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LE INDAGINI – Tutto è iniziato con le verifiche fiscali in alcune aziende e al Consorzio

L’ACCUSA – Mazzacurati, Minutillo e Baita hanno parlato anche dopo la condanna

IL GIUDICE – Ecco come Scaramuzza nell’ordinanza “spiega” i punti di forza dell’accusa

LA “FILOSOFIA” – Non solo testimonianze ma riscontri materiali e documentali

Il gip: prove schiaccianti, niente “pesca a strascico”

Il magistrato scrive: il perno dell’inchiesta non sono i “grandi accusatori”, ma gli elementi raccolti dalla Finanza «che hanno ottenuto piena e integrale conferma dagli interrogatori»

Prove granitiche e attendibilità dei cosiddetti “collaboranti”. Mazzacurati, Baita e Minutillo vale a dire i grandi accusatori nell’inchiesta sulla Tangentopoli bis in laguna legata a doppio filo al Mose, non potevano che confermare quanto gli è stato contestato dai magistrati. Perché le prove raccolte dai finanziari del Nucleo di polizia tributaria di Venezia erano talmente schiaccianti da non consentire loro alcun bluff. Il gip Alberto Scaramuzza nella sua monumentale ordinanza è chiarissimo: «I dati obiettivi (acquisizione di documentazione cartacea e informatica, intercettazioni telefoniche e ambientali, videoriprese, pedinamenti) hanno ottenuto piena e integrale conferma dagli interrogatori degli indagati, dovendosi osservare da parte di questo giudice che tali interrogatori non costituiscono che la conferma di quanto emerso in base alle molteplici indagini tecniche di cui non fanno che confermare a posteriori l’attendibilità».
Un concetto che il gip ribadisce con forza quando scrive che il perno dell’accusa non ruota attorno a prove essenzialmente dichiarative. Al contrario le contestazioni si basano su «prove materiali e documentali», che hanno di fatto costretto gli indagati ad avvalorare «integralmente la fondatezza delle ricostruzioni effettuate dalla Guardia di Finanza». E d’altronde le stesse attività tecniche, avviate nel 2010, non sono scattate secondo quella “pesca a strascico” che caratterizza il modello investigativo hi-tech che si è imposto in questi ultimi anni, bensì quando le Fiamme Gialle a seguito delle verifiche fiscali eseguite alla Cooperativa San Martino di Chioggia, alla Mantovani spa sia nella sede di Padova che di Mestre, e infine al Consorzio Venezia Nuova avevano già acquisito i riscontri di quella extracontabilità che ha smascherato il sistema di false fatturazioni finalizzato alla costituzione del cosiddetto “fondo Neri” per il pagamento, come si scoprirà poi, di magistrati, generali, politici, funzionari e faccendieri.
Inoltre il gip confuta anche quella che definisce la prevedibile obiezione dell’interesse a rendere dichiarazioni per ottenere benefici processuali.
Come si sa Baita, ex ad della Mantovani, e Minutillo, ex segretaria dell’allora governatore Galan, hanno patteggiato e da persone libere si sono nuovamente messe in attività, mentre Mazzacurati padre-padrone del Cvn, con la revoca dei domiciliari ha ottenuto anche la restituzione del passaporto tanto della scorso aprile è volato oltreoceano nella sua residenza americana, quasi a voler assistere da lontano alll’implosione della sua creatura.
Secondo il giudice tutti e tre hanno detto di fatto la verità anche per le seguenti considerazioni. La prima: hanno collaborato in fase di indagini preliminari anche quando avevano già ottenute misure attenuate e anche successivamente a conti saldati con la giustizia. La seconda: hanno manifestato la volontà di parlare di fatti ulteriori e diversi rispetto a quelli contestati con l’arresto «dimostrando spontaneità nel riferire fatti anche non noti agli inquirenti e dimostrando di essere in grado di rendere spontaneamente dichiarazioni auto-incriminatori anche su fatti non ancora scoperti». E aspetto certo non secondario si tratta di soggetti che rivestivano ruoli apicali e quindi hanno raccontato in prima persona per «diretta constatazione e percezione». Non da ultimo a suggellare la credibilità dei testi il fatto che «la buona parte dei fatti dagli stessi narrati risultano già giudizialmente accertati».

Monica Andolfato

 

LA RIVELAZIONE – Il faccendiere Voltazza: l’assessore mi chiese di tenere d’occhio il suo segretario

«Controlla Casarin, forse fa la cresta sulle mazzette»

L’assessore Renato Chisso non aveva piena fiducia del fedele segretario che lo ha seguito per tutta la carriera politica, Enzo Casarin, almeno per quanto riguarda il suo ruolo di “riscossore” delle mazzette.
È quanto emerge dalla deposizione resa durante le indagini da Mirco Voltazza, il padovano stipendiato dal presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, per fare attività di “spionaggio” e di intelligence per suo conto.
Voltazza ha riferito alla Procura di essere stato incaricato dall’assessore ai Trasporti di controllare Casarin, affinché non si appropriasse di parte del denaro.
«Durante il pranzo al ristorante Al Mulino di Gruaro Renato mi prese in disparte e mi disse se potevo svolgere per suo conto un monitoraggio poiché temeva che il suo segretario Enzo Casarin facesse la cresta sulle somme che il Baita e il Dal Borgo gli consegnavano…».
Casarin, sessantenne di Mirano, in politica da lunghi anni, è finito in carcere assieme a Chisso mercoledì mattina con l’accusa di corruzione in relazione a somme di denaro e altre utilità che, secondo l’accusa, riceveva per conto dell’assessore.
Del ruolo di Casarin in qualità “tramite” delle tangenti per conto di Chisso ha riferito dettagliatamente Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan.
Raccontando delle migliaia di euro versate più volte l’anno all’allora presidente della Regione, Minutillo ha spiegato che talvolta era lei stessa a consegnare il denaro; in altre occasioni provvedeva direttamente Baita; in altre ancora ad occuparsene erano persone di fiducia dei politici, tra cui viene indicato proprio il segretario dell’ex assessore ai Trasporti.
A confermare il ruolo di Casarin hanno contribuito anche le dichiarazioni del cassiere della Mantovani, Nicolò Buson, e Federico Sutto, l’uomo incaricato dei pagamenti da parte del presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Nessuno ha mai dubitato che Casarin agisse per conto di Chisso.
Ma ora emerge che l’assessore ai Trasporti non era così sicuro della fedeltà del suo più stretto collaboratore, tanto da chiedere a Voltazza di tenerlo sotto controllo.

 

GLI UTILI – Depositi in Svizzera per nascondere i proventi illeciti

SOVRAFATTURAZIONI – Un meccanismo sperimentato e messo a punto a Chioggia

OTTO MILIONI – La somma calcolata dalla Gdf relativa alle fatture inesistenti

Per l’accusa Cristiano Cortella è uno degli ideatori del meccanismo della sovrafatturazione, sperimentato e messo a punto alla Cooperativa San Martino di Chioggia e poi esportato ipso facto alla Mantovani spa di Piergiorgio Baita, contaminando di fatto tutte le imprese aderenti e in affari con il Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati.
In Canada aveva sede la Quarrytrade Limited, di cui Cortella era uno degli amministratore di fatto. Società attraverso cui la Mantovani ha potuto evadere le imposte sui redditi per svariati milioni di euro.
La merce che veniva pagata a peso d’oro erano i sassi, quello cosiddetti da annegamento, che finivano sott’acqua per la realizzazione del Mose alle bocche di porto di Chioggia.
Dal 2006 al 2010 i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Venezia, allora guidati dal colonnello Renzo Nisi, hanno calcolato in 7.990.248,71 euro l’ammontare totale delle fatture per operazioni parzialmente inesistenti e in particolare con la cresta sui costi di fornitura.
Si tratta del meccanismo oliato per la creazione dei fondi neri, come ricostruito dal pool di mmagistrati composto da Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini.
Ecco come avveniva il passaggio di denaro. Il Cvn ordinava tramite la Mantovani in Croazia dalla Kamen Pazin, il materiale poi utilizzato dalla San Martino. La società croata a sua volta vende i prodotti attesi in laguna alla canadese Quarrytrade Limited.
È quest’ultima a chiedere a Mantovani un prezzo maggiorato del 10-17% rispetto a quello che sarebbe stato pagato in caso di acquisto diretto dal primo fornitore, giustificando l’importo con servizi non meglio definiti, come il trasporto del sasso. In realtà la società canadese non esisteva, ma svolgeva un ruolo di interposizione, e consisteva in un mero ufficio con due prestanomi tra cui Cortella.
Gli “utili” della sovrafatturazione, ovvero i soldi fantasma, venivano nascosti infine in conti correnti accesi in istituti di credito elvetici.

Monica Andolfatto

 

IL PROCURATORE – Scarano ha chiesto l’acquisizione di tutti gli atti

GIUSTIZIA ERARIALE – Aperto un fascicolo per valutare possibili richieste di risarcimento

ACCERTAMENTI – Nel mirino Orsoni, Galan e Chisso, ma anche dirigenti e funzionari

INCHIESTA – Potrebbe riguardare anche i dipendenti delle aziende private

Una Commissione indagherà sui “controllori”

Il procuratore generale ha avviato un’inchiesta sugli “atti relativi al Mose ed eventuali responsabilità di magistrati della Corte dei conti”

ROMA – La Corte dei Conti ha istituito «una Commissione di indagine per l’accertamento di tutte le procedure di controllo effettuate negli anni in merito all’opera, la verifica degli atti e delle relative risultanze». È quanto si legge in una nota, in cui si sottolinea che che «nella giornata di ieri il Procuratore generale, Salvatore Nottola, ha aperto un fascicolo “atti relativi alla vicenda del Mose ed eventuali responsabilita” di magistrati della Corte dei contì».
La commissione di inchiesta, spiega la nota, è stata avviata «in merito alla vicenda giudiziaria relativa al Mose di Venezia, che ha condotto a provvedimenti di restrizione della libertà personale anche per un ex magistrato della Corte dei conti», su iniziativa del Presidente della Corte dei conti, Raffaele Squitieri, che ha sentito il Consiglio di Presidenza, e d’intesa con il Procuratore generale presso la Corte dei conti. A presiedere la commissione è stato nominato il Presidente di sezione Adolfo De Girolamo. Il Presidente Squitieri ha chiesto un primo rapporto entro quindici giorni. Il presidente Squitieri «ribadisce che eventuali casi individuali di corruzione o comportamenti illeciti da parte di magistrati della Corte, di per sè gravissimi e lesivi dell’onorabilità dell’istituzione, vanno individuati e puniti con la massima sollecitudine e severità, e che la Corte assicura alla magistratura ordinaria tutto il supporto tecnico che si ritenga necessario da parte degli inquirenti. Tali casi, ove accertati, sarebbero ancor più gravi in quanto danneggiano profondamente l’opera quotidianamente espletata da un corpo di magistrati onesto, preparato e dedito all’esclusivo interesse della Repubblica a tutela delle pubbliche finanze».

 

La Corte dei Conti «Danno d’immagine»

Dopo la giustizia penale è la volta di quella erariale. La procura regionale della Corte dei conti ha infatti aperto un fascicolo preliminare dopo gli arresti scattati mercoledì mattina per i reati di corruzione e finanziamento illecito.
Il procuratore Carmine Scarano sta acquisendo i primi atti delle indagini penali per verificare la possibilità perseguire i pubblici amministratori finiti sotto accusa, con l’obiettivo di chiedere loro il risarcimento dei danni provocati alla pubblica amministrazione. In particolare i danni all’immagine.
Gli accertamenti della procura erariale riguarderanno dunque l’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, l’ex assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso, indagati di corruzione, e il sindaco (sospeso) di Venezia, Giorgio Orsoni, sotto inchiesta per finanziamento illecito.
Ma anche gli altri dirigenti e funzionari pubblici che i pm Ancilotto, Tonini e Buccini indicano essere stati al soldo dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, e dell’allora presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita: ovvero gli ex presidenti del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva e Giovanni Cuccioletta; l’ex generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante e l’ex giudice della sezione controllo della Corte dei conti di Venezia, Vittorio Giusepponne, in pensione da un paio di anni.
Probabilmente l’inchiesta erariale riguarderà anche gli amministratori di aziende private che hanno gestito denaro pubblico e i professionisti incaricati di progetti realizzati con fondi pubblici: anche a loro potrebbero essere estese le eventuali richieste di risarcimento, nel caso in cui l’indagine si concludesse con un riconoscimento della loro responsabilità, proprio perché incaricati di realizzare opere pubbliche.
Non è la prima volta che la Corte dei conti apre indagini conseguenti ad inchieste penali per corruzione e reati contro la pubblica amministrazione.
E in passato non sono mancate sentenze di condanna di politici e amministratori al risarcimento dei danni provocati all’erario.
Nel frattempo l’Associazione Magistrati della Corte dei conti ha diramato un comunicato in merito al coinvolgimento nell’inchiesta dell’ex giudice Giuseppone, accusato di aver incassato uno “stipendio” annuo dal Consorzio Venezia Nuova per velocizzare l’iter di registrazione delle convenzioni e accelerare, quindi, l’erogazione dei fondi per il Mose.
«Pur nel rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza stabilito dalla nostra Costituzione, si esprime sconcerto ed amarezza per i fatti fin qui accertati a seguito delle indagini e contestati allo stesso magistrato, che – se confermati anche in sede processuale – si rivelerebbero di assoluta ed estrema gravità, anche per l’inevitabile riflesso che essi hanno sull’immagine della Corte dei conti e dei suoi magistrati, che quotidianamente svolgono il loro lavoro con impegno, senza clamore, e con assoluta onestà», scrive l’Associazione, comunicando di aver chiesto al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti di disporre l’attivazione «di una indagine interna, o di verifiche ispettive, volte ad accertare eventuali irregolarità in ordine a tutti gli atti di cui si è occupato, oltre che a fare chiarezza sulla questione a salvaguardia dell’integrità e della correttezza istituzionale della Corte dei conti e della onorabilità personale e professionale di tutti i magistrati della Corte dei conti».

 

PERQUISIZIONI – Sono stati 97 i controlli in abitazioni, uffici e studi di arrestati e indagati

RISCONTRI – A Roma un “tesoro” di valore quasi uguale alle sovrafatturazioni

IL RITROVAMENTO – Scoperte preziose tele attribuibili al famoso vedutista veneziano

E a casa Mazzi spuntano ora anche due Canaletto

Un tesoro quasi uguale all’ammontare della sovrafatturazione, ovvero circa 40 milioni di euro, con cui il Consorzio Venezia Nuova riusciva secondo la Procura a drenare i soldi pubblici nel cosiddetto “fondo Neri” per pagare la mazzetta al corrotto di turno.
È quello trovato nella residenza romana di viale Cortina d’Ampezzo del veronese Alessandro Mazzi, 48 anni il prossimo 20 ottobre, finito in manette nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti in laguna all’ombra del Mose. I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria lagunare, durante la perquisizione domiciliare contestuale all’esecuzione della custodia cautelare in carcere, hanno scoperto, da quanto trapelato, quattro preziosissime opere di pittori del Settecento veneziano. Vale a dire dipinti attribuiti, almeno due, anche al Canaletto, il maestro indiscusso del Vedutismo: il valore stimato supererebbe i trenta milioni di euro. I quadri da una prima verifica sarebbero privi della necessaria certificazione della Soprintendenza ai Beni culturali che ne attesta, fra le altre cose, la legittima proprietà. Mazzi, vicepresidente del consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova, nonché presidente del cda sia della Mazzi Scarl che delle Grandi lavori Fincosit spa, entrambe consorziate in Cvn per una quota complessiva par al 30,31% e affidatarie delle opere del Mose alla Bocca di Malamocco del Lido, da mercoledì scorso è detenuto a Parma. Coinvolto nei principali capi d’accusa formulati dal gip Alberto Scaramuzza su richiesta dei pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, è fra gli imprenditori che hanno concordato con Giovanni Mazzacurati, il “grande burattinaio” di Cvn, concessionario unico per la realizzazione dei lavori del Mose, la necessità di sborsare bustarelle per non subire controlli tecnici e contabili o interferenze, anche di carattere politico o investigativo, che potessero rallentare l’attività dello stesso Cvn.
Quanto sequestrato nella sua abitazione capitolina, smorza il clamore dei 200mila euro in contanti scovati sempre a Roma, in una delle dimore nella disponibilità del generale di Corpo d’Armata delle Fiamme Gialle in pensione, Emilio Spaziante, finito i
n cella nell’ambito della stessa inchiesta per aver intascato, secondo quanto sostenuto dai pm, mezzo milione di euro per aver rivelato a Mazzacurati e sodali di essere nel mirino della Procura veneziana e dei finanzieri della Polizia tributaria, mettendo in serio pericolo la prosecuzione delle indagini in corso. Novantasette le perquisizioni eseguite lo scorso 4 giugno fra Venezia, Roma, Milano, Padova, Belluno, Treviso, Rovigo. Oltre che nelle case, negli uffici o nelle aziende dei 35 arrestati, di cui 10 a domiciliari, anche nelle case di alcune persone che non risultano indagate, come per esempio quelle dei padovani Romeo e Giampaolo Chiarotto, proprietari della Impresa costruzioni Mantovani spa.

Monica Andolfatto

 

NONOSTANTE L’INCHIESTA – La società Expo conferma gli appalti alla Maltauro

MILANO – L’impresa di costruzioni Giuseppe Maltauro andrà avanti con i lavori per Expo 2015 anche dopo l’inchiestadella Procura di Milano che ha portato fra gli altri all’arresto di Enrico Maltauro. Ieri la società Expo ha comunicato alla Maltauro che non sono stati rilevati elementi sufficienti a motivare la risoluzione dei contratti. E l’azienda vicentina ha annunciato che «porterà avanti l’esecuzione dei contratti aggiudicati» ovvero quello per il progetto delle Vie d’acqua e per le architetture di servizio del sito.
La comunicazione di Expo serve «unicamente a garantire il prosieguo dei lavori, per la cui realizzazione ogni giorno è prezioso» hanno spiegato dalla società che gestisce l’esposizione universale. E anzi, dato che il rapporto con la Maltauro è compromesso, c’è un «severo monitoraggio sull’esecuzione dei lavori, così da poter riesaminare e rivalutare, in ogni momento, la sussistenza di condizioni utili a sostenere la prosecuzione del rapporto contrattuale».

 

INTERROGATO – Il sindaco di Venezia si difende dalle accuse di Baita e Mazzacurati

LA SUA VERSIONE – Hanno dato il denaro a Sutto che lo ha passato a un terzo, io non l’ho mai visto

Orsoni: mai ricevuti i soldi se li sarà mangiati Mister X o li avrà fatti avere al partito

Giorgio Orsoni nasconde la rabbia dietro la maschera della determinazione. È freddo e implacabile quando, alle 8 e 10 di ieri mattina in aula bunker di Mestre, siede davanti al giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza che pochi giorni fa ha ordinato il suo arresto. Orsoni inizia a parlare per controbattere punto su punto alle accuse. Il sindaco si è preparato, ha studiato le carte riga per riga, parola per parola e quando inizia a parlare – si chiamano dichiarazioni spontanee perché non sono un vero e proprio interrogatorio, ma solo una esposizione dei fatti da parte dell’indagato – è per passare in rassegna tutti i capi d’imputazione. Alla fine quel che salta fuori è che le due versioni, quella di Mazzacurati e quella di Orsoni potrebbero essere compatibili. Possibile? Possibile che la versione di Mazzacurati che dice di aver finanziato anche in nero la campagna elettorale a sindaco di Venezia sia compatibile con la versione di Orsoni che sostiene di non aver mai ricevuto un centesimo dal Consorzio? Possibile. Perché Orsoni fa notare che sia Giovanni Mazzacurati che Piergiorgio Baita dicono di aver dato questi soldi a Ferdinando Sutto – ex Psi, segretario e ufficiale pagatore di Mazzacurati – il quale era incaricato di darli ad Orsoni. Ma Sutto non li avrebbe consegnati personalmente ad Orsoni. Di mezzo infatti c’è un altro passaggio di mano. Una terza persona. Dunque, è il ragionamento di Orsoni, io non sono in grado di escludere che quattrini siano usciti dalle casse del Consorzio (Mazzacurati) o della Mantovani (Baita) per finanziare la campagna elettorale del sottoscritto, ma io non li ho visti. E non li ho ricevuti. Il che vorrebbe dire che questo Mister X che ha ricevuto i soldi da Sutto, per conto di Orsoni, sia uno del Pd. Chi? Non serve essere maghi per capire che si tratta di uno che nel partito si occupava di questo e cioè di reperire i fondi. Questo Mister X li ha dati a Orsoni, se li è tenuti per sè o li ha usati per la campagna elettorale di altri del Pd?
Ma c’è un altro passaggio sul quale Orsoni si è soffermato. Mazzacurati infatti sostiene di aver dato personalmente quattrini in nero a Orsoni, senza alcun intermediario. Su questo punto semplicemente Orsoni dice che non è vero. Peraltro questa rischia di essere la parte dell’accusa più debole perché i soggetti in campo sono solo due e si smentiscono a vicenda. Negli altri casi invece le parti in causa sono almeno tre e dunque la possibilità di chiarire la dinamica delle mazzette è più elevata. Ma torniamo ai soldi che Mazzacurati dice di aver portato a casa di Orsoni. «Gli sono stati dati una cifra fra i 450 e i 500 mila euro e di questi il 10 per cento mi sembra sono regolari» – detta Mazzacurati a verbale. Alla fine i soldi in nero sarebbero 390 mila euro. Gli investigatori accertano che Mazzacurati si è visto 8 volte con Orsoni a casa sua tra il maggio 2010 e il marzo 2011. Ora, siccome Orsoni è stato eletto sindaco i 30 marzo 2010, Mazzacurati gli avrebbe portato i soldi per la campagna elettorale quando la campagna elettorale era già finita e Orsoni era già diventato sindaco. Una prima tranche l’8 maggio 2010, l’ultima il 26 marzo 2011, praticamente ad un anno di distanza dall’elezione. Significherebbe che Orsoni si è trovato a pagare i conti della sua elezione anche ad un anno di distanza. E che aveva ancora un buco di centinaia di migliaia di euro. Possibile? Possibile, certo. Ma allora quanti soldi è costata questa campagna elettorale e chi doveva ancora pagare Orsoni? E quanto? Resta però il quesito fondamentale: che interesse ha Mazzacurati a mettere nelle peste Giorgio Orsoni, suo amico da sempre? Ecco, a questa domanda il sindaco non è in grado di rispondere e la domanda resta sospesa come una spada di Damocle su tutta la sua ricostruzione “possibile” fatta da Orsoni. Quel che è certo, comunque, è che, sulla base della carte depositate fino ad oggi dalla Procura, il sindaco di Venezia e il suo legale, l’avv. Daniele Grasso, sono assolutamente convinti di poter andare al Tribunale del riesame ad ottenere la scarcerazione. Orsoni infatti si chiama fuori da tutto e, semmai, crede di doversi fare un mea culpa solo sui mancati controlli. Non è poco, ma non è nemmeno quanto basta per essere arrestato – ragiona il sindaco. Peraltro Orsoni sapeva che in Procura c’era stata la richiesta di arresto, fin da dicembre, ma si era anche convinto che alla fine sarebbe arrivato solo un avviso di garanzia. Avviso che lo avrebbe messo in difficoltà, costringendolo a non ricandidarsi, ma che gli avrebbe permesso di continuare a fare il sindaco, chiudendo il Bilancio ed evitando il collasso della città. L’arresto è arrivato come un fulmine a ciel sereno e Orsoni da quel momento ha deciso di avere un solo scopo nella vita e cioè uscire da questa storia a testa alta e subito dopo mandare tutti a quel paese. Ha cominciato ieri mattina, ma bisognerà aspettare il Tribunale del riesame – fra una ventina di giorni – per vedere se le carte che si sta giocando Orsoni sono quelle giuste oppure se ha sbagliato tutto. Al Tribunale del riesame, quando il suo avvocato difensore, Daniele Grasso, dirà che non ci sono elementi per continuare a tenerlo agli arresti, la Pubblica accusa tirerà fuori dal cassetto la testimonianza di Mister X.

Maurizio Dianese

 

LA FRASE – Il sindaco: «Mi pento di non aver combattuto di più il Consorzio…»

«Ho un unico cruccio: non essermi battuto di più contro il Consorzio Venezia Nuova», sbotta l’avvocato Giorgio Orsoni, mentre conclude l’interrogatorio. È nero di rabbia, furioso anche con se stesso per non aver capito che un uomo come lui, «prestato alla politica e al quale non verrebbe nemmeno in mente di fare quello di cui mi accusano», ha sottovalutato la forza di quel Consorzio, in grado di piegare chiunque al suo volere. E di incastrare i suoi nemici. «Dovevo combatterli di più».

 

Le 8 proposte della Sinistra: «Affari e politica, legami perversi. Authority al posto del Consorzio»

«C’è un’altra Venezia che da vent’anni denuncia il sistema Mose». A mettere i puntini sulle “i” è “l’altra sinistra” a Ca’ Farsetti, composta dai gruppi consiliari della lista In Comune, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà, e Verdi che ieri hanno presentato 8 proposte «Per smantellare il sistema politico-affaristico – si legge nel documento – che opprime Venezia e il Veneto». Otto richieste, presto all’ordine del giorno in Consiglio comunale, dove la prima è una commissione d’inchiesta parlamentare sulle attività del Consorzio Venezia Nuova e delle imprese ad esso collegate. Seconda, la ripresa d’esame in Parlamento delle proposte di riforma della Legge speciale per Venezia, a cui segue il trasferimento dei poteri e delle competenze del Magistrato alle Acque (Mav) al Comune lagunare. La quarta proposta è l’intervento immediato del governo per il superamento del regime di concessione unica per le opere finalizzate alla salvaguardia fisica di Venezia e Laguna, attraverso la revisione della Convenzione del 1991 tra Magistrato alle acque e Consorzio Venezia Nuova. Le sinistre chiedono poi lo scioglimento dello stesso Consorzio e l’affidamento dei cantieri aperti ad un’Authority indipendente. Stessa proposta per il Mose, con verifica tecnico-scientifica e contabile del suo progetto. Ultimo, la costituzione in parte civile dell’amministrazione comunale nei procedimenti per corruzione, concussione e riciclaggio, per recuperare le risorse economiche sottratte alla salvaguardia e alla rivitalizzazione socio-economica della città.

(g.pra.)

 

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