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LE SCOPERTE DEL FISCO – Galan, Spaziante, Venuti e Chisso nelle maglie dei controlli

Le uscite “milionarie” degli inquisiti

Tra entrate e spese i conti non tornano

La «Guardia di finanza talebana», come è definita in una intercettazione ambientale dall’interlocutore di Paolo Venuti, il commercialista di Giancarlo Galan, ha ricambiato gli indagati. Passandone ai “raggi X” i patrimoni, per cercare la prova di arricchimenti sospetti. Quel riferimento “talebano” è contenuto in un dialogo che coinvolge il professionista che custodisce buona parte dei segreti finanziari ed economici dell’ex governatore del Veneto, attuale deputato di Forza Italia. È il dialogo da cui si evince che «Giancarlo è molto spaventato, quindi stavo tirando giù quattro dati delle dichiarazioni vecchie che noi abbiamo fatto…». Galan ha paura del “redditometro”, perchè dovrebbe spiegare spese considerate eccessive. Ma quali sono le scoperte dei “talebani” del Fisco?
GIANCARLO GALAN. I coniugi hanno dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per un milione 413 mila euro, le uscite sono state però 2 milioni 695 mila euro. Sproporzione: un milione 281 mila euro. La coppia ha però anche numerose partecipazioni societarie. Si tratta di cinque società. Margherita srl (100%) partecipa al 70% la Società Agricola Frassinet sas, tenuta agricola tra Casola Valsenio (Ravenna) e Castel Del Rio (Bologna) per un valore di 920 mila euro, al 21.6% la San Pieri srl (settore energetico), al 10% __  . La seconda società è Ihlf srl, partecipata al 50% tramite la fiduciaria milanese Sirefid spa, si occupa di consulenze sanitarie (l’altra metà vede i nomi di importanti dirigenti sanitari veneti e lombardi). C’è poi Amigdala srl, partecipata dalla moglie di Galan, Sandra Persegato, al 20%, tramite Sirefid; la parte restante è partecipata da Pvp (studio di Paolo Venuti, indicata in un’accusa di corruzione) e Finpiave (holding di un imprenditore veneto dell’abbigliamento). C’è anche Franica Doo con cui i Galan gestiscono il patrimonio in Croazia (immobili, barche, conti correnti). Infine, Thema Italia spa, con quote formalmente intestate a soggetti terzi, ma che la Finanza riconduce a Galan anche per il sequestro avvenuto all’aeroporto di Venezia nel luglio 2013 a Paolo Venuti di documenti da cui emergerebbe che «la società rappresenta la facciata italiana di un importantissimo affare (stimato in 55 milioni di dollari) avente per oggetto il commercio di gas proveniente dall’Indonesia. Galan ha due cassette di sicurezza, la moglie altrettante. Possiede poi una favolosa villa a Cinto Euganeo.
PAOLO VENUTI. La famiglia del commercialista ha dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per 2,8 milioni di euro, ma le uscite sono state per 5,9 milioni; la sproporzione è di 3,1 milioni. Venuti ha la partecipazione in Pvp (30%) e Farandola Doo. A fine 2009 i Venuti, grazie allo “scudo fiscale”, hanno fatto rientrare 1,8 milioni di euro (Banca Intermobiliare Suisse di Lugano e Veneto Banka di Zagabria).
RENATO CHISSO. Chisso (che paga un mutuo alla figlia) ha dichiarato dal 2000 al 2011 entrate per 1,1 milioni di euro, le uscite sono state di 1,4 milioni, la sproporzione è di 248 mila euro.
EMILIO SPAZIANTE. Il generale della Finanza ha dichiarato, in undici anni, entrate per 2 milioni di euro, ne ha spesi 3,7, la sproporzione è di 1,7 milioni. Ha un altissimo tenore di vita: auto sportive, barca di lusso, villa con piscina, prestigiosi immobili; possiede orologi, quadri e arredi costosi, frequenta alberghi anche da mille euro la notte e a Dubai ha usato la Limousine per il trasferimento dall’aeroporto.

Giuseppe Pietrobelli

 

L’EX DOGE – Investimenti negli Emirati Arabi e splendida dimora di 4 piani a Rovigno

L’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, avrebbe fatto investimenti immobiliari anche negli Emirati Arabi. A riferirlo agli inquirenti è stato il finanziere sanmarinese William Colombelli, l’uomo delle false fatture della Mantovani.
All’estero l’ex ministro Galan possiede anche una splendida villa di 4 piani a Rovigno, sulla costa Croata (località Santa Croce), alla quale ha dedicato un articolo il quotidiano locale “Novelist”. Immobile stimato in qualche milione di euro, anche se Galan ha ribattuto sostenendo che il valore è di molto inferiore.

 

BAITA DIXIT – Il partito temeva che Galan intercettasse tutto il denaro

Alla faccia della fiducia. Dice Piergiorgio Baita: «C’era un malessere da parte della segreteria del partito regionale perchè con tutti i soldi che il partito aveva convogliato sul Consorzio Venezia Nuova, la segreteria del partito non aveva visto niente, sospettando che il presidente Galan intercettasse tutto a monte». E, dunque, Nicolò Ghedini, allora segretario regionale di Forza Italia, chiede che ci si appoggi a William Colombelli, che poi è quel faccendiere di San Marino specializzato in fatture false. Ma nemmeno Baita si fidava poi molto dei suoi soci e di Mazzacurati, tant’è che dice di aver controllato più di una volta se, a fronte dei quattrini in nero che versava lui per conto della Mantovani, anche gli altri soci del Consorzio facevano il loro dovere. Ma che ci potesse essere qualcuno che si teneva in tutto o in parte i soldi salta fuori anche dalle stesse dichiarazioni di Baita e Minutillo messe a confronto. Baita dice che Galan veniva pagato sempre attraverso la Minutillo, ma l’ex segretaria di Galan sostiene che tutti i pagamenti sono stati fatti da Baita. Valli a capire…

 

Blitz dell’antimafia alla Mantovani – A FUSINA, A QUARTO D’ALTINO E IN SEDE A MESTRE

L’INCHIESTA – Si muove anche l’Antimafia. Blitz nei cantieri della Mantovani. Raffica di smentite e querele dai politici chiamati in causa.

LE DIGHE MOBILI – Il caso controverso: scegliere il tipo di cerniere per le paratoie

IL CONSORZIO – A Piva e Cuccioletta 4 milioni per accelerare l’iter delle autorizzazioni

L’INCHIESTA – Prime confessioni: almeno due degli arrestati pronti a vuotare il sacco

Mazzacurati: «Lia Sartori chiamava quando voleva soldi»

Dal 2006 al 2012 avrebbe consegnato all’eurodeputata 200mila euro in 4 diversi appuntamenti

E tira in ballo anche il presidente del Magistrato D’Alessio (non indagato): «A lui cifre modeste»

Prime confessioni in vista nell’inchiesta sul sistema di corruzione e finanziamento illecito dei partiti messo in atto per anni dal Consorzio Venezia Nuova. A distanza di una settimana dagli arresti, almeno due degli indagati attualmente in carcere hanno chiesto di essere ascoltati dagli inquirenti, anticipando la propria intenzione di “vuotare il sacco”. I loro interrogatori si svolgeranno con molte probabilità la prossima settimana. Nel frattempo la Guardia di Finanza, coordinata dai pm Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto sta proseguendo le indagini su alcuni fronti ancora aperti e qualche novità potrebbe arrivare a breve. Venerdì un primo vaglio sulle accuse sarà fatto dal Tribunale del riesame, che analizzerà i ricorsi di Giampietro Marchese, Franco Morbiolo e Andrea Rismondo (avvocati Zarbo, Vianelli e Franco).
Dalle migliaia di carte dell’inchiesta depositate ai difensori continuano ad emergere nuovi particolari. Tra questi un episodio relativo un presunto finanziamento illecito all’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, la vicentina Lia Sartori, che sarebbe avvenuto all’Holiday Inn di Marghera, nel maggio del 2010. «Mi aveva detto che aveva bisogno di fondi… di soldi, e mi ha incontrato per quello.. le portai 50mila euro», ha raccontato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nell’interrogatorio del 9 ottobre dello scorso anno.
TELEFONATE E INCONTRI – Mazzacurati ha riferito di aver avuto più incontri con la Sartori: «l’ho vista varie volte… queste dazioni di 50mila euro mi pare siano state 4 in quel periodo, dal 2006 al 2012… il tutto dovrebbe essere sui 200mila euro… Non so se l’ho incontrata altre volte per parlarle…»
L’ex presidente del CVN ha precisato che era la Sartori a cercarlo quando aveva bisogno di soldi: «Mi telefonava per fissare l’appuntamento o mi telefonava qualcuno e ci concordavamo l’appuntamento…»
In cambio dei finanziamenti l’allora presidente del CVN ha raccontato di averle fatto dei «solleciti, soprattutto all’inizio, sul problema del finanziamento, perché c’erano dei forti ritardi inizialmente sui finanziamenti del Mose».
Il giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza ha disposto gli arresti domiciliari per Lia Sartori per l’accusa di finanziamento illecito (in parte “in bianco”, ma pagato da soggetti diversi da quelli dichiarati, in parte in “nero”), sospendendo l’esecuzione della misura cautelare in quanto l’esponente politico di Forza Italia è ancora eurodeputato. Ma, non essendo stata rieletta, l’immunità verrà a cadere tra poco.
Sul ruolo della Sartori parlano diffusamente anche altre persone, tra cui Pio Savioli che, grazie al Consorzio Coveco, sostiene di averle messo a disposizione un finanziamento per la campagna elettorale. Piergiorgio Baita della Mantovani, invece, ricorda che Claudia Minutillo, l’ex segretaria del presidente della Regione Galan, fu nominata amministratore di Thetis, società del gruppo CVN, su richiesta proprio dell’ex presidente del Consiglio regionale. La Sartori è difesa dall’avvocato Coppi.
SALVAGUARDIA – Nell’interrogatorio dello scorso 30 luglio Mazzacurati tira in ballo anche l’ultimo presidente del Magistrato alle acque, Ciriaco D’Alessio, raccontando di «aver stretto un rapporto con questa persona… Noi gli abbiamo dato delle somme di denaro modeste, non mi ricordo neanche, però gliele abbiamo date… sull’ordine di 50mila euro, una cosa del genere, 30-50mila euro… mi pare che gliele ho dati in due rate… I primi li ha consegnati io…»
Il nome di D’Alessio non figura, però, tra quelli dei 50 indagati conosciuti finora, in quanto contenuti nell’ordinanza di custodia cautelare del gip. Dalla Procura non esce alcuna informazione a riguardo e, dunque, non è possibile sapere se l’episodio abbia avuto un seguito sul fronte delle indagini, oppure se sia stato ritenuto senza adeguati riscontri, e dunque non provato. Ben diversa la posizione degli altri due presidenti del Magistrato alle acque, per i quali è stato disposto il carcere, Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta: «Noi cercavamo di fare sì che il Magistrato alle acque e il suo Comitato tecnico fossero più rapidi possibile nelle approvazioni…», ha spiegato Mazzacurati, ricordando che la questione più controversa fu quella delle “cerniere” delle paratie, per le quali vi fu un’accesa discussione tra il sistema “saldato” e quello “fuso”: c’erano convinzioni tecniche diverse, ha spiegato l’ingegnere, ma soprattutto «interessi» divergenti. Alla fine è prevalsa la soluzione “saldata”. Per far viaggiare il progetto del Mose più velocemente e senza difficoltà, Mazzacurati ha raccontato di versamenti pari a «qualche milione di euro, diversi milioni di euro complessivamente tra tutti e due». La Procura stima complessivamente una somma di 3-4 milioni: 200mila euro ogni sei mesi alla Piva; 150 ogni sei mesi a Cuccioletta, al quale sarebbe stato fatto un regalo di 500mila euro quando andò in pensione. Cuccioletta avrebbe negato la corruzione, ammettendo solo qualche regalo.

Gianluca Amadori

 

UN NUOVO FILONE – Baita e i lavori per la sanità: «O con la Gemmo o non si entra»

MESTRE – C’è un filone dell’indagine sul Consorzio che è passibile di sviluppi molto interessanti ed è quello relativo alla sanità. Piergiorgio Baita detta a verbale: «Per entrare nelle operazioni sanitarie o si passa attraverso la Gemmo o non si entra. Questo lo posso certificare perchè quando ero con la Gemmo abbiamo avuto l’aggiudicazione dell’ospedale di Mestre e di quello di Thiene, quando non avevamo la Gemmo abbiamo perso». Gemmo è la società che, secondo Baita, rispondeva direttamente all’eurodeputato Lia Sartori. «Per quanto riguarda l’ospedale di Mestre – mette a verbale Baita – l’accordo era di affidare alla Gemmo la gestione in esclusiva dei cosiddetti servizi informatici a condizioni talmente fuori mercato che lo stesso direttore generale Antonio Padoan aveva un imbarazzo a tenere a freno i suoi funzionari che riscontravano una anomalia tra costo del servizio e costo del mercato». Com’è che l’eurodeputata ha tanto potere? Perchè Lia Sartori aveva «provveduto quasi in maniera autonoma» alla nomina dei direttori generali delle Ulss del Veneto e i direttori «potevano essere etichettati in maniera precisa come persone di fiducia dell’on. Sartori».

 

LA CURIA Sutto: le aziende versavano fondi per farsi belle con il patriarca Scola. E per la visita del Papa tutti a caccia della prima fila

La “grande corsa” per finanziare il Marcianum

VENEZIA – Tutti in coda per finanziare il Marcianum e farsi belli con l’allora Patriarca, il cardinale Angelo Scola. A raccontare la singolare corsa a finanziare la Fondazione culturale della Curia veneziana – in buona parte con i soldi provenienti dalle false fatturazioni – è stato Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, che del Marcianum fu tra i soci fondatori e anche presidente.
Sutto, già finito ai domiciliari assieme a Mazzacurati, nel luglio del 2013, è stato nuovamente arrestato nell’operazione della scorsa settimana con l’accusa di corruzione: evidentemente i magistrati della Procura non hanno creduto alla versione fornita lo scorso anno, quando raccontò di aver avuto l’incarico di portare una serie di buste e cartelline per conto di Mazzacurati, senza però sapere con esattezza cosa contenessero. Un incarico recente, dal 2011, perché prima se ne occupava un altro indagato, anche lui in carcere, Luciano Neri. In quelle buste lo stesso Mazzacurati ha spiegato che vi erano i soldi destinati a politici e funzionari pubblici.
Sulla vicenda del Marcianum, invece, Sutto ha parlato a lungo, non nascondendo però il suo fastidio per un ambiente che non gli appartiene: «Con questo mondo non c’entro niente… ma lavorando con Mazzacurati ho dovuto fare anche questo».
Il suo compito era di sollecitare le varie imprese che lavoravano per il CVN a sostenere il Marcianum: versamenti del tutto regolari, quote annuali versate tramite bonifico. All’inizio tutti erano contenti di mettersi in buona luce con il Patriarca, e le quote versate da ciascuna azienda ammontava a 30-40 mila euro: «Il rapporto con il Patriarca e con questa parte del mondo della Curia per loro era una cosa che interessava. Soprattutto nei primi due anni, quando si trattava di andare a fare le riunioni… era una cosa che tutti volevano… Anzi, non le dico la visita del Papa, la corsa per i biglietti o altre cose, perché ognuno voleva essere in qualche modo rappresentato… si vede che questo poi gli serviva…».
Sutto racconta, però, che con il passare degli anni diventò più difficile riscuotere le quote, seppure Sutto abbia raccontato che tutti la versavano «spontaneamente»: «Io con la Giusy (Conti, l’addetta stampa, ndr) sollecitavo, la Giusy tramite le lettere… poi la cosa è andata scemando e soprattutto credo che tanti abbiano smesso dopo che è andato via il Patriarca Scola…» (gla)

 

I BONIFICI – Dopo un paio d’anni riscossioni più difficili

VENEZIA – Tutti in coda per finanziare il Marcianum e farsi belli con l’allora Patriarca, il cardinale Angelo Scola. A raccontare la singolare corsa a finanziare la Fondazione culturale della Curia veneziana – in buona parte con i soldi provenienti dalle false fatturazioni – è stato Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, che del Marcianum fu tra i soci fondatori e anche presidente.
Sutto, già finito ai domiciliari assieme a Mazzacurati, nel luglio del 2013, è stato nuovamente arrestato nell’operazione della scorsa settimana con l’accusa di corruzione: evidentemente i magistrati della Procura non hanno creduto alla versione fornita lo scorso anno, quando raccontò di aver avuto l’incarico di portare una serie di buste e cartelline per conto di Mazzacurati, senza però sapere con esattezza cosa contenessero. Un incarico recente, dal 2011, perché prima se ne occupava un altro indagato, anche lui in carcere, Luciano Neri. In quelle buste lo stesso Mazzacurati ha spiegato che vi erano i soldi destinati a politici e funzionari pubblici.
Sulla vicenda del Marcianum, invece, Sutto ha parlato a lungo, non nascondendo però il suo fastidio per un ambiente che non gli appartiene: «Con questo mondo non c’entro niente… ma lavorando con Mazzacurati ho dovuto fare anche questo».
Il suo compito era di sollecitare le varie imprese che lavoravano per il CVN a sostenere il Marcianum: versamenti del tutto regolari, quote annuali versate tramite bonifico. All’inizio tutti erano contenti di mettersi in buona luce con il Patriarca, e le quote versate da ciascuna azienda ammontava a 30-40 mila euro: «Il rapporto con il Patriarca e con questa parte del mondo della Curia per loro era una cosa che interessava. Soprattutto nei primi due anni, quando si trattava di andare a fare le riunioni… era una cosa che tutti volevano… Anzi, non le dico la visita del Papa, la corsa per i biglietti o altre cose, perché ognuno voleva essere in qualche modo rappresentato… si vede che questo poi gli serviva…».
Sutto racconta, però, che con il passare degli anni diventò più difficile riscuotere le quote, seppure Sutto abbia raccontato che tutti la versavano «spontaneamente»: «Io con la Giusy (Conti, l’addetta stampa, ndr) sollecitavo, la Giusy tramite le lettere… poi la cosa è andata scemando e soprattutto credo che tanti abbiano smesso dopo che è andato via il Patriarca Scola…» (gla)

 

LA POLITICA Alfano: profonda indignazione

Letta e Ghedini querelano

Tosi: contributo regolare

Tremonti: non sono indagato e non verrò sentito

Giorgetti: “società civile” più coinvolta dei politici

MATTEOLI SMENTISCE – Mazzacurati: consegnai soldi a casa sua

Querelano tutti. Ministri e big del governo Berlusconi tirati in ballo a vario titolo nell’inchiesta Mose dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova (Cvn), Giovanni Mazzacurati e da Piergiorgio Baita, ex ad della Mantovani. Querela Gianni Letta, all’epoca potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Querela Altero Matteoli, ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture, indagato: Mazzacurati ha messo a verbale di aver «consegnato personalmente denari presso la sua abitazione in Toscana». Lui smentisce («mai percepito denaro nè utilità di sorta» e resta in attesa di chiarire davanti ai magistrati.
Querela Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi e di Galan, coordinatore di FI veneta dal 2005: «Un’invenzione che io abbia ricevuto soldi da Baita, come lui afferma. Nè direttamente nè indirettamente». Aggiunge la sua legale, Giulia Bongiorno: gli stralci degli interrogatori in cui Baita parla di Ghedini «non sono mai stati resi dall’indagato Baita e dunque non esistono agli atti del procedimento».
Precisa Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia, che Mazzacurati dice di aver incontrato un paio di volte per sollecitarlo a mantenere costante il ritmo dei finanzimaenti al Mose, ma senza parlare di soldi in alcun modo. L’ex ministro ribadisce che non è indagato, come del resto confermato dalla stessa Procura di Venezia, e che non sarà sentito.
Querela Renato Brunetta, chiamato in causa per un finanziamento alla campagna elettorale per le comunali veneziane del 2010: «Finanziamento ricevuto non dal Cvn, regolarmente contabilizzato e dichiarato secondo legge». Anche per Flavio Tosi, sindaco di Verona e segretario della Liga veneta, Baita parla di un contributo alla campagna elettorale alle comunali di Verona del 2012: «Ho dato all’ing. Del Borgo (Luigi Del Borgo, bellunese, uno dei 35 arrestati, titolare di una società che si occupa di risanamento ambientale n.d.r.) il rimborso di un versamento che ha fatto a favore del sindaco Tosi». L’ex manager di Mantovani, parla di «15mila euro, mi pare» precisando, in risposta alla domanda dei pm, che si trattava di un finanziamento regolare. Poi aggiunge che lui stesso ha rimborsato a Del Borgo – titolare di una miriade di società che lavoravano con Mantovani – la cifra, con un contratto di fornitura. «Sono sicuro: perché – ricorda – ho visto il bonifico fatto ad una società di Del Borgo e mi ha dato il giustificativo». Da parte sua, Tosi si dice «tranquillo» al punto che – spiega – «ho depositato alcune settimane fa l’elenco dei finanziatori alla Procura di Verona per garantirne un autorevole controllo», stante l’impossibilità di «rendere noti i nomi senza il consenso degli interessati, consenso richiesto ma non ottenuto». Tosi dunque è sicuro che «tutti i finanziamenti ricevuti sono regolari». Sarebbero un centinaio circa. Non nega che tra questi figuri quello di Dal Borgo, ma «non risulta l’importo citato». Tosi non lo dice, ma sembra che il contributo pervenuto da parte di Dal Borgo sia di 5.000 euro circa. Baita è certo che ne ha rimborsati 15.000 a Dal Borgo. Se è così, dove sono finiti gli altri 10.000 o giù di lì? Comunque, il sindaco scaligero sottolinea che «nè la Mantovani ai tempi in cui era diretta dall’ing. Baita nè l’ing. Dal Borgo hanno mai ricevuto lavori o incarichi dal Comune nemmeno per un euro». È da capire quali fossero gli eventuali rapporti tra Tosi e Dal Borgo e per quale ragione l’ingegnere di Pieve d’Alpago avesse sostenuto la sua campagna.
Su tutta l’inchiesta dice la sua Alberto Giorgetti, ex sottosegretario all’Economia e coordinatore veneto del Pdl dal 2009 a fine 2013: «Brutta storia. Mi auguro che gli esponenti del mio partito coinvolti dimostrino la loro estraneità ai fatti. Spero che la magistratura li accerti velocemente». Giorgetti però osserva: «La Tangentopoli dei primi anni ’90 coinvolgeva direttamente e in modo massiccio i vertici dei partiti. Stavolta, i politici sono la netta minoranza e molti sembrano aver agito come singoli. C’è invece un ampio coinvolgimento della società civile, a tutti i livelli, compreso il sistema dei controlli». Il Pdl? «La guardia è sempre stata tenuta alta, mai avuto traccia di situazioni strane, nulla da rimproverare al partito in termini di serietà e trasparenza delle procedure. Il Mose è questione molto veneziana e padovana». Sul suo ex “capo” Giulio Tremonti, mette la mano sul fuoco: «Non ho dubbi che sia totalmente estraneo, per caratteristiche personali e culturali». E da Roma rimbalza anche «la profonda indignazione» del ministro dell’Interno, Angelino Alfano: «Quello che emerge è una vera vergogna».

 

L’idea di Colombelli

«Ci facciamo la banca a San Marino»

Un milione di capitale, le carte già pronte, socia la Minutillo

Poi la loro storia d’amore naufragò e con essa anche il progetto

SUL TITANO – Il console: «Ero il responsabile per la Regione Veneto»

IL PROGRAMMA – L’istituto destinato a gestire tutti i fondi per i project financing

LE CARTE – La banca mai nata perché un amore è finito male

Una banca per gestire dalla Repubblica di San Marino tutti i fondi per il project financing su operazioni italiane.
La geniale idea era venuta a William Ambrogio Colombelli, titolare della Bmc Broker, la società sanmarinese utilizzata da Piergiorgio Baita per realizzare false fatture per milioni di euro e poter così costituire consistenti provviste “in nero” per poter pagare i politici, sia quelli di centrodestra sia quelli di centrosinistra, come è emerso nell’inchiesta condotta dai pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.
«Abbiamo creato da zero una banca», ha raccontato nell’interrogatorio del 12 marzo 2013. Tessera numero 5 di Forza Italia, Colombelli la banca l’aveva già pronta: capitale sociale già versato un milione di euro, sede e struttura già reperite: Finanziaria Infrastrutture era ad un passo dal diventare operativa quando l’allora seconda socia nel progetto, l’ex segretaria del presidente della Regione Giancarlo Galan, Claudia Minutillo (con cui Colombelli aveva una relazione sentimentale) decise di rompere il rapporto d’amore e con esso anche quello d’affari. Tenendosi peraltro i soldi, come ha lamentato lo spregiudicato finanziere davanti ai magistrati.
Nel suo lungo interrogatorio ammette di aver fabbricato false fatture su commissione della Mantovani come se fosse un gioco di società, guadagnando fior di quattrini e consentendo a Baita di mettere da parte milioni da utilizzare per finanziare e corrompere la politica.
Colombelli ha spiegato di essere molto amico di Galan («conosciuto tantissimo tempo prima tramite Nicolò Ghedini che conosco da 25 anni») e di essere stato per questo nominato «console a disposizione della Repubblica di San Marino sul Veneto… Io ero il responsabile sanmarinese per la Regione Veneto, ha precisato. Precisando che in questa veste accompagnò Galan alla firma di un accordo bilaterale con San Marino e, successivamente, ad aprire «un conto corrente nella Banca del Titano». Conto che Colombelli dice non essere mai stato utilizzato dall’ex presidente della Regione: l’unico versamento da 50mila euro sarebbe stato fatto dalla Minutillo.
Che Colombelli fosse un genio delle “provviste calndestine di denaro” lo si ricava anche dai verbali di interrogatorio di Claudia Minutillo. Colombelli si era fatto le ossa con Forza Italia a Milano e ora stava lavorando nel Veneto, ma per non correre rischi a portar su e giù i soldi in nero delle fatture false, si era fatto nominare console di San Marino in Veneto. Così i soldi li portava sempre Colombelli «perchè si sentiva sicuro, perchè diceva che essendo un diplomatico non sarebbe stato controllato». Si tratta di centinaia di migliaia di euro che Colombelli semplicemente ritirava in banca e portava a Baita. A fronte di che? «Lei ha visto quali sono le numerosissime fatture emesse da Bmc di Colombelli nei confronti della Mantovani Spa per progettazioni?» Il pm che interroga Claudia Minutillo enumera una serie infinita di consulenze che vanno dalle «campagne pubblicitarie e di promozione dei cantieri aperti per la salvaguardia di Venezia» allo «studio e progettazione del nuovo terminal Ro-Ro di Fusina» inaugurato proprio il giorno in cui è stato arrestato il sindaco Orsoni. Ebbene, chiede il pm, «che lei sappia queste fatture sono relative a che cosa?» Risposta della Minutillo. «A nulla».
Gianluca Amadori

Maurizio Dianese

 

L’INDAGINE – Su disposizione del prefetto

SUPER LUSSO – Ville e società per l’ex governatore

Limousine e hotel per il finanziere

Controlli degli agenti della Direzione investigativa antimafia nei cantieri del terminal Fusina e dell’Autostrada A4

OBIETTIVO – Infiltrazioni della mala e lavoro in nero negli appalti pubblici

LE INFRASTRUTTURE Mantovani nel mirino: i lavori per Autostrada del mare e Terza corsia

IL BLITZ Una cinquantina di agenti della Dia ha esaminato carte e controllato il personale

L’antimafia passa al setaccio i cantieri di Fusina e della A4

Ispezioni ai cantieri del terminal di Fusina e dell’autostrada A4. Su disposizione del prefetto, e con il coordinamento tecnico-operativo della Direzione investigativa antimafia, ieri per un’intera mattinata sono stati passati al setaccio i cantieri della Mantovani impegnati nel realizzare il terminal dell’autostrada del mare di Fusina e i cantieri all’opera nel tratto di A4 compreso tra Quarto d’Altino e San Donà di Piave dove si sta realizzando la terza corsia, ma anche altri interventi come l’installazione delle barriere fonoassorbenti.
Cinquanta operatori delle forze dell’ordine e anche ispettori del lavoro hanno fatto accessi per sventare situazioni di pericolo sul fronte delle infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti pubblici. Oltre a questo le forze dell’ordine hanno controllato montagne di documenti che riguardano le ditte appaltatrici e subappaltatrici per verificare il rispetto della normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Non solo, sono state anche controllate le posizioni dei singoli addetti per sventare la presenza di posizioni irregolari e prevenire così il ricorso al “lavoro nero”.
E la presenza dei cinquanta “ispettori” non è certo passata inosservata, specie a Fusina dove a finire sotto la lente d’ingrandimento è stato un cantiere della Mantovani, la società ora nell’occhio del ciclone per la vicenda giudiziaria legata al Mose e al giro di “mazzette” che coinvolge i personaggi di spicco della politica veneta.
Dalla prefettura fanno però sapere che gli accessi di ieri mattina, sia a Fusina che in A4, sono attività programmate da tempo che periodicamente il prefetto dispone su diverse realtà del territorio. È successo nei mesi scorsi che altri cantieri venissero coinvolti dai controlli, ma che lo stesso servizio venisse fatto a realtà diverse come società ed aziende quali ad esempio la Fincantieri.
Iniziative decise dal Gruppo interforze, costituito presso la Prefettura di Venezia – come previsto dall’articolo 15 del decreto legislativo 190 del 20 agosto del 2002 – sotto il coordinamento tecnico del Centro operativo di Padova della Direzione investigativa antimafia che ha visto ieri al lavoro cinquanta tra rappresentanti delle forze dell’ordine e ispettori del lavoro.
L’obiettivo delle ispezioni è evitare che ci siano infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti pubblici, ma anche che i lavori vengano svolti nel pieno rispetto della normativa.
Gli agenti giunti ieri nei due cantieri, ma anche negli uffici della Mantovani, hanno raccolto materiale che sarà ora oggetto di approfondimenti investigativi. Solo nei prossimi giorni si potrà quindi sapere se sono emerse posizioni irregolari e non rispettose delle norme.

Raffaella Ianuale

 

L’INCHIESTA – Blindati gli uffici della Procura. Ora si accede solo con il pass

VENEZIA – A “parlare” nell’inchiesta Mose adesso sono le carte, migliaia di atti raccolti in una quindicina di faldoni su cui adesso dovranno lavorare gli avvocati della difesa. Pagine da cui spuntano decine di nomi, anche di politici o amministratori locali, che non risultano indagati e che affidano a smentite ogni possibile accostamento del loro nome alle indagini in corso. Il procuratore capo Luigi Delpino – che ieri ha avuto un colloquio con l’aggiunto Carlo Nordio e altri pm – ha dato disposizioni affinché gli uffici siano aperti ai soli addetti ai lavori. La stampa è stata garbatamente messa alla porta. In procura si può accedere solo con il pass del personale. Anche le porte tagliafuoco sono state chiuse. E probabilmente sarà lo stesso Delpino a sentire l’ex governatore Giancarlo Galan.

 

INTERROGATORI – Decine di domande su Marchese: potrebbe rientrare nell’identikit

BOCCA CUCITA – Il “postino” Sutto parla su tutto, ma non sul personaggio misterioso

Negato a Simionato il colloquio con il sindaco

Il vice: «Necessario un passaggio di consegne». Bettin. «Si è lucrato sui terreni contaminati»

La giornata inizia con il colloquio negato dalla Procura tra il sindaco agli arresti domiciliari, Giorgio Orsoni, e il suo vicesindaco diventato facente funzioni, Sandro Simionato. E finisce con un comunicato stampa dello stesso Simionato che annuncia la volontà del Comune di Venezia di costituirsi parte civile nell’eventuale processo per lo scandalo Mose. A Ca’ Farsetti, dopo i primi giorni di choc, si vive così, in un’incertezza sul futuro che non accenna a risolversi. E la volontà di smarcare l’amministrazione da una vicenda che continua a sollevare fango.
Ieri Simionato ha incontrato brevemente il procuratore capo Luigi Delpino. L’obiettivo era quello di ottenere un breve incontro con Orsoni per un passaggio di consegne sulle partite aperte da chiudere. Ma, soprattutto, per sapere le intenzioni del sindaco attualmente sospeso: se decidesse di dimettersi, infatti, il commissariamento sarebbe automatico. Questioni destinate a restare ancora senza risposta. «Il procuratore ha spiegato che non è contrario all’incontro – riferisce Simionato – ma ci ha chiesto di pazientare ancora un po’».
L’incertezza, dunque, continua e le variabili in campo si moltiplicano. Oltre alla spada di Damocle rappresentata dalle scelte di Orsoni, c’è attesa anche per l’assemblea nazionale del Pd, fissata per sabato, in cui si tornerà a parlare del caso Venezia. Intanto la direzione comunale del partito, convocata l’altra sera, ha messo a nudo tutta la tensione interna. Alla fine è prevalsa l’idea di arrivare al massimo all’approvazione del bilancio, entro luglio. Sull’opportunità o meno di questa possibilità, la Giunta promuoverà comunque una sorta di sondaggio tra i rappresentanti di categorie, sindacati, terzo settore, mondo della cultura… Ma molti vorrebbero lasciare subito. E il consigliere Jacopo Molina ha rimesso il suo mandato in mano al segretario comunale, invitando i colleghi a fare altrettanto, proprio in vista dell’assemblea nazionale di sabato.
Intanto continuano le prese di posizioni su uno scandalo che ha sconvolto la città. Duro l’atto d’accusa dell’assessore all’ambiente, Gianfranco Bettin, sulla vicenda delle bonifiche dei terreni contaminati di Porto Marghera: «Apprendiamo dalle carte e dagli sviluppi dell’inchiesta che da parte di politici, ministri e funzionari in particolare dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture si sarebbe lucrato su questa tragedia per milioni e milioni di euro (prodotti dalle inchieste e dai processi che avevano spinto le aziende inquinatrici a pagare indennizzi allo Stato, cioè alla comunità). Una parte di questi fondi sarebbe stata distratta dalla bonifica in favore di tangenti pagate a imprese nullafacenti, ma con il ruolo di canalizzare tangenti verso politici e funzionari». Mentre un nutrito gruppo di consiglieri comunali di maggioranza chiede una «commissione d’inchiesta parlamentare sul Consorzio Venezia Nuova», il «superamento della concessione unica», lo scioglimento del Consorzio stesso, da sostituire con un’«Autority indipendente».

 

Orsoni: «Ecco chi ha preso il denaro per conto del Pd»

I primo cittadino di Venezia si smarca dall’accusa di tangenti e rovescia le colpe sul partito

Ma resta la dichiarazione di Mazzacurati che attesta di avergli portato le buste a casa

«I soldi sono andati al Pd. E io vi posso anche indicare chi è quel Compagno X che ha ritirato i quattrini perchè so chi si occupava dei finanziamenti per il partito in quel periodo.» Più o meno è così che il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni si tira fuori dalla palude e scarica le responsabilità del finanziamento illecito sul Partito democratico. Che comunque non era già messo bene perchè è accertato ormai che il Consorzio Venezia Nuova ha inondato di soldi il Pd così come ha finanziato Forza Italia. Per quanto riguarda Orsoni era già chiaro che sarebbe stata questa la linea difensiva del sindaco. Nelle dichiarazioni spontanee davanti al Gip Scaramuzza, Orsoni infatti aveva chiarito che sia Baita sia Mazzacurati avevano detto chiaramente di aver dato a Federico Sutto – dipendente del Consorzio – soldi “per Orsoni” e non “a Orsoni”. Poi è pur vero che Mazzacurati aveva aggiunto di aver pagato anche personalmente Orsoni, portandogli centinaia di migliaia di euro direttamente a casa, ma questo passaggio per adesso teniamolo da parte. La difesa di Giorgio Orsoni, per quanto riguarda i soldi transitati attraverso le mani di Sutto si era imperniata sull’interpretazione di quella preposizione semplice. Quel “per” che non ha nulla a che vedere con “a”. Ebbene i soldi “per Orsoni” sono stati fisicamente incassati dal Compagno X che poi non è impossibile individuare in una persona che nel Pci prima e poi nei Diesse e nel Pd si è sempre occupato di questo e cioè di tirar su quattrini per il partito. Si tratta di una persona che viene indicata anche da altri come collettore di tangenti. Il problema di Orsoni è che questo Compagno X non è detto che confermi di aver ricevuto il denaro. Potrebbe dire di non aver mai visto un cent oppure potrebbe confermare di averli presi. Intanto il sindaco nell’interrogatorio davanti ai pm è stato chiaro: io con quei soldi del Consorzio non c’entro, li ha presi l’incaricato del Pd e potrebbe anche averli usati in parte per la mia campagna elettorale.
Adesso la Procura dovrà fare i riscontri ed interrogare il diretto interessato. Anzi, ne deve interrogare due perchè i soldi “per Orsoni” sono passati da Baita e Mazzacurati a Ferdinando Sutto, che era il postino, al Compagno X. Per ora Sutto, nonostante centinaia di pagine di verbali non ha detto nulla. Si è dimostrato ciarliero come una gazza, ma non ha detto nulla di nulla. Lui non sapeva nulla, riceveva e consegnava. Mister Bancomat, insomma. Consegnava le buste: “Presumo che ci fossero dentro dei soldi” – detta a verbale. Quanto, come, quando? «Non ho idea». Ecco, Sutto nega tutto e anche qualcosina più di tutto e comunque nega di aver dato soldi a Orsoni. Dice di aver avuto a che fare con il conto corrente ufficiale di Orsoni, ma non ha mai fatto “consegne” dirette. Negli interrogatori a Sutto vengono fatte decine e decine di domande su Giampietro Marchese, che potrebbe rispondere all’identikit del Compagno X. Marchese, dice Sutto «era il referente per quanto riguarda tutta l’area Ds e Pd dopo e i rapporti li tiene direttamente Mazzacurati». Sutto ammette di sapere che Mazzacurati dava soldi a Marchese. Alla domanda: «Lei lo pensa?» Sutto risponde: «Io lo penso». «Lo pensa perchè?» «Perchè Marchese faceva politica». È un dialogo alla Ionesco, con il pubblico ministero che gioca come il gatto con il topo. Dopo l’interrogatorio del sindaco Orsoni, i pm Stefano Buccini, Stefano Ancillotto e Paola Tonini torneranno dunque da Sutto e gli diranno: «Embè? Come la mettiamo con i finanziamenti ad Orsoni?» E si vedrà se Sutto continuerà a pattinare sul ghiaccio o se ammetterà che c’è stato passaggio di denaro “per Orsoni” ad un referente del Pd, forse lo stesso Giampietro Marchese. Subito dopo i pm dovranno sentire Marchese. Che cosa dirà il Compagno Marchese ai magistrati? Ecco, questo è il punto di domanda sul quale si gioca la vita pubblica di Giorgio Orsoni. Se gli va dritta gli resta “solo” da difendersi dall’accusa di Mazzacurati: «Ho portato i soldi a Orsoni direttamente a casa sua».

Maurizio Dianese

 

LA MISSIVA – La lettera scritta a mano da Marchese: «Esco dal Pd passo nel Gruppo Misto»

VENEZIA – La lettera è stata scritta a mano e fatta recapitare lunedì a Palazzo Ferro Fini. Con una grafia che ha scosso il presidente del consiglio regionale del Veneto, destinatario della missiva («Mi ha colpito la scrittura», ha raccontato Clodovaldo Ruffato), il consigliere Giampietro Marchese ha comunicato la sua decisione, «con decorrenza immediata», di lasciare il gruppo del Pd per passare al gruppo Misto.
Solo dopo l’arresto avvenuto mercoledì scorso, i vertici regionali del Partito democratico veneto avevano puntualizzato che Marchese non era più iscritto al Pd da due anni. A Palazzo Ferro Fini pochi ne erano a conoscenza. Marchese alle elezioni del 2010 non era stato rieletto in Regione. L’anno dopo, 2011, il gruppo del Pd, all’epoca presieduto dall’attuale senatrice Laura Puppato, l’aveva fatto eleggere come rappresentante dell’opposizione nel consiglio di amministrazione della Cav, la società che gestisce il passante di Mestre. Incarico che è andato a sommarsi a quello avuto dal Comune di Venezia per la presidenza di Ames, la società che gestisce farmacie e mense. Finché, l’anno scorso, complici le dimissioni di Andrea Causin, eletto deputato, Marchese è rientrato al Ferro Fini. Nel gruppo del Pd, anche se – ma lo si è appreso solo ora – non era più iscritto al partito. Adesso è passato al gruppo Misto. (al.va)

 

IL NODO – Ca’ Farsetti a rischio commissariamento

REGIONE VENETO Prima seduta dell’assemblea dopo l’arresto di un assessore e un consigliere

Zaia: «Questa vicenda ci ha già fatto perdere i Mondiali di sci a Cortina»

IN AULA Il presidente Ruffato: «Frastornati»

Tiozzo: «La maggioranza è sempre la stessa»

«Danneggiati dalle mazzette»

LA RELAZIONE – L’intervento del governatore Luca Zaia ieri pomeriggio in consiglio regionale

AMMISSIONI «I rapporti con il referente di Ds (e Pd poi) li teneva il capo del Consorzio»

Tutti gli assessori presenti, tranne Renato Chisso. Tutti i consiglieri al proprio posto, tranne Giampietro Marchese. È la prima seduta del consiglio regionale del Veneto dopo la Grande Retata Veneziana e a Palazzo Ferro Fini non si può ignorare che un assessore di Forza Italia e un consigliere del Pd sono in gattabuia, accusati di corruzione e finanziamento illecito. L’assemblea era stata convocata per votare i referendum su autonomia indipendenza della regione, ma lo scandalo delle mazzette legate al Mose e al Consorzio Venezia Nuova, il nauseante intrigo di malaffare che ha coinvolto anche il precedente governatore, per non dire di funzionari e dirigenti regionali, non poteva essere ignorato. «Siamo frastornati», ammette il presidente del consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato, invitando la politica a prendere «consapevolezza» delle proprie falle e dell’indignazione dei cittadini.
In aula, come avvenne nel 2010 per la Grande Acqua che travolse il Veneto, c’è il presidente Luca Zaia che a norma di regolamento chiede di relazionare. Stavolta lo tsunami è giudiziario e i veneti, dice il presidente della Regione, ci hanno già rimesso. Il governatore annuncia che la Regione si costituirà parte civile e svela un retroscena: il giorno dopo gli arresti, a Barcellona si decidevano le sorti dei Mondiali di sci del 2019. «Eravamo certi dell’assegnazione. E invece è finita 9 a 8. La svedese Aare ha battuto la nostra Cortina, ci abbiamo rimesso 35 milioni di euro. Ma quello che non sapete è che ai delegati, prima del voto, sono state distribuite le pagine che il quotidiano La Vanguardia aveva dedicato allo scandalo delle mazzette a Venezia». Bella pubblicità. Zaia puntualizza: i processi si fanno nelle aule di tribunale. E mostra il telegramma che Renato Chisso ha fatto spedire la mattina del 4 giugno per comunicare le dimissioni da assessore, solo che il protocollo l’ha registrato il giorno dopo. Il governatore dice che tutte le grandi opere di questi anni non sono state decise dalla sua giunta, ha avuto una “eredità” da 4,3 miliardi di euro di interventi decisi precedentemente e che, comunque, non saranno fermati. «Ma la sensazione – dice Zaia – è paragonabile a una cupola, come se ci dicessero “arrendetevi, siete circondati”. Sarebbero coinvolti esponenti della Finanza, del Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Tar, servizi segreti, Magistrato alle Acque. Domando: un amministratore che si vuole confrontare con onestà, con chi può farlo?».
In aula, dopo Zaia, tra capigruppo e consiglieri intervengono in dodici. Chi a chiedere di fare «gare vere, unico antidoto alla corruzione» (Diego Bottacin, Verso Nord), chi a invocare il blocco del project financing per il nuovo ospedale di Padova (Antonino Pipitone, Idv). E chi, come Pietrangelo Pettenò (Sinistra) a ricordare che anche il consiglio regionale ha le sue responsabilità: «Dove eravamo quando abbiamo dato il via libera al piano delle opere di disinquinamento della laguna facendo passare in quell’investimento, gestito dal concessionario unico, anche il restauro del palazzo del Patriarcato di Venezia?». Duro nei confronti di Zaia il capogruppo del Pd, Lucio Tiozzo: «Non è sufficiente dire che dal 2010 questa amministrazione si è limitata a eseguire decisioni prese precedentemente, la maggioranza politica è la stessa». E ancora più duro l’azzurro Moreno Teso, che ha chiesto a Zaia di affidare le deleghe che erano di Chisso a una personalità non di nomina partitica da presentare al consiglio per avere la fiducia. Ma Teso è andato oltre: «La Regione ha avuto alla guida della segreteria alla sanità un condannato in primo grado e un inquisito. Questo non deve più accadere, così come non deve più accadere che un pluripregiudicato svolga incarichi per l’istituzione pubblica». Zaia: «Apprendo ora, approfondirò».
E oggi, con questo clima, si dovrebbe votare l’indipendenza del Veneto?

Alda Vanzan

 

L’INCHIESTA – La decisione di Ca’ Farsetti al termine di una giornata sofferta

Il Comune si costituisce parte civile

Il Comune di Venezia si costituirà parte civile nell’eventuale processo per lo scandalo del Mose. Decisione ufficializzata ieri, da Ca’ Farsetti, al termine di una giornata sofferta. In mattinata, ai giornalisti, il sindaco facente funzioni, Sandro Simionato, aveva ribadito la sua preoccupazione per quel «cancro che si è inserito in tutti i gangli della realtà cittadina». Se la Giunta alla fine resterà per chiudere il bilancio, lo farà solo «nell’interesse della città e dei cittadini che non hanno colpe, come del resto non ha colpe il resto dell’amministrazione comunale».
Nel pomeriggio l’annuncio della costituzione di parte civile dell’amministrazione comunale di Venezia proprio «a difesa del buon nome della città». Scrive Simionato nella nota uffciale: «Così come ho avuto modo di dichiarare ieri (lunedì, ndr.) nel corso del Consiglio Comunale, riaffermo in modo chiaro l’assoluta estraneità dell’amministrazione comunale di Venezia nelle vicende sollevate in questi giorni delle indagini della magistratura. É del tutto evidente che la città di Venezia nella sua interezza si considera parte lesa in questa circostanza. Ritengo a questo punto necessario, a tutela del buon nome della città, delle persone oneste che ci lavorano, delle persone oneste che ci vivono, insomma di tutti i cittadini, procedere a tempo debito alla costituzione di parte civile contro quel sistema criminogeno che ha prodotto corruzione, concussione e malaffare, come per altro ribadito dal documento presentato ieri dai gruppi di maggioranza».

I giornalisti non sono proprio desiderati in Procura. Dopo la chiusura delle porte dell’accesso al terzo piano, presto potrebbe essere interdetto ai cronisti anche il secondo piano. Gli effetti dell’inchiesta sul Mose, quindi, si fanno sentire ed ora per chi quotidianamente è chiamato a verificare le informazioni la situazione è destinata a complicarsi. È probabile che la decisione della Procura di Venezia sia stata presa anche dopo l’arrivo dei giornalisti di testate nazionali e delle televisioni che in questi giorni hanno affollato i corridoi.

 

L’IDENTIKIT DEL “TUTORE” «Occorre una persona di caratura che conosca molto bene la città»

I TIMORI DIFFUSI «Troppi progetti da completare rimarrebbero in sospeso»

ATTENDISTI – Confartigianato e Aepe aspettano l’incontro con il vicesindaco

Una Procura blindata, bloccati gli accessi agli uffici dei magistrati

OPINIONI CONTRASTANTI – Contrari Confesercenti e Confcommercio

Ava: «Ok se la macchina comunale cambia»

«Un commissario? Adesso sarebbe deleterio». «Ma no, se poi la macchina comunale sarà diversa ben venga». Dopo il Consiglio comunale dell’altroieri, le categorie commerciali si spaccano sulla prosecuzione del mandato o sulla prospettiva di un commissariamento della città. Decisamente favorevole ad andare avanti «fino alla fine della legislatura» è il direttore di Confesercenti Venezia, Maurizio Franceschi, secondo cui «ci sono numerosi progetti riguardanti la riqualificazione e il riordino della città che devono essere portati a compimento e non lasciati in sospeso, cosa che accadrebbe se il Comune fosse commissariato». Facendo appello alle forze politiche «per il sostegno a una continuità fino al 2015 assicurata dal vicesindaco Sandro Simionato con funzioni di sindaco», Franceschi ricorda che «Venezia e la sua cintura urbana hanno bisogno, soprattutto ora, di un’amministrazione che abbia pieni poteri, per “chiudere il cerchio” su questioni fondamentali e attese da anni».
Dello stesso avviso Massimo Zanon: «Il commissariamento del capoluogo lagunare sarebbe deleterio – taglia corto il presidente di Confcommercio Veneto – Ci sono impegni da portare avanti, cantieri da ultimare, una città metropolitana da costruire, un bilancio da votare. Altre emergenze non servono: ne patirebbero i veneziani».
Di tutt’altra opinione Vittorio Bonacini, schierato per una proroga finalizzata alla votazione del bilancio entro il 31 luglio, ma poi propenso a un «tutti a casa». «Certo, ci aspetta un anno di lacrime e sangue – commenta il presidente dell’Ava – Ma se poi avremo una macchina comunale diversa, ben vengano commissario ed elezioni. Noi siamo imprenditori, non dividiamo l’amministrazione in buoni e cattivi. Tuttavia, ci troviamo di fronte a una crisi sistemica che avrà ripercussioni sull’intera nazione e potrebbe estendersi ad altri settori come sanità e viabilità. La mia speranza? Che questo sia l’inizio di una stagione nuova per la nostra martoriata Venezia».
In stand-by, invece, Ernesto Pancin: «Il vicesindaco ha detto che vuole parlare con le categorie, e sarebbe irrispettoso pronunciarsi prima del colloquio – chiarisce il segretario dell’Aepe – Noi nel mare di dichiarazioni abbiamo preferito mantenere un basso profilo, e non abbiamo cambiato idea. Dopo la convocazione, assumeremo la posizione ritenuta migliore per il bene della città».
Anche Gianni De Checchi preferisce aspettare l’esito del confronto con Simionato: «Faremo la nostra parte e daremo come sempre il nostro contributo – commenta il segretario di Confartigianato Venezia – Distinguendoci dal clamore della politica partitica, legittimo ma che non ci appartiene: rappresentiamo il mondo economico e sappiamo bene che molti progetti devono essere completati. Quindi, se ci sono le condizioni, l’amministrazione prosegua. In caso contrario, auspichiamo che il commissario prefettizio sia una persona di notevole caratura e con una profonda conoscenza della città. In altre parole, che non espleti il suo mandato in modo eccessivamente burocratico, perché qui di stop e danni ne abbiano subiti fin troppi».

 

L’ACCUSA DEL COMITATO «Fatti interventi assurdi in termini costi-benefici»

LE ELEZIONI «Dopo quaranta anni in città serve una svolta»

L’INCHIESTA MARITAN «Non ho mai ricevuto soldi e non ho aiutato le imprese»

APPALTI E POLITICA «Da tanto tempo si parlava dei costi che erano lievitati»

L’INCHIESTA SUL MOSE «È uno dei momenti più delicati della storia recente di Venezia»

«Opere complementari al Passante servivano come “bonus” di lavori»

«Opere inutili e impattanti trovano un perché». Lo scandalo Mose, che incombe su altre infrastrutture venete, ridà fiato ai dubbi mossi da tempo dal Comitato Pro Complanare di Martellago, oppostosi invano, e con ricorsi alla magistratura, a un’opera complementare del Passante, la bretella via Roma-Castellana, e al casello di Martellago-Scorzè, pronto per fine anno. «Una revisione critica del passato recente in tema di grandi opere nel Veneto ripropone interrogativi inevasi che ora paiono chiarirsi alla luce dei fatti scoperchiati dalla Procura. Anche se in molti avevano già gridato allo scandalo, accusando che attori e controllori erano gli stessi, mentre la mancanza di trasparenza nelle procedure ha contribuito a paludare il magna-magna generale» accusa il Comitato e va al sodo. «L’apertura della bretella di Martellago, di 4 km, con viadotto sul Passante, tre rotonde, un sottopasso, la rettifica di un metanodotto e del Rio storto, tenacemente voluta dall’amministrazione comunale e da un parlamentare locale, è stata benedetta in modo stomachevole dalla Cav e da Veneto Strade, rappresentata dall’assessore Chisso e dall’ingegner Fasiol. L’opera non è giustificabile con una mera analisi costi (15 milioni) – benefici. Pare sia servita più a dare un “bonus” di lavoro a imprese questuanti che a risolvere i nodi viari locali, che anzi ne escono ancor più intricati. Non a caso buona parte dei cittadini erano per un’alternativa meno costosa e impattante (una complanare al Passante)» continua il Comitato, entrando nel secondo punto. «Il procedimento di approvazione e l’avvio dei lavori del casello, con le sue propaggini a est e ovest di Martellago, è stato segnato da omissioni e scelte unilaterali e inspiegabili dal lato ambientale, funzionale e della spesa: 70 milioni per un’opera sovradimensionata posta al centro di un ex biotopo di pregio, che ha distrutto 25 ettari di superficie agricola scavalcando e costeggiando un fiume di risorgiva per tre km. A chi giova tutto ciò? Nessun problema della nostra viabilità è risolto. Gli ultimi accadimenti sembrano dare una risposta: quella che non si voleva».

 

Bettin attacca: «Dirottati ad imprese nullafacenti i fondi per le bonifiche»

«Nell’ambito dell’inchiesta sul “sistema Mose”, finalmente scoperchiato dalla magistratura, emerge un aspetto di grande rilievo che riguarda le bonifiche delle aree contaminate di Porto Marghera. È un dramma nel dramma in cui la crisi di un modello industriale ha prodotto gravi problemi occupazionali e sociali, oltre che sanitari, e lascia in eredità un disastro ambientale senza precedenti». È il duro atto d’accusa dell’assessore all’ambiente, Gianfranco Bettin.
«Apprendiamo dalle carte e dagli sviluppi dell’inchiesta – dice Bettin – che da parte di politici, ministri e funzionari in particolare dei ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture si sarebbe lucrato su questa tragedia per milioni e milioni di euro (prodotti dalle inchieste e dai processi che avevano spinto le aziende inquinatrici a pagare indennizzi allo Stato, cioè alla comunità). Una parte di questi fondi sarebbe stata distratta dalla bonifica in favore di tangenti pagate a imprese nullafacenti, ma con il ruolo di canalizzare tangenti verso politici e funzionari».

 

L’appello – INDAGATE ANCHE      SU VENETO CITY

I recenti fatti del Mose rendono a tutti evidente il danno che ai cittadini provoca la collusione tra politica e imprenditoria. Vorrei però far notare come i “soliti noti” abbiano potuto scorazzare imperterriti per anni prima che a loro carico si sia riusciti a produrre qualche prova che permetta ora di bloccarne le malefatte.
Le eventuali condanne poi (sempre che il tutto non finisca in prescrizione prima della fine del processo) saranno come sempre a dir poco ridicole rispetto a quanto invece deve pagare un qualunque cittadino nel caso gli venga addebitato un illecito.
Mi fa sorridere la farsa dei politici intervistati che si sono dimostrati stupiti e increduli perché pur supponendo che siano in buona fede, credo che se fossero stati meno seduti sulle proprie “careghe” e avessero parlato un po’ con la gente comune avrebbero saputo che la “vox populi” da tempo indicava il Mose come una delle maggiori ruberie perpetuate dalla politica ai danni della comunità. E’ la stessa “vox populi” che ritiene “Veneto City” una mera speculazione edilizia.
Sarei felice quindi se ora la Magistratura si prendesse la briga di indagare anche su “Veneto City” dato che nel caso specifico i “soliti noti” hanno acquistato terreni agricoli a prezzi stracciati ben sapendo che sarebbero diventati edificabili (qualcuno li ha forse messi al corrente dei futuri piani regolatori?).
Sempre “i soliti noti” che comprano la terra, progettano e costruiscono, hanno ottenuto dalla Regione l’autorizzazione a edificare l’ecomostro nonostante le proteste di cittadini, commercianti, associazioni autorevoli quali Italia Nostra e perfino il parere contrario del Magistrato alle acque.
I lavori proseguono anche se non si sa ancora chi andrà a occupare quell’enormità di metri cubi di cemento che avrà un impatto devastante sul fragile graticolato romano, ma servirà probabilmente a qualcuno per pagarsi le prossime campagne elettorali.
Penso inoltre che se qualora questi edifici di nuova costruzione non venissero venduti, potranno servire ai “soliti noti” (secondo quanto indicato dalle nuove regole edilizie) quale garanzia per potersi accaparrare gli appalti per l’edificazione di nuovi ecomostri.
In tal caso si finirebbe in un circolo vizioso che garantirebbe solo ai collusi di poter lavorare facendo così morire le piccole aziende e chi con la politica non ha avuto niente da spartire.

Mario Muneratti – Mirano

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