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Mazzacurati intercettato coi vertici tecnici del dicastero Infrastrutture: «No, quello non va, è un uomo fatto in un certo modo. L’altro sì, va bene». La storia della tangente “perfetta”

Questo va bene, quello meno. Così il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, incideva sulle nomine al vertice del Magistrato alle acque. Una conversazione con l’alto dirigente del ministero delle infrastrutture, Ettore Incalza, rivela come il potente “controllato” decideva chi dovesse essere il suo “controllore”. E poi, secondo le accuse, due presidenti del Magistrato alle acque hanno ricevuto cospicui pagamenti. Non solo, nella lista dei versamenti, spunta anche il nome del capo del Tar del Veneto.

LE CARTE «Sto facendo il giro per distribuire»

Ecco il codice delle conversazioni

AMMISSIONI – Anche l’ex segretaria di Galan inguaia l’assessore «Pagamenti consueti»

L’INCHIESTA – Il gioco svelato da Baita: tutte le società impegnate ad assicurare le provviste

GLI SVILUPPI Pure le aziende nel mirino della Procura: previste sanzioni superiori al milione e mezzo di euro e anche la revoca di licenze e finanziamenti

E ora le società rischiano di pagare il conto delle colpe dei dipendenti

VENEZIA – (gla) La seconda fase dell’inchiesta – ai sensi di quanto previsto dalla legge 231 del 2011 – potrebbe riguardare la responsabilità penale delle aziende coinvolte nei fatti di corruzione, le quali rischiano sanzioni pesantissime, ma anche provvedimenti di interdizione dall’attività.
È il nuovo fronte che la Procura di Venezia potrebbe aprire dopo la fase delle responsabilità personali, che ha portato all’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 35 indagati. Carlo Nordio, il procuratore aggiunto che coordina l’inchiesta condotta dai pm Tonini, Ancilotto e Buccini, è un esperto della materia ed è probabile che il prossimo passo degli inquirenti sia proprio in questa direzione: contestare alle società una responsabilità nei reati di corruzione commessi dai propri dipendenti e amministratori, e chiedere loro di pagarne il conto. Le sanzioni economiche previste dalla legge sono particolarmente severe: vanno da 25mila a oltre un milione e mezzo di euro, in base alla capacità economica della società. Ad esse si aggiungono le sanzioni interdittive, quali sospensione o revoca di licenze e autorizzazioni, interdizione dall’esercizio dell’attività, divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi, sussidi. La responsabilità penale delle società per reati di corruzione, concussione e truffa è evitabile solo se la società è in grado di dimostrare di aver preventivamente adottato dei modelli organizzativi e gestionali idonei a prevenire comportamenti corruttivi e quindi a escludere la propria responsabilità. Cosa che quasi nessuna azienda normalmente fa. La legge non include i reati fiscali, ma nell’inchiesta veneziana, oltre alle ipotesi di false fatturazioni finalizzate alla costituzione di “fondi neri”, la Procura contesta il reato di corruzione a quasi tutti gli imprenditori coinvolti – dagli amministratori del Consorzio Venezia Nuova e della Mantovani a quelli delle aziende di Chioggia operanti nei lavori per il Mose. In linea di principio, dunque, la legge 231 potrebbe trovare applicazione. Circostanza di cui i legali delle varie aziende sono consapevoli, e dunque non poco preoccupati.
Dalla sua entrata in vigore la legge sulla responsabilità penale delle società non è stata molto applicata, ma ci sono alcuni precedenti importanti in materia di corruzione a Milano. A Venezia finora è stata applicata in alcuni casi di incidenti sul lavoro e in materia ambientale.

 

La tangente “perfetta”: dalle coop rosse al Pdl

Ecco come gli inquirenti ricostruiscono il passaggio di 150mila euro fino all’assessore Chisso

I soldi rastrellati in “nero” dalle aziende. Il “postino” del Consorzio Venezia Nuova è Sutto

Questa è la storia di una tangente perfetta, annunciata, intercettata, pagata, ostentata. È la storia di 150 mila euro finiti – secondo l’accusa – all’assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso, che componeva una coppia altrettanto perfetta a Palazzo Balbi assieme al governatore Giancarlo Galan. Quel percorso di soldi, dalle coop rosse che facevano parte del Consorzio Venezia Nuova fino all’assessore Chisso, è in qualche modo esemplare e sta nel cuore della grande inchiesta veneziana perchè dimostra come ai soldi rastrellati “in nero” dalle società corrispondesse la dazione ai politici. Percorso lineare, ricostruito con pignoleria che può far breccia nel muro delle dichiarazioni di innocenza.
I 150 mila asseritamente destinati a Chisso risalgono al febbraio 2013. Secondo i finanzieri, il trevigiano Federico Sutto, arrestato mercoledì, riceve da Pio Savioli 150 mila euro nel parcheggio dell’Hotel Ramada di Mestre. Sono soldi che provengono dalle coop rosse di Chioggia, frutto di false fatturazioni. A dimostrazione, come ha sostenuto Piergiorgio Baita della Mantovani, che tutte le società, senza distinzione di colore politico, erano impegnate a procurare le “provviste”, che sarebbero poi state distribuite dai vertici del Consorzio Venezia Nuova.
«Raccolto il denaro, Sutto contatta Chisso per concordare l’appuntamento alle ore 17 presso gli uffici della Regione. Sutto prenota un motoscafo del Consorzio Venezia Nuova per le 16.45 a Treponti e, ricevuta l’informazione che Pio Savioli è lì accanto alla segretaria, dice a questa di riferirgli che lui “è in giro”». Linguaggio criptato, secondo il gip: «La parola “giro” era stata usata in conversazioni proprio per indicare il “giro” di distribuzione delle somme retrocesse dalle imprese al CVN e da questo distribuite nelle dazioni corruttive».
Sutto parla con la segretaria di Chisso alle 16.15. In sottofondo l’assessore Chisso: «Digli che passa alle cinque e mi accompagna in Piazzale Roma». Con Savioli parla alle 16.29. La consegna del denaro non è filmata, ma il giorno dopo, parlando con il trevigiano Adrea Rismondo (finito ora ai domiciliari), Savioli dice: «Ci siamo già detti sto facendo il giro per distribuire, cosa vuoi uno di questi giorni mi mettono in galera e buttan via la chiave. La settimana prossima io devo andare a riferire al Capo Supremo (Giovanni Mazzacurati, ndr) e vedo però la Maria Teresa (Brotto, del Consorzio, ora arrestata ndr)…. ma sai siccome al partito suo (PDL, ndr) gli ho appena portato io 150 mila e lei sa che glieli ho portati io». Sono i 150 mila euro destinati a Chisso, assessore potente, esponente del Pdl veneto.
Di fronte a chi pagava sembra che l’amministratore veneziano facesse la figura dell’agnellino. Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, ha dichiarato: «Anche all’assessore alle infrastrutture Renato Chisso il Baita era solito corrispondere, più volte all’anno, somme ingenti di denaro. Al Chisso le somme venivano portate da Federico Sutto, da Casarin Enzo, suo capo segreteria in Regione, e a volte da Mazzacurati in persona. I pagamenti al Chisso mi sono stati riferiti dal Baita e il Chisso stesso, in più occasioni, mi confermò di avere ricevuto i pagamenti. I pagamenti a Chisso rientravano in una continuativa e ordinaria corresponsione che non necessitava, per quanto a mia conoscenza, di specifici accordi». Quando cambiarono i rapporti con il fine mandato di Galan, «il Baita ha invece mantenuto inalterato il suo rapporto e i conseguenti pagamenti all’assessore Chisso». Non sempre c’è un legame con qualche appalto: «Era un sistema, cioè ogni tot quando loro potevano gli davano dei soldi. Erano pagamenti regolari». Come fosse uno stipendio? «Sì di fatto».
L’effetto, secondo il gip, è quello della sudditanza. Ad esempio, Minutillo «chiama Chisso e praticamente gli “ordina” di raccomandarla al Ministro dell’Ambiente Clini e Chisso obbedisce dicendole che gli telefonerà immediatamente, dimostrandosi da questa telefonata il totale asservimento dell’assessore ai desiderata di Mantovani».

Giuseppe Pietrobelli

 

PAGAMENTI «Si poteva influire su alcuni ricorsi»

Questa è la storia di una tangente perfetta, annunciata, intercettata, pagata, ostentata. È la storia di 150 mila euro finiti – secondo l’accusa – all’assessore regionale ai Trasporti Renato Chisso, che componeva una coppia altrettanto perfetta a Palazzo Balbi assieme al governatore Giancarlo Galan. Quel percorso di soldi, dalle coop rosse che facevano parte del Consorzio Venezia Nuova fino all’assessore Chisso, è in qualche modo esemplare e sta nel cuore della grande inchiesta veneziana perchè dimostra come ai soldi rastrellati “in nero” dalle società corrispondesse la dazione ai politici. Percorso lineare, ricostruito con pignoleria che può far breccia nel muro delle dichiarazioni di innocenza.
I 150 mila asseritamente destinati a Chisso risalgono al febbraio 2013. Secondo i finanzieri, il trevigiano Federico Sutto, arrestato mercoledì, riceve da Pio Savioli 150 mila euro nel parcheggio dell’Hotel Ramada di Mestre. Sono soldi che provengono dalle coop rosse di Chioggia, frutto di false fatturazioni. A dimostrazione, come ha sostenuto Piergiorgio Baita della Mantovani, che tutte le società, senza distinzione di colore politico, erano impegnate a procurare le “provviste”, che sarebbero poi state distribuite dai vertici del Consorzio Venezia Nuova.
«Raccolto il denaro, Sutto contatta Chisso per concordare l’appuntamento alle ore 17 presso gli uffici della Regione. Sutto prenota un motoscafo del Consorzio Venezia Nuova per le 16.45 a Treponti e, ricevuta l’informazione che Pio Savioli è lì accanto alla segretaria, dice a questa di riferirgli che lui “è in giro”». Linguaggio criptato, secondo il gip: «La parola “giro” era stata usata in conversazioni proprio per indicare il “giro” di distribuzione delle somme retrocesse dalle imprese al CVN e da questo distribuite nelle dazioni corruttive».
Sutto parla con la segretaria di Chisso alle 16.15. In sottofondo l’assessore Chisso: «Digli che passa alle cinque e mi accompagna in Piazzale Roma». Con Savioli parla alle 16.29. La consegna del denaro non è filmata, ma il giorno dopo, parlando con il trevigiano Adrea Rismondo (finito ora ai domiciliari), Savioli dice: «Ci siamo già detti sto facendo il giro per distribuire, cosa vuoi uno di questi giorni mi mettono in galera e buttan via la chiave. La settimana prossima io devo andare a riferire al Capo Supremo (Giovanni Mazzacurati, ndr) e vedo però la Maria Teresa (Brotto, del Consorzio, ora arrestata ndr)…. ma sai siccome al partito suo (PDL, ndr) gli ho appena portato io 150 mila e lei sa che glieli ho portati io». Sono i 150 mila euro destinati a Chisso, assessore potente, esponente del Pdl veneto.
Di fronte a chi pagava sembra che l’amministratore veneziano facesse la figura dell’agnellino. Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, ha dichiarato: «Anche all’assessore alle infrastrutture Renato Chisso il Baita era solito corrispondere, più volte all’anno, somme ingenti di denaro. Al Chisso le somme venivano portate da Federico Sutto, da Casarin Enzo, suo capo segreteria in Regione, e a volte da Mazzacurati in persona. I pagamenti al Chisso mi sono stati riferiti dal Baita e il Chisso stesso, in più occasioni, mi confermò di avere ricevuto i pagamenti. I pagamenti a Chisso rientravano in una continuativa e ordinaria corresponsione che non necessitava, per quanto a mia conoscenza, di specifici accordi». Quando cambiarono i rapporti con il fine mandato di Galan, «il Baita ha invece mantenuto inalterato il suo rapporto e i conseguenti pagamenti all’assessore Chisso». Non sempre c’è un legame con qualche appalto: «Era un sistema, cioè ogni tot quando loro potevano gli davano dei soldi. Erano pagamenti regolari». Come fosse uno stipendio? «Sì di fatto».
L’effetto, secondo il gip, è quello della sudditanza. Ad esempio, Minutillo «chiama Chisso e praticamente gli “ordina” di raccomandarla al Ministro dell’Ambiente Clini e Chisso obbedisce dicendole che gli telefonerà immediatamente, dimostrandosi da questa telefonata il totale asservimento dell’assessore ai desiderata di Mantovani».

 

NOMINE Così il presidente del Cvn condizionava la scelta dei vertici del Magistrato alle acque

E la Minutillo parla di 20mila euro che sarebbero andati al capo del Tar veneto, Amoros

FAVORI – Claudia Minutillo voleva essere raccomandata all’allora ministro Clini

LE INTERCETTAZIONI «Sì Signorini va bene, no Riva no, è uno fatto in un certo modo»

Mazzacurati, patti col ministero

VENEZIA – Un sistema corruttivo complesso, che arriva a toccare anche i rami “alti” dello Stato. Una macchina perfetta dove nomine, scelte e soprattutto pagamenti avvenivano con la metodicità di un orologio svizzero. Nulla era lasciato al caso. E ora chi racconta ricostruisce. I pagamenti a tutti erano parte di un «sistema consolidato» e, nelle carte, spunta anche il presidente del Tar del Veneto Bruno Amoroso. Parola di Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan e per anni amministratore delegato di Adria infrastrutture: «Allora, il giorno 11 venne in ufficio da noi Crialese, Presidente di Adria. Bisognava corrispondergli una cifra di 20 mila euro che lui avrebbe fatto avere, diceva, al suo amico Presidente del Tar». Domanda: «Tar di?» Minutillo: «Del Veneto». Domanda: «Lei ricorda il nome?» Minutillo: «Amoroso, è l’attuale. Il problema è che dovevamo portarle o io o Buson a Roma, perché questo non poteva tornare e bisognava portargliele entro la settimana». Domanda: «Lei sa qual è il motivo per cui doveva essere consegnata questa somma?» Minutillo: «Perché si poteva influire sui ricorsi, su alcuni ricorsi che erano in atto». Domanda: «Lei ne ricorda qualcuno di importante?» Minutillo: «Sì: in particolare quelli sull’Autostrada del Mare. Alla fine Maltauro ritirò il ricorso e si misero d’accordo tra Mantovani e Maltauro (l’imprenditore coinvolto nell’indagine sull’Expo, ndr). In realtà i ricorsi servivano proprio a questo, molto spesso, servono a questo: un concorrente fa ricorso per costringerti poi a tirarlo dentro, e funziona quasi sempre». Domanda: «Ecco, ma allora perché pagare..?» Minutillo: «Scusi, però questo è un sistema consolidato, nel senso che anche ai più alti livelli oltre al Tar». E poi c’erano le nomine. Altro capitolo su cui la ricostruzione è minuziosa. «Signorini va bene?». «Molto bene». I vertici del ministero delle Infrastrutture chiedevano al presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati se la nomina del presidente del magistrato delle acque di Venezia, cioè proprio il soggetto che doveva controllare l’operato del Cvn, fosse di suo gradimento. È una telefonata tra l’uomo al vertice del Sistema operante in Laguna e Ettore Incalza, capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e figura centrale nel dicastero, a far comprendere quando fosse “rodato” il meccanismo messo in piedi per controllare i controllori e averli dalla propria parte. La telefonata e del 24 maggio dell’anno scorso, nel momento in cui bisogna nominare il successore dell’ingegner D’Alessio, funzionario che aveva sostituito Cuccioletta e la cui nomina era stata osteggiata senza successo da Mazzacurati. È Incalza a chiamare l’ingegnere. “…ti volevo dire che…per quanto riguarda…il nuovo…magistrato verrà…Signorini. Va bene?”. «Ah bene, molto bene» risponde Mazzacurati. Qualcosa però si inceppa tanto che il 12 giugno la segretaria Ornella Malusa chiama Mazzacurati e gli dice che lo ha cercato Incalza. «È sempre col ministro…Però volevo dire che pare che sia tramontata l’idea di mettere Signorini là a Venezia…invece hanno sentito parlare di Fabio Riva…che a lei andava bene?». «No, no assolutamente – risponde l’ingegnere – non va bene…è una persona…è un mezzo disastro…» La contrarietà viene immediatamente trasferita a Incalza: “…ecco perché Signorini andrebbe benissimo”. Il funzionario delle Infrastrutture cerca a quel punto una scappatoia: «e lo so però no no no non quello che Riva non c’entra niente. Va bene?». Allora Mazzacurati è ancora più diretto: «quello di Riva non va bene ecco…è un uomo fatto in un certo modo». Perché Mazzacurati volesse Signorini e non Riva, lo spiegano bene i Pm nella richiesta d’arresto. «Nel 2011 il Cvn pagato integralmente le spese di una vacanza in Toscana alla famiglia di Signorini», che all’epoca dei fatti era funzionario Capo del Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della Politica Economica della Presidenza del Consiglio. Il no a Riva, invece, «lo si può capire dall’attività di intercettazione che è stata svolta nel 2013 e che documenta come dopo l’arrivo Riva abbia cercato di modificare le procedure per l’assegnazione delle opere, provocando la preoccupazione» dei consorziati.

 

La tattica degli indagati: tacere o negare le accuse

Probabili ricorsi al Tribunale del riesame. Galan vuole essere interrogato: mercoledì il suo caso approda alla Giunta per le autorizzazioni. Marchese non ancora sentito

LA DIFESA – Oggi a disposizione degli avvocati i dischetti dei faldoni con le prove

SOTTO INDAGINE – Le categorie: professionisti, funzionari del Consorzio, dirigenti pubblici, politici

Chi sarà il primo a crollare? È la domanda che gli investigatori si pongono quando non si è ancora conclusa la prima settimana dopo gli arresti nell’inchiesta sulle elargizioni a piene mani del Consorzio Venezia Nuova a politici, burocrati, funzionari dello Stato o della Regione. Il giro degli interrogatori di garanzia non è ultimato, ma sembra prevalere il silenzio o il rigetto delle accuse da parte dei principali personaggi coinvolti. Il che fa preludere a ricorsi al Tribunale del riesame, già annunciati alla fine della scorsa settimana. Ma quando i giudici si saranno espressi – con rigetti o accoglimenti – ognuno degli arrestati comincerà a fare i conti con la propria situazione detentiva. È quello il momento in cui cominceranno a evidenziarsi le prime crepe nelle autodifese di chi ostenta innocenza.
La partita a scacchi tra guardie e ladri presunti, investigatori e investigati, è appena cominciata. Oggi verranno messi a disposizione dei difensori i dischetti contenenti una quindicina di faldoni di atti. Sono lì le prove che il procuratore Luigi Delpino, il procuratore aggiunto Carlo Nordio e i sostituti Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini hanno messo a sostegno delle richieste di arresto accolte dal gip Alberto Scaramuzza. Gli avvocati aspettano di esaminarle prima di decidere la linea difensiva da adottare.
Gli imputati sono raggruppabili in cinque categorie. La più appetitosa per l’opinione pubblica è costituita dai politici. Che abbiano o meno già risposto alle domande del giudice, sono tutti concordi nel respingere le accuse. Così ha fatto Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto, deputato di Forza Italia, per due volte ministro, che negando di aver incassato quei 4 milioni 831 mila euro che gli vengono contestati, ha insinuato che i suoi accusatori si sono inventati tutto o che qualcuno si sia messo in tasca i soldi. Vuole essere interrogato e mercoledì comincerà l’esame del suo caso di fronte alla Giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati. Sulla stessa posizione è Renato Chisso, ex assessore ai Trasporti del Veneto, che ha potuto mostrare come nel suo conto bancario ci siano solo 1.500 euro, altro che cifre milionarie frutto di illecito arricchimento. Anche il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si è detto all’oscuro del pagamento di 560 mila euro per la campagna elettorale, pur non potendo escludere finanziamenti intascati da altri. Non è stato invece ancora sentito Gianpietro Marchese, consigliere regionale del Pd, accusato di aver intascato 458 mila euro e l’assunzione in una società. Nessun provvedimento restrittivo è stato invece adottato per Marco Mario Milanese, di Forza Italia, già consulente del ministro Tremonti.
Linea negativa anche da parte dei funzionari pubblici coinvolti. In particolare, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, ex magistrati alle acque di Venezia, che secondo l’accusa erano a libro paga del Consorzio Venezia Nuova. Di questa categoria fanno parte anche il generale Emilio Spaziante e il magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone. Ha già negato Lino Brentan, ex ad dell’Autostrada Venezia-Padova.
Ci sono poi i funzionari del Consorzio Venezia Nuova, alcuni dei quali già finiti in carcere lo scorso anno. Quindi, alcuni imprenditori accusati di aver rastrellato il denaro “in nero” per pagare le tangenti. Infine, un paio di professionisti, tra cui Paolo Venuti e Danilo Turato, rispettivamente commercialista e architetto di Galan. E non è detto che gli anelli deboli della catena siano proprio questi indagati.

Giuseppe Pietrobelli

 

IL MAGISTRATO ALLE ACQUE – Cuccioletta, pagata pure la festa per la moglie

NEI GUAI L’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta

Non solo 400mila euro all’anno, che per sette anni fanno 2,8 milioni. Non solo 500mila euro su un conto in Svizzera, l’assunzione della figlia e una collaborazione da 38mila euro per il fratello: al presidente del magistrato delle acque Patrizio Cuccioletta il Consorzio Venezia Nuova avrebbe pagato anche il ricevimento del 18 novembre 2009 per 10 persone all’Harry’s Bar per festeggiare il compleanno della moglie. Nella richiesta d’arresto si legge infatti che quel ricevimento fu prenotato con un fax dalla segretaria di Mazzacurati «con conseguente fattura di 902 euro pagata ovviamente dal Consorzio Venezia Nuova». Il presidente del Consorzio, scrivono i pm, «non bada a spese pur di garantire agi e sistemazioni lussuose a Cuccioletta» e così il 23 luglio 2010 autorizza Flavia Faccioli, con spese sempre a carico del CVN a prenotare per il funzionario una camera matrimoniale al Grand Hotel di Cortina, nella quale, dice la donna al telefono, il presidente del magistrato delle acque potrà anche fare «un bagnetto» in piscina. «Però – afferma a questo punto Cuccioletta – me ne deve fissare due a questo punto…perché c’ho con me dietro Gerardo» (presumibilmente l’autista annotano i pm). «Si – risponde la Faccioli – a lei gliela fissiamo, cerchiamo di fissargliela al Grand Hotel…a Gerardo…». «Ad un altro alberghetto – conclude la frase il presidente – a un alberghetto».

 

EXPO 2015 Per i magistrati ci sono prove schiaccianti: «Maltauro ha fornito un quadro preciso del sistema di illegalità»

La “cricca” degli appalti verso il rito immediato

MILANO – Dopo due settimane di interrogatori e nuove acquisizioni di atti, per i magistrati c’è la certezza della prova. Ovvero che la cricca di Gianstefano Frigerio, Primo Greganti e Luigi Grillo avrebbe turbato gli appalti dell’Expo a suon di mazzette e avanzamenti di carriera. «Un programma criminoso in evoluzione» che secondo l’accusa puntava alle gare dell’esposizione del 2015, alle bonifiche di Sogin e al grande progetto della Città della Salute. E ora per gli indagati si profila il rito immediato: per la Procura le prove sono così schiaccianti che si può seguire la via più breve che esclude l’udienza preliminare. L’immediato verrebbe esteso anche al mediatore Sergio Cattozzo, all’ex direttore generale pianificazione e acquisti di Expo Angelo Paris e all’imprenditore veneto Enrico Maltauro. Quest’ultimo, rilevano i pm, ha fornito «uno spaccato preciso del sistema di illegalità»: già finito nei i guai negli anni 90 con l’accusa di aver pagato tangenti per un grosso lavoro all’aeroporto di Venezia, secondo l’accusa avrebbe versato centinaia di migliaia di euro in mazzette per avere informazioni utili a vincere appalti. Quanto? Tra i 25mila e i 40mila euro mensili. Denaro dato e promesso. Maltauro ha raccontato agli inquirenti che l’accordo per la Città della Salute era il versamento di una tangente dell’1% dell’appalto in caso di aggiudicazione. «Era uno stato di necessità – ha spiegato – per chi fa il mio mestiere. C’è una totale e assoluta invadenza e dominanza della politica con le sue diramazioni».
Stanno per chiudere il cerchio anche i pm dell’inchiesta che il 20 marzo ha portato in carcere Antonio Giulio Rognoni, capo di Ilspa, la società che con 4 miliardi di opere in portafoglio è l’asse portante di Expo 2015. Rognoni detto il ”satrapo” era l’eminenza grigia degli appalti lombardi: ospedali, scuole, il nuovo Pirellone e l’Expo. Ilspa, informa la GdF, avrebbe approvato l’aggiudicazione dei lavori della Piastra alla Mantovani «senza svolgere l’invocata verifica sulla congruità del prezzo offerto». Conseguenza: «Si è determinato un contesto di evidente illegalità in cui le asserite direttive promanate da ambienti politici hanno rivestito un ruolo determinante nella realizzazione delle condotte illecite riscontrate».

 

I LAVORI IN LAGUNA – Conca di navigazione prima prova superata

VENEZIA – Si sono concluse con successo, ieri mattina, le prime prove di attraversamento della conca di navigazione alla bocca di porto di Malamocco. Il Consorzio Venezia Nuova precisa che il cargo Slavutich 13, di 115 metri di lunghezza, ha attraversato la conca in 4 minuti. La conca di navigazione (371 metri di lunghezza, 51 di larghezza e 13.5 di profondità) è stata realizzata per garantire l’operatività del porto e soprattutto per il traffico commerciale: quando le paratoie del Mose saranno in funzione, infatti, le navi potranno ugualmente entrare e uscire dalla laguna. Le prove continueranno nei prossimi giorni, aumentando le dimensioni della nave da testare, anche con l’aiuto della più grande azienda di navigazione greca: la Hellenic Seaways, che ha messo a disposizione per il 13 giugno la Nissos Rodos, circa 30.000 tonnellate, lunga 192,5 metri e larga 27 metri.

 

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