termini. In ogni caso, l’ex governatore del Veneto si fa paladino della lotta alle tangenti, anche se esclude che vi sia dedito il suo mondo: «Oggi nella classe politica non vedo corruzione, ma gestione del potere e di privilegi. La vedo più a livello di alta burocrazia pubblica. E se c’è, non è endemica». Spiega comunque di aver messo a punto una ricetta infallibile per arginare una nuova tangentopoli: «Ho cercato di inserire la regola del cambio di ruolo per i funzionari nell’arco dei cinque anni». Preso com’era dalle varie incombenze, deve aver dimenticato di spostare qualcuno, magari anche tra i politici; e lui comunque è rimasto al suo posto, cercando di mantenerlo fino all’ultimo. C’è voluto un diktat di Berlusconi in persona per impedirgli di fare la quarta legislatura da governatore del Veneto, come avrebbe fortemente voluto. È riuscito comunque a realizzare tante sue aspirazioni e tanti suoi progetti. Tranne uno, a cui peraltro teneva particolarmente. Nelle righe conclusive del libro, alla domanda sulla scritta che vorrebbe comparisse sulla sua lapide, Galan risponde citando un verso di Ungaretti: «Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata». Le cronache di questi giorni, e di quelli che verranno, gli precludono perfino l’ultimo desiderio.

Francesco Jori

 

I BUCHI NERI DELLE LEGGI ITALIANE

Vent’anni fa la reazione a Tangentopoli fu forte e generò, fra l’altro, una buona legge sugli appalti, la legge Merloni del 1994, che restituiva trasparenza ai lavori pubblici e all’edilizia, fonti di corruzione diffusa, anche a livello locale. Durò poco purtroppo. Il ’94 segna sul calendario la vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche e l’inizio di continue modifiche peggiorative, fino allo stravolgimento, di quelle norme fondamentali accusate di essere “troppo rigide”, ovviamente. Dopo anni e anni di assuefazione alle “cricche”, quale sarà la reazione oggi a scandali di proporzioni gigantesche come quelli di Expo 2015 e del Mose? Credo che sia del tutto frustrante gettare la croce addosso alla “casta” e/o alla “burocrazia” e chesia invece fondamentale dedicare ogni tempo parlamentare utile a un pacchetto di misure – repressive ma a ncor più preventive – contro la corruzione e alla riforma della giustizia. Sulle quali si gioca, assai più che su una discutibilissima e sempre più impantanata “riforma” del Senato, la credibilità, “la faccia” del governo guidato da Matteo Renzi. E non è per niente facile. Lo scasso della legge Merloni sugli appalti e quello di talune norme essenziali sui processi è stato compiuto o tentato da ministri, a cominciare da Alfano, presenti nell’attuale governo. Mentre la maggioranza “per le riforme” è sostenuta da Berlusconi che porta talune gravissime responsabilità: la legge- obiettivo del 2001 che sintetizzava il peggio del Mose rendendo“ normali” tutti gli aggiramenti della concorrenza fra le imprese (“protette” e, di fatto, oligopolistiche) ed estendendo il manto di una onnipotente Protezione Civile. Dopo i grandi appalti assegnati in forma “discrezionale”, pure quelli fino a 500mila euro furono espletati “a trattativa semplificata”, senza una vera gara pubblica, favorendo il diffondersi della corruzione a livello locale. Tanto più che il racket, in cerca di occasioni per “ripulire” i grandi profitti criminali, era risalito al Nord e si infilava nella fase attuativa delle opere pubbliche, nei subappalti. Nel solo Veneto esse valevanonel2009ben7,3miliardi. Nel 2011 l’inascoltata Autorità di vigilanza sui pubblici contratti (Anpc) denunciò che, in tutta Italia, il 28per cento degli appalti (per 28 miliardi di euro) era stato assegnato così. Poco prima che esplodesse la “bomba” di Expo 2015, il ministro Maurizio Lupi ha proposto, significativamente, di far rientrare quella Autorità all’interno del suo Ministero delle Infrastrutture. Invece abbiamo più che mai bisogno di Autorità “terze”,neutrali, attrezzate, che prevengano e svelino quella selva di intrallazzi, di tangenti pagate a esponenti di ogni partito, di sovraccosti (del 40 per cento) scaricati sui soliti contribuenti. Matteo Renzi ha preso di petto spesso le Soprintendenze responsabili, a suo avviso, di bloccare questo o quel lavoro, ha attaccato in blocco la burocrazia all’insegna della “semplificazione”, dello “Sblocca-Italia”. Ma i controlli strategici, preventivi, degli organismi di tutela devono esserci. Eccome. L’ultimo Rapporto dell’Unione europea sulla corruzione reclama misure molto più incisive della legge Severino del 2012: rendere meno brevi le prescrizioni, ripristinare il reato di falso in bilancio, colpire l’autoriciclaggio e altro ancora. Secondo “Trasparency International”, i processi estinti per prescrizione sono da noi sul 10-11 per cento contro lo 0,1-2 per cento appena della Ue. Prescrizione breve e giustizia lenta lasciano impuniti tanti amministratori pubblici, politici, imprenditori delinquenti e incoraggiano altri a rubare. Non a caso dal Mose emergono anche nomi già noti alle cronache giudiziarie. Su questi “buchi neri” si deve concentrare l’azione del governo Renzi. Questi sì che allontanano gli investitori stranieri dall’Italia. E non si chiedano miracoli al pur bravo Raffaele Cantone. Ci vogliono norme chiare, mezzi adeguati, uomini preparati e volontà politica di uscire davvero da questa mortifera palude.

VITTORIO EMILIANI

 

Chisso non risponde al Gip

Orsoni interrogato oggi

Il sindaco di Venezia, ai domiciliari, ha detto di voler chiarire la sua posizione

Saranno ascoltati in giornata anche Brentan, Neri, Bormiolo, Fasiol e Falconi

VENEZIA La scelta, per la maggioranza degli arrestati, è quella di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ai giudici delle varie città nelle carceri delle quali sono rinchiusi. Lo ha fatto l’assessore regionale Renato Chisso, difeso dall’avvocato Antonio Forza, da una cella di Pisa, l’imprenditore Stefano Tomarelli, al vertice della società «Condotte d’acqua », in carcere a Milano e difeso dall’avvocato Angelo Andreatta, e lo faranno stamane Lino Brentan, Nicola Falconi, Franco Morbiolo, Luciano Neri, Giuseppe Fasiol e Andrea Rismondo. L’unico a discostarsi da questa linea generale potrebbe essere il sindaco Giorgio Orsoni: i suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo, hanno infatti chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare per tutti, di essere sentito prima possibile presumibilmente perché vuole parlare, vuole chiarire la sua posizione, vuole replicare alle pesanti accuse che gli ha mosso l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. L’ingegner Giovanni Mazzacurati in uno dei suoi interrogatori, dopo averlo scritto in un memoriale, ha sostenuto di essere andato a trovare il sindaco otto volte a cavallo delle elezioni amministrative del 2010 e in quattro occasione gli avrebbe consegnato contributi elettorali in nero per 400-500 mila euro. Dalle 711 pagine dell’ordinanza che ha portato 24 persone in carcere (la venticinquesima doveva essere Giancarlo Galan, ma è necessario attendere la pronuncia della Camera trattandosi di un parlamentare) e altre nove agli arresti domiciliari (dovevano essere dieci, ma per Lia Sartori è necessario attendere il via libera del Parlamento europeo), spuntano anche alcune interessanti telefonate tra l’ex presidente Mazzacurati e quello attuale del Consorzio, Mauro Fabris. Il primo è agitato perché fino a quel momento è riuscito a far pilotare al ministero delle Infrastrutture la nomina dei presidenti del Magistrato alle acque in laguna, mentre in quella fase gli sta sfuggendo il controllo degli uffici romani. Fabris è stato parlamentare Udeur, dipendente del Consorzio e «la moglie Cenci Francesca – si legge le nell’ordinanza -rappresentante legale di Pollina srl, in rapporti di consulenza per monitoraggio attività istituzionali col Consorzio ». I due si scambiano battute e opinioni sulla nomina del nuovo presidente del Magistrato e Fabris si impegna a tenere informato Mazzacurati. Tra le perquisizioni che hanno compiuto i finanzieri veneziani del Nucleo di Polizia tributaria c’è anche quella all’ufficio, presso l’aeroporto di Padova, e nell’abitazione del colonnello dei carabinieri Paolo Splendore, capo del centro Aisi del Triveneto, il servizio segreto interno. Il sospetto è che abbia fatto parte in qualche modo della rete di protezione messa in piedi da Piergiorgio Baita per bloccare accertamenti e indagini della magistratura e della Guardia di finanza nei confronti della sua «Mantovani». A parlare del colonnello lo stesso Baita, il quale ha spiegato che la figlia di Splendore è stata assunta dalla «Palomar», una società della galassia Mantovani. Tra l’altro, due sottufficiali dell’Aisi del centro di Padova, durante le indagini, si erano fatti vivi con la Polizia giudiziaria veneziana proponendo la loro collaborazione e chiedendo informazioni. Oltre agli arresti, la Guardia di finanza ha compiuto per ordine del magistrato e su richiesta dei pubblici ministeri sequestri di immobili e di conto correnti fino ad una somma di nove milioni e mezzo di euro.

Giorgio Cecchetti

 

Mercoledì 11 giugno la riunione per la richiesta d’arresto di Galan

Toccherà al deputato di Scelta civica Mariano Rabino studiare e riassumere la richiesta inviata dalla Procura della Repubblica alla Giunta per le autorizzazioni che riguarda il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan. La prima riunione sarà mercoledì 11 giugno, a presiedere ci sarà Ignazio La Russa, avvocato penalista milanese, ma sono numerosi i legali componenti della giunta della Camera. La maggioranza dei componenti appartiene al centro sinistra ed è facile prevedere che alla fine dell’iter – i parlamentari hanno trenta giorni per decidere – la maggioranza si schiererà affinché la magistratura veneziana prosegua le indagini anche sul conto del deputato forzista ed ex presidente della giunta regionale veneta. A confermarlo ci sono precedenti decisioni che riguardano altri componenti della Camera, anche appartenenti al Pd. La Giunta non dovrà entrare nel merito delle esigenze cautelari, ma valutare se dal documento inviato traspare un sospetto di persecuzione nei confronti di Galan. La Procura veneziana ha chiesto l’arresto per il parlamentare, che tra l’altro è presidente della Commissione cultura della Camera dopo essere stato ministro dei Beni culturali nel governo guidato da Berlusconi.

 

Fatture gonfiate del doppio trasformate in mazzette

Le indagini mettono a nudo il sistema ideato dal Consorzio per reperire i fondi neri

Tutto è iniziato da una verifica fiscale nel 2008 alla Coop San Martino di Chioggia

I 500 mila euro per Milanesi nascosti dietro l’armadio

Due anni di indagini e intercettazioni ambientali

VENEZIA «Pensa che quel giorno che la Guardia di Finanza arrivò in Consorzio a fare l’ispezione Neri aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare a Marco Milanese per Tremonti e li buttò dietro l’armadio. La Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli». Spudorati al punto da farsi beffe dell’ispezione delle Fiamme gialle. Perché il racconto che Claudia Minutillo, un tempo segretaria di Giancarlo Galan e poi in rapporti d’affari con il Consorzio Venezia Nuova, è l’emblema del turbinio di pagamenti che, dagli uffici veneziani del Mose, partivano con cadenza settimanale all’indirizzo di politici e funzionari. Prelievi dalle casse aziendali grazie al sistema della sovrafatturazione e della relativa «retrocessione». Le imprese che lavorano per il Mose emettevano fatture per il doppio del valore delle opere o per servizi inesistenti e ne restituivano la metà ai «collettori» Luciano Neri, Pio Savioli, Piergiorgio Baita. Che a loro volta li consegnavano direttamente – o per tramite di Mazzacurati – a politici e funzionari di mezza Italia. La «madre di tutte le inchieste » porta quale data di inizio il 6 marzo 2008, da una verifica fiscale a carico della Cooperativa San Martino di Chioggia, consorziata nel Coveco coinvolto nella realizzazione del Mose. Due anni più tardi, l’11 giugno 2010, la Guardia di Finanza bussa al Consorzio Venezia Nuova. Giusto quel giorno, Mazzacurati ha un appuntamento a Vicenza con Roberto Meneguzzo, cui deve consegnargli mezzo milione di euro destinato al collaboratore dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Mazzacurati si scuserà per il disguido, che ha ritardato di qualche giorno la consegna. Ma da quel giorno prende il largo la più grande inchiesta giudiziaria mai compiuta sulla tangentopoli del Veneto. Il 5 ottobre 2010 le Fiamme gialle suonano alla porta dell’Impresa Mantovani (dove torneranno il 6 maggio 2012). Gli indizi consentono di intuire che tutte le imprese agiscono con le stesse modalità nella creazione di provviste di cassa parallele alla contabilità. Due anni di intercettazioni ambientali portano, oltre che ai primi riscontri documentali sugli strani passaggi di denaro tra San Marino, Austria, Ungheria, Svizzera, Croazia e Canada, alla ricostruzione di un quadro inquietante. Un meccanismo di sovrafatturazione per diverse decine di milioni, assolutamente non spiegabile con una banale evasione fiscale. Gli investigatori della Guardia di Finanza seguonoi soldi. Il 28 febbraio 2013 scattano i primi arresti: in manette il presidente e amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, 64 anni, Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Galan, Nicola Buson, responsabile amministrativo della Mantovani e William Colombelli, presidente della sammarinese BMC Broker srl. Quest’ultima avrebbe prodotto fatture per circa 10 milioni di euro. Baita cededopo tre mesi di carcere: il 28 maggio chiede di essere ascoltato dal pm Stefano Ancillotto e per quattro ore racconta. É la svolta che i magistrati attendevano: a dicembre patteggerà un anno e 4 mesi, restituisce 400 mila euro e torna libero. Il 12 luglio 2013 una seconda retata scuote il Veneto: arresti per Giovanni Mazzacurati, presidente e dominus del Consorzio Venezia Nuova, il suo braccio destro Federico Sutto, Pio Savioli l’uomo delle cooperative rosse, Roberto Boscolo Anzoletti, rappresentante legale della Lavori Marittimi e Dragaggi Spa; Mario Boscolo Bacheto, amministratore della Cooperativa San Martino; Stefano Boscolo Bacheto, amministratore della Cooperativa San Martino; e Gianfranco Boscolo Contadin (detto Flavio), direttore tecnico della Nuova Co.ed.mar. Il 25 luglio Mazzacurati si fa ascoltare dal pm Paola Tonini e conferma le rivelazioni di Baita, aggiungendovi dettagli e particolari, soprattutto sul livello politico da lui direttamente gestito. I rapporti con Galan, Chisso, Orsoni, Marchese. L’ingegnere sarà ascoltato altre tre volte, tra luglio e ottobre. I sostituti procuratori sono pronti a chiedere gli arresti del «livello politico»: il 4 dicembre è pronta la richiesta di custodia cautelare per Galan, Chisso e Marchese, due giorni più tardi depositano anche quella per il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Il gip Alberto Scaramuzza temporeggia, chiede un supplemento di indagini e di elementi probatori. I pm vi lavorano per altri sei mesi, trasmettendo integrazioni il 10 e 19 marzo, il 2, 28,29 aprile e il 7,8,15 e 23 maggio. L’ultima integrazione porta la data del 26 maggio. La mattina del 31 maggio il gip Alberto Scaramuzza firma l’ordinanza e incarica il nucleo della Guardia di Finanza di eseguire gli arresti. All’alba di mercoledì 4 giugno la retata che decapita il Veneto.

Daniele Ferrazza

 

TUTTE LE CIFRE CONTESTATE AGLI INDAGATI

[…] 4.412.492,93
Artico Giovanni 69.708,06
Boscolo Bacheto Stefano 1.463.863,52
Boscolo Bacheto Stefano 658.738,58
Boscolo Bacheto Stefano 118,035,82
Boscolo Contadin Dante 464.000,00
Boscolo Contadin Gianfranco 2.227.200,00
Boscolo Contadin Gianfranco 464.000,00
Boscolo Cucco Andrea 1.463.863,52
Boscolo Cucco Andrea 118.035,82
Brentan Lino 65.000,00
Brotto Maria 2.100.000,00
Brotto Maria 400.000,00
Casarin Enzo 400.000,00
Chisso Renato 4.000.000,00
Chisso Renato 1.200.000,00
Chisso Renato 3.025.793,38
Cortella Cristiano 4.412.492,39
Cuccioletta Patrizio 2.100.000,00
Dal Borgo Luigi 154.100,00
Dal Borgo Luigi 270.000,00
Dal Borgo Luigi 228.830,00
Dal Borgo Luigi 800.000,00
Dal Borgo Luigi 130.000,00
Falconi Nicola 97.500,00
Galan Giancarlo 4.000.000,00
Galan Giancarlo 831.200,00
Giuseppone Vittorio 300.000,00
Marazzi Manuele 154.000,00
Marazzi Manuele 270.000,00
Marazzi Manuele 228.850,00
Mazzi Alessandro 2.100.000,00
Mazzi Alessandro 400.000,00
Mazzi Alessandro 500.000,00
Mazzi Alessandro 500.000,00
Mazzi Alessandro 4.000.000,00
Mazzi Alessandro 1.200.000,00
Mazzi Alessandro 300.000,00
Mazzi Alessandro 1.394.041,73
Mazzi Alessandro 7.758.943,58
Mazzola Osvaldo 1.394.041,73
Meneguzzo Roberto 500.000,00
Meneguzzo Roberto 500.000,00
Milanese Marco Mario 500.000,00
Milanese Marco Mario 500.000,00
Morbiolo Franco 500.000,00
Morbiolo Franco 805.134,93
Morbiolo Franco 33.877,90
Neri Luciano 50.782,33
Neri Luciano 2.100.000,00
Neri Luciano 400.000,00
Neri Luciano 500.000,00
Neri Luciano 500.000,00
Neri Luciano 4.000.000,00
Neri Luciano 1.200.000,00
Piva Maria Giovanna 529.950,97
Rismondo Andrea 82.500,00
Ruscitti Giancarlo 112.088,00
Spaziante Emilio 500.000,00
Sutto Federico 500.000,00
Sutto Federico 400.000,00
Tomarelli Stefano 2.100.000,00
Tomarelli Stefano 400.000,00
Tomarelli Stefano 500.000,00
Tomarelli Stefano 500.000,00
Tomarelli Stefano 4.000.00,00
Tomarelli Stefano 1.200.000,00
Tomarelli Stefano 300.000,00
Turato Danilo 400.000,00
Venuti Paolo 350.000,00
Venuti Paolo 81.200,00
Venuti Paolo 400.000,00
La “cricca” dava ordini anche al governo

Il consigliere di Tremonti, Marco Milanese, incassa 500 mila euro e fa sbloccare un finanziamento per il Mose con decreto del Cipe

Scongelati 400 milioni di euro grazie all’intermediazione di Roberto Meneguzzo

VENEZIA L’ingegnere Mazzacurati paga, compra e ordina. Anche a Roma, non solo a Venezia. Il capo indiscusso del Consorzio Venezia Nuova (CVN) ha il controllo di due ministeri “chiave”, quello dell’Economia grazie a Marco Milanese, il consigliere politico di Tremonti (ministro in carica), e quello delle Infrastrutture (affidato ad Altero Matteoli) grazie a un dirigente e a un viceministro (in libro-paga ma morto nel 2009). Nel 2010 c’è un problema: Tremonti fa la guerra, ostacolando un finanziamento per il Mose di 400 milioni di euro. Il 28 maggio 2013 l’ex ad (amministratore delegato) di Mantovani, Piergiorgio Baita, racconta: «Il Cipe va benissimo finché non arriva Tremonti. Si interrompe il flusso dei finanziamenti. Un guaio per il CVN… una macchina che consuma 72 milioni di euro all’anno… Questa volta non riesce neanche il pellegrinaggio da Gianni Letta (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) che dice “Io non riesco a fare niente, Tremonti è stato anche particolarmente sgradevole in Consiglio dei Ministri… Trovate una strada per contattarlo”… Mazzacurati trova la strada attraverso una società di Vicenza, la Palladio Finanziaria di Meneguzzo (Roberto) e fissa un incontro con Tremonti». Unpasso indietro. L’atteso finanziamento rischia di essere dirottato nel Sud Italia per l’85%: serve un emendamento al decreto legge incentivi che introduca una deroga al15%per il Nord, limite altrimenti non superabile. Mazzacurati punta a quella soluzione tramite Gianni Letta («il dottore» lo chiama) che incontra il 29 aprile alle 15.45, mentre alle 18.30 vede Milanese, «il nostro amico» lo definisce l’intermediario Meneguzzo. Mazzacurati ha già incontrato Tremonti, il vis-à-vis è andato bene tanto che Meneguzzo ha consigliato di trattare con Milanese «perché è la persona che per conto del Ministro gestisce queste cose». Nel memoriale consegnato alla procura veneziana Mazzacurati scrive: «Nel corso del contatti intervenuti tra CVN e Palladio Finanziaria, l’ad Meneguzzo mi significava che avrebbe potuto mettermi in contatto con i vertici del Ministero dell’Economia, al fine di poter affrontare le diverse questioni sottese alle tempistiche di esecuzione del lavori… Da qui il contatto con il ministro Tremonti che forniva ampie assicurazioni in ordine alla circostanza che il sistema Mose costituiva un’opera strategica e di importanza prioritaria per il Governo. Poi Meneguzzo mi metteva in contatto con l’onorevole Milanese…. ». Mazzacurati, però, capisce che Milanese non si accontenta di qualche chiacchierata. E vuole altro, cioè soldi («Certo che sì, lo davo per scontato » ammette ai magistrati Mazzacurati, abituato a comprare tutto e tutti). Investimento sicuro: va a buon fine l’interessamento di Milanese che, per garantire il parere favorevole del Ministero dell’Economia, reclama una tangente di 500 mila euro. Già perché il 13 maggio 2010 il Cipe adotta la delibera destinata a stabilire che il residuo disponibile del fondo infrastrutture (1424,2 milioni di euro) sia assegnato con apposite delibere a una serie di opere prioritarie, tra cui le opere di difesa idraulica, il Mose. E il 25 maggio il Consiglio dei ministri emana il decreto legge n.78 con cui recepisce la decisione del Cipe di assegnare 400 milioni di euro al Mose, su proposta del Ministro dell’Economia di concerto con il Ministro delle Infrastrutture. Intanto Mazzacurati, che ha messo insieme la provvista, è soddisfatto. Il 24 maggio ammette al telefono: «Ci hanno sistemati con la cosa… (il finanziamento)». Il 28 maggio Mazzacurati (Ma) parla sempre al telefono con Meneguzzo (Me): «Sembra a posto… Sono stato anche dal dottore stamattina (Letta)…».Me: «Il nostro amico (Milanese) mi dice che tutto è a posto». Ma: «Stamattina il dottore (Letta) mi ha detto che sono molto contenti… che sono convinti che sulla questione c’è anche un accordo tra lui e il ministro nostro, insomma, che la cosa che se lei vede è l’unica opera citata… Regoliamo la cosa bene. Faccio una scappata lì a Vicenza». Me: «Oppure ci vediamo a metà strada». È venuto il tempo di incassare: l’appuntamento è per il 7 giugno all’hotel Sheraton di Padova, ore 9.45. Il faccia a faccia finisce presto. Mazzacurati chiama subito Baita raccontando di «un disguido» con quelle persone «stamattina per quel discorso grosso che avevamo (lo sblocco dei soldi)» e parla di «una piccola differenza », cioè la necessità di integrare la tangente. Il 21 ottobre scorso Baita conferma agli inquirenti: «Mazzacurati mi riferì che le risorse nel fondo Neri (l’ingegnere del CVN Luciano Neri, indagato, gestore dei fondi occulti) non erano sufficienti a far fronte alla richiesta successivamente quantificata in 500 mila euro. Fui coinvolto per reperire le risorse restanti». Tuttavia solo il 14 giugno 2010 a Milano, negli uffici della Palladium, Mazzacurati consegna la somma a Meneguzzo. Con qualche giorno di ritardo perché, l’11 giugno, succede un imprevisto, una verifica fiscale della Guardia di Finanza a carico del Consorzio con tanto di visita negli uffici dove ci sono i soldi della maxi-tangente. Tre anni più tardi (il 14 giugno 2013) ne parla agli inquirenti Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan poi assunta dal CVN: «…quella volta che la Guardia di Finanza arrivò in Consorzio a fare l’ispezione e Neri aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare, dissero, perché io non ero presente, mi raccontarono: “Pensa che c’era Neri che aveva nel cassetto 500 mila euro da consegnare a Marco Milanese per Tremonti e li buttò dietro l’armadio, la Guardia di Finanza sigillò l’armadio e la sera andarono a recuperarli».

Cristina Genesin

 

la sfuriata e il conflitto di interessi nel mav

Il presidente sbottò: «Qui serve un atto d’imperio di Berlusconi»

Mazzacurati ha il filo diretto con il sottosegretario allaPresidenza del Consiglio, Gianni Letta, e con il Ministro Giulio Tremonti. Tanto che quando – in un’unica occasione – non riesce a decidere una nomina al vertice del Magistrato alle Acque (il Mav, ente controllore del CVN, Consorzio Venezia Nuova) il 23 settembre 2011 sbotta al telefono con l’avvocato Biagini: «Bisogna andare da Letta… Però ho paura che combino un casino… Qui ci vuole un atto di imperio di… Berlusconi». Tuttavia, precisa il gip Alberto Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza «i contatti (con Letta e Tremonti) sono del tutto privi di rilievo penale, non risultando da parte degli stessi alcun tipo di richiesta ma esclusivamente un interessamento rispetto a un’importante opera quale il Mose, rientrante nella fisiologia dei rapporti politico-istituzionali». Intanto a Roma nessuno si accorge che il controllato (il CVN) ha dei dipendenti fissi “distaccati” negli uffici del controllore (il Mav, Magistrato alle acque, istituto periferico del Ministero delle Infrastrutture). Quando il Mav predispone degli atti «c’è un problema» si giustifica Mazzacurati con il pmTonini, «Mettiamo che il Mav stabilisce che ha bisogno di 20 persone per fare le analisi delle acque dei reflui… Assumerle è un’impresa… Credo che la devono portare in Parlamento. Allora cosa succede? Che noi utilizziamo delle persone assunte che fanno… Non siamo noi che dobbiamo dire che questa cosa non va bene».(cri.gen.)

 

Operazioni commerciali per 50 milioni di $

Il commercialista Venuti fermato in dogana: era diretto in Asia per seguire gli affari sul gas di Galan

PADOVA Andare al funerale della suocera dell’onorevole Giancarlo Galan? O partire per l’Indonesia a seguire gli affari sporchi dell’ex governatore del Veneto nonché ex ministro? È il 18 luglio 2013 (ore 9.57) e il commercialista padovano Paolo Venuti (in carcere per concorso in corruzione) chiama al cellulare la moglie Alessandra Farina per sciogliere il dilemma. Ben presto risolto con concretezza tutta femminile: «Senti Paolo, c’è un po’ l’idea che tu sei là per lavoro, per la storia del gas che Giancarlo è cosa a cui lui è molto sensibile… Se stessimo andando a Rovigno ancora ancora… Chiama Giancarlo, digli che è la storia dell’Indonesia del gas». Paolo chiama, tutto risolto: «Giancarlo non è stato minimamente toccato dal fatto che noi non ci siamo al funerale… ». L’indomani, il 19 luglio, la partenza non è delle migliori: all’aeroporto di Tessera la coppia è fermata per un controllo doganale dalla Guardia di Finanza. E vengono trovate carte relative a compravendite societarie dell’ordine di 50 milioni di dollari. A Venuti, poi, sono sequestrati documenti riferibili alla società Thema Italia spa e ai suoi rapporti con società indonesiane. Thema ha sede nello studio Venuti (a Padova, in passaggio Corner Piscopia) dove hanno sede pure le società attraverso cui transitano gli utili incassati da Galan come “prezzo” delle tangenti pagate dal gruppo Mantovani. Società detenute fiduciariamente dal commercialista- prestanome Venuti. Dal bilancio del 2012 risulta che Thema Italia controlla il 40 di Ans Indonesia e il 50 per cento di Insar Indonesia (Isar Gas è il secondo gruppo indonesiano nella distribuzione del gas). I coniugi Venuti detengono obbligazioni di Thema per oltre un milione di euro tramite la fiduciaria Sirefid spa di Milano, la stessa che – in base agli accertamenti patrimoniali svolti a carico di Giancarlo Galan e della moglie Sandra Persegato – risulta utilizzata anche da questi ultimi. Tuttavia quando le verifiche vengono a conoscenza dei diretti interessati, i Venuti chiedono il rimborso delle obbligazioni e il danaro è trasferito su un conto croato intestato a un’altra fiduciaria, l’Unione Fiduciaria spa. Torniamo a luglio: al rientro dall’Indonesia c’è preoccupazione e il 28 del mese le coppie si ritrovano a cena in un ristorante di Arquà. Sulla strada di casa, Alessandra Farina chiede al marito: «Cosa dici di questi affari della Sandra (la moglie di Galan) che sembra che stia diventando miliardaria? ». Venuti spiega alla moglie che il gas, in Italia, arriva al «rigassificatore di Porto Tolle ». E lei: «Io mi domando ma è possibile che uno faccia i miliardi come dice lei (Sandra Persegato)?». Il commercialista: «O fai il colpo gobbo o non è da loro». E la moglie: «Cosa vuol dire, che chiudono tutto e vanno alle Bahamas?».

Cristina Genesin

 

Mazzette e relazioni manomesse: addomesticata la Corte dei conti

Mazzacurati: «Avevamo molti fastidi e ritardi, al magistrato Giuseppone 300-400 mila euro l’anno»

E nel 2008 il caso di un’analisi ostile del giudice Mezzera resa più digeribile negli uffici del Consorzio

VENEZIA «Io so che alla Corte dei conti venivano erogate somme per ogni atto», mette Piergiorgio Baita a verbale in un interrogatorio del 17 settembre. Controllati che controllano i controllori: è il mantra del bravo tangentista. Perché il Consorzio pagava? Risponde Giovanni Mazzacurati, presidente Cvn: «Perché senza il visto della Corte dei conti si blocca tutto, serve il suo visto per far continuare tutto il flusso ». L’inchiesta ha portato agli arresti Vittorio Giuseppone, già magistrato della sezione di controllo della Corte dei Conti di Venezia, poi trasferito alla più importante Sezione centrale di controllo di Roma, compreso l’incarico di componente delle Sezioni riunite controllo di Corte dei Conti nel triennio 2009-2011. La Procura accusa Giuseppone di aver ricevuto uno stipendio annuale oscillante tra i 300 e i 400 mila euro, dai primi anni del 2000 al 2008, non meno di 600 mila tra 2005 e 2006, attingendo alle provviste create da Baita. «Noi avevamo molti problemi con la Corte dei Conti, anche se non gravi, però fastidi, ritardi, c’erano vari tipi di cose, a me sembrava che se noi potevamo stabilire un rapporto anche con queste persone poteva essere un fatto positivo», racconta Mazzacurati ai pm, spiegando che a introdurgli Giuseppone è stato l’ingegner Luciano Neri, del Cvn. Lo stesso ingegner Neri, il cui computer al Cvn diventa protagonista di un episodio «anomalo » – come lo definisce il gip Scaramuzza nell’ordinanza – alquanto significativo del controllo assoluto del Consorzio sull’intera macchina. Casus belli, una relazione ufficiale troppo critica sulla gestione dei lavori del Mose, firmata da un magistrato della sezione di controllo della Corte dei Conti, Antonio Mezzera, molto duro contro la gestione monopolistica delle opere nelle mani del Consorzio Venezia Nuova. Che si fa? Basta un passaggio sul computer dell’ingegner Luciano Neri al Consorzio et voilà le parti più spinose vengono cancellate, limate, addolcite. Così quando qualcuno, con serietà, controllava per davvero, il sistema interveniva per metterci una pezza. Èil 2008: i miliardi di euroche il Mose calamita, gestiti da un concessionario unico qual è il Consorzio Venezia Nuova, e la procedura d’infrazione presso la Comunità europea per violazione delle direttive sulla biodiversità, attirano l’attenzione della sezione centrale di controllo della Corte dei Conti. La relazione viene affidata al consigliere Antonio Mezzera, che dopo una corposa indagine presenta il suo rapporto all’adunanza plenaria del 23 ottobre 2008. Un’analisi ricca di critiche pesanti, che però spariscono dalla relazione approvata dalla camera di consiglio, quattro mesi dopo, il 20 febbraio: nulla da dire se si fosse trattato di normale dibattito tra consiglieri, decisamente «anomalo» – come scrive il gip Scaramuzza nella sua ordinanza – se le modifiche in questione sono state ritrovate dagli investigatori nel computer dell’ingegner Neri al Consorzio Venezia Nuova. Attenzione alle date: il file “ritoccato” è dell’11 dicembre 2008 e apparirà sul sito ufficiale della Corte dei conti, il 20 febbraio del 2009. Cosa aveva scritto Mezzera di tanto sgradito al Consorzio? Ad esempio, che «i fondi per la manutenzione ordinaria della città e della laguna non dovrebbero essere sacrificati alla realizzazione del Mose, perché comprometterebbe i benefici ottenuti». Taglio al computer e sparisce ogni riferimento ai danni alla laguna e si parla di «fondi per la manutenzione ordinaria della città e laguna dovrebbero procedere parallelamente alla realizzazione del Mose». Poi il punto forte, la concessione unica. Per il magistrato relatore «non ha garantito una accelerazione nella realizzazione dell’opera, il cui termine ultimo era previsto per il 1995». Per il Consorzio e poi la Corte dei conti ufficiale «…anche a causa dei molti ostacoli insorti nel lungo iter burocratico precedente». Così sparisce del tutto anche una delle frasi più forti della relazione di Mezzera: «Ha prevalso la decisione di tipo prevalentemente politico di procedere nelle fasi progettuali esecutive del Mose a prescindere dal parere espresso sul progetto preliminare dal Consiglio superiore dei lavori pubblici del 1990 e dal parere negativo sul progetto di massima della commissione Via del 1998». Qui non c’è sfumatura che tenga: eliminato. Infine la chiusa: se per Mezzera «risulta ormai indifferibile por termine alla situazione di monopolio e posizione dominante perpetuatasi nel tempo, aprendo il mercato alla concorrenza», la critica si fa rientrare in un più istituzionale «risulta indifferibile, così come convenuto dal governo italiano e dalla commissione europea, aprire il mercato alla concorrenza». «In sostanza», scrive il giudice Scaramuzza nella sua ordinanza, la relazione dell’anno 2009 aveva, nella sua versione originaria, mantenuto ferme le censure a suo tempo proposte da una precedente relazione del 1997, riferendo che con il tempo la situazione non era mutata», ma nelle conclusioni finali non ve n’ è traccia: «Una vicenda assolutamente anomala, una relazione che doveva essere segreta tra la data della seduta e il deposito risulta in possesso dell’ente controllato, che addirittura vi apporta delle modifiche recepite dall’organo di controllo».

Roberta De Rossi

 

Agli arresti anche Dario Lugato, l’architetto amico di Chisso

Tra le persone agli arresti domiciliari, anche l’architetto Dario Lugato, più volte alla ribalta delle cronache – e delle polemiche – per i suoi progetti: l’iperbolico Palais Lumière di Marghera (250 metri di torre, ormai finito in archivio) firmato per Pierre Cardin, l’ampliamento dell’hotel Santa Chiara a piazzale Roma o la villetta “mai nata” che l’allora ministro Renato Brunetta voleva realizzare a Torcello. Dario Lugato è accusato di aver beneficiato della «conduzione corruttiva» dell’assessore Renato Chisso, il quale – oltre a 200-250 mila euro di “stipendio” l’anno per sé – chiedeva anche contratti per i suoi amici. Lugato era stato coinvolto dalla Mantovani nella progettazione della strada Cavallino-Jesolo, senza pagare la quota parte del fondo rischio. «Da deposizioni convergenti», scrive il giudice scaramuzza, « si evince che la scelta del Lugato non risulta essere stata giustificata da particolari competenze tecniche(stante il giudizio negativo formulato dai tecnici Mantovani sul progetto)ma esclusivamente dal fatto che il suo inserimento fu richiesto da Chisso,che richiese per lo stesso anche il vantaggio economico di non pagare la quota di equity, scelta economicamente incongrua … che si spiega solo con i vantaggi economici di ritorno che il gruppo avrebbe ottenuto con l’ottenimento della dichiarazione di pubblico interesse dell’opera».

 

Il presidente voleva la nomina di Signorini

Giugno 2013, era l’uomo giusto per guidare il Magistrato dopo il “benefit” di una vacanza in Toscana

VENEZIA Fino all’arresto di luglio 2013 aveva fatto di tutto per cercare di avere il controllo su chi avrebbe dovuto controllarlo. E quando si accorge che a Roma gli hanno voltato le spalle e stanno per nominare un presidente del Magistrato alle Acque a lui ostile si mette di traverso. Perché Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, fino ad allora aveva avuto ed esercitato la sua influenza, a Roma, nelle nomine dell’ente che avrebbe dovuto controllare i cantieri e i cui presidenti invece – Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva – erano a libro paga dello stesso Consorzio, 400 mila euro l’anno. Il problema per Mazzacurati emerge nel giugno del 2013, un mese prima del suo arresto. Dopo la breve parentesi e il pensionamento di Ciriaco d’Alessio, con i quali già non era in buoni rapporti, il cavallo sul quale punta Mazzacurati era Paolo Emilio Signorini, allora funzionario della Presidenza del Consiglio. Per caldeggiare la sua nomina Mazzacurati contatta Ercole Incalza, capo della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture, con il quale ha un buon rapporto, credendo che i giochi siano fatti, ma quando a metà giugno viene a sapere che probabilmente verrà nominato Fabio Riva, fa di tutto per opporsi. Chiama subito Incalzi, per manifestargli tutta la sua contrarietà e poi parte per Roma. È facile, a leggere l’ordinanza di custodia cautelare, capire perché Mazzacurati preferisce Signorini. Il funzionario romano infatti aveva già ricevuto dei benefit pagati dal Consorzio Venezia Nuova, che così voleva fargli capire quale sarebbe stata l’accoglienza in Veneto. Due anni prima infatti Mazzacurati aveva avuto modo di conoscere Signorini, funzionario della struttura del braccio operativo del Cipe, l’organo che doveva decidere sui finanziamenti del Mose. E per ringraziare Signorini dell’interessamento per il Mose aveva pagato a lui e alla sua famiglia, con i soldi del Consorzio, una vacanza in Toscana. Il 15 luglio del 2011 Signorini chiama Mazzacurati: «Volevo dirle che siamo arrivati, tutto benissimo, la volevo ringraziare. Tutto perfetto. Abbiamo già fatto una giornata di mare, tutto benissimo».

Francesco Furlan

 

Così il denaro torna indietro lo scambio da Falconi a Savioli

Filmato il meccanismo della retrocessione che consentiva di realizzare fondi neri

Il passaggio ripreso dalla Polizia tributaria alla pizzeria Conchiglia di Marghera

VENEZIA Un busta bianca, bella gonfia, tanto che Savioli non riesce a infilarla nella tasca della giacca. È la micro-camera dei finanzieri delNucleo di polizia tributaria a riprendere, il 27 aprile 2011, il passaggio di banconote tra l’imprenditore Nicola Falconi, presidente dell’Ente Gondola, da mercoledì ai domiciliari nella sua casa del Lido, e Pio Savioli, all’epoca consigliere del Consorzio Venezia Nuova, considerato il riferimento delle cooperative rosse che partecipavano al banchetto del Mose. Savioli, arrestato il 12 luglio del 2013, ora è a piede libero. Secondo l’inchiesta dentro quella busta ci sarebbe il “nero” che Falconi restituisce a Savioli, corrispondente al sovrapprezzo di una fattura di 18.750 euro emessa il 15 marzo 2011 dal Co.Ve.Co all’imprenditore e pagata il 14 aprile. È con questi soldi che il Consorzio alimenta i fondi neri per pagare politici di destra e sinistra, funzionari e dirigenti. Per il passaggio della busta con i soldi per alimentare i fondi neri, Savioli e Falconi scelgono di pranzare in una delle pizzerie più note della città, la Conchiglia di Marghera, in via Trieste. È già da una decina di giorni che Savioli chiede con insistenza la restituzione dei soldi delle false fatture ordinate dal Co.Ve.Co – era sempre il Co.Ve.Co a ordinarle alle consorziate a riprova dell’inesistenza delle operazioni – perché di quei soldi aveva bisogno subito. Il 27 aprile alle 10.49 Falconi è a Marghera e chiama Savioli. «Eccomi Pio volevo dirti che dopo tutti i casini sono finalmente pronto». E ancora: «Quando sono lì e ho tutti quei documenti ti chiamo». Falconi, con l’espressione documenti – secondo l’inchiesta – si riferisce ai soldi. È mezza mattina. Falconi è alla guida del suo Porsche Cayenne e si reca in via Longhena, in uffici della Regione e della Sistemi territoriali, società della Regione che gestisce la tratta ferroviaria Mestre-Adria. Ci resta cinque minuti: il tempo di prendere, o dare qualcosa. Poi chiama Falconi e i due si trovano alla pizzeria. È quando il cameriere si allontana dal tavolo con le ordinazioni che Falconi estrae la busta mentre i due finanzieri sono voltati di spalle per non dare nell’occhio. La telecamera riprende una busta da lettere. Savioli l’afferra, non riesce a metterla in tasca. Con la mano sinistra prova ad aprire il bottone della tasca interna. Finalmente ce la fa. Si alza e va al bagno. Poi torna: e insieme mangiano.

Francesco Furlan

 

tutti i numeri dello tsunami giudiziario

25 I fondi neri utilizzati dal consorzio Venezia Nuova e dalla galassia di imprese ammontano ad almeno

25 milioni di euro: al centro del sistema illegale le false fatture

40 La Procura di Venezia ha ottenuto la confisca di beni per 40 milioni di euro: si tratta di una grande novità che blocca sul nascere i patrimoni ai corrotti finiti in manette

5Fino ad ora sono stati spesi 5 miliardi di euro per realizzare il Mose di Venezia con le tre dighe mobili alle bocche di porto di Chioggia, Malamocco e Lido-Punta Sabbioni

1Il costo iniziale del Mose era stato calcolato in un 1 miliardo di euro: siamo nel 1984, quando il Comitatone decide di avviare il progetto per la salvezza della laguna

35 Gli arresti fatti scattare dai tre pubblici ministeri di Venezia sono 35: l’obiettivo è smantellare un sistema di corruzione radicato in tutto il Veneto

100 Gli indagati dell’inchiesta sul Mose sono almeno un centinaio. Si tratta di imprenditori, politici e funzionari pubblici finiti nei guai dopo le confessioni di Baita e Mazzacurati

78 Le paratoie o dighe mobili collocate sui fondali marini a Chioggia, Malamocco, Lido-Punta Sabbioni sono

78: sono state finanziate all’85%. Il maggior ritardo a Chioggia

110 Le paratoie delle 78 dighe mobili entrano in funzione quando l’acqua del mare raggiunge i 110 centimetri. Il meccanismo è stato collaudato nell’ottobre 2013 al largo del Lido

 

Cacciari: «Quando Prodi neanche volle ricevermi»

L’ex sindaco ritorna sul Comitatone che decise il via libera alle dighe mobili

«Il Professore avocò a sé tutti i poteri di voto, esautorando i suoi stessi ministri»

VENEZIA «Prodi non mi ha nemmeno ricevuto. Ho consegnato a Enrico Letta gli studi critici sul Mose e i progetti alternativi. Ma non li hanno neanche guardati ». Il giorno dopo lo tsunami che ha portato in carcere 35 imputati eccellenti Massimo Cacciari, sindaco della città dal 1992 al 1999 e dal 2005 al 2010 si toglie qualche sassolino dalla scarpa. In Consiglio comunale dal 1988, Cacciari è sempre stato contrario al Mose. «Al di là dei commenti moralistici e politici», dice, «forse è il momento di fare un quadro storico e sistematico. Dei personaggi coinvolti, e di come si sono comportati nei momenti topici». L’inizio. «Tutto comincia nel 1986», racconta Cacciari, «quando prende forma il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la salvaguardia presieduto da Luigi Zanda. Un sistema che il sottoscritto e pochi altri contestano, insieme a personalità del mondo della politica e della cultura veneziana». 1990. L’anno di svolta. «L’affare Mose è diventato così importante che nella sfida a sindaco scende in campo Gianni De Michelis, il numero due del Psi. Il centrosinistra di allora contro una diversa «Idea di Venezia ». La sfida elettorale si combatte intorno al mega affare delle dighe mobili. Preceduta da una sfilata trionfale del primo prototipo di Mose che attraversa il Bacino San Marco. Tuttiad applaudire, a parte il sottoscritto, Bettin e pochi altri». Il consenso. «In quegli anni il consenso intorno all’opera è largo e trasversale. I giornalisti delle testate nazionali parlano sempre bene del Mose, le critiche sono circoscritte a poche coraggiose persone a livello locale. Si combattono due idee, quelle che vedono il futuro di Venezia fondato sulla manutenzione di una città unica e delicatissima. E quella che punta tutto sulla grande opera. Con quel meccanismo centralizzato e blindato non ci voleva molto a capire che la grande opera poteva essere pericolosa ». Il 2006. «L’ultimo atto è del 2006. Le criticità del Mose sono evidenti, i costi, gli impatti ambientali, la complessità tecnica del sistema tutto sott’acqua. Il Comune presenta le sue conclusioni con fior di documenti scientifici, Ma tutto cade nel vuoto: presentiamo i documenti e nessuno ci bada. Il ministro Di Pietro nomina una commissione di dieci tecnici del Consiglio superiore dei Lavori pubblici presieduto da Balducci che promuove il Mose. Procedure sballate e pericolosissime». La Corte dei Conti. «Una delle esperienze più allucinanti », racconta Cacciari, «è stata quella della mia audizione alla Corte dei Conti. Proiezione del solito filmato apologetico del Consorzio che ci eravamo sorbiti altre 10 volte almeno, tutti ad applaudire senza alcuna discussione nel merito. Per i nostri progetti alternativi sono bastati tre minuti e nessuno li ha guardati. Il governo Prodi, ma anche il governo Berlusconi applaudivano, senza ascoltare chi rappresentava la città ». Prodi. «Non mi ha nemmeno ricevuto. L’ho rivisto al Comitatone quando ha avocato a sé tutti i poteri di voto, esautorando i suoi ministri che avevano studi e critiche sul Mose. Io faccio mettere a verbale e voto contro. Non ci vengano a raccontare che non sapevano, Prodi, la Margherita, gli ex Ds. È tutto scritto». Galan. «Una posizione davvero incredibile quella di Giancarlo Galan. Invece di fare il presidente della Regione faceva sempre il tifoso, veniva con le magliette con su scritto Viva il Mose. Non sapeva neanche di cosa parlava ma era sdraiato sempre a favore della grande opera. Lo era anche Paolo Costa, il massimo sostenitore del Mose nel centrosinistra. Ma almeno lui motivava la sua posizione. E i tecnici che esprimevano critiche venivano definiti in modo sprezzante come dilettanti, «infermieri» rispetto ai professori che avevano deciso. Con loro non siamo mai riusciti a discutere nel merito » Magistrato alle Acque. «Per anni abbiamo chiesto al Magistrato alle Acque di avere documenti, di partecipare alle riunioni del Ctm che approvava i progetti. La polemica era quotidiana, durante la presidenza di Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta. Guarda caso, i due arrestati perché in busta paga del Consorzio. Dopo Felice Setaro il clima era quello, nessuno indagava sulla correttezza delle procedure». Mazzacurati. «L’unica persona per cui mantengo una certa stima è l’ingegner Giovanni Mazzacurati. Lui era innamorato della sua opera e per poterla realizzare ogni mezzo era lecito. Con me non ha mai tentato altre strade, è chiaro. Era amareggiato perché non capiva la mia opposizione al progetto». Orsoni. «Il suo arresto mi ha sorpreso. Quando lui fa il sindaco la questione Mose è già risolta, non c’era alcun bisogno di pagarlo. Può aver commesso un’ingenuità, spero dimostri presto la sua estraneità. Ma questo non c’entra niente con la grande centrale della corruzione. E nessuno poteva dire di non sapere, i governi, la Corte dei Conti, i Tar, Prodi e Berlusconi, i ministri. La storia giudicherà».

Alberto Vitucci

 

COME FUNZIONA IL CONSORZIO

Venezia Nuova, forziere della città

Colosso con 270 dipendenti e 20 dirigenti da 220 mila euro l’anno

VENEZIA  – Duecentosettanta dipendenti, venti dirigenti. Ingegneri, impiegati e un ufficio stampa rinforzato di recente con una società esterna. A due anni dalla fine dei lavori di costruzione del Mose, la struttura del concessionario unico per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, creato per legge nel 1984, è ancora molto corposa. Dopo la «cura dimagrante» avviata negli ultimi due anni e gestita dalla vicedirettrice operativa e (ex) presidente di Tethis, Maria Teresa Brotto, attualmente agli arresti per corruzione. Il Consorzio resta comunque una delle più importanti realtà economiche cittadine. Come fatturato sicuramente, vista la grande mole di finanziamenti gestita. Dalla seconda legge speciale sono circa sette miliardi di euro e solo per il Mose ne sono stati stanziati dal 2003 ad oggi 5. A che serve una struttura così corposa? Negli anni d’oro il Consorzio ha potuto gestire lavori e interventi in laguna senza bisogno di alcuna gara d’appalto. Prezzi superiori a quelli normali, vista la mancanza di concorrenza. E un 12 per cento destinato alla voce «oneri del concessionario» che ha consentito di alimentare una struttura piuttosto imponente. Una cifra che Felice Setaro, presidente del Magistrato alle Acque a metà degli anni Novanta, aveva ritenuto troppo elevata, riducendola di qualche punto in percentuale. Fondi che hanno finanziato negli anni iniziative e convegni, tra cui riunioni di scienziati e addirittura un seminario della Corte dei Conti, qualche anno fa, al centro culturale Zitelle. Ma anche consulenze e studi a docenti universitari di Iuav e Ca’ Foscari, professionisti ed esperti. Un dirigente del Consorzio guadagna in media 220 mila euro l’anno, con punte ovviamente molto superiori per il presidente, il direttore e le figure di vertice. Al corposo ufficio stampa, diretto da Flavia Faccioli, è stato affiancato con la nuova gestione del presidente Fabris una società esterna che fa capo al giornalista economico Enrico Cisnetto e alla sua società, costo complessivo circa 200 mila euro l’anno. La società che ha organizzato gli ultimi eventi come le visite ai cantieri del Mose e la prima movimentazione di una paratoia in bocca di porto di Lido. Qualche anno fa il Consorzio ha acquistato interamente della società Tethis, sede all’Arsenale, creata vent’anni fa dal Comune insieme ai privati per potenziare la ricerca in ambito delle tecnologie marine. L’ex amministratore delegato Antonio Paruzzolo era stato sostituito perché in disaccordo con la nuova proprietà ed era stato nominato assessore alle aziende della giunta Orsoni. Alla presidenza era arrivata Maria Teresa Brotto, che aveva anche mantenutola direzione tecnica del Consorzio. Da Tethis e dalla Brotto passavano anche gli incarichi esterni affidati a ingegneri, finiti due anni fa nel mirino della trasmissione Report per le frequenti consulenze affidate al marito, ingegner Daniele Rinaldo. «Il Consorzio Venezia Nuova», si legge nel sito internet, «ha riassunto in sè competenze generalmente esercitate da soggetti differenti come le società di ingegneria, gli enti di ricerca, le società di costruzione ». In realtà numerose sono le consulenze affidate all’esterno. Gli affidamenti degli incarichi, finiti più volte nel mirino degli inquirenti, dovevano essere poi controllati dal Magistrato alle Acque e dalla Corte dei Conti. Controlli che adesso con l’indagine che ha portato in carcere 35 persone sono risultati in qualche caso piuttosto larghi. «La specificità del Consorzio », recita il sito, «ha consentito di agire in questi anni con iter procedurali snelli ed efficaci ». E ora ne vediamo i risultati. (a.v.)

 

Baita: «Soldi dati a tutti, cento milioni ogni anno»

Prima intervista dell’ex manager Mantovani dopo carcere e patteggiamento

«Il problema non è il Mose,mala macchina di potere che sta sopra le imprese»

«I soci non potevano parlare, decideva tutto Mazzacurati. Bisognava obbedire alle regole» «Io non vedevo l’ora di finire i lavori, il Cvn ha interesse a tirare in lungo»

VENEZIA «Il problema non è il Mose ma il Consorzio. Che in questi anni ha sperperato un sacco di soldi distribuendo tangenti e consulenze a tutti. E penalizzando le imprese». Dopo un lungo silenzio parla Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, primo socio del Consorzio Venezia Nuova. Arrestato lo scorso anno con l’accusa di false fatturazioni, il manager veneziano era uscito dall’inchiesta patteggiando un anno e dieci mesi. E fornendo agli inquirenti indicazioni preziose sul proseguimento delle indagini. Una storia già vista vent’anni fa, ai tempi di Tangentopoli. Con l’arresto e, all’epoca, il proscioglimento. Ingegner Baita, guai finiti? «Direi di sì. Di guai ne ho avuti già abbastanza». Cosa hanno a che vedere con la sua vicenda gli arresti di questi giorni? «Intanto dobbiamo dare a tutti la possibilità di difendersi. Maio non c’entro con quello che hanno scoperto». Che significa? «Che l’ingegnere Mazzacurati, presidente del Consorzio, ha raccontato cose interessanti. E che è giunta a maturazione la campagna di monitoraggio avviata nel 2009». Sarebbe? «Per almeno due anni le microspie e le intercettazioni hanno fotografato la situazione all’interno del Consorzio, negli uffici di molti personaggi pubblici. Questo è il risultato». Come legge questa vicenda? «La spiego in una sorta di mutazione genetica avvenuta all’interno del Consorzio. Nel 1992 se ne vanno i soci storici fondatori, le grandi imprese come Girola, Lodigiani, Impregilo, l’Iri che aveva espresso il primo presidente Zanda». Sono gli anni di Tangentopoli. «Appunto. Il Consorzio sopravvive alla bufera di Tangentopoli rafforzando la sua struttura, assumendo una veste autonoma che finirà per entrare in conflitto con le imprese e con i soci. Con il suo nugolo di consiglieri e di cortigiani più che all’interesse dei soci pensa, da quel momento, alla sua sopravvivenza. E nel 2003 l’altro ribaltone». Cioè? «Le partecipazioni statali si ritirano e vendono Condotte, Mazzacurati diventa presidente. E la frattura con i soci si allarga: le imprese sono in difficoltà, hanno i cantieri aperti e le maestranze che lavorano. Non sopportano di avere sopra una struttura che guadagna il doppio e non serve a niente». Attività forse utili al progetto. «No, alimentavano soltanto una macchina di potere. Con un sacco di soldi a disposizione. Così si distribuivano soldi a tutti, mostre da sponsorizzare, libri, consulenze, viaggi, ospitalità. Cento milioni di euro l’anno da distribuire». Da dove venivano quei soldi? «Dal 12 per cento che spetta per legge al concessionario per gli oneri. Ma anche da voci specifiche di finanziamento, per studi e sperimentazioni, per il sistema informativo di campo Santo Stefano, inutile cattedrale nel deserto costata milioni di euro». Anche le imprese partecipavano a questa attività? «No, i soci non potevano aprire bocca, decideva tutto Mazzacurati. Bisognava obbedire alle regole, e io quelle regole le ho trovate già fatte. Le imprese non potevano neanche mettere piede al Magistrato alle Acque». Potevate anche dire no. «Quando sono entrato con la Mantovani la mia posizione era debole, dovevo tutelare i 70 milioni di investimento sborsati per rilevare la quota Impregilo». Lei, uno dei protagonisti del Mose, ne rinnega forse la storia? «No, perché questo non significa che il Mose non sia un’opera grandiosa, dove lavorano persone competenti e capaci. La cosa più sbagliata da fare adesso sarebbe abbandonarlo. I cantieri sono dei capolavori, il Consorzio una sovrastruttura inutile». Dunque non serve più? «Il Consorzio si può chiudere domattina, è ridicolo che abbia ancora centinaia di dipendenti a due anni dalla fine dei lavori. Meglio sarebbe interrogarsi sul dopo, sulla gestione». Erano questi i contrasti tra lei e Mazzacurati? «Certo, io non vedevo l’ora di finire i lavori, il Consorzio ha interesse a tirare in lungo». Emergono anche episodi di corruzione che avrebbero accelerato i lavori, falsificato o modificato pareri e controlli. «Questo rende impossibile adesso distinguere». Orsoni è colpevole secondo Lei? «I suoi comportamenti anche sull’Arsenale direbbero il contrario, non mi è parso in grande sintonia con il Consorzio. Forse Mazzacurati si aspettava da lui un comportamento più obbediente». Lei non ha niente da rimproverarsi? «Sì. Di essermi fidato e di avere avuto troppo riguardo umano nei confronti dell’ingegner Mazzacurati».

Alberto Vitucci

 

Orsoni sospeso dalla carica di sindaco

VENEZIA. Giorgio Orsoni, posto agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, è stato sospeso dalla carica di sindaco di Venezia. Lo ha deciso il prefetto, Domenico Cuttaia, sulla base della ordinanza ricevuta dalla Procura. La sospensione, ricorda la Prefettura, è un atto dovuto in base alla cosiddetta «legge Severino» nei confronti degli amministratori locali destinatari di misure coercitive in base agli artt.284, 285 e 286 del codice di procedura penale. Orsoni è indagato nell’inchiesta per un finanziamento illecito di 560 mila euro a sostegno della campagna elettorale per le comunali del 2010. L’ordinanza del Gip, che ha fatto scattare i 35 arresti, è stata trasmessa dal Prefetto alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per le valutazioni di competenza, considerando che la stessa legge Severino comporta la sospensione dalle cariche anche per altri due amministratori arrestati, l’assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso e il consigliere regionale Giampietro Marchese.

 

Zoggia: «Tutto regolare»

Un foglietto con i contributi del 2009 per la Provincia

VENEZIA Il foglietto scritto a mano con l’elenco dei contributi compare nelle pagine dell’ordinanza firmata dal gip Alberto Scaramuzza, a conclusione dell’inchiesta avviata dai tre pm veneziani: si tratta di un appunto sequestrato che ricostruisce i contributi versati a Davide Zoggia per la campagna elettorale del 2009, quando tentò la rielezione a presidente della Provincia. Quella sconfitta è una ferita ancora aperta, perché ha spalancato le porte alla vittoria di Francesca Zaccariotto, della Lega Nord, feroce nemica del sindaco Giorgio Orsoni che per legge è anche presidente della città metropolitana che assorbe pure la Provincia. Ora la Zaccariotto non avrà più come avversario Orsoni, ma chi verrà eletto al suo posto. «Si tratta di contributi regolari, iscritti a bilancio nel rispetto delle regole del finanziamento pubblico ai partiti e quindi senza alcun rilievo penale: tutte notizie già pubblicate dai giornali che riemergono in queste giornate drammatiche», dice con assoluta tranquillità DavideZoggia, che lo scorso anno è stato eletto deputato del Pd. Il foglio riporta cifre e date: due contributi da 7.428 euro a luglio 2009 e poi altri 40 mila euro ma senza la data del versamento che viene indicato come contributo volontario al candidato. Compaiono altri nomi di enti ed esponenti politici veneti: 15 mila euro sono stati versati al comune di Padova per il premio letterario Galileo 2009, uno degli eventi culturali più importanti della città, che coinvolge migliaia di studenti delle superiori. Seguono anche i nomi dell’associazione Il Sestante di Chioggia, ma senza relativo versamento, e poi quello dello Studium Marcianum con casella vuota anche se ad osservare bene il documento, si capisce che la Fondazione avrebbe incassato 100 mila euro. La somma totale parla di 209 mila euro, metà dei quali allo Studium Marcianum, il polo pedagogico- accademico del patriarcato di Venezia. Nato per volontà dell’allora cardinale patriarca Angelo Scola, lo Studium recepisce con la sua costituzione l’esigenza di formazione specifica manifestata dalla Chiesa che è in Venezia: attività nobili e lecite. Tutto a posto? Pare di sì. Perché non c’è nulla di irregolare sotto il profilo penale. Nel documento si parla di 10 mila euro versati a Sergio Reolon, ex presidente della Provincia di Belluno e oggi consigliere regionale del Pd veneto; di 4 mila euro al Partito democratico e di altri 25 mila euro al Comitato Sartori, ma in nessuno di questi tre casi viene registrata al data dei versamenti. C’è anche una firma, di difficile lettura, che chiude il documento acquisito dalla magistratura e inserito nella ordinanza come allegato.

 

Tonini e Ancilotto il «pool Mani pulite» dell’inchiesta veneta

Il procuratore Delpino ha poi affiancato il più giovane Buccini

Carlo Nordio, il coordinatore, gestì l’inchiesta di vent’anni fa

Ci sono anche le indagini su Felice Maniero nel passato dei due grandi protagonisti in procura

VENEZIA – I pubblici ministeri di punta di questa inchiesta che ha smantellato il sistema di malaffare che teneva in pugno molte istituzioni veneziane e arrivava a condizionare anche le scelte dei palazzi romani sono due investigatori instancabili e nella loro carriera, seppur con metodi diversi, hanno condotto importanti indagini. Paola Tonini, di origini bolognesi ma da anni trapiantata a Venezia, è la più schiva: non si contano le occasioni in cui ha chiesto di non pubblicare le fotografie – ne esistono alcune “rubate” durante i processi in aula – con la sua immagine. Difficile strapparle un discorso, i giornalisti in alcune occasioni sperano in qualche sua breve frase. Più aperto Stefano Ancilotto, elegante, abbronzato e spesso con un capo d’abbigliamento colorato e stravagante: non lesina scambi di battute con colleghi, avvocati e giornalisti. Diverse le loro esperienze: Paola Tonini è arrivata da giovanissima alla Procura di Venezia, dopo aver vinto il concorso e aver espletato l’uditorato. Giunta in laguna ha dovuto superare una prova dura, si è “fatta le ossa” con una complicata indagine, nell’ambito della quale erano finiti sotto inchiesta due capi della Squadra mobile veneziana e una decina di agenti. Nel processo di primo grado erano stati tutti assolti,mala Corte d’appello ha poi ribaltato quella prima sentenza e, alla fine, anche la Cassazione le hanno dato ragione, confermando le condanne per la maggior parte dei poliziotti coinvolti. Dopo quell’esperienza è entrata nella Direzione distrettuale antimafia e per otto anni ha condotto le indagini conseguenti alle confessioni di Felice Maniero sul conto dei suoi ex compagni. Scaduta da quell’incarico è tornata a occuparsi di reati contro la pubblica amministrazione avviando e portando a conclusione lo scorso anno l’inchiesta sulla corruzione negli uffici dell’Edilizia del Comune di Venezia. Una decina le condanne e una solo assoluzione finora, i processi si sono conclusi soltanto davanti al Tribunale. Veneziano della terraferma, invece, Ancilotto, dopo una breve esperienza in uno studio legale, e dopo aver vinto il concorso ha fatto la prima esperienza da magistrato in Sicilia, ottenendo il trasferimento a Venezia, alla Procura, dopo alcuni anni. Prima di occuparsi di reati contro la pubblica amministrazione ha condotto indagini sulla criminalità comune, in particolare bande di rapinatori e trafficanti di sostanze stupefacenti. Quindi il via alla sua indagine, nel febbraio 2012, con l’arresto per corruzione di due tecnici dell’Edilizia della Provincia e di alcuni imprenditori che li pagavano per ottenere appalti. L’anno seguente l’arresto di Lino Brentan, presidente dell’Autostrada Venezia- Padova e, infine, il capitolo della “Mantovani” con i patteggiamenti passati in giudicato per i quattro finiti in manette, tra cui Piergiorgio Baita. Il pm Ancilotto, un giorno, ha spiegato che il suo lavoro e quello della collega Tonini è assimilabile a chi scala una montagna, uno da un versante, il secondo dall’altro per ritrovarsi assieme in vetta. A loro, il procuratore Luigi Delpino, ex sostituto procuratore generale a Venezia prima di guidare l’ufficio inquirente lagunare, ha affiancato il più giovane Stefano Buccini, che ha cominciato a collaborare con i colleghi quando entrambi avevano già avviato le loro indagini, uno sulla Mantovani, l’altra sul Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati. A coordinare l’area dei pubblici ministeri che si battono contro i reati compiuti contro la pubblica amministrazione è il procuratore aggiunto Carlo Nordio, uno dei magistrati protagonisti delle inchieste di vent’anni fa sulla tangentopoli nel Veneto. Un giudice apprezzato da molti e criticato da altri per alcune sue amicizie tra i politici del centrodestra. Autore di numerosi libri in campo giuridico e ultimamente anche di un romanzo, “Operazione Grifone”, in cui racconta lo sbarco in Normadia e la fine dell’ultima guerra. (g.c.)

 

Schiavo: l’Ance del Veneto sbalordita ecco le regole della trasparenza

«Rileggendo i nomi, i fatti, le cifre dell’inchiesta sul Mose c’è da restare sbalorditi. La prima tranche dell’inchiesta aveva palesato qualcosa di preoccupante. Dopo gli interrogatori del primo filone d’indagine, le voci si rincorrevano, ma non credevo che il caso potesse assumere questi contorni. È stato scoperchiato un sistema».A Parlare è Luigi Schiavo (foto) presidente di Ance veneto. «Con le cautele dovute per le responsabilità dei singoli oggetto di un’indagine che seguirà il suo corso, l’inchiesta è un bene perché consente di guardare a una nuova stagione che escluda le mele marce della politica, dell’imprenditoria e dello Stato, a garanzia dell’interesse pubblico e della libera concorrenza nella quale si muove la maggior parte delle imprese. «La preoccupazione» continua il presidente Schiavo, «è che l’onda lunga dell’inchiesta possa ripercuotersi sul settore, creando un clima di caccia alle streghe o una battaglia aprioristica contro le grandi opere. Non abbiamo bisogno di nuove norme e nuovi controlli, ma semplicemente di assicurare efficacia a quelli che già ci sono» aggiunge Schiavo. Intanto la commissione referente per le opere pubbliche dell’Ance ha varato a Roma un decalogo per la legalità degli appalti pubblici. Il documento prevede: commissari di gara scelti all’interno di un albo nazionale, sottratto all’influenza della singola stazione appaltante e garante dei tempi di attuazione (articolato per aree geografiche e valori di importo degli appalti, sotto la guida di un soggetto terzo come l’Autorità di vigilanza) . Il sistema dell’offerta più vantaggiosa confinato agli appalti di importo rilevante ed esclusa per gli appalti di importo inferiore ai 2,5 milioni; per i micro cantieri adozione dell’unico criterio dello sconto sul prezzo, alleggerendo iter e costi della procedura, l’esclusione automatica delle offerte anomale per i piccoli appalti; gli interventi sui contenziosi: più severità sulle liti temerarie e spostamento alla fine dei lavori del confronto tra impresa e Pa sulle eventuali riserve.

 

Villa Rodella a Cinto “casa della tangente”

Il Palazzo del XIII secolo, che fu dei Pasqualigo, “benedetto” da Berlusconi dopo il restauro

CINTO EUGANEO Per la tradizione popolare la presenza della civetta è un presagio di sventura. Alla luce di quest’antica credenza, forse l’ex governatore veneto ha giocato un po’ troppo con il folclore locale: all’ingresso di villa Rodella, la faraonica dimora di Cinto Euganeo dove Giancarlo Galan vive con la moglie, la cassetta della posta di Galan e consorte ha proprio le sembianze di un gufo. Non proprio una benedizione. Un arredo un po’ kitsch e che stona con la solennità della villa – anche se fa buona compagnia alle due mucche finte di dimensioni naturali sistemate in giardino – ma che certamente, non ne voglia a male la tradizione popolare, non è la principale causa del tracollo dell’ex presidente regionale. Villa Rodella è diventata la “tangente vivente”, il simbolo del sistema di corruzione scoperchiato in questi giorni dalla giustizia italiana, ristrutturata con le “mazzette” del gruppo Mantovani nell’ultimo decennio. Il palazzo, inizialmente di proprietà della nobile famiglia veneziana Pasqualigo, è stato realizzato nel tredicesimo secolo. Tra villa, rustico, parco e cappellina privata, la “reggia” di Cinto tocca i 1500 metri quadri, circondati da vigneti, campi e dal canale Bisatto. Passata di mano ai Pasinetti, veneziani pure questi, la villa diventa nel Settecento un bene dei nobili Rodella. In paese c’è chi ricorda ancora la vecchia proprietaria, ormai vedova, uscire dalla residenza di via Dietro monte con il proprio maggiordomo al volante. Villa Rodella è entrata nell’orbita di Galan nel 2006: acquistata da un medico di Lozzo Atestino che l’aveva già ristrutturata in parte, il possedimento diventa la residenza di Galan e della moglie Sandra, figlia di un imprenditore edile che in linea d’aria vive a mezzo chilometro dalla villa. Già sette anni fa l’ex presidente voleva trasformarla in un bed& breakfast, tanto da fondare una società con la moglie per gestire la struttura ricettiva. La trasformazione del rudere di campagna in lussuosa residenza pare sia costata più di tre milioni di euro, anche se la cifra non è mai stata confermata da Galan. Fatto sta chein pochi anni i vicini di casa hanno assistito a un cambio radicale degli ospiti di villa Rodella: agricoltori e architetti hanno lasciato spazio a personalità di lustro, come gli invitati alla sua festa di compleanno nel settembre 2007: per l’anniversario e l’inaugurazione della villa arrivarono Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Renato Pozzetto e Al Bano. Ma anche i vari Mazzacurati e Baita, finiti con Galan nell’occhio del ciclone. Villa Rodella fece poi il bis di vip (compreso Berlusconi) nel giugno 2009, quando a Cinto si celebrò il matrimonio tra Sandra e Giancarlo. In quell’occasione il paese fu blindato, con sommozzatori immersi nel Bisatto per garantire la sicurezza. Nel dicembre scorso, infine, l’ultima visita anomala ai Galan: quella dei forconi, vestiti come un commando da Grande Guerra.

Nicola Cesaro

 

Mazzacurati il burattinaio grande vecchio del Mose

Era lui a disporre i pagamenti, a tenere i contatti con gli uomini di governo

È lui che ha fatto scattare le manette ai polsi dei più potenti uomini del Veneto

Forse la malattia del figlio Carlo all’origine della decisione di parlare

VENEZIA Che cosa c’è di più insopportabile della perdita di un figlio? Cosa ha pensato, in questi ultimi mesi, l’ottantenne ingegnere Giovanni Mazzacurati quando nell’agonia del figlio regista ha visto probabilmente riavvolgere anche la sua vita? Quanto può aver inciso il travaglio umano con la decisione, presa la scorsa estate, di lasciare la carica di presidente del Consorzio Venezia Nuova, di farsi arrestare (a casa) e poi di raccontare tutto ai magistrati che stavano cercando di ricostruire la storia degli ultimi vent’anni? Nato a Pisa il 23 aprile 1932, laurea a Padova, sposato con Rosangela Taddei, cattolico praticante e dal carattere schivo, a lungo Procuratore di San Marco, Giovanni Mazzacurati dopo essere stato l’autentico dominus del sistema Veneto è anche l’ultimo Marin Sanudo delle pagine più nere della storia contemporanea della città veneziana. Ai magistrati ha consegnato, tredici giorni dopo il suo arresto, un breve memoriale cui ha aggiunto tutti i suoi ricordi del sistema che pagava politici e funzionari. Un meccanismo alimentato grazie ai 5,267 miliardi di euro che lo Stato ha scucito al Mose e parte dei quali finiti nelle tasche della politica romana e veneta per «accelerare l’approvazione delle pratiche». Ma gli accertamenti della Guardia di Finanza stanno facendo emergere tutto il sistema: «una gestione quasi familiare dell’impresa ad opera dei Mazzacurati». Benefici economici diretti alle figlie Cristina, Elena e Giovannella. La moglie, socia della Eve srl, proprietaria di una casa in California affittata dal Consorzio. E poi i generi ed ex generi della coppia. Mazzacurati è l’inventore del sistema Mose, il Modulo Sperimentale Elettromeccanico destinato a salvare Venezia dalle maree. Lui lo ha concepito, lui ne ha realizzato il vestito, lui ha creato le condizioni affinché l’intervento potesse essere blindato attraverso la costituzione del Consorzio Venezia Nuova e il meccanismo del concessionario. A chi – come Francesco Giavazzi – lo descrisse come l’autentico «padrone » della città rispose: «Non mi sembra di influenzare la politica di Venezia o di esercitare potere. Noi stiamo solo pensando a costruire il Mose». Dai suoi collaboratori si faceva chiamare semplicemente «Ingegnere», ma tra di loro lo descrivevano «capo supremo », «Re», «Monarca», «Imperatore », «Doge». Andava da Letta con Giancarlo Galan, e con Letta da Silvio Berlusconi. Ma dialogava direttamente anche con Giampietro Marchese per quietare la sinistra veneta e assicurarsene l’appoggio. Gestiva sempre direttamente le relazioni, aveva un potere assoluto. Ma prima di ogni decisione che riguardasse i pagamenti ai politici chiamava i principali soci del Consorzio e ne chiedeva il beneplacito: Alessandro Mazzi, Piergiorgio Baita e Stefano Tomarelli per le cooperative rosse. Nessuno si sarebbe mai permesso di obiettare le sue scelte: quando un Magistrato delle acque vuole rientrare da Malaga per partecipare a un convegno di Galan, Mazzacurati non esita a prenotare un volo privato. Ma la sua caratteristica principale era la capacità di relazione, di raggiungere i potenti attraverso una solida rete alimentata con i soldi del Consorzio Venezia Nuova, cioè pubblici. Non batte ciglio quando il generale della Guardia di Finanza chiede 2,5 milioni per arginare le verifiche fiscali. Si fa suggerire da Amalia Sartori ilmodo più breve per raggiungere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per il tramite di Roberto Meneguzzo consegna 500 mila euro al collaboratore del ministro. Conosce Gianni Letta, il Dottore, che peraltro – precisa a verbale – mai ebbe a pretendere nulla. Il suo ex sodale Piergiorgio Baita racconta ai magistrati di aver saputo dall’ingegnere la ricostruzione di uno scontro, in consiglio dei ministri, tra Tremonti e Gianni Letta proprio sullo sblocco dei fondi del Mose: «Io non riesco a far niente – avrebbe riferito Letta a Mazzacurati – anzi ci siamo scontrati in Consiglio dei ministri col ministro Tremonti, che è stato anche particolarmente sgradevole, accusandomi di avere qualche interesse personale sul Consorzio Venezia Nuova». Ci penserà Milanese, dietro compenso, a sbloccare 400 milioni per le paratie mobili veneziane. Il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo gli aveva suggerito di comprarsi un blackberry, perché più difficili da intercettare. Un trucco che aveva visto fare più volte al generale della Guardia di Finanza corrotto, Emilio Spaziante, che staccava il cellulare togliendo la batteria ogniqualvolta si incontravano a Roma o Venezia. A Roma aveva stabilito la residenza, al Residence di Ripetta, tra piazza del Popolo e piazza di Spagna. La sera stava a cena con il mondo della politica, di giorno frequentava intermediari, consulenti e funzionari dello Stato capaci di agevolare il percorso del Mose. Perché questo era il suo unico obiettivo, prima di lasciare il Consorzio: completare le procedure amministrative, assicurarsi la copertura finanziaria per arrivare all’avvio del sistema, garantire al Consorzio la gestione del modulo (è là il vero business dei prossimi anni). L’ingegnere da tempo aveva capito che il suo tempo stava per scadere: dopo l’arresto di Piergiorgio Baita, nel fabbraio dell’anno scorso, con cui i rapporti non erano più sereni come un tempo, aveva intuito che i magistrati stavano arrivando alla «cricca» del Consorzio. Il 28 giugno dell’anno scorso si è dimesso, il 12 luglio è stato arrestato, il 25 luglio ha consegnato il suo memoriale, si è fatto interrogare il 29 e 30 luglio, poi ancora il 9 ottobre. Confermando tutto il sistema e liberandosi di questo peso. Aveva assistito, addolorato, al lento spegnersi del figlio Carlo, il regista, che si è morto il 22 gennaio scorso. Che amava dire: «Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre»

Daniele Ferrazza

 

Marchese (Pd) decade: Silvestri in Consiglio

M5S: via il manager Vernizzi. Idv: commissariare il Mose. Salvini: a questi ladroni taglierei le mani

VENEZIA Primo effetto dell’inchiesta sulle tangenti in laguna a palazzo Ferro-Fini. In base alla legge Severino contro la corruzione, il consigliere del Pd Giampietro Marchese (arrestato per fondi neri nell’ordine di centinaia di miglia di euro) è decaduto dal mandato all’assemblea regionale; nel gruppo democratico gli subentrerà Filippo Silvestri di Portogruaro. Intanto le opposizioni vanno all’attacco. I parlamentari veneti delM5S invitano il governatore Zaia a chiedere le dimissioni del manager Silvano Vernizzi. «È il “ tuttofare” della Regione: commissario straordinario per la Pedemontana; direttore generale e ad di Veneto Strade; commissario straordinario per il Passante di Mestre; nonché stretto collaboratore dell’assessore Chisso, ora in carcere»; «Alla luce di questi fatti», concludono i grillini «ne pretendiamo le dimissioni per evidente incompatibilità, insieme ad una revisione il sistema di assegnazione degli incarichi a tutti i livelli, affinché non si verifichi l’accentramento, nelle mani di poche persone, di multiple cariche pubbliche che determinano feudi di potere incontrollabile». Incalza anche l’Idv: «Il presidente dell’Authority anticorruzione, Raffaele Cantone, afferma che quanto sta emergendo dall’inchiesta sul Mose è ancora più grave di quanto è venuto alla luce sull’Expo di Milano», afferma Antonino Pipitone, il capogruppo in Regione «perciò proponiamo di affidargli poteri straordinari anche per il Mose. Bisogna fare luce fino in fondo: in un affarone da 5 miliardi, siamo sicuri che i fondi neri siano “solo” 25 milioni?». Di un «Veneto umiliato e devastato dalla corruzione », parla invece Pierangelò Pettenò (Sinistra veneta) che si appella «a tutte le forze della Sinistra e ai movimenti impegnati contro la logica delle grandi opere e della svendita del territorio per costruire assieme un progetto che si candidi al governo della Regione e di Venezia, strappando il bene comune dalle mani malavitose». Critico anche l’intervento di Diego Bottacin (Verso Nord): «A quattro anni dall’insediamento che fine ha fatto il palazzo di vetro promesso da Zaia? Il governatore si vanta di aver inviato a tutti i dipendenti una circolare che vieta di incontrare fornitori, consulenti e imprese al di fuori delle sedi istituzionali. Ma è forse servito ad arginare lo scandalo del Mose? Che aspetta Zaia a mettere a gara tutti i servizi che sono ancora svolti con affidamento diretto o in proroga?». Analoga la riflessione di Antonio De Poli (Udc) che sollecita la tracciabilità » dei fondi pubblici nelle grandi opere. Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, se la prende con la città metropolitana: «Altro che la PaTreVe della sinistra e dei faccendieri, gli onesti si uniscano per tirare fuori il Veneto da questo fango». Più drastico il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, di scena a Vittorio Veneto «A questi ladri, per una volta, applicherei la legge islamica, ovvero il taglio delle mani».

Filippo Tosatto

 

L’OPERAZIONE – Venti perquisizioni in città case e aziende degli arrestati

Trecento funzionari impiegati in quattro diverse regioni italiane per gli arresti e le 97 perquisizioni domiciliari

VENEZIA Trecento finanzieri impegnati in quattro regioni per 97 perquisizioni, di cui 20 in città, nelle aziende, nelle case di residenza o negli appartamenti nelle disponibilità delle persone raggiunte da un ordine di custodia cautelare, in carcere o ai domiciliari. Decine di scatoloni di documenti ora nelle mani delle Fiamme gialle del Nucleo di polizia tributaria che, prima con il colonnello Nisi, poi trasferito a Roma, e ora con il colonnello Roberto Pennoni, hanno portato avanti l’indagine dei pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Documenti che ora dovranno essere verificati e dai quali potrebbero emergere ulteriori spunti d’indagine. Mercoledì all’alba i finanzieri sono stati sono stati, tra l’altro, a casa del sindaco Giorgio Orsoni, ai domiciliari per il reato di finanziamento illecito ai partiti. E contemporaneamente le perquisizioni hanno riguardato gli uffici del primo cittadino a Ca’ Farsetti. Le Fiamme gialle sono state anche al Lido di Venezia, a casa di Nicola Falconi, presidente dell’Ente Gondola, dove in supporto delle fiamme gialle sarebbero interventi anche i vigili del fuoco per poter aprire una cassaforte nella quale era ipotizzata la presenza di documenti. Falconi è l’uomo ripreso dalle telecamere dei finanzieri il 13 aprile del 2011che alla pizzeria “La Conchiglia” di Marghera mentre consegna una busta di soldi a Pio Savioli, consigliere del Consorzio Venezia Nuova e a capo del Coveco. Secondo le risultanze dell’inchiesta, il pagamento sarebbe il “nero” che Falconi restituisce a Savioli, corrispondente al sovrapprezzo di una fattura di 18.750 euro emessa il 15 marzo 2011 dal Co. Ve.Co all’imprenditore e pagata il 14 aprile. Tra le case perquisite, a Mestre, c’è poi quella dell’ex Magistrato alla Acque, Maria Giovanna Piva, in via Cappuccina 13, in prigione al carcere femminile della Giudecca con l’accusa di aver preso uno stipendio annuo di 400 mila euro dagli uomini del Consorzio Venezia Nuova. Le altre case perquisite sono state quelle dell’ormai ex assessore alle Infrastrutture Renato Chisso, a Favaro Veneto, quella dell’ingegnere Maria Teresa Brotto, e la sede dell’azienda di Luigi Dal Borgo, l’imprenditore specialista in cartiere, in via Fratelli Bandiera 45, stesso indirizzo della Servizi e tecnologie ambientali, la società del consulente della Mantovani. Dal Borgo, come si ricorderà, è accusato di aver emesso fatture per lavori inesistenti. Documenti sono stati prelevati anche dalla perquisizione a casa dell’architetto Dario Lugato, ai domiciliari.

Francesco Furlan

 

Porto Marghera aspetta il sostituto di Chisso

La giunta regionale ha nominato i sostituti di Artico e Fasiol che saranno Benassi e Carraro

L’inchiesta sul Mose ha portato in carcere figure istituzionali chiave per bonificare e rilanciare finalmente le aree di Porto Marghera dismesse da Eni. L’arresto dell’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso e il suo collaboratore Giovanni Artico, che era stato nominato commissario della Regione per la riconversione di Porto Marghera, la realizzazione dell’Accordo di Programma per stoccare i fanghi scavati dai canali nel vallone Moranzani e la gestione del Pif, il mega-depuratore di Fusina. Il rischio è che si blocchino tutti i progetti avviati negli ultimi mesi su questi versanti, a cominciare dalla costituzione della nuova società che deve mettere in vendita con un bando di gara europeo le aree industriali da bonificare cedute da Syndial, società dell’Eni. Ieri pomeriggio, la giunta regionale presieduta da Luca Zaia, si è riunita in tutta fretta e ha proceduto “con urgenza” alla sostituzione dei dirigenti sospesi d’ufficio, affidando, con effetto immediato, gli incarichi ad interim e in surroga ad altri dirigenti «per evitare interruzioni dell’attività amministrativa». La direzione del Dipartimento di coordinamento operativo, il recupero ambientale e territoriale e della Sezione Progetto Venezia – prima gestite da Giovanni Artico, tuttora in arresto in attesa dell’interrogatorio dei magistrati ora in custodia cautelare e sospeso dall’incarico – è stata conferita ad Alessandro Benassi, attuale direttore del Dipartimento Ambiente della Regione e già tecnico dell’Arpav di Venezia, esperto in inquinamento atmosferico. Per quanto riguarda l’assessore Renato Chisso, ora in carcere a Pisa, dopo le sue “irrevocabili dimissioni”, il governatore Zaia si è preso «il tempo per una profonda e attenta riflessione». Una riflessione per decidere a chi affiderà tutte le delicate deleghe che fino all’altro ieri aveva Renato Chisso che, oltre alle Infrastrutture, comprendevano a Mobilità e i Trasporti,nonché la Legge Speciale per Venezia e la riconversione e il risanamento ambientale di Porto Marghera. Ieri, la Giunta ha anche nominato alla direzione del Dipartimento riforma dei Trasporti e della Sezione strade autostrade e Concessioni – prima affidato a Giuseppe Fasiol, ora in custodia cautelare e sospeso dall’incarico – è stato nominato affidata all’ingegnere Mariano Carraro, attuale direttore del Dipartimento lavori pubblici, sicurezza urbana e Polizia locale.

(g.fav.)

 

chioggia

Parte la posa dei cassoni alla bocca di porto

Domani iniziano le operazioni, appello del Consorzio al senso civico di chi va in barca

CHIOGGIA – Da domani iniziano le operazioni di posa dei cassoni del Mose alla boccadi porto di Chioggia. La movimentazione avverrà nel periodo compreso tra giugno e settembre, in giorni stabiliti dalle Autorità preposte e comunicate volta per volta agli organi di informazione e attraverso i canali della Capitaneria di Porto di Chioggia. La movimentazione rende necessaria la chiusura totale della bocca di porto alla navigazione in entrata e in uscita per 48 ore consecutive. Questo per garantire la massima sicurezza durante le operazioni di varo e posa dei cassoni (saranno anche presenti operatori subacquei). In ottemperanza all’ordinanza (41/2014) della Capitaneria di Porto di Chioggia del 3 giugno, si informa che la prima data ritenuta utile è quella del 7/8 giugno prossimi. Ognuna di queste date “finestra” è, comunque, soggetta a variazioni in quanto la movimentazione dei cassoni può avvenire solo a determinate condizioni meteomarine e quindi, volta per volta, sarà data ampia informazione sulle eventuali nuove “finestre” di chiusura della bocca di porto, con provvedimento che sarà disposto dalla Capitaneria di Porto. La chiusura totale di 48 ore nelle varie data-finestra indicate è resa necessaria per evitare qualsiasi pericolo per gli operatori e per i natanti. L’obiettivo è quello di garantire la sicurezza dei naviganti. Oltre ai due mezzi nautici sempre presenti, il Consorzio Venezia Nuova predisporrà, all’entrata e all’uscita della bocca di porto, dei “segnalamenti luminosi” e dei dispositivi ottici riflettenti, per segnalare il divieto di accesso. Il Consorzio Venezia Nuova in vista dell’inizio delle operazioni lancia un appello «alla responsabilità e al senso civico di tutti coloro che d’abitudine o per svago attraversano la bocca di porto di Chioggia». Un appello è condiviso da tutte le Autorità interessate e coinvolte negli interventi. Le date stabilite per la chiusura della bocca di porto di Chioggia sono: 7/8 giugno; 19/20 giugno; 30 giugno/1° luglio; 10/11 luglio; 21/22 luglio;31 luglio/1° agosto12/13 agosto 25/26 agosto.

 

sconcerto a favaro e campalto

«Chisso è cresciuto con noi, siamo stupiti»

MESTRE C’è sconcerto a Campalto, ma sopratutto a Favaro e in via Ca’ Solaro, dove abitava l’ex assessore regionale Renato Chisso, in una casa con 50 metri quadri di giardino, che gli ha lasciato il padre. Nei giorni scorsi come al solito si è fatto vedere alla Festa di Maggio, organizzata dalla parrocchia, con i consueti amici, la moglie. «Sono restato male, male male», si limita a dire un compagno di sempre, Giuliano Quintavalle. «Non faceva una vita migliore della mia», racconta Ennio Franchin, anche lui amico di famiglia, «macchine, case, donne, niente del genere. I suoi passatempi erano i nostri. Vacanze insieme, per dieci anni in Calabria e poi Croazia, Grecia, ma sempre fifty fifty. Sabato è andato a cena da una nostra amica, poi è passato alla sagra». «Sono rimasto malissimo», racconta Piero Trabuio dell’omonima pizzeria e di Vivifavaro, «è un amico e uno di famiglia, che ti dà una mano, abita dietro casa nostra e non ci aspettavamo nulla del genere. Lo conosciamo da bimbo, ci sembra impossibile. Non ha mai fatto male a nessuno, cucina in “braghette” le costicine la domenica per gli amici. Speriamo si risolva per il meglio». «Umanamente sono dispiaciuta», aggiunge Elettra Vivian, anche lei residente sulla stessa strada, «ci conosciamo sin da piccoli, se quello che sta venendo fuori è vero è davvero terribile, mi spiace abbia scelto la strada del potere rinunciando a quella della politica. Credo che dopo tangentopoli Chisso potesse essere davvero il politico di punta del territorio, mase così stanno le cose il centrodestra ha perso ogni speranza di poter avere un futuro qui». «Sono meravigliato e dispiaciuto », commenta il parroco don Michele Somma, «perché quando queste cose succedono in casa tua, le vivi con un atteggiamento diverso».

Marta Artico

 

un giorno da pecora

Quando Galan disse a Radio2: «Sono senza stipendio»

MESTRE L’inchiesta del Mose non è passata inosservata alla trasmissione cult “Un Giorno da Pecora”, animata da Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro, che domenica sera alle 21 saranno al centro Candiani per un incontro con il pubblico, nell’ambito del ciclo di iniziative sulla satira. Dalla redazione della trasmissione radiofonica rilanciano una dichiarazione “storica” dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan. Della serie “Mose, quando Galan diceva a Rai2 di non prendere nessuno stipendio: «Psicologicamente non prendere uno stipendio, è difficile, negativo», diceva Galan. «Ora non percepisco niente zero. Per me però la passione politica c’è e quindi aspetto: posso permettermelo per un periodo ». Era il maggio del 2012, quando l’attuale deputato berlusconiano, era stato costretto a lasciare la poltrona di ministro, in seguito alle dimissioni del Cavaliere. Galan rimase così senza stipendio fino a febbraio del 2013, quando venne eletto alla Camera. Diverso il quadro delineato dalle accuse della Procura di Venezia, in cui emerge come Galan sarebbe stato nel libro paga del Consorzio Venezia Nuova con uno “stipendio” di un milione di euro l’anno. Tutti soldi derivanti dai fondi neri che il Consorzio metteva a disposizione dei politici veneti e di una ampia rete di funzionari pubblici compiacenti. I due noti conduttori radiofono ci domenica sera saranno al Candiani per sottoporre le loro domande,conun piglio un po’ demenziale, a due personaggi un politico: Alessandra Moretti del Pd, e una vecchia conoscenza di Venezia, Maurizio Zamparini.

 

La rabbia degli scrittori «È un sistema corrotto»

L’amarezza del mondo della cultura di fronte alla maxi retata veneziana

Ma dagli intellettuali arriva anche un segnale di speranza e un appello a ripartire

VENEZIA Disgusto, speranza, sconcerto. Il mondo della cultura reagisce in modo diverso agli scandali che stanno travolgendo Venezia. All’improvviso Venezia appare sotto un’altra luce, che non è quella del riflesso dei canali. Eppure c’è chi, superato l’impatto iniziale, riesce a vedere oltre: «Non appena ho saputo della maxi retata », ragiona Tiziano Scarpa, « in un primo momento ho sentito una grande tristezza, ma poi invece mi sono sentito libero perché ho pensato che non appartengo a quel mondo. Spero che si rimetta in discussione la cultura che queste persone rappresentano, ovvero la cultura dello snaturamento del paesaggio, fatto in nome di una funzionalità esasperata. Il problema infatti non sta nelle persone, che verranno giudicate da chi ne ha le competenze, il problema sta nella cultura che rappresentano che è vecchia perché non prende in considerazione il benessere del pianeta, la sopravvivenza della specie e, oltre a essere corrotta, questa cultura si è dimostrata perdente. Forse c’era bisogno di un grande shock per aprire gli occhi». Insomma per l’autore di “Venezia è un pesce” questo trauma potrebbe essere il punto di svolta per chiudere definitivamente con il passato e iniziare a difendere davvero la laguna, come ha scritto nell’ultimo libro per grandi e piccini “Laguna l’Invidiosa”. Qualcuno invece aveva predetto un tale sfacelo proprio attraverso le parole, in un libro che si è guadagnato il Premio Calvino 2013, “Cartongesso”. Qui si racconta di un Veneto in cui politica e uomini sono partecipi di un unico fallimento. L’autore, l’avvocato Francesco Maino di San Donà, non vuole commentare. La rabbia di fronte a quanto successo non concede nessuna forma di speranza. «Sta accadendo proprio quello che ho scritto », osserva in maniera impetuosa ,«Come si può commentare? Quando la Guardia di Finanza arresta tutte queste figure, sindaco di Venezia incluso, che hanno rubato soldi pubblici, che cosa dovremmo dire? Dovremmo fare un comitato nazionale di liberazione e provare a salvarci la vita come comunità». Quello che non sopporta Maino è che sembra che si sia scoperta l’acqua calda, quando invece a suo dire era tutto sotto gli occhi: «Da quando lo si sapeva della corruzione del Mose? Quante volte lo avete detto voi giornalisti? Lo sapevamo tutti e adesso bisogna fare i commenti? Io vorrei dire: svegliatevi! Fate qualcosa, io la mia parte ho cercato di farla. Sono sempre dalla parte dei più deboli e ho scritto un libro che ha vinto un premio. E voi? Fatevi un’esame di coscienza e vi consiglio di fare qualcosa». Più moderato il Premio Campiello 2011, Andrea Molesini, che difende l’immagine della città: «Sono contro a qualsiasi linciaggio e attendo che la magistratura faccia il suo corso. Mi sento come tutti i veneziani, costernato e dispiaciuto per come è stata infangata l’immagine della città, eppure voglio fare uno sforzo di ottimismo e pensare che Venezia sia ancora sana. È pieno di veneziani che lavorano onestamente. Certo, dai tempi di Cicerone si sa che dove c’è tanto denaro c’è anche tanta corruzione, ma qui mi sembra che ci sia una crisi morale generalizzata. Un conto è una malattia che colpisce un tessuto sano, unconto è che il tessuto sia contaminato. Mi dispiace che l’immagine di Venezia finisca in questo modo sulle pagine dei giornali di tutto il mondo perché non se lo merita e neppura i veneziani». Antonio Scurati, autore di “La seconda mezzanotte”, libro apocalittico ambientato proprio in una Venezia, invita a ripensare che cosa significhi fare politica: «Mi sembra l’ennesima riprova di un’eclissi politica perché quando un politico si riduce a essere mero amministratore finisce con il diventare un cattivo amministratore. Un politico dovrebbe essere chi cerca di realizzare un progetto a partire da un ideale. Invece, la retorica del politico che deve essere un buon amministratore genera mostri perché chi amministra e basta fa affari e ci vuole poco che diventino malaffari. Un esempio? Non penso che tutto questo avrebbe mai potuto capitare a Massimo Cacciari perché, nonostante si posa criticare, la sua amministrazione si è fondata su una concezione politica forte, quella che vedo che ora in gran parte manca».

Vera Mantengoli

 

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