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L’EX SEGRETARIA – La Minutillo a Chisso: «Alza il culo e vieni qua»

MINUTILLO «Chisso, basta pranzi, vai subito a lavorare»

INTERCETTAZIONI – Il Consorzio voleva “manovrare” anche Berlusconi

L’imprenditore Cinque incassò il 6.5 per cento senza far nulla

SPARTIZIONE – Baita: i politici sponsor delle aziende venete Sacaim, Carron, Gemmo

LE ACCUSE – Un asse per realizzare ospedali e infrastrutture. Spazio per altre imprese.

I pm: un accordo Regione-Mantovani sui project financing

Ci sarebbe stato un accordo tra Giancarlo Galan e Piergiorgio Baita della Mantovani spa, con lo zampino esecutivo dell’assessore Renato Chisso, dietro il proliferare di project financing in Veneto.
Lo sostengono i pubblici ministeri veneziani che hanno appena abbozzato il capitolo delle connivenze a Palazzo Balbi e che estraggono dal cilindro dei verbali degli inquisiti anche tre società venete di costruzioni di primo livello, indicate come riferimento degli amministratori della Regione.
Secondo i magistrati, nel 2005 furono Galan e Chisso a invitare Baita a non partecipare ad appalti regionali tenuto conto delle lamentele delle altre imprese del settore, invidiose per i guadagni che Mantovani già faceva con il Consorzio. Gli dissero che se voleva continuare a lavorare, avrebbe dovuto aprirsi nuove strade, finanziando o facendo finanziare le opere. Il Veneto è tutto un pullulare di project financing, tra ospedali (quello di Schio-Thiene o di Mestre) e strade (Pedemontana Veneta). Secondo i Pm i vertici della Regione avrebbero dato informazioni e fatto in modo che le procedure non trovassero intoppi.
Per questo sarebbero finiti a libro-paga. Al punto che Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan diventata imprenditrice, dava ordini all’assessore Chisso. Una vera sudditanza, stando alle carte dell’accusa. Ad esempio, perentoria, dice a Chisso: «Scusa, vai sempre a mangiar Da Ugo, alza il culo e vieni qua». E a proposito di ritardi nelle Tangenziali Venete: «C… cerca di lavorare, son tutti inc… neri».
I versamenti servivano per oliare questo sistema. E Minutillo inserisce in tale contesto un versamento di 50 mila euro su un conto di Galan, confermato da una rogatoria a San Marino dove erano fiorenti le attività delle “cartiere” della Mantovani.
Soldi solo da quest’ultima società? Secondo i Pm, che stanno indagando, la torta veniva spartita anche da altri. «Galan e Chisso pretendevano che nei lavori gestiti dal Gruppo Mantovani fossero coinvolte società alle quali erano legati probabilmente in virtù di precedenti finanziamenti». È una sintesi che nasce da alcuni verbali. Baita, un anno fa, ha risposto alla domanda del Pm che gli chiedeva se i politici avessero chiesto solo quote di Adria Infrastrutture in relazione ai project: «Esatto, e nel far partecipare una serie di imprese di riferimento con le quali avevano dei debiti». Quali? «Beh, la Carron, per esempio, che aveva fatto la casa a Minutillo… Poi le richieste riguardavano la Sacaim in gran parte. Con la Gemmo…». Da dove provenivano le richieste? «La Sacaim veniva da Galan, Carron da Chisso. Carron, basta andare a Veneto Strade: credo che abbia il monopolio dei lavori. E poi c’è stato tutto il discorso con la Gemmo con la quale abbiamo avuto una fruizione importante sulla sanità».
Ha detto Minutillo, riferendosi ai lavori della «Strada del mare»: «Diego Carron faceva parte della compagine, del Gruppo… a Chisso gli ha fatto fare le corse perchè voleva il regalo di Natale». Qualche beneficio da quel lavoro lo avrebbero avuto, sotto forma di consulenze in parallelo al lavoro dei tecnici della Mantovani, anche l’architetto Dario Lugato («molto vicino a Chisso», secondo Baita) e la Proteco di San Donà di Piave (molto vicina all’ex consigliere Piero Marchese, del Pd).

Giuseppe Pietrobelli

 

LA LAMENTELA – Politici locali avari di favori

ELEZIONE A SINDACO – Orsoni fu aiutato: Brunetta si risentì

Mazzacurati aveva un impianto anti-intercettazioni

RIVELAZIONI – La Bmc Broker chiamata a occuparsi del partito veneto dopo averlo fatto a Milano

Il ruolo chiave del faccendiere Colombelli. «La sua società accreditata da Ghedini»

Soldi per tutti. Un rimborso anche per chi aveva finanziato (in regola) il leghista Tosi

Baita svela gli affari del Pdl: una ventina di milioni in nero

Schei, schei e ancora schei. Soldi per tutti, a milionate. Ai singoli e ai partiti. E dentro ci sono Giancarlo Galan e Renato Chisso – e si sapeva – ma anche il “Pdl milanese” e qualche giudice del Tar e del Consiglio di stato oltre ai presidenti del Magistrato alle acque e alla Corte dei conti. Insomma il Consorzio Venezia Nuova si comprava tutti. Dai verbali di interrogatorio di Piergiorgio Baita salta fuori di tutto e di più. Il gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza che ha portato in galera 25 persone e ne ha inguaiate altre 10, ha utilizzato il 30 per cento di quello che Baita – e gli altri “pentiti”, a cominciare da Claudia Minutillo – ha messo a verbale, ma c’è un 70 per cento – di cui scriviamo oggi – che fa parte delle indagini che i p.m. di Venezia, Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, stanno ancora svolgendo. Alcuni passaggi sono assolutamente incredibili. Partiamo da Nicolò Ghedini, l’avvocato di Silvio Berlusconi. È proprio Ghedini che mette in moto il meccanismo che porterà la società Bmc Broker di William Colombelli ad occuparsi anche del “nero” del Pdl veneto dopo essersi occupato, evidentemente con profitto, del “nero” del partito di Berlusconi a Milano. E – dice Baita – da quel momento non ci sarà più nessuna protesta, né da parte del partito né da parte di Galan.
Colombelli, che per anni ha dichiarato un reddito di 12 mila euro, è stato arrestato nella prima tranche dell’inchiesta assieme a Baita e, stando ai conti a spannoni fatti dai magistrati avrebbe creato un “nero” di una ventina di milioni di euro. Detta a verbale Baita che, con la società Bmc «eravamo venuti in contatto per una questione di sostegno elettorale alla campagne del governatore Galan, dicendoci che, oltre a fare le pubbliche relazioni, loro erano in grado di retrocedere somme in nero, mestiere che facevano normalmente per tutto l’entourage politico del Pdl milanese, allora non so se si chiamasse Forza Italia o quello che era. Tanto è vero che a quel tempo si presentarono accreditati dal segretario regionale del partito, che era l’avvocato Ghedini».
Del resto William Colombelli non è uno qualsiasi in Forza Italia, visto che risulta essere la tessera numero 5 – la numero 1 è di Silvio Berlusconi e la seconda porta il nome di Fedele Confalonieri. Siamo nel 2005-2006 ed è da quel momento – racconta Baita – che inizia a funzionare il meccanismo della “retrocessione” ovvero delle fatture (vere) per le consulenze (false) che servono a creare il “nero” di cui hanno bisogno il Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati e la Mantovani di Piergiorgio Baita per corrompere mezza Italia.
A cominciare dalla politica locale, quella che conta meno. «Noi dalla politica locale non è che abbiamo avuto questi grandi favori, abbiamo pagato ma… siamo l’unica impresa veneta a non avere vinto un lavoro su Veneto Strade, siamo l’unica impresa veneta a non avere una lira di appalto pubblico. Cioè, è stato un rapporto controverso. Poi naturalmente non è che si possa litigare con chi governa la Regione».
Ma oltre a Galan e Chisso, Baita chi ha pagato ancora?
«Ho dato all’ing. Dal Borgo il rimborso di un versamento che l’ing. Dal Borgo ha fatto a favore del sindaco Tosi… Mi pare che fossero 15 mila euro». Ma si è trattato di un finanziamento regolarmente registrato. E per Venezia? «So che il candidato su cui aveva puntato il Consorzio era Orsoni. So che Brunetta si era molto risentito, credo che abbiano accontentato anche Brunetta in misura minore».
Ma i rivoli locali non hanno nulla a che vedere con la parte “romana”. «Il riferimento politico del Consorzio è sempre stato Gianni Letta, che ha fatto una sorta di direttore del traffico, dava a Mazzacurati le indicazioni da chi andare – spiega Baita – Il rapporto con Gianni Letta l’ha sempre curato con grande gelosia Mazzacurati assieme all’ing. Alessandro Mazzi. Con la guardia che montava Mazzacurati nessuno si avvicinava a Gianni Letta. Era l’assicurazione sulla vita».
Ma soldi? Mai richieste di soldi, a quanto risulta a Baita. «Dal dottor Letta abbiamo avuto altre richieste, ma non di versamenti diretti di soldi. La prima, modesta, di dare un subappalto ad una certa impresa di Roma e la seconda di farci carico dell’esborso, mi pare fosse inizialmente un milione e successivamente 500 mila euro, che era la somma che la Corte dei conti aveva chiesto all’ex ministro Pietro Lunardi. Credo che Lunardi avesse avuto una condanna per aver rimosso il presidente dell’Anas D’Angiolino. Noi abbiamo dato a Lunardi 500 mila euro non chiedendogli il ribasso sulla tariffa di una progettazione che gli abbiamo dato e che riguarda la prosecuzione dell’A27, Pian di Vedoia-Caralte di Cadore».
Infine la corruzione tra i giudici. Non solo della Corte dei conti di Venezia. Il tramite è Corrado Crialese, presidente di Adria Infrastrutture, la ditta di Claudia Minutillo, e avvocato cassazionista. Crialese si fa pagare in “bianco” e pure in nero. Come si giustifica? «Che lui ha i suoi rapporti da pagare. Io non lo so chi sono nelle varie cause, parché ha seguito molte cause in molti Tribunali» – avverte Baita. Secondo i pubblici ministeri veneziani, l’avvocato Crialese ha corrotto giudici del Tar e del Consigli di Stato. In particolare al Tar per una causa del Consorzio contro la Net Engineering, è probabile che Crialese si sia comprato il giudice. Anche per la Pedemontana Veneta Baita paga Crialese perchè paghi il giudice, ma la causa viene persa. Anche per aggiudicarsi il ricorso al Tar contro la Sacyr, ditta spagnola, Crialese chiede soldi per “ungere le ruote della giustizia”. E così tra una consulenza finta e una tangente vera se ne sono andati mille milioni di euro.

Maurizio Dianese

 

MESTRE – «Voltazza aveva dotato Mazzacurati di un sofisticato impianto per evitare le intercettazioni, un disturbatore, un impianto importante che tiene sempre la Francesca là fuori, la sua segretaria…» Anche questo rivela Piergiorgio Baita e cioè che Giovanni Mazzacurati, consapevole dei rischi che correva utilizzando il telefonino e il telefono dell’ufficio, era dotato di un impianto anti-intercettazioni che gli era stato fornito da Mirco Voltazza, l’uomo incaricato da Baita di raccogliere informazioni sulle indagini della Procura.

 

LA RICOSTRUZIONE – Il colonnello della Finanza Renzo Nisi racconta la manovra a tenaglia

LAVORO DI SQUADRA «Eravamo come dei monaci trappisti. Il risultato è frutto dell’impegno corale di investigatori di grande professionalità e della fiducia piena della magistratura»

LA SVOLTA – Dalle intercettazioni di Brentan all’accertamento fiscale sulla Mantovani

Renzo Nisi da alcuni mesi è stato promosso a Roma. È considerato l’uomo-clou dell’inchiesta sul Mose

«Tutto è cominciato dai controlli tributari. Ci sono voluti 5 anni»

Nisi: «Così ho scoperto gli strani affari del Consorzio»

Davide contro Golia. Quando arrivò a Venezia il giorno del suo compleanno di cinque anni fa, mai si sarebbe immaginato di contribuire a dare il colpo mortale al malaffare in laguna. Qui c’era stato una sola volta in gita con la moglie. Romano di nascita, bergamasco d’adozione, la carriera nella Guardia di Finanza l’aveva svolta per lo più in terra lombarda. Ma con le stellette da colonnello, nella regione al tempo comandata dal generale Emilio Spaziante – arrestato pure lui nella grande retata del Mose – per Renzo Nisi, non c’era posto. “Che dice di Venezia?”. Due ore di auto da Bergamo. Poteva andare anche peggio: dal punto di vista logistico, s’intende. Fu l’inizio della fine. Non lo sapeva il neo colonnello. Non lo sapeva lo scafato generale. Tanto meno i veneziani. Rifiuta la definizione di uomo clou dell’inchiesta sul Mose e accetta di parlarne a quasi una settimana dal d-day nel quale lo scandalo tangenti ha travolto il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex doge Giancarlo Galan, l’assessore regionale Renato Chisso, l’ex numero due appunto delle Fiamme Gialle Spaziante, il giudice della Corte dei conti Vittorio Giuseppone. Nisi, dopo la promozione a Roma, ha assistito alla detronizzazione dei potenti dalla sede del Comando Generale del Corpo dove dallo scorso 6 settembre dirige l’Ufficio ordinamento. «Il capo coordina e paga quando sbaglia o viceversa riceve i complimenti ma personalizzare le vicende è sempre fuorviante. Il risultato ottenuto – tiene a precisare – è frutto dell’impegno corale di una squadra di investigatori di grandissima professionalità e della fiducia piena dell’autorità giudiziaria».
La pietra che ha travolto il Consorzio Venezia Nuova ha cominciato a rotolare nel settembre 2009 quando Nisi, al vertice della Tributaria veneziana prese visione delle “banali” verifiche fiscali ancora aperte. Tra queste pure quella della Cooperativa San Martino di Chioggia, l’impresa da cui per gemmazione diretta si propagò – secondo l’accusa – il sistema delle fatture false dai costi maggiorati, della retrocessione degli “utili” al Cvn e quindi della creazione dei fondi neri all’estero per il pagamento delle mazzette.
«Mi ricordo – dice Nisi – che dovetti farmi accompagnare perché non sapevo nemmeno dove fosse la Procura, che all’epoca aveva ancora degli uffici in piazza San Marco, e fu lì che conobbi la dottoressa Paola Tonini che credette nella mia intuizione. Del Mose avevo sentito parlare, ma del Cvn e del ruolo che rivestiva, devo essere sincero, ero abbastanza all’oscuro».
Quale fu il fattore che impresse la svolta decisiva?
«Più di uno. Alcune intercettazioni di Lino Brentan, ad di Autostrada Venezia-Padova, che arrestammo per corruzione alla fine di gennaio 2012, nelle quali diceva che la Mantovani, fra i soci di maggior peso dentro il Cvn, poteva risolvere qualsiasi cosa. E il nome, fra quelli inseriti nella famosa lista Pessina, di Alessandro Alessandri della Sacaim, storica impresa di costruzioni di Venezia che commise l’errore fatale di mettersi in concorrenza con il colosso padovano guidato da Piergiorgio Baita fino a ritrovarsi strangolata. Entrambi i fascicoli erano coordinati dal pm Stefano Ancilotto a cui facemmo presente come e quanto la padovana Mantovani possedesse una potenza di fuoco in laguna, tale da fare tabula rasa e sconfiggere persino i nemici più blasonati. A far quadrare il cerchio, proprio l’accertamento tributario alla Mantovani, quale attività programmata dei bravi colleghi padovani, con i riscontri che sappiamo e le manette ai polsi di Baita, dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo e di altri».
È qui che si salda la manovra a tenaglia, metafora che Nisi utilizzò durante la conferenza stampa sull’arresto del padre padrone del Cvn, Giovanni Mazzacurati e di mezzo consiglio d’amministrazione, alludendo alle tappe di avvicinamento al vero bersaglio centrato lo scorso 4 giugno.
«Quando in cella insieme ai ladri sono finiti anche le guardie» ironizza lasciando trasparire tutta la difficoltà e tutta l’amarezza vissute. Sia nello scrivere le 740 pagine di informativa, metà coperte da omissis, trasmesse in Procura il 7 luglio 2011, sia dopo. Dalle continue fughe di notizie, alle ingerenze dei servizi segreti, ai sospetti creati ad arte. «Ne hanno fatto le spese i miei capelli» scherza alludendo al loro colore più sale che pepe. Il tono ritorna serio nel ripercorrere i mesi di duro lavoro: «Eravamo come dei monaci trappisti. Tra un po’ dubitavo anche di me stesso. Devo ringraziare i miei ragazzi, della sezione tutela entrate del tenente colonnello Roberto Ribaudo e del Gico del colonnello Nicola Sibilia, la Procura di Venezia, dal procuratore capo Luigi Delpino, all’Aggiunto Carlo Nordio, ai sostituti procuratori Tonini, Ancilotto e Stefano Buccini che hanno saputo creare un team affiatato e leale».
Più di qualcuno ha letto il suo trasferimento a Roma come una sorta di rimozione per affossare tutto. «Il mio trasferimento si inserisce nella naturale progressione di carriera che vede gli incarichi di comando ruotare circa ogni tre anni. Quando il generale Giancarlo Pezzuto mi chiamò a maggio 2013 non potevo rappresentargli, per dovere d’ufficio, ciò su cui stavamo investigando. D’altronde Baita fuori dal Veneto era un perfetto sconosciuto. E io, non lo nascondo, ero sfinito. Come più volte rappresentai al generale Pasquale Debidda, comandante interregionale, che mi fece sentire vicino il Corpo anche nei momenti di massimo sconforto che, in un’indagine di questa caratura, non sono certo mancati, rischiando di far naufragare tutti gli sforzi. A Pezzuto chiesi solo una proroga di un paio di mesi e me li concesse sulla base di una indiscussa stima reciproca».
Giusto il tempo di eseguire le ordinanze di custodia cautelare a carico di Mazzacurati e compagni di merende. E di passare il testimone. «Sicuro, come i fatti hanno dimostrato – conclude Nisi – di lasciare l’attività nelle mani di finanzieri in gamba».

 

LE CARTE – L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, svela l’intreccio di rapporti con i ministri: soldi a Lunardi, Matteoli e a Milanese, collaboratore di Tremonti.

L’INCHIESTA – Ieri è stato interrogato l’ex sindaco di Venezia Orsoni. La prossima settimana probabilmente toccherà a Galan. E Baita parla anche dei conti del Pdl e del “nero”.

TANGENTI Orsoni sentito in Procura per 4 ore. E spuntano i nomi di Ghedini, Gianni Letta e Tosi
Mose, la pista degli ex ministri
I verbali degli interrogatori di Mazzacurati e Baita chiamano in causa Lunardi, Matteoli e Tremonti

MATTEOLI «Mi ha fatto dei favori, l’ho ricompensato con 400-500mila euro»

Il memoriale di Mazzacurati: così venivano pagati i ministri

Consulenza d’oro a Lunardi perché potesse ridare i 2 milioni che la Corte dei Conti gli chiedeva

L’ex generale Spaziante doveva garantire i finanziamenti: nessun pagamento senza risultati

Una consulenza costruita ad hoc per l’ex ministro dei Lavori pubblici, Pietro Lunardi, per “aiutarlo” a pagare l’ingente somma che la Corte dei conti lo aveva condannato a risarcire, pari ad oltre 2 milioni di euro. Non finiscono mai di stupire i favori che il “sistema Mose” era in grado di elargire al potente di turno pur di ottenere i risultati sperati. A raccontare l’episodio è stato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, in uno dei numerosi interrogatori sostenuti davanti ai sostituto procuratore Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, spiegando che a chiedere quel favore era stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi, Gianni Letta, nel corso di un incontro nel suo ufficio a Largo del Nazareno.
CONSULENZA D’ORO – Ad incaricarsi di trovare una consulenza a Lunardi fu l’allora presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita: Mazzacurati parla della progettazione della tangenziale di Cortina, poi mai realizzata. Baita fa riferimento invece al progetto per la prosecuzione dell’A27 da Pian di Vedoia fino a Caralte di cadore: «Praticamente abbiamo dato a Lunardi 500mila euro non chiedendogli il ribasso sulla tariffa».
Nelle centinaia di pagine di cui sono composti il memoriale e i verbali con le deposizioni di Mazzacurati c’è davvero di tutto: uno spaccato desolante di come certa politica ed economia funziona solo a base di favori e clientele; di rapporti privilegiati, di denaro per “ungere” i meccanismi, di faccendieri sempre pronti ad offrire i propri servizi, o a millantare possibilità di intervento.
TREMONTI – Mazzacurati racconta di averlo incontrato un paio di volte, al ministero dell’Economia, su consiglio del vicentino Roberto Meneguzzo, della finanziaria Palladio, per sollecitarlo a mantenere costante il ritmo dei finanziamenti al Mose. Con lui l’allora presidente del CVN dice di non aver parlato di soldi, né il ministro gli avrebbe fatto alcuna richiesta. È in un incontro successivo, sempre procurato grazie all’intervento di Meneguzzo, che Mazzacurati riferisce di aver consegnato 500mila euro a Marco Milanese, stretto collaboratore di Tremonti. «Ti ricordo che non basta avere solo buoni contatti e buone conoscenze, a questo punto bisogna pagare», gli aveva spiegato Meneguzzo, precisandogli che Milanese «gestisce queste cose».
PALLADIO – Mazzacurati racconta di essere arrivato nella sede della Palladio con i soldi dentro una «scatoletta» e di averli consegnati a Milanese: «È Meneguzzo che mi suggerisce la cifra», ricorda l’ex presidente CVN, ricevendo da Milanese un semplice «Grazie». I soldi vengono riposti in «dei mobiletti con delle cose verticali, li ha messi lì dentro». Mazzacurati racconta che gli avevano fatto fretta per quel pagamento: «Milanese aveva trovato anche una giustificazione, nel senso che c’erano tanti altri progetti che aspettavano…»
IL GENERALE – Mazzacurati precisa che dopo il versamento della “mazzetta” non accade nulla e così decide di non dar seguito ad ulteriori pagamenti. Lo stesso sarebbe avvenuto con Emilio Spaziante, sempre contattato attraverso Meneguzzo: l’ex generale della Guardia di Finanza, all’epoca in servizio al ministero dell’Economia, avrebbe dovuto fornire aiuto sia per garantire i finanziamenti ministeriali al Mose, sia per limitare al minimo i problemi relativi ad una verifica fiscale. In assenza di risultati, Mazzacurati avrebbe deciso di non pagarlo più.
LA SOFFIATA – Qualche informazione riservata, però, Mazzacurati la riceve: è sempre Meneguzzo a metterlo in allarme, facendogli sapere che il suo cellulare è intercettato. Lo consiglia pertanto di acquistarne un modello difficilmente intercettabile e l’allora presidente del CNV si adegua. «Ma era troppo complicato, l’ho lasciato alla mia segretaria per prendere gli appuntamenti», confida Mazzacurati ai magistrati veneziani.
GIANNI LETTA – Mazzacurati racconta di aver incontrato spesso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi per sollecitare la prosecuzione dei finanziamenti al fine di completare il Mose. Da Letta dice di non aver mai avuto richieste illecite e a lui assicura di non aver mai versato nulla. Dalla sua deposizione emerge che la Technital, una delle aziende fondatrici del CVN, di proprietà del veronese Alessandro Mazzi, era molto legata a Letta: in molti si lamentavano dei costi altissimi delle loro progettazioni, ma anche del fatto che non ha mai contribuito, a differenza di Mantovani, Coveco e altri, a mettere a disposizione i soldi per pagare i politici.
MATTEOLI – «Il ministro Matteoli mi ha fatto dei favori e ho corrisposto finanziando la campagna elettorale… gli ho corrisposto dei soldi… erano corresponsioni di denaro direttamente a compenso in qualche modo di favori ricevuti… 400-500mila euro… dal 2009 al 2012-2013». Mazzacurati lo ha raccontato nel primo interrogatorio del 25 luglio, e ora la posizione di Matteoli è al vaglio del Tribunale dei ministri.
TUTTO A MEMORIA – Non esiste un “libro mastro” delle tangenti pagate dal Consorzio Venezia Nuova: Mazzacurati teneva tutto a mente, registrava tutto nella memoria: «Ho solo degli appunti», ha spiegato di fronte agli increduli magistrati della Procura.
GLI ONESTI – Non tutti sono stati al soldo di Mazzacurati & Baita: per anni il Consorzio ha avuto rapporti frequenti con il dirigente del ministero delle infrastrutture, l’ingegner Incalza, ma a lui non è mai stata elargita alcuna dazione. Così come non è mai stato pagato uno dei presidenti storici del Magistrato alle acque, Felice Setaro. La spiegazione fornita da Mazzacurati ai pm è disarmante, ma al tempo stesso un conforto: «Alcuni i soldi non li vogliono…»

Gianluca Amadori

 

Consiglio di Stato: commissione d’inchiesta

ROMA – Arriva la Commissione di indagine amministrativa. L’ha nominata il presidente del Consiglio di Stato, Giorgio Giovannini, in relazione alla notizia di presunte illiceità avvenute presso il Consiglio di Stato relativamente ad alcuni procedimenti giurisdizionali». Giovannini vuole approfondire notizie relative alla vicenda Mose, in base alle quali, secondo quanto riferito da alcuni degli interrogati, sarebbero state «comprate» delle sentenze. Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, e Piergiorgio Baita, primo socio del Consorzio Venezia Nuova, hanno dichiarato che una sentenza costava tra gli 80 mila e i 120 mila euro e nei loro interrogatori spunterebbe tra gli altri anche il nome del presidente del Tar del Veneto, Bruno Amoroso.

 

PORTO MARGHERA L’ex ministro e il disinquinamento

Altero Matteoli e le bonifiche, una “pastetta” da 600 milioni

C’è la pastetta anche sul disinquinamento di Porto Marghera. E stavolta c’è di mezzo il ministro Altero Matteoli di Forza Italia. Racconta a verbale Piergiorgio Baita che nel 2003-2004, quando Matteoli era ministro dell’Ambiente, aveva dato il via libera al cosiddetto “protocollo Marghera”. Sostanzialmente i proprietari delle aree contaminate, Edison, Eni e Enel, versavano al Ministero dell’Ambiente una sorta di indennizzo definitivo che doveva essere utilizzato per il disinquinamento delle aree. Si tratta di oltre 600 milioni di euro che vengono incamerati direttamente dal Ministero dell’Ambiente. Che può decidere come spenderli. «Li può spendere facendo il progetto, le gare, gli appalti, oppure può fare, come in realtà poi ha fatto, un accordo di programma col Ministero delle Infrastrutture e Magistrato alle Acque per inserire questi fondi come lavori aggiuntivi sui lavori del Consorzio Venezia Nuova. Quindi senza bisogno di fare le gare, perché nell’ ambito della convenzione i lavori vengono eseguiti dai soci.» Ma Matteoli non fa tutto questo “gratis”. Pone una condizione, «che i lavori venissero affidati all’impresa SO.CO.STRA.MO del dottor Erasmo Cinque, impresa che in un primo momento non poteva avere i lavori perché, non essendo socia del Consorzio, non poteva essere direttamente assegnataria; pertanto i lavori sono stati assegnati a Fisia Impregilo, al quale poi noi siamo subentrati, con il vincolo di subappaltarli a Erasmo Cinque». Specifica Baita: «Quindi Fisia riceve fuori quota questi lavori e li subappalta a Erasmo Cinque e a Mantovani perché Mantovani ha i requisiti per la bonifica. Erasmo Cinque non ha niente, però lo prendiamo in Associazione temporanea d’impresa. Lo prendiamo in ATI e nell’ambito dell’ATI Erasmo Cinque ci risubappalta la sua parte di lavori in cambio di una percentuale fissa che mi pare fosse il 6,5% o il 7%» Dunque la ditta di Erasmo Cinque si limita a “remenar carte” come si dice a Venezia nel senso che non fa assolutamente nulla a parte farsi pagare profumatamente per quel nulla.
Poi succede che Matteoli passa dal Ministero dell’Ambiente a quello delle Infrastrutture, ma il metodo non cambia. «Deve aver litigato con Erasmo Cinque perchè presenta un altro signore, un certo Gualtiero Masini». E così si elimina la tangente del 6-7 per cento che Erasmo Cinque incassava anche per conto del ministro? «No, si elimina Erasmo Cinque, ma non la tangente – spiega Baita – Quella rimane». La tangente rimane sempre. E siccome nessuno vuol correre il rischio di trovarsi a fare i conti con un controllore vero «c’è stata la nomina del Presidente Cuccioletta – come Magistrato alle acque – che è stato un uomo indicato da Matteoli. E’ stato indicato da Erasmo Cinque e Matteoli.» Probabilmente in questo ordine di importanza.

Maurizio Dianese

 

EXPO Il duro monito del presidente Squinzi: non possono stare con noi

«Via i corrotti da Confindustria»

MILANO – Fuori i corruttori da Confindustria, il sindacato che chiede la fine del massimo ribasso e regole certe per le grandi opere, Milano che comunque ci crede. L’Expo continua a muovere il mondo politico e soprattutto quello economico, con gli industriali che confermano una scelta simbolica: per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale non terranno la loro assemblea annuale a Roma, ma nel quartiere dell’Esposizione universale. «Non ci interessa sapere se gli imprenditori che corrompono lo fanno perché obbligati o per vero e proprio spirito doloso: essi non possono stare tra noi, questo deve essere chiaro». Il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, lo vuole ripetere durante l’assemblea della principale ‘territoriale’ della sua organizzazione: Assolombarda, l’associazione degli industriali di Milano e provincia. «Expo deve essere l’acceleratore per la ripartenza, non la sua immagine guasta: oggi siamo avviliti dalla cronaca, riflettiamo troppo poco sul cuore dell’esposizione universale, travolti da cronache sciagurate», aggiunge Squinzi.
Sul tema delle grandi opere e delle regole interviene anche la Cgil. «Non si può costruire un massimo ribasso ma determiniamo parametri di qualità» tra cui «condizioni di lavoro e diritti contrattuali», dice il segretario Susanna Camusso sempre da Milano. La vicenda può servire a «ridefinire la logica degli appalti: ci vogliono regole certe perché quelle che ci sono non lo sono. Da un lato abbiamo costruito un meccanismo sul massimo ribasso e, dall’altro, sulla rivalsa».

 

GLI INTERROGATORI In Procura per l’accusa di finanziamento illecito. La prossima settimana tocca a Galan.

Orsoni, quattro ore di domande e riserbo totale.

Gli ex sindaci non indagati: un favore al filosofo, piccoli contributi all’udc

Spuntano Bergamo e Cacciari

Quattro ore in Procura per il sindaco (sospeso) di Venezia, Giorgio Orsoni, accusato di finanziamento illecito in relazione ad alcune somme che sarebbero state elargite in occasione della campagna elettorale dal Consorzio Venezia Nuova e dal suo presidente, Giovanni Mazzacurati. Orsoni, in compagnia del suo difensore, l’avvocato Daniele Grasso, è stato visto in mattinata entrare al Palazzo di Giustizia, dove si è fermato a lungo. Top secret l’oggetto della “visita” in Procura: il suo difensore si è trincerato dietro un impenetrabile “no comment” e lo stesso hanno fatto i magistrati che si stanno occupando delle indagini. Un riserbo di questo tipo fa pensare a possibili dichiarazioni di estrema delicatezza resa dall’ex sindaco, dichiarazioni che potrebbero portare a nuovi e inattesi sviluppi delle indagini. Ma per ora si tratta soltanto di supposizioni.
Orsoni si trova agli arresti domiciliari per due diversi episodi di finanziamento: il primo relativo a 110mila euro, registrati dal suo mandatario elettorale, ma ritenuti irregolari in quanto a metterli a disposizione era il CNV, mentre formalmente risultavano i nomi di altre società. Il secondo presunto finanziamento di 450mila euro, sarebbe stato versato direttamente da Mazzacurati e dall’allora presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita. Nei giorni scorsi, durante l’interrogatorio di garanzia, Orsoni ha respinto ogni accusa. Nei prossimi giorni si saprà cosa ha dichiarato ai pm. Nel pomeriggio l’Ordine degli avvocati ha aperto un fascicolo e ha fissato l’audizione di Orsoni.
GALAN – Nel frattempo gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, difensori dell’ex presidente della regione, Giancarlo Galan, si sono recati dal procuratore capo Luigi Delpino per concordare, per la prossima settimana, la data di un interrogatorio del politico di Forza Italia, indagato per corruzione in relazione a somme milionarie che, secondo l’accusa, avrebbe incassato in cambio di favori al CVN.
MARCHESE – Una prima conferma alle ipotesi della Procura in relazione ai finanziamenti illeciti contestati a Giampietro Marchese, ex responsabile organizzativo del Pd, è arrivata dall’ex presidente dell’autostrada Padova Venezia, Lino Brentan, il quale ha riferito ai magistrati di una somma da lui consegnata a Marchese.
BERGAMO E CACCIARI – Dai verbali di Mazzacurati emergono infine i nomi di altri due ex sindaci di Venezia: entrambi non sono però indagati. Al primo, Ugo Bergamo (Udc), attuale assessore alla Mobilità del Comune, Mazzacurati avrebbe versato piccoli contributi elettorali fino al 2005, di cui non ricorda l’ammontare. Al secondo avrebbe fatto un favore, su sua richiesta, sponsorizzando il Calcio Venezia dell’allora presidente Lorenzo Marinese e concedendo un lavoro all’azienda dello stesso. Bergamo, contattato ieri a margine del Consiglio comunale di ieri, è caduto dalle nuvole, dichiarando di non saperne nulla.

(gla)

 

LE INTERCETTAZIONI – Puntavano a Palazzo Chigi per il placet ai grandi progetti

GLI “ONESTI” Setaro e Incalza non chiesero niente: «Alcuni i soldi non li vogliono»

Cercavano di manovrare anche il premier Berlusconi

La rete del Consorzio per condizionare le nomine al Magistrato alle Acque

Volevano condizionare anche il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, attraverso il suo sottosegretario Gianni Letta. La ragnatela tessuta da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, puntava in alto. Ai vertici di Palazzo Chigi, perchè da lì arrivava il placet politico ai grandi progetti in Laguna. I pubblici ministeri e i finanzieri di Mestre hanno trovato alcune tracce nelle intercettazioni, poi confermate a verbale da alcuni degli interessati.
Nulla di penalmente rilevante, per quanto riguarda il Cavaliere e Letta, ma indicativo di quanto potente fosse il Consorzio. Il capitolo Palazzo Chigi si inserisce in quello del condizionamento dei magistrati alle Acque di Venezia. In carcere sono finiti Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, che si sono succeduti nella carica. Secondo l’accusa, erano a libro paga con 400 mila euro all’anno. A disposizione. Di quest’ultima, Mazzacurati ha detto: «La signora Piva ci ha dimostrato subito una pesante ostilità a suo tempo e l’abbiamo corretta con… portandole dei soldi». Quando nel 2011 fu nominato l’ing. Ciriaco D’Alessio ci furono le grandi manovre. Mazzacurati voleva un suo uomo, l’ingegner Giampietro Mayerle, già vice di Cuccioletta. Ci fu, come ha raccontato Piergiorgio Baita, «un braccio di ferro tra Erasmo Cinque (imprenditore romano, ndr) e Mazzacurati su chi dovesse tenere i rapporti col ministro Altero Matteoli». Quest’ultimo è ora indagato davanti al Tribunale dei ministri per il ruolo avuto nell’assegnazione di lavori delle bonifiche di Porto Marghera. Un capitolo ancora in ombra. Perchè tanto interesse? Ha messo a verbale Pio Savioli: «C’è una battuta: basta portare là, al Magistrato alle Acque, anche la carta igienica usata che te la firmano». Ovvero, il Magistrato avallava ogni atto del Consorzio. Secondo i Pm veneziani, Mazzacurati, tagliato fuori dalla nuova nomina, «non intende darsi per vinto e si rivolge a Gianni Letta per ostacolare D’Alessio in favore di Mayerle». Ne parla anche con Mauro Fabris, attuale presidente del Consorzio: «Ho informato il Dottore (Gianni Letta, ndr) che si è preso un attacco di bile che è raro». E con Maria Brotto, del Consorzio: «Bisogna andar da Letta, però ho paura che combino un casino. Sì, mi metto contro il ministro… è un massacro». Il ministro è Matteoli. Il 5 ottobre 2011, Mazzacurati ne parla anche con l’avvocato Alfredo Biagini: «Oggi io vedo il Dottore! Lì ci vuole un atto d’imperio di… di Berlusconi». Biagini: «Guarda che siccome per un anno non sposti niente, ehhh non è il momento di toccare nulla e… rimandiamo di un anno punto». Dopo l’incontro con Letta, Mazzacurati si sfoga con Federico Sutto, del Consorzio: «È andata bene con Letta, lui mi ha fatto una sparata su Erasmo (Cinque, ndr) dicendo che è uno scandalo e che hanno coinvolto anche il pres… si vede che lui l’ha già detto e capisce benissimo che io sia in difficoltà ma ho avuto l’impressione che lui non riesca a…».
Nel 2013, un mese e mezzo prima dell’arresto, si ripetono le pressioni. Perchè scade D’Alessio, come previsto. Mazzacurati sostiene Paolo Emilio Signorini, contro Fabio Riva.
Di Letta, Mazzacurati ha detto: «L’ho conosciuto fra il 1996 e il 1997, mi ha portato da lui il Presidente Galan… il dottor Letta é stato per i nostri progetti un riferimento molto importante, io mi sono rivolto molte volte a lui per un sacco di problemi. spiccava anche all’estero: per esempio, alcune volte il dottor Letta mi ha portato da Berlusconi perché voleva sapere a che punto eravamo… Il dottor Letta in questi anni non ha mai chiesto nulla».

Giuseppe Pietrobelli

 

LA REPLICA – L’assessore cade dalle nuvole: «Non ne so davvero nulla»

L’INCHIESTA – Episodi datati, nessuno dei due è indagato della Procura

IL CONSORZIO – L’ex presidente parla anche dei rapporti con i politici veneziani

Due ex sindaci nei verbali di Mazzacurati

Ugo Bergamo è citato per presunti contributi elettorali fino al 2005, Cacciari per un aiuto al Calcio Venezia e a Marinese

Finanziamenti elettorali ad uno, favori collegati al Calcio Venezia all’altro.
I nomi di altri due sindaci, oltre a quello di Giorgio Orsoni, sono finiti marginalmente nei verbali riempiti da Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, accusato di aver corrotto ed elergito contributi a destra e sinistra per anni, con l’obiettivo di ingraziarsi tutti e poer completare il più rapidamente possibile la “sua creatura”, il Mose.
Il primo è quello di Ugo Bergamo, attuale assessore alla Mobilità del Comune di Venezia. Mazzacurati riferisce di aver versato alcune piccole somme a sostegno delle diverse campagne elettorali fino al 2005. Nel memoriale depositato in Procura quando decise di iniziare a collaborare, il 25 luglio dello scorso anno, scrive di non ricordare gli importi «perché risalenti nel tempo» (mentre precisa quelli versati ad Orsoni, e all’ex segretario del Pd, Giampietro Marchese, in entrambi i casi tra i 400 mila e 500 mila euro). Nell’interrogatorio del successivo 29 luglio non aggiunge particolari se non che «abbiamo avuto piccoli esborsi per Bergamo», puntualizzando di andare a memoria. L’ex sindaco non risulta essere sotto inchiesta e, in ogni caso contributi risalenti al 2005, anche se fossero stati irregolari, sarebbero già prescritti per il tropo tempo trascorso.
Contattato a margine del Consiglio comunale di ieri pomeriggio, l’assessore Bergamo è caduto dalle nuvole: «Mai sentito parlare di questa cosa», ha dichiarato.
L’altro ex sindaco di Venezia, citato marginalmente nel capitolo sui rapporti di Mazzacurati con la politica locale, è Massimo Cacciari. «Ho avuto un rapporto con Cacciari, che mentre era sindaco mi ha chiesto di aiutare un’impresa che si chiamava Marinese (di cui era titolare nel 2005 l’allora presidente del calcio Venezia, ndr), che veniva da quella che è una grossa impresa che si chiamava Guaraldo – ha mesos a verbale l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova – Poi Cacciari mi ha chiesto una sponsorizzazione di 300mila euro per la squadra di calcio, insomma, una roba così…» Quanto all’impresa di Marinese, Mazzacurati ha precisato che la richiesta di interessamento «si è tradotta in un lavoro che gli abbiamo dato». Anche in questo caso si tratta di episodi per i quali Cacciari non risulta indagato, e comunque piuttosto datati. La sponsorizzazione del Consorzio Venezia Nuova al Calcio venezia, peraltro, non fu un mistero: nel dicembre del 2005 lo stesso Mazzacurati, in un’intervista, spiegava che c’era stata «una sponsorizzazione, grazie all’ingegnere Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova».

Gianluca Amadori

 

L’INTERROGATORIO

Lino Brentan si difende

L’ex manager conferma i soldi a Piero Marchese

Lino Brentan ha confermato di aver consegnato somme di denaro a Giampietro Marchese. L’ex amministratore della Società autostrade Padova-Venezia lo ha fatto nel corso dell’interrogatorio sostenuto alla presenza del suo legale, l’avvocato Giovanni Molin; interrogatorio in cui ha respinto l’accusa per cui è finito agli arresti domiciliari, cioè quella di concussione per induzione nei confronti di Piergiorgio Baita e Mauro Scaramuzza, rispettivamente amministratori di Mantovani e Fit spa che, secondo la Procura sarebbero stati costretti a corrispondergli 65mila euro per poter svolgere alcuni lavori autostradali tra il 2007 e il 2009.
Brentan si è difeso con determinazione dall’acusa di concussione per induzione, riservandosi di fornire documentazione per dimostrare che le cose non sono andate come ha raccontato Scaramuzza. Nel corso dell’interrogatorio ha anche parlato dell’uomo che per anni è stato segretario organizzativo del partito (prima Pci, poi Pds, Ds e infine Pd), Giampietro Marchese, riferendo di avergli consegnato una somma di denaro: non è chiaro se si tratti della stessa che la Procura contesta a Marchese a titolo di finanziamento illecito in relazione alla campagna elettorale 2010, o se sia una diversa somma. Per gli inquirenti si tratta, in ogni caso, di una conferma delle ipotesi d’accusa per le quali il gip Alberto Scaramuzza ha imposto gli arresti domiciliari a Marchese. L’ex responsabile organizzativo del Pd, ed ex consigliere regionale, è finito sotto accusa per più di un contributo elettorale. Tra questi figurano i fondi che sarebbero stati versati dal Consorzio Venezia Nuova anche attraverso la Cooperativa San Martino di Chioggia. Nel capo d’imputazione si parla di una somma che oscilla tra 400 e 500mila euro, ma anche di una assunzione fittizia presso lo studio Eit per garantirgli uno “stipendio” di 35mila euro.
Nell’interrogatorio sostenuto davanti ai pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nel “capitolo” decicato ai politici locali, ha confermato di aver elargito contributi elettorali ad «un certo Marchese, al quale abbiamo versato per questa campagna dasi 200 ai 300 mila euro».

 

L’INTERVENTO

di Sandro Boato – ex consigliere regionale Verdi Trentino Alto Adige

Il Mose non è Mosè

Per salvare Venezia non basta il nome

Il successo del Pd di Renzi è forse un segno di speranza, ma pure di paura, non soltanto della forza disorientata del Movimento 5 Stelle, ma anche della precarietà e inaffidabilità del mondo politico e imprenditoriale. Questa situazione precipitata dopo il ventennio horribilis (1993/2013) per la sua eredità di populismo egoista, di illegalità diffusa, di rovesciamento di valori come l’onestà pubblica e privata, la giustizia civile e la responsabilità sociale. Lo scandalo del Mose nella laguna di Venezia vede coinvolte nell’inchiesta un centinaio di persone che nella gravità delle incriminazioni sembrano accomunate da una pestilenza attraente: la fame di danaro. È malattia dell’Italia dunque la corruzione dilagante che tanta gente accetta o finge di non vedere?
C’è una larga fascia sociale connessa con operazioni un tempo considerate sporche e che oggi appaiono normali. In realtà saranno pagate dalle generazioni a venire, dai nostri figli e nipoti una parte dei quali già fugge in cerca di quello che gli Orsoni, le Sartori e i Galan stanno sottraendo loro. Nel dibattito esploso sul caso apparentemente nuovo, ma in realtà prevedibile da qualche anno, manca però qualcosa di essenziale che cerco di sintetizzare.
Prima che il Mose fosse imposto dall’alto furono presentate in un convegno a Venezia due alternative che avrebbero dovuto essere prese ufficialmente in esame ma che i mass media ignorarono. Erano proposte per non allargare ulteriormente le tre bocche di porto (come invece fa il Mose paradossalmente), per usare materiali sperimentati in altri porti italiani ed europei caratterizzati da leggerezza, elasticità, rapidità esecutiva, per il contenimento dei costi del modello progettato e della sua manutenzione (pesantissima questa nel Mose). Il suo difetto stava nel costo irrisorio: il 10 per cento del Mose, troppo poco per poter rubare molto.
La recente vertenza sulle grandi navi nel cuore della città e della laguna ha qualche interferenza con il Mose. Da una parte c’è la previsione – con l’innalzamento del livello marino e quindi con frequenti acque alte – di dover lasciare chiusa la laguna per un tempo incompatibile con l’ossigenazione dell’ecosistema, la necessità di ricambio delle acque inquinate e il funzionamento del porto. Dall’altra i mostruosi condomini navali pretendono di poter entrare e uscire liberamente anche quando le bocche di porto saranno chiuse, con enormi conche ad hoc.
Alcuni personaggi ora inquisiti e altri del giro (legati al Consorzio Venezia Nuova, responsabile primo dei lavori e dei conti) stavano ipotizzando un secondo taglio lagunare per le grandi navi, oltre al micidiale Canale dei Petroli che ha sconvolto la laguna centro-meridionale, ecologicamente un tutt’uno con la città storica. Come nel convegno per l’alternativa al Mose, così ora la medesima équipe di professori e tecnici ambientalisti ha già consegnato agli organi di salvaguardia e al ministero competente il progetto di avamporto-terminal passeggeri sul mare a ridosso esternamente dello stesso Mose, per far sostare le grandi crociere a Venezia senza compromettere ancor più la laguna. Verrà ignorato anche questo?
Parliamo d’Europa e si rimane sgomenti dal nostro precipitare in quello che con sufficienza chiamavamo “terzo mondo”. Parliamo d’ambiente (la giornata mondiale si è celebrata lo scorso 5 giugno) e non riusciamo ancora a considerare noi umani come parte e non dominio del cosmo. Nell’attuale rovesciamento dei valori il Mose è sempre più lontano da quel Mosè che significava emblematicamente la salvezza dalle acque. Non basta il nome.

 

TORMENTI IN FORZA ITALIA – Arresti del Mose, Brasiola contro Capon e i chissiani

CHIOGGIA – Il terremoto dovuto allo scandalo Mose porta di nuovo alla luce i problemi di Forza Italia a livello locale dove, al momento, si scontrano due anime: quella che segue Beniamino Boscolo Capon, da anni punto di riferimento del partito a livello locale, e quella che segue l’attuale capogruppo Daniele Tiozzo Brasiola, affiancato dal neo entrato forzista Matteo Penzo. E proprio Brasiola, poche ore dopo l’arresto di Chisso, ha rilasciato un commento che lascia ben poco all’immaginazione. Una frecciata vera e propria diretta a Beniamino Boscolo Capon, molto critico nei mesi scorsi, soprattutto nei riguardi di Matteo Penzo la cui entrata in Forza Italia non è vista di buon occhio da una parte del partito locale. «Mi rammarico per quanto successo e per gli arresti eccellenti che ci sono stati – afferma Daniele Tiozzo Brasiola -. Auspico che al più presto venga fatta luce dalla magistratura. Una vicenda che non crea contraccolpi a livello chioggiotto in quanto, dalle stesse dichiarazioni dell’assessore Chisso, si riteneva rappresentato dal solo consigliere comunale Beniamino Boscolo, non appartenente al gruppo consiliare di Forza Italia. Attendiamo una presa di posizione da parte dei referenti da lui nominati e ci aspettiamo, come già più volte richiesto, un rinnovamento della classe dirigente».
Beniamino Boscolo non raccoglie la provocazione: «Se hanno qualcosa da dirmi mi possono telefonare, non serve che facciano comunicati stampa – afferma -. La mia posizione è la stessa espressa dal coordinatore provincia Igor Visentin. Le vicende giudiziarie faranno giustamente la loro strada; gli uomini e le donne di Forza Italia continueranno come sempre a lavorare con l’obiettivo di offrire alla città e ai suoi territori limitrofi, persone capaci e pronte, a disposizione della collettività».

(m.bio.)

 

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