Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui

Corte dei Conti

Lo stesso sistema per il Passante. Schema Mose anche per le autostrade

Stessa “cricca” per il Passante. Dossier della corte dei conti.

Un errore il ricorso alla procedura di emergenza

PADOVA – Il «dream team» dei grandi appalti in Veneto ha replicato lo schema Mose anche al Passante A4, che ha salvato Mestre dal caos e dall’ingorgo eterno lungo le tangenziali. Realizzato in due anni, per l’ex governatore Galan è il vero modello di efficienza della sua gestione tanto che il 20 settembre 2008 arrivò l’allora premier Silvio Berlusconi a tagliare il nastro. Per la Corte dei Conti, invece, l’opera è costata troppo: 1,4 miliardi di euro, 600 milioni in più del previsto. E soprattutto ha inaugurato la stagione delle opere con procedura d’emergenza, fonte di tanti guai: dalla ricostruzione de l’Aquila all’Expo di Milano. A raccontare come funziona il sistema è Claudia Minutillo, ex ad di Adria Infrastruttre: «So che per il Passante di Mestre è stata agevolata la cordata Impregilo- Mantovani» ha spiegato ai pm di Venezia mentre Piergiorgio Baita, ex ad della Mantovani, ha detto di aver acquistato una società in perdita dell’architetto Bortolo Mainardi, ex commissario delle Grandi opere e poi commissario della Tav in Veneto e Friuli. Baita sostiene di essersi mosso su richiesta dell’assessore Chisso: alla società Territorio di Mainardi fu assegnato un incarico professionale per la preparazione di un project per il prolungamento della A27, poi la società fu rilevata, racconta Baita. E fin qui nulla di penalmente rilevante, tant’è che nonc’è nessuna indagine. Il «dream team» del Passante, figlio delle larghe intese Pdl- Pd veneziano, colossi privati- cooperative, è invece nell’occhio del ciclone per i dossier dei comitati «Re.Common » e «Opzione Zero» che hanno presentato un esposto agli organismi di controllo Ue sui costi dei realizzazione delle opere finanziate dalla Cav, nata nel 2008 per gestire il Passante. La convenzione prevede che la Cav, controllata dalla Regione Veneto e dall’Anas, restituisca all’Anas un miliardo di euro: insomma, quanto anticipato torna a Roma, mentre la Cav aumenta i pedaggi per ripianare il buco, come si è visto a gennaio 2014. La Corte dei Conti ha chiesto chiarimenti sull’aumento dei costi, passati da 864 milioni a 1,388 miliardi di euro, e le risposte non potranno che arrivare dal Contraente generale, cioè il Consorzio Passante di Mestre. Ne fanno parte Impregilo, Grandi Lavori Fincosit (per i lavori del Mose è stato arrestato il presidente Alessandro Mazzi), Fip industriale(diMauro Scaramuzza), Coveco (con gli arrestati Pio Savioli e Franco Morbiolo), la Ccc e la Cmc due colossi emiliani. La Mantovani di Baita ha ottenuto subappalti. Un sistema collaudato, che ha visto trionfare le «larghe intese» sperimentate con le quote del Consorzio Venezia Nuova che ha la concessione unica per il Mose e le opere di salvaguardia della laguna. Sull’onda della protesta, ora i comitati No Grandi Opere chiedono lo stop sia della Pedemontana che della nuova Valsugana. E annunciano battaglia sul prolungamento della A31 Valdastico. (al.sal.)

 

Mose, via il finanziere onesto

Claudia Minutillo: «Lui fu trasferito. Baita evitò l’arresto»

RETROSCENA – Galan pontificava «Trasparenza totale»

Minutillo: «Trasferito finanziere che non si faceva corrompere»

In un interrogatorio della testimone chiave il riferimento a un militare che rifiutò mazzette e favori

«Già una volta Baita evitò l’arresto». «Mi disse di una provvista per Tremonti attraverso Milanese»

A una cena Ghedini chiese a Galan di usare la sovrafatturazione per le campagne elettorali

Ero ai domiciliari, arrivò la Polizia: “Non ha paura visto che vive sola?

VENEZIA Quel giorno Berlusconi cercava affannosamente Galan senza trovarlo. Il presidente del Veneto era a pesca, almeno a venti miglia dalla costa, impossibile raggiungerlo. A tenere a bada Berlusconi al telefono c’era Claudia Minutillo, che s’inventava le scuse più verosimili: «Galan è dal dentista», «è sotto anestesia, l’intervento è lungo e difficile». Ma bisognava pure uscire dal dentista, così le viene in soccorso Vittorio Altieri buonanima, titolare all’epoca dell’omonimo studio di progettazione, presente in tutti i grandi lavori del Veneto: «Ci penso io, Claudia». E spedisce unmotoscafo a tutta manetta in alto mare, a raggiungere la barca di Galan per farlo rientrare sottocosta, a portata di telefonino. Quante ne ha viste la Claudia Minutillo, prima come segretaria- ombra di Galan per cinque anni e poi dentro ad Adria Infrastrutture, braccio armato della Mantovani di Piergiorgio Baita, che stava dentro anche al Consorzio Venezia Nuova. Le due polarità, quella politica e quella tecnica, dello scandalo del Mose. Ha passato gli ultimi due anni con l’angoscia che prima o poi doveva capitare. Ma anche con il retropensiero che poteva non capitare niente, perché tutti erano pagati. Tutti incassavano soldi: magistrati, finanzieri, politici, tecnici. Era il sistema e lei stava dentro alle due onnipotenze che lo gestivano. Così funzionava da anni: perché il meccanismo avrebbe dovuto fermarsi? Finché la mattina dell’arresto il mondo le è caduto addosso: non poteva credere che fosse successo e insieme è stata una liberazione. «Finalmente era finita», dice oggi, che non è ancora uscita dalle indagini. Ha riempito quattro verbali di cose che sono state raccontate. Altre sono ancora secretate, perché restano obiettivo dell’inchiesta. Ha patteggiato un anno e quattro mesi per fatture false ma è ancora indagata per concorso in corruzione. Claudia Minutillo ha paura. Siamo nello studio del suo avvocato, si consulta per valutare cosa dire e cosa non dire. Ha paura di sembrare quella che si vendica. Ma ha anche ha paura fisica. L’hanno minacciata. «Una mattina ero agli arresti domiciliari ed è arrivata una pattuglia della polizia. Mi hanno chiesto i documenti, poi altre cose con un tono allusivo: i vetri delle finestre non sono blindati? Non ha paura visto che vive sola? Mi parlavano controllando le telecamere, l’ho detto subito alla procura». I due agenti non erano titolati al controllo, sono stati trasferiti. «Per anni mi sono sentita dentro un film», racconta. «Baita era sicuro di farla franca. Contava sulla rete di controspionaggio che aveva messo in piedi, che gli è costata qualche milione di euro. Non per niente gli hanno trovato la copia dell’ordinanza di arresto nella borsa». Non solo. Piergiorgio Baita aveva un precedente di lusso a suo favore: un anno prima il Gip (non l’attuale Gip Alberto Scaramuzza) aveva respinto la richiesta di custodia cautelare avanzata daipm. Notizia mai uscita. Come altre del racconto della Minutillo: «Ero a cena a casa di Ghedini con Colombelli e Galan quando Ghedini disse a Galan che avrebbe potuto sfruttare la ditta di Colombelli anche per finanziare le campagne elettorali in Veneto, con il sistema della sovrafatturazione. Dicevano che fanno tutti così». Con i particolari di contorno: «Galan prendeva soldi, certo, me lo confidava lui e me lo diceva chi glieli dava. Imprenditori amici, ho fatto i nomi ai magistrati. Durante una campagna elettorale, quando ancora lavoravo con lui, gli portai una busta consegnatami da Baita. Era il 2004 mi pare. Baita in alcune occasioni diceva che bisognava preparare la provvista per Mazzacurati. Era prassi abituale quando Mazzacurati andava a Roma, dove dicono che incontrava Gianni Letta. Una volta mi disse che la provvista era per il ministro Tremonti, attraverso Marco Milanese ». Almeno uno non si faceva pagare. Val la pena sapere chi è. Questa storia salta fuori durante un interrogatorio della Minutillo, quando il pm legge i nomi dei presenti. C’è anche quello di un finanziere, il maggiore Amos Bolis. Lei ha un sobbalzo, parla all’orecchio del suo avvocato Carlo Augenti, il quale chiama fuori il pm Stefano Ancilotto: «La mia cliente non intende parlare perché ha sentito questo nome riferito da Baita». Ancilotto rientra e davanti a tutti spiega: «Il finanziere di cui parlate era il fratello del maggiore Bolis ma è stato trasferito perché nonsi è fatto corrompere». Chi l’ha fatto trasferire? Un riferimento forse si può trovare nell’interrogatorio di Piergiorgio Baita il 28 maggio2013. Baita parla di Roberto Meneguzzo, ad di Palladio Finanziaria, che aveva consegnato a Mazzacurati un telefono con una tecnologia non intercettabile. «Meneguzzo dice a Mazzacurati: ho fatto spostare questo della Finanza», dice Baita. «Adesso ti arriverà la notifica, ti interrogherà qualcuno, devi dire ecc». I pm riusciranno a scoprire il nome interrogando Mirco Voltazza.

Renzo Mazzaro

 

Cuccioletta chiede di patteggiare

L’ex presidente del Magistrato alle acque vuole uscire dal processo: Procura cauta

VENEZIA – Tra gli indagati, in particolare quelli in carcere e agli arresti domiciliari, più di qualcuno vuole seguire le orme del sindaco di Venezia e dell’ex presidente del Magistrato alle acque: ammettere quello che non si può negare perché gli inquirenti hanno prove schiaccianti e uscire non solo dalla custodia cautelare ma anche dal processo con un patteggiamento. Dopo Giorgio Orsoni anche Patrizio Cuccioletta ha avanzato la richiesta alla Procura in seguito all’interrogatorio di lunedì davanti ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. I pubblici ministeri, pur essendosi battuti affinché prima il consigliere regionale Pd Giampietro Marchese poi i collaboratori di Giovanni Mazzacurati Luciano Neri e Federico Sutto restassero in carcere, è particolarmente soddisfatta di come si sono concluse le prime due udienze davanti al Tribunale del riesame (la prossime saranno lunedì 23 e venerdì 27 giugno). Nessuno degli avvocati che hanno presentato ricorso, almeno fino ad ora, ha messo in discussione l’esistenza dei gravi indizi nei confronti degli indagati, condizione necessaria perché sia emessa un’ordinanza di custodia cautelare. Tutti hanno puntato a mettere in discussione l’esistenza delle esigenze cautelari, cioè il pericolo di inquinamento delle prove e il rischio di reiterazione del reato. E i giudici del Tribunale presieduti dal giudice Angelo Risi, con le loro decisioni di mettere agli arresti domiciliari alcuni degli indagati che erano in carcere, non hanno messo in discussione le fondamenta dell’inchiesta, le indagini della Guardia di finanza, confermandone la bontà. Ha semplicemente ritoccato alcune misure cautelari. Intanto l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia ha chiesto di patteggiare la pena, ma la Procura si è riservata ogni decisione per calcolarne l’entità. Nel corso dell’interrogatorio reso ai pm, Cuccioletta avrebbe ha ammesso gran parte della proprie responsabilità ma– secondo fonti della Procura – non sarebbe stato preciso nell’indicare le somme che gli sarebbero state recapitate. Il patteggiamento che la Procura potrebbe accettare è legato alla quantificazione non tanto degli aspetti economici (da discutere eventualmente in sede erariale) ma soprattutto del danno legato alla realizzazione delle opere, con carte firmate in bianco, di fatto ponendo il controllore dello Stato (il Mav è ufficio del ministero delle Infrastrutture) al servizio del controllato, ovvero il Cvn di Mazzacurati. Dalla Procura si apprende che la situazione dell’inchiesta è «in una fase di stabilizzazione». Si attende cioè l’esito dei vari ricorsi al Riesame – anche Cuccioletta ha presentato istanza l’attenuazione del provvedimento restrittivo – per poi proseguire lungo gli altri filoni che l’inchiesta ha già fatto fa intravvedere.

Giorgio Cecchetti

 

Quando Galan pontificava «Massima trasparenza»

Nell’aprile 2003 l’allora governatore parlò alla Commissione nazionale antimafia

«Investimenti il cui importo fa rabbrividire per la responsabilità che comporta»

PADOVA Non un gran che, almeno come custode delle opere pubbliche. In attesa di sapere dalla magistratura se anche lui sia o no coinvolto nei fatti denunciati, c’è già un formale impegno che Giancarlo Galan non ha saputo mantenere: quello di vigilare sulle grandi opere pubbliche, per tenerle al riparo dal virus della corruzione. Che invece, a quanto pare, le ha contagiate alla grande. Una garanzia che il presidente della Regione, all’epoca già da otto anni governatore del Veneto, aveva dato con tutti i crismi a un autorevolissimo interlocutore: la commissione parlamentare antimafia. È il pomeriggio di lunedì 7 aprile 2003, giornata segnata da un singolare maltempo: in mattinata addirittura ha nevicato perfino in laguna. La bicamerale è arrivata a Venezia espressamente per un’audizione con il presidente della Regione sui temi connessi alle possibili infiltrazioni della criminalità; la presiede Roberto Centaro, magistrato di Cassazione, dello stesso partito di Galan (all’epoca Forza Italia). Quest’ultimo affronta di petto il nodo, riferendosi espressamente alle grandi opere pubbliche: spiega che sono stati impostati cantieri destinati a far arrivare in Veneto cifre ingenti, a fronte delle quali manifesta la propria preoccupazione non disgiunta dalla consapevolezza dell’impegno da assumere: «Sono investimenti il cui ammontare mi fa rabbrividire, per la responsabilità che ci assegna nello svolgimento di tutte le operazioni collegate con la massima efficienza e trasparenza». Due termini, questi ultimi, che il presidente ribadisce poco dopo, aggiungendone un terzo: «Ci vorrà il massimo della trasparenza, dell’efficienza e della sorveglianza», perché le somme in gioco sono tali da muovere pericolosi appetiti. Le cita in vecchie lire, Galan, quasi per rinforzare il concetto: 12mila miliardi per il Mose, 2.500 per la Pedemontana, 2.000 per il Passante di Mestre; e poi ancora la futura Romea commerciale e le opere ferroviarie a partire dall’alta velocità. Il governatore si affretta comunque a tranquillizzare i suoi interlocutori: «Il Veneto è un’isola felice», assicura (e in effetti, a quanto pare, quegli investimenti hanno poi fatto la felicità di molti). È quindi la volta delle domande di alcuni commissari; rispondendo, Galan torna tra l’altro sulla questione specifica, spiegando che in vista della realizzazione delle grandi opere la Regione ha già messo in atto alcuni strumenti, tra cui un’intesa con l’Anci (l’associazione dei Comuni) per definire un prezzario relativo proprio agli appalti; e questo nell’esplicito intento di «non trovarci di fronte ad offerte anomale o ad altri accordi che fanno sì che un appalto non sia libero». Anche su questo passaggio molte imprese avrebbero magari oggi qualcosa da dire, alla luce di quanto sta emergendo dalle inchieste. A seguito di un’esplicita domanda su questo, il presidente spiega che peraltro il fenomeno delle offerte anomale non è di casa in Veneto, e assicura che oltre l’80 per cento degli appalti fino a quel momento assegnati è stato vinto da imprese locali, quindi soggetti a ferrei controlli. C’è di più: proprio riferendosi al Mose, fa presente la scelta di affidare il 60 per cento degli appalti in amministrazione diretta dello Stato tramite il concessionario (quindi il Consorzio Venezia Nuova), e di assegnare il rimanente 40 tramite gare europee. Aggiunge peraltro che «si tratta di interventi così rilevanti, sotto l’attenzione di tutto il mondo, che il nome stesso delle aziende concorrenti dovrebbe offrire una garanzia». E qui almeno in parte ci prende: che sul Mose e connessi in queste settimane si sia concentrata l’attenzione planetaria, è cosa assolutamente indiscutibile. Galan assicura alla commissione che così si farà anche per i cantieri futuri, a partire da quelli del Passante di Mestre, che sarebbe poi entrato in funzione nel 2009: i bandi di gara per gli appalti, sottolinea, «saranno eseguiti da un soggetto terzo, per garanzia di competenza e imparzialità, appartenente alla pubblica amministrazione». E da ultimo, fornisce una precisa garanzia ribadendo ancora una volta i concetti iniziali: «È assoluto interesse della nostra Regione dare una dimostrazione non solo di efficienza ma anche di trasparenza ». Trasparenza, efficienza, sorveglianza: quanto siano state assicurate, lo dice con grande chiarezza l’inchiesta della magistratura. Dalle cui pagine ci si può anche fare un’idea di quanto siano state tradotte in pratica le parole conclusive del governatore, in quell’ormai lontano aprile 2003: «Facciamo tutto quanto è nelle nostre possibilità per gestire in modo migliore ciò che comunque ci è stato elargito». Figuriamoci se fosse stato il modo peggiore…

Francesco Jori

 

IL PROCURATORE NORDIO «Il giudice non ha missioni»

MILANO «Guai a noi se volessimo, come qualcuno, far coincidere la verità processuale con la verità storica, con la verità politica».E«guai al magistrato che si sente investito di una missione etica, palingenetica ». Lo ha detto Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia, concludendo il suo intervento a Milano per i 90 anni dall’ omicidio, per mano fascista, del parlamentare socialista Giacomo Matteotti. Nordio ironizzando sul fatto che l’appuntamento milanese sia caduto subito dopo lo scandalo Mose su cui sta indagando, ha presentato il volume “I processi Matteotti”, pubblicato dalla Fondazione Kuliscioff, di cui ha curato l’introduzione.

 

L’Espresso: «Socostramo, impresa virtual specializzata nel trading di partecipazioni»

La Socostramo di Erasmo Cinque,costruttore romano «che è stato consigliere del ministro Altero Matteoli», indagato nell’inchiesta sul presunto scandalo del Mose, sarebbe stata una sorta di «impresa virtuale» che avrebbe operato «attraverso un fitto trading di partecipazioni in importanti consorzi per realizzare opere pubbliche in Veneto, Lazio e Lombardia». Lo scrive “l’Espresso” nel numero in edicola oggi. Nell’area di Venezia l’imprenditore Cinque «ha ceduto alla Mantovani di Romeo Chiarotto e Piergiorgio Baita la sua quota nei consorzi La Quado, Fagos e Talea ricavando oltre 15 milioni da attività che risultavano bloccate per il blocco dei finanziamenti statali».Mala partita finanziaria più rilevante, si legge ancora nell’anticipazione, «riguarda l’Arcea Lazio, società mista fra la Regione e un gruppo di privati fra i quali Cinque. Arcea doveva realizzare l’autostrada Roma-Latinama- scrive “l’Espresso” – si è limitata a sperperare decine di milioni di euro in consulenze e progetti». Dopo la liquidazione della società e la perdita della concessione, «Cinque ha fatto causa e ha vinto un lodo arbitrale da 43 milioni di euro contro il quale l’amministrazione pubblica ha proposto appello».

 

Controlli antimafia nei cantieri lungo l’A4

Terza corsia, acquisiti documenti a Roncade. Castagna (Autovie): «Verifiche di routine per le maxi opere»

UDINE – Fiamme gialle negli uffici del cantiere della terza corsia dell’A4 a Roncade. I finanzieri del comando di Venezia hanno acquisito documenti relativi agli interventi del primo lotto (quello che da Mestre arriva a San Donà, per una lunghezza di circa 24 chilometri) della terza corsia, e segue il sopralluogo compiuto lo scorso 10 giugno. Il primo lotto dell’opera è stato aggiudicato all’associazione temporanea di impresa tra Impregilo, Mantovani, Consorzio veneto cooperativo, So.Co.Stra.Mo e Carron. Ha un valore di circa 420 milioni ed è stato completato al 75%, tanto che si ipotizza la sua inaugurazione entro la fine dell’anno, in anticipo sui tempi di consegna. Getta acqua sul fuoco l’ad di Autovie Venete, Maurizio Castagna. «I controlli che la Guardia di Finanza ha effettuato – spiega in una nota – negli uffici di cantiere di Roncade fanno parte delle verifiche di routine previste per le grandi opere, soprattutto se si tratta di opere commissariate come, appunto la terza corsia ». Castagna precisa anche come la verifica di martedì rappresenti un prosieguo di quella attuata il 10 giugno dal Gruppo Interforze. «La Guardia di Finanza – spiega ancora l’amministratore delegato – che fa parte del Gruppo Interforze costituito per contrastare l’illegalità ha acquisito documenti riguardanti esclusivamente il primo lotto». La documentazione fornita è relativa a contratti e autorizzazioni per i subappalti. «Ricordo – conclude Castagna – che a suo tempo, per la terza corsia, è stato sottoscritto un protocollo di legalità fra il Commissario e i prefetti competenti per territorio, proprio per consentire una sinergia quanto più stretta e collaborativa. L’accordo che ha l’obiettivo di prevenire i tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nel settore dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, prevede, per quanto di competenza del Commissario, l’inserimento negli atti di gara e nei contratti con le imprese, clausole e condizioni specifiche per rafforzare la sicurezza degli appalti e la trasparenza delle procedure. Si tratta di normative che riguardano le posizioni Inps e Inail, l’obbligo per l’impresa aggiudicataria di trasmettere l’elenco nominativo di tutto il personale operante nel cantiere; di denunciare alla magistratura ogni illecita richiesta di denaro formulata prima della gara o durante l’esecuzione dei lavori nonché i tentativi di estorsione, intimidazione o condizionamento di natura criminale».

 

Il Consorzio si pente «Tagli per gli oneri e riduzione dei costi»

Il presidente Fabris: «Oneri di concessione dal 12 al10%»

Ma anche lui finisce nel mirino. «Lavorava per Mazzacurati»

Lunedì l’ente che riunisce le imprese del Mose volterà pagina per non essere spazzato via «Collaborazione per le verifiche tecniche sul progetto»

VENEZIA Percentuale del Consorzio ridotta di almeno due punti, dal 12 al 10 per cento. Taglio di dirigenti e di personale. Riduzione dei costi e restituzione dell’Arsenale alla città. E la disponibilità a «collaborare per le verifiche tecniche sul progetto ». È il nuovo corso del Consorzio Venezia Nuova, travolto dall’indagine sulle tangenti e la corruzione. Un sistema che durava da molti anni e che ha consentito all’opera di andare avanti anche in presenza di pareri tecnici contrari. Adesso il nuovo presidente Mauro Fabris prova a girare pagina. E annuncia un «colpo di spugna » per lunedì, quando è stato convocato d’urgenza il Consiglio direttivo del Consorzio di cui fanno parte la Mantovani, Condotte, Fincosit e le cooperative. «Il commissariamento non è possibile, siamo un Consorzio privato», dice Fabris, «ho scritto a Renzi che mi ha rassicurato. Obiettivo comune è quello di portare a termine l’opera. Ma sul resto abbiamo dato la nostra disponibilità. Certo non vogliamo far finta che non sia successo nulla ». Una linea «riformatrice» che però non convince tutti. Il consigliere comunale di Venezia Beppe Caccia (ex Verdi, oggi lista «In Comune») annuncia esposti e interrogazioni. E definisce «indecente» la lettera di Fabris a Matteo Renzi. «Meglio farebbe a spiegare i suoi rapporti intercorsi negli ultimi vent’anni con la cricca che guidava il Consorzio», scrive Caccia, «renda pubblico il suo contratto di consulenza strategica di cui ha parlato l’ingegner Baita nei suoi interrogatori ». «Ho avuto una consulenza con la mia società Collina srl», spiega Fabris, «ma non la definirei strategica. Ho lavorato in Consorzio fino al 1990, poi ho fatto politica fino al 2008». Consulenza affidata mentre era sottosegretario? «No, me ne sono andato dal Parlamento nel 2008 e Mazzacurati mi aveva chiesto di dargli una mano nella politica». Un aspetto che adesso Caccia chiede di chiarire. Anche perché il nome di Fabris compare nell’ordinanza del gip Scaramuzza con cui sono state arrestate 35 persone, tra cui Galan e i presidenti del Magistrato alle Acque Piva e Cuccioletta. In una telefonata del 17 giugno 2013 Fabris parla con Mazzacurati su quale sarà il futuro presidente del Magistrato alle Acque. La fonte delle loro informazioni è Ercole Incalza, il potente dirigente del ministero dei Lavori pubblici. Mazzacurati preferiva l’ingegner Signorini – dirigente del Cipe, che eroga i fondi per il Mose – alla fine arriverà Ciriaco D’Alessio. Ma adesso, chiede il consigliere con la sua lettera inviata anche al governo, «bisogna sottoporre i cantieri del Mose a una verifica rigorosa e indipendente sulla sicurezza dell’opera. L’ex presidente Cuccioletta ha ammesso che grazie alla capillare corruzione da parte del Consorzio non c’è mai stato alcun serio controllo ». Si parla delle cerniere, ma anche dell’effetto risonanza, sollevato dalla società Principia, chiamata dall’ex sindaco Cacciari, firmataria di un rapporto durissimo sul Mose. «I miei tecnici mi dicono che tutto è a posto, ma noi siamo disposti a ogni verifica», dice Fabris, «anche per rispetto di chi ha lavorato». Intanto i lavori del Mose non si fermano: da stasera alle 22 la bocca di porto di Chioggia sarà chiusa per 37 ore per consentire la posa del grande cassone di soglia in calcestruzzo.

Alberto Vitucci

 

Pipitone (Idv): «Vicenda disgustosa, Renzi sciolga Venezia Nuova»

«Sulla gestione del Mose e dei lavori ad esso correlati le cronache quotidiane ci consegnano, se tutto fosse confermato da indagini e gradi di giudizio, immagini sconcertanti, brandelli di fango criminogeno a intrecciare politica, affari ed Enti pubblici. La prima risposta, superato il disgusto che ci coglie, di chi ha sempre interpretato la politica al servizio della collettività, con correttezza ed onestà come baluardi, è inevitabilmente una. Sciogliere il Consorzio Venezia Nuova». Così il capogruppo regionale di Italia dei Valori Antonino Pipitone, in una nota sulle vicende legate all’inchiesta della Procura di Venezia. «Lo chiediamo – prosegue il politico IdV, responsabile nazionale Enti Locali del partito – direttamente al presidente del Consiglio Renzi. Dia un segnale di discontinuità, senza temere contraccolpi. Anche se ci sono di mezzo commesse faraoniche, ministeri e boiardi di Stato, aziende ricche e potenti. Anzi, lo faccia proprio per questo. Apra le finestre, sgombri ombre e dubbi, restituisca fiducia in un meccanismo che, a leggere ogni riga del materiale probatorio, sembra architettato per aggirare le norme e usare illecitamente i soldi delle nostre tasse». «La Regione – conclude – anche se non ha competenze dirette, intervenga per quanto può, sollecitando il Governo ad agire».

 

Mose, via alla posa dei cassoni di soglia in bocca di Chioggia

VENEZIA. Inchieste e polemiche non fermano i lavori del Mose. Che proseguono secondo programma. Da stasera alle 22 la bocca di porto di Chioggia sarà chiusa al traffico navale (fino a domenica alle 23) per consentire la posa del primo grande cassone di soglia in calcestruzzo. Una struttura imponente, del peso di migliaia di tonnellate, che sarà posizionata sul fondo della bocca di porto, dove poi saranno agganciate le paratoie in metallo, il «Mose» vero e proprio. Per consentire i lavori, che impegneranno anche subacquei, la Capitaneria ha deciso la chiusura totale del traffico da stasera fino alle 11 di domenica. Da quel momento potranno transitare soltanto le imbarcazioni da diporto e da pesca di lunghezza massima fino a 19 metri. Si tratta della fase di posa dei grandi cassoni, già affondati in bocca di Lido, Dovranno essere perfettamente allineati tra loro (la tolleranza è di qualche millimetro) per far passare cavi e comandi elettrici, ossigeno e meccanismi di controllo. E per impedire movimenti non controllati del sistema. Nei prossimi mesi toccherà anche a Malamocco. Secondo il Consorzio il Mose dovrebbe essere ultimato nel 2017. (a.v.)

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui