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È lo schema giù utilizzato con Baita e Minutillo

Almeno una mezza dozzina di arrestati, tramite i loro difensori, hanno chiesto ai Pm di essere sentiti

Orsoni fa scuola, altri indagati pronti a collaborare

Altri quattro indagati sarebbero pronti a collaborare con la Procura di Venezia. I loro legali hanno già avuto contatti a tal fine con i magistrati del pool che indaga sulle presunte mazzette versate per i lavori del Mose, dopo la notizia del parere favorevole al patteggiamento di 4 mesi di reclusione (con remissione in libertà) del sindaco Giorgio Orsoni, a seguito dell’interrogatorio di lunedì scorso, durante il quale l’avvocato veneziano prestato alla politica ha ammesso di aver chiesto al presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, di finanziare la sua campagna elettorale nel 2010, seppure cedendo alle forti pressioni del Pd.
La prossima settimana, dunque, dovrebbe iniziare un primo giro di interrogatori, dai quali si attendono possibili ulteriori conferme del quadro accusatorio prospettato dai pm Stefano Ancilotto, Stefano Bucini e Paola Tonini, concretizzatosi la scorsa settimana nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza a carico di 35 persone, per 25 delle quali è stato disposto il carcere. E forse anche nuovi spunti investigativi. Complessivamente gli indagati pronti a collaborare con gli inquirenti sarebbero per ora una mezza dozzina: top secret i nomi. Ma tra loro non vi sarebbe nessuno dei politici o degli alti dirigenti indagati per corruzione con l’accusa di essere stati al soldo del Consorzio Venezia Nuova.
Il parere favorevole ad un patteggiamento di soli 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa per Orsoni (il minimo per il reato di finanziamento illecito, per il quale la pena prevista arriva fino a 4 anni e una multa pari a 3 volte l’ammontare degli importi irregolari) non ha mancato di sollevare critiche e contestazioni nei corridoi del palazzo di Giustizia, anche alla luce di un provvedimento firmato dai pm che è apparso un po’ troppo “morbido” nei confronti del sindaco. Come è possibile, si sono domandati in molti, chiudere la questione con una pena così ridotta in una settimana, dopo aver imposto gli arresti domiciliari a Orsoni? Ma la scelta della Procura va letta in una strategia di respiro più ampio, e la disponibilità avanzata da alcuni indagati di voler collaborare sembra dare ragione a questa linea. Il pm Ancilotto l’ha utilizzata anche in passato nelle altre inchieste sul malaffare nella pubblica amministrazione, con il risultato di riuscire a chiudere gran parte delle posizioni con confessioni e patteggiamenti. Pene più contenute di quelle ipotizzabili a conclusione di un dibattimento, ma in tempi più contenuti e senza il rischio della prescrizione dei reati, che nel caso del finanziamento contestato ad Orsoni, non è troppo lontano (tra due anni). Lo stesso filone delle false fatture della Mantovani ha seguito questo schema, portando alla collaborazione decisiva di Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo e altri indagati che nell’inverno del 2013 erano finiti in carcere in relazione al vorticoso giro finalizzato a creare ingenti provviste in nero per pagare politici e amministratori.
Nel frattempo emergono nuovi particolari dall’interrogatorio di Orsoni, e si apprende che lo scorso 19 marzo, di fronte alle continue voci di corridoio che lo davano sotto inchiesta, il sindaco scrisse una lettera al Procuratore capo, Luigi Delpino, per lamentare presunte fughe di notizie. Lunedì, davanti ai pm Ancilotto e Buccini, Orsoni ha precisato che non era sua intenzione «muovere accuse ai pubblici ministeri precedenti. Mi ero molto, come dire, seccato da certe voci che giravano fuori della Procura, fra i media, etc, e quindi credevo che fosse giusto, anche per pregresse occasioni di incontro che avevo avuto con il procuratore, che mi sembrava francamente di non meritarmi…»

Gianluca Amadori

 

PRIMI CEDIMENTI – Dalla prossima settimana comincia una maratona di nuovi interrogatori

VENEZIA L’ex responsabile del Pd era convinto della legittimità dei versamenti

Il Riesame mette ai domiciliari gli indagati Marchese e Morbiolo

Confermata la gravità degli indizi per il finanziamento illecito, la misura meno severa rispetto al carcere è comunque sufficiente a tutelare l’integrità dell’inchiesta

A CASA – Giampietro Marchese, uno degli arrestati nell’inchiesta Mose. Ieri l’ex presidente del Consiglio regionale ha ottenuto gli arresti domiciliari. Stessa decisione per Franco Morbiol

VENEZIA – (gla) Arresti domiciliari sia per l’ex responsabile del Partito democratico ed ex vicepresidente del Consiglio regionale del Veneto, Giampietro Marchese, sia per Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco.
Li ha concessi, ieri sera, il Tribunale del riesame di Venezia, accogliendo parzialmente i ricorsi presentati dai difensori dei due indagati, gli avvocati Andrea Zarbo e Massimo Benozzati. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha confermato la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Marchese e Morbiolo, entrambi accusati di finanziamento illecito, fornendo in questo modo il primo riscontro positivo sulla fondatezza dell’impianto accusatorio formulato dalla Procura di Venezia. La scelta di sostituire il carcere con i domiciliari si spiega con il fatto che, visto il tempo trascorso dai reati contestati e considerato il contesto generale e le varie posizioni di 35 indagati, la misura cautelare meno afflittiva è stata ritenuto sufficiente e adeguata. Ha rinunciato al ricorso il legale rappresentante della Selc sc, Andrea Rismondo, difeso dall’avvocato Andrea Franco.
Le motivazioni del provvedimento saranno depositate la prossima settimana. Nel frattempo la Procura si prepara al prossimo “round” davanti al Tribunale del riesame, fissato per mercoledì 18 giugno; una ulteriore udienza si svolgerà lunedì 23.
Ieri mattina a sostenere la pubblica accusa davanti al Tribunale c’era il sostituto procuratore Paola Tonini, la quale ha parlato a lungo per ribattere alle tesi dei difensori di Marchese e Morbiolo, i quali hanno respinto ogni accusa nel merito, per poi contestare la sussistenza di esigenze cautelari nei confronti dei rispettivi assistiti. L’avvocato Zarbo ha spiegato che Marchese era convinto della legittimità dei finanziamenti erogati da Coveco e Salc, regolarmente registrati, non sapendo che in realtà a mettere a disposizione le somme per la campagna elettorale era il Consorzio Venezia Nuova. Ha negato, invece, che Marchese abbia mai ricevuto i 400-500 mila euro di finanziamento in nero di cui ha parlato Giovanni Mazzacurati.

 

Il sindaco “di rottura” sconfitto dalla politica

«Porta bene». Gli avevano detto i consiglieri l’8 aprile 2010 quando il Segretario generale del Comune “vestì” con la fascia tricolore Giorgio Orsoni, nuovo sindaco di Venezia. In realtà, tanto bene quel gesto non gli ha portato, considerato il triste epilogo della sua esperienza amministrativa che è poi coinciso con l’annuncio del suo ritiro definitivo dalla scena politica.
All’epoca, Orsoni aveva promesso alla popolazione che sarebbe stato un sindaco di rottura, che avrebbe fatto tabula rasa del sistema gestionale dell’amministrazione in uso fino a quell’anno. Quasi subito, però, l’uomo “prestato” alla politica, ha dovuto venire a patti con essa. A cominciare dalle nomine degli assessori. Credeva e riteneva di poter decidere in piena autonomia e invece si è trovato a dover ingoiare qualche rospo proprio con le nomine dei suoi più stretti collaboratori, imposti dai partiti di maggioranza, in particolar modo dal Pd che reclamava di aver portato più della metà dei voti di coalizione. Poi, ci sono state le baruffe tra le singole correnti del Pd, tra il Pd e i partiti minori della coalizione e anche solo tra questi ultimi. Alla fine, gli unici uomini che Orsoni riuscì a portare in giunta furono Ezio Micelli (Urbanistica ed Edilizia privata) e Antonio Paruzzolo (Attività produttive). Entrambi, per la cronaca, si sono dimessi lo scorso anno.
NEMICI – Il suo mandato si è svolto all’insegna di grandi battaglie per la città, alcune delle quali gli hanno procurato nemici tra i potenti di turno. Orsoni ha avuto il merito di aver saputo battere i pugni sui tavoli giusti e far valere il nome della città a livello nazionale e internazionale.
È stato battendo i pugni (letteralmente) al Comitatone di fronte all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che il 21 luglio 2011 Orsoni riuscì a ottenere dallo Stato quei 50 milioni di Legge speciale (arrivati solo qualche mese fa) che hanno consentito la riapertura di molti cantieri in città. Soldi spariti per anni a causa del dirottamento dei fondi per la salvaguardia di Venezia sul Mose.
ARSENALE – Un’altra battaglia fondamentale è stata quella per la conquista dell’Arsenale, portata a termine attraverso una serie di blitz a livello parlamentare di cui egli era stato il regista nel luglio 2012. Questa attività ha portato allo scontro aperto con il Consorzio Venezia Nuova, i cui uffici e strutture occupano vaste porzioni del compendio. L’intervento è stato poi mitigato dall’attività lobbistica della Difesa da una parte (che ha ottenuto la garanzia sulla proprietà delle zone destinate alla Marina), ma l’obiettivo era l’acquisto a costo zero dell’Arsenale e la fine della “sovranità” del Consorzio in quelle aree. Obiettivo raggiunto.
Orsoni è stato anche il sindaco che ha sostenuto in prima persona la battaglia inizialmente portata avanti solo dal Comitato No grandi navi per far uscire le gigantesche navi da crociera dal bacino di San Marco. Una posizione che lo ha fatto entrare in rotta di collisione non solo con il suo amico Paolo Costa (presidente dell’Autorità portuale), con il Magistrato alle Acque, con Confindustria e la maggior parte delle associazioni di categoria e con gli stessi Governi a livello nazionale. Orsoni ha chiesto e ottenuto di discutere la questione a livello di Comitatone, portando la voce del Comune in un processo decisionale che sarebbe stato solo di palazzo Chigi. Una nuova riunione del Comitatone dovrebbe essere convocata entro la fine del mese, ma a presenziare non ci sarà nessun sindaco di Venezia, ma un commissario prefettizio.
COPPA AMERICA – Nel 2012 Orsoni era riuscito a portare la Coppa America a Venezia, garantendo alla città condizioni economiche molto più favorevoli rispetto a quelle stipulate da Napoli, l’altra città italiana che ha ospitato una tappa della prestigiosa competizione. I catamarani hanno sfrecciato in bacino di San Marco fornendo uno spettacolo incomparabile con il villaggio sportivo situato nientemeno che all’Arsenale. Il tutto grazie a una generosa sponsorizzazione della Mantovani e del Consorzio Venezia Nuova (5 milioni). Quando l’organizzazione della Coppa America si trovò in difficoltà e dovette rinunciare ad una tappa italiana, Orsoni non ebbe esitazioni a mettersi contro i gestori, andando di fronte ad un giudice e ottenendo anche una vittoria.
Altre battaglie portate avanti con altrettanta veemenza non si sono concluse altrettanto positivamente.
Il riferimento è alla questione legata alla conferma alla presidenza di Giuliano Segre nella Fondazione di Venezia (che porta in grembo la realizzazione del M9, il museo del Novecento a Mestre), messa in dubbio da Orsoni in seguito alla vicenda giudiziaria del fallimento Trevitex. In appello Segre aveva avuto la conferma della condanna a 4 anni, salvo poi essere assolto in Cassazione.
L’altra battaglia in cui non ci sono stati risultati è quella con Enrico Marchi sul cosiddetto Quadrante di Tessera, nuovo territorio di espansione per la cittadella dello sport (stadio compreso) e per il nuovo Casinò. Quando l’accordo sembrava concluso, è scoppiato lo scontro sulla possibilità di realizzazione di una seconda pista, eventualità che avrebbe richiesto una zona di rispetto incompatibile con i piani del Comune.

Michele Fullin

 

SCANDALO MOSE – Il professore ci ripensa: ritira le deleghe agli assessori e lascia. Concessi i domiciliari a Marchese e Morbiolo

Scaricato dal Pd, Orsoni se ne va

Renzi: «Chi patteggia è colpevole e non può fare il sindaco». Venezia verso il voto a novembre

L’ADDIO – Giorgio Orsoni si dimette, scaricato dal Pd. Il commento del premier Renzi: chi patteggia è colpevole e non può fare il sindaco. Venezia verso il voto a novembre.

L’ULTIMO ATTO – Prima di andarsene il sindaco ritira le deleghe a tutti gli assessori. Intanto, concessi gli arresti domiciliari a Marchese e Morbiolo.

IN DIFFERITA – La decisione avrà effetto dopo i 20 giorni previsti dalla legge

LA ROTTURA «Rinuncia opportuna» gli intimano insieme Serracchiani e De Menech

IPOTESI – Stando alle procedure, elezioni a primavera 2015 con le regionali. Ma molti vogliono accelerare

Da Roma: fare presto, al voto a novembre

In attesa del commissario, che diventerà operativo comunque dopo il 5 luglio dato che i prossimi venti giorni saranno di gestione ordinaria affidata alla struttura amministrativa attuale, già si discute di campagna elettorale ma qualsiasi strategia dei partiti dipenderà dalla data del voto. A Venezia quasi tutti sono convinti che sarà nella prossima primavera, in concomitanza con il rinnovo del governo regionale, perché le nuove norme lo impongono per evitare sprechi. Da Roma, però, giungono voci contraddittorie che danno quasi per certo che, invece, si andraà al voto in autunno, per la precisione nella seconda metà di novembre. A favore di questa scelta c’è il fatto che non si può lasciare per nove mesi una città importante come Venezia senza una guida amministrativa eletta dai cittadini; oltretutto Venezia è a capo della Città metropolitana, ulteriore fonte di complicazioni.
Jacopo Molina, l’avvocato consigliere comunale e portavoce dei renziani in città, pensa alle primarie da tenere a settembre in vista del voto a primavera 2015 «ma anch’io auspico il voto in autunno. La politica deve essere depurata dal bubbone scoperto dalla magistratura, senza sconti per alcuno ma, fatto questo, la maggioranza dei cittadini onesti ha bisogno di una guida politica con persone che possono andare a testa alta e con schiena dritta, e quindi di chiudere al più presto la parentesi commissariale. Il discredito di cui sta soffrendo Venezia è del tutto immeritato e le sue potenzialità sono enormi».

Elisio Trevisan

 

Ha litigato con Costa per le grandi navi, scontro con Marchi per la città dello sport

BATTAGLIE VINTE – Ha portato 50 milioni della Legge Speciale e conquistato l’Arsenale

ORSONI ADDIO – Pensava di poter decidere tutto da solo, si è piegato alla dura legge dei partiti

IL RETROSCENA – Urla di rabbia la notte dell’arresto: non se l’aspettava

Giorgio Orsoni non se l’aspettava. L’avviso di garanzia lo aveva messo in conto, ma l’arresto no. È per questo che, quando i finanzieri lo hanno buttato giù dal letto per notificargli il provvedimento, ha perso le staffe. Si è disperato, ha urlato, sembrava fuori di sè. E probabilmente lo era, visto che degli sviluppi dell’inchiesta, a Venezia si parlava da quando era stato arrestato Piergiorgio Baita. Ma siccome negli ultimi due secoli nessun sindaco a Venezia poteva dire di essere stato eletto senza l’appoggio del Consorzio, Orsoni era tranquillo. Continuava cioè a pensare che l’avviso di garanzia gli sarebbe costato al massimo la ricandidatura a sindaco, nulla di più. Nel Pd stavano lavorando per vedere di trovargli una via d’uscita che gli permettesse di non ricandidarsi. Del resto Orsoni è sempre stato un sindaco che il Pd ha “subìto” e non amato. E dopo l’arresto sono arrivate le bordate del partito contro Orsoni che “non è iscritto al Pd”. Quanto basta per decidere di andar giù duro con il partito, prima di uscire di scena definitivamente Ecco spiegato il primo “non mi dimetto” che tradotto in italiano voleva dire “adesso me la pagate cara”. Poi si scatena il putiferio delle riunioni. Orsoni appare sempre più provato, sempre più in crisi, annichilito dagli eventi. «Qui ci sono le dimissioni dei consiglieri di maggioranza. Se non te ne vai, ci cacciamo noi» – gli dicono nell’ultima riunione. E Orsoni si lascia convincere ma, solo dopo che Gianfranco Bettin ha preso un bicchiere dal tavolo della sala giunta e l’ha scagliato con rabbia contro la parete.

 

Corruzione, il Governo studi la lezione Mose

L’INCHIESTA Coop e Consorzio il filo “rosso” delle tangenti

di Maurizio Dianese

Tutti in fila per siglare il patto col diavolo. Se li è messi sotto tutti, Mazzacurati, quelli delle cooperative rosse, i duri e puri dell’ex partito comunista.

I VERSAMENTI  «Tutto il denaro finiva al partito»

Il filo rosso delle tangenti

Il ruolo di Pio Savioli, patron del Coveco: rastrellava dalle coop e portava a Mazzacurati

E sono loro che hanno fatto il lavoro di manovalanza della mazzetta. Non sono mai riusciti a salire ai piani alti dove si facevano le strategie – avevano solo il 5 per cento dei lavori del Mose – ma si sono dannati l’anima come e più degli altri per tenere in piedi il gran mercato delle mazzette al quale hanno attinto sindaci e deputati, senatori ed europarlamentari anche del centrosinistra. Ma se Baita aveva messo in piedi una multinazionale della mazzetta, i “compagni” andavano avanti ancora con le “bustarelle”, come ai tempi di Marco Cacco. Altro che conti correnti a San Marino ed “esterovestizioni”, qui al massimo si andava a Chioggia a piazzale Roma. E non solo mazzette perchè alle coop. Mazzacurati chiedeva di risolvere tutte le piccole rogne quotidiane, quelle più brutte. C’è un avvocato che ha bisogno di lavoro? Niente problema, lo assume la Coveco. C’è da trovare qualche decina di migliaia di euro per domani? No problem, ci pensa la coop. San Martino che il nero lo tiene sotto il materasso, sempre pronto. C’è l’ex segretario regionale della sanità Ruscitti che può dare una mano ad agguantare l’appalto per il nuovo ospedale di Padova? Gli diamo noi delle coop. una consulenza.
Non c’è limite alla genuflessione nei confronti di Mazzacurati. E quel che si capisce leggendo i 18 faldoni che la Procura ha messo ai disposizione degli avvocati difensori, è che siamo solo all’inizio della battuta di caccia dei p.m. Basti dire che le pagine degli interrogatori di chi è già stato arrestato sono piene di omissis. Significa che i magistrati stanno lavorando a ricostruire tutti i contatti e gli intrecci tra le coop. Come facevano il nero e come si compensavano tra di loro? Basti dire che di Franco Morbioli della Coveco, la Procura ha rilasciato un solo verbale di interrogatorio. E’ composto da 6 pagine e di queste 6 pagine, 5 sono bianche, coperte da omissis.
Un pò meno “omissati” gli interrogatori dell’altro patron della Coveco, Pio Savioli, «iscritto al partito da 40 anni». Savioli racconta che la Coveco entra nel Consorzio nel 2001. «Parte il Mose, in quell’epoca io ero già diventato amico dell’ingegner Mazzacurati, tanto che sono una delle prime persone, escluso il circolo della Furlanis, come la chiamavamo noi, cioè quelli che erano venuti con lui dalla Furlanis, a cui lui ha chiesto, ovviamente non io, di dare del tu, con qualche difficoltà da parte mia.» Ma se pure Savioli dava del “voi” a Mazzacurati, capisce subito che lavoro deve fare. Gli dice Mazzacurati: «Abbiamo come Consorzio Venezia Nuova delle particolari esigenze. Bisogna che anche voi ci diate una mano. Puoi chiedere alla cooperativa San Martino”… chi mi ha indirizzato alla cooperativa San Martino è stato lo stesso ingegner Mazzacurati: “Puoi chiedere alla cooperativa San Martino se ci.. mi dà, ci dà una cifra – in nero ovviamente – di una certa entità”, in quel momento non me la ricordo, poteva essere 30 mila euro, piuttosto che 40 e cose di questo genere, o 50 o quello che è. Provvederemo poi a compensare la cooperativa San Martino. Intanto chiedigli questo”.
Allora io prendevo e andavo…» Ecco, io prendevo e andavo. E’ tutta qua la storia delle coop., in quel “prendevo e andavo”. E fa tenerezza la difesa: «Non ho mai trattenuto non dico un euro, ma neanche un centesimo». Li versava tutti nel calderone delle mazzette governate da Mazzacurati – per un totale di 1 miliardo in 10 anni, secondo Baita – ma siccome al cuor non si comanda, poi c’erano i soldi anche per i “compagni”. Come il consigliere regionale Giampiero Marchese. «Lei si ricorda di aver detto a Marchese, dopo aver aperto una borsa con una cerniera lampo, di avere detto: “16, gli altri 30 arrivano entro agosto?» Chiede il p.m. Paola Tonini. «Non me lo ricordo». Ma poi gli torna la memoria. «Si recuperavano 15 mila euro in San Martino per Marchese ogni 3 o 4 mesi. Viene pagato per il contributo al partito.» Perchè senza partito non si lavorava e senza cooperative il partito non viveva.

Maurizio Dianese

 

IL “COMPAGNO” PIO  «Fu lo stesso ingegnere a indirizzarmi a Chioggia, e io andavo a rifornirmi»

VERBALI SCOTTANTI – Sono zeppi di “omissis” perché i pm lavorano per scovare tutta la rete

INGEGNERE – Agli uomini della San Martino di Chioggia chiedeva a getto continuo

I DIPENDENTI REPLICANO A BAITA – «Thetis non è un parcheggio di personale del Consorzio,
siamo 123 tecnici e laureati che lavorano per l’ambiente»

VENEZIA – Replicano punto per punto alle dichiarazioni fatte da Piergiorgio Baita, uno dei grandi accusatori nell’inchiesta Mose, i dipendenti e dirigenti di Thetis, la società ingegneristica e di ricerca ambientale che opera all’Arsenale, a Venezia. «Non è in atto – sottolineano in una nota – nessun massivo trasferimento o parcheggio di personale del Consorzio Venezia Nuova in Thetis che attualmente impiega 123 persone, per lo più tecnici laureati: ingegneri, architetti, biologi e specialisti ambientali». Viene quindi ricordato che Thetis «non ha mai lavorato sul Mar Caspio e di conseguenza non ha studiato la proliferazione delle alghe. Al contrario ha avuto un prestigioso contratto nel 2010 direttamente dalla World Bank per il coordinamento tecnico di un gruppo di lavoro multinazionale per l’analisi ambientale del progetto di trasferimento dell’acqua dal Mar Rosso al Mar Morto».
I dipendenti Thetis concludono: «Dovrebbe far riflettere tutti il fatto che l’ing. Baita “dominus” incontrastato in questi ultimi anni delle attività correlate a Thetis e Consorzio Venezia Nuova voglia solo oggi dare giudizi sulla nostra professionalità e impartire lezioni di buona amministrazione. Forse anche nel nostro interesse e delle nostre famiglie avrebbe dovuto farlo prima».

 

ANTICORRUZIONE – Pieni poteri al magistrato, chiusa l’Authority Appalti

Ora Cantone potrà commissariare tutte le grandi opere, Mose compreso

NOMINE Rossella Orlandi (Entrate) e Raffaele Cantone (Anticorruzione)

ROMA – Vigilerà sui contratti pubblici, a cominciare da quelli legati ad Expo, con la possibilità di ordinare ispezioni, ma soprattutto con il potere di proporre commissariamenti ad hoc non dell’azienda, ma di singoli appalti sospetti, redigendo una contabilità separata. Il ruolo di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione, fa un salto di qualità con il decreto varato ieri dal governo sulla pubblica amministrazione: da guida di un organismo con armi spuntate assume la funzione di super-ispettore. Tutte le prerogative finora in capo all’Authority sugli appalti pubblici, che viene affidata da subito al magistrato in qualità di commissario straordinario, passeranno all’Anticorruzione nel giro di pochi mesi, e comunque entro la fine dell’anno. Per farlo, avrà un rafforzamento di uomini e strumenti. Per ora il governo ha indicato gli altri quattro commissari che affiancheranno Cantone all’Authority, passaggio necessario per renderla operativa, dal momento che è un organo collegiale. Sono due uomini e due donne: Michele Corradino, consigliere di Stato; l’imprenditore Francesco Merloni; la costituzionalista Ida Angela Nicotra e la giurista Nicoletta Parisi. La vera arma inserita nel provvedimento varato ieri e annunciata dal premier Renzi nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri, è quella che permette i commissariamenti di singoli appalti in caso di notizia di reato o provvedimenti restrittivi. Una novità assoluta rispetto a quello che fino ad ora è stata l’Autorità degli appalti, la vera grande sconfitta di questa partita. Evidentemente, non essere riuscita a prevenire i grandi scandali esplosi nelle ultime settimane, da Expo a Mose, ha lasciato un segno e ora quest’organismo si avvia a uscire di scena. Contemporaneamente il governo procede ad una raffica di nomine. Il Fisco passa a una donna: Rossella Orlandi Capo della direzione regionale delle Entrate del Piemonte, 57 anni, un passato alla direzione regionale della Toscana e una importante esperienza come «numero due» dell’accertamento, la direzione centrale del fisco dedicata alla lotta all’evasione. Diventa presidente dell’Istat Giorgio Alleva con un curriculum di statistico internazionale ed esperienze anche nell’Agenzia Spaziale Italiana. Per la Consob il governo indica anche il terzo membro: anche in questo caso una donna, Anna Genovese. Nuovi vertici anche per l’Enit (Cristiano Radaelli). Il nome della Orlandi, la nuova lady fisco, è sempre stato nella rosa dei possibili successori di Attilio Befera anche se il suo vice, Marco di Capua, per diversi giorni è stato il nome più accreditato.

 

TERREMOTO A VENEZIA – Il sindaco si dimette in rotta col Pd, in arrivo il commissario. Poi le elezioni

Il fallimento del “sistema” Venezia. Un vecchio sistema che affonda in laguna

di Davide Scalzotto

Era arrivato come un avvocato prestato alla politica. Dalla politica è rimasto schiacciato. E più o meno consapevolmente si è fatto schiacciare. Ma la fine, consumata tra il grottesco e l’indecente, dell’esperienza di sindaco di Giorgio Orsoni porta allo scoperto, al di là degli illeciti, il fallimento di un “sistema Venezia” nel suo complesso. Come un tappo che è saltato facendo defluire un’acqua stagnante, immobile da almeno 20 anni. «Il sindaco ha ceduto per un eccesso di debolezza»: lo dicono i magistrati nel documento con cui concordano la scarcerazione e la richiesta di patteggiamento di 4 mesi. In quella parola, “debolezza”, non c’è solo la subalternità di Giorgio Orsoni (arrivato a Ca’ Farsetti come l’uomo di rottura col passato, ma che ben presto di quel sistema ha accettato regole e condizioni). In quel termine, “debolezza”, c’è la subalternità di una politica che, succube non solo di poteri forti come il Consorzio e le aziende che intorno ad esso gravitavano, ma di categorie, corporazioni e interessi particolari, ha finito per confondere l’amministrazione e il buon governo con il potere.
Una città parallela, quella degli interessi e delle corporazioni che, in 20 anni, ha cementato il proprio potere legandolo a quello di una classe dirigente in Comune dove si sono consolidati piccoli o grandi feudi che col tempo hanno finito per rendere alcuni dirigenti e amministrativi più potenti dei politici. Ci sono categorie i cui dirigenti, segretari, direttori sono in sella da 20 anni e da 20 anni condizonano nel bene e nel male la gestione della città. Altre che, pur cambiando rappresentanti, hanno uno spirito talmente corporativo da garantirne la perpetuazione (e la stagnazione) degli interessi. Anche di questo si sente ora il bisogno di rinnovamento. Del resto è diventato ormai consolidato e normale che una delibera, una determina, un provvedimento venga preparato e redatto su input di questa o quella categoria o corporazione. Normale che nelle commissioni consiliari o nelle riunioni di Consiglio comunale ci fosse (ci sia) la presenza dei rappresentanti delle categorie, come in una sorta di “presenza di controllo” a garanzia. Così la città ha finito col piegarsi al gioco degli interessi, piccoli e grandi. Il “sistema Bertoncello” è fiorito su questo humus. Tant’è che, una volta saltato il meccanismo di agevolazione delle pratiche edilizie, l’attività si è paralizzata, stendando a riprendersi. Lo stesso regolamento di traffico acqueo, di cui si è assunta l’urgenza dopo la morte in gondola del professor Vogel, è stato scritto garantendo prima l’interesse di gondolieri, tassisti e privati e poi, nel residuo spazio rimanente, del trasporto pubblico di linea. Cioè del servizio ai cittadini. Diciamolo: poco o nulla è cambiato, se non qualche senso unico in Canal Grande.
Tutto questo per anni è stato normale. Ora con lo scandalo Mose l’impressione è che questo “sistema” sia alla fine. Resta da vedere, saltato il tappo, di quale acqua si riempirà la laguna. Se sarà acqua limpida. Se qualcuno saprà mettere in primo piano parole quali buona amministrazione, etica, legalità, competenza. C’è chi imputa a una cattiva legislazione il fiorire del malaffare. Ma la “buona amministrazione” e l’etica battono anche le cattive leggi.
Il fiorire di gruppi, comitati e associazioni sui social e non solo è una risposta alla domanda di partecipazione, non certo (o non ancora) di governo. Su questo fronte, al momento non si vede ancora nulla all’orizzonte. E in questo contesto rischia di germogliare un pericoloso “horror vacui”.

Davide Scalzotto

 

Orsoni lascia, si torna al voto

DIMISISONI – Giorgio Orsoni ha chiuso la sua “missione” a Ca’ Farsetti ieri alle 12.22. Volto stanco, voce rotta dall’emozione e consapevole del momento, Orsoni ha detto basta, dopo che la sua maggioranza è andata in pezzi. Il sindaco ha alzato le mani come “uomo prestato alla politica” dopo la batosta dell’arresto e la “settimana” ai domiciliari.

TENSIONI – Quella di ieri è stata una giornata tesa. In Giunta sono volate parole grosse, e anche un bicchiere. Sul fronte politico il sindaco ha lanciato ancora accuse al Pd, mentre i consiglieri annunciano battaglia lunedì. In 24 hanno congelato le dimissioni. Uno, Jacopo Molina (Pd) le ha presentate.

L’ACCUSA «Abbandonato a causa delle alchimie politiche»

IL CLIMA – Atmosfera pesante per l’addio a Ca’ Farsetti

LE DECISIONI  «Ho revocato le deleghe a tutta la giunta comunale e poi ho deciso di dire basta»

L’AFFONDO «Reazioni opportunistiche e ipocrite hanno messo fine alla mia ammistrazione»

Orsoni: «Troppi ipocriti, mi dimetto»

Dopo una febbrile trattativa nella notte, la maggioranza è andata letteralmente in pezzi

Giorgio Orsoni ha chiuso la sua “missione” a Ca’ Farsetti alle 12.22. Volto stanco, voce rotta dall’emozione e consapevole del momento, a distanza di ventiquattro dalla scarcerazione e dall’incontro di giovedì, a tratti baldanzoso, con la stampa, l’atmosfera era molto, ma molto diversa. Ieri Orsoni che si apprestava a lasciare la fascia tricolore ha detto basta. Ha alzato le mani come “uomo prestato alla politica” dopo la batosta dell’arresto e la “settimana” ai domiciliari. Ed è stato a questo punto, solo guardando negli occhi l’avvocato, principe del foro veneziano, che si è capito che era tutto finito con il “rompete le righe”. Ma prima di capitolare, Orsoni si è voluto togliere una “soddisfazione”: convocare tutti gli assessori della sua giunta, fare a tutti la comunicazione ufficiale che ogni trattativa era miseramente fallita nella notte; lanciare qualche altro strale contro questo o quell’assessore “scavezzacollo” e poi annunciare a tutti che si sarebbe ripreso tutte le deleghe invitando la “squadra” di Ca’ Farsetti a fare le valigie.
Concluso questo passaggio, Orsoni si è dato nuovamente in pasto ai giornalisti. Ma questa volta per un unico intervento senza repliche. Ed è stata tutta un’altra musica. Orsoni si è tolto nuovi sassolini dalla scarpa. «Gli eventi di questi giorni e le relative iniziative della Magistratura nei mie confronti – ha esordito – hanno fatto emergere, in modo sempre più evidente, la mia estraneità al mondo della politica, alla quale mi ero prestato con sincero spirito di generosità verso la città. Le reazioni, per lo più opportunistiche ed ipocrite di singoli esponenti, anche appartenenti a quella maggioranza che sino ad ora ha sostenuto la mia giunta, mi hanno convinto che non sussistono neppure le condizioni minime per un percorso amministrativo per l’approvazione di atti urgenti, a meno di una forte presa di responsabilità da parte del Consiglio. E’ perciò che ho deciso di presentare le mie dimissioni dalla carica di Sindaco».
Insomma, un durissimo attacco a quelle forze politiche, il Pd in primis, che hanno abbandonato la barca facendola affondare. Un atto pesantissimo con il quale Orsoni ha voluto dimostrare ancora una volta la sua estraneità ai tatticismi politici. E poi le parole verso la propria giunta. Anche qui in un misto di ringraziamento alle persone e di bacchettate agli equilibrismi e alle alchimie di una vecchia politica. «Ho provveduto, altresì, a porre in essere la revoca dell’intera Giunta – ha concluso il sindaco -, già da me annunciata ieri e tenuta in sospeso a seguito dell’invito ad una ponderata riflessione, che faceva presumere ci potesse essere una più responsabile condivisione delle cose da fare da parte dell’intero Consiglio e della maggioranza in particolare. É una revoca che ha il solo scopo di certificare il venir meno da parte mia di qualsiasi fiducia nel rapporto con la rappresentanza politica che mi ha espresso, fermo restando la stima personale per il vicesindaco e i singoli assessori, per il loro impegno amministrativo in questi anni di lavoro comune. Con grande amarezza concludo questo mio mandato, certo di aver sempre operato nell’interesse della Città e dei suoi cittadini».
Un addio senza precedenti, con la rabbia nel cuore da parte di Orsoni che non ha concesso alcuna domanda o replica ai giornalisti. Solo un ultimo strappo con un “Era tutto quello che dovevo dirvi” laconico e triste. E poi così come era arrivato, l’ex sindaco di Venezia, a solo sette mesi dalla fine del proprio mandato, è tornato ad rifugiarsi nel suo ufficio. Ci potrà restare per altri venti giorni secondo la formula del “disbrigo degli affari correnti”. Poi, alla fine, non resterà altro che spegnere la luce e passare la chiave al commissario prefettizio.

 

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