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Consorzio, bilanci e misteri

Nove milioni di liquidi, cento di debiti. Nessuno sollevò problemi

Un supertecnico accusa «Buchi neri per 25 anni»

Armando Danella, dirigente dell’ufficio Legge Speciale al comune di Venezia ha chiesto ai magistrati di essere ascoltato per raccontare la sua verità sul Mose

VENEZIA – Nominato dal governo Prodi. Ma «ostacolato» in tutti i modi dalla Regione di Giancarlo Galan. Non erano bastate due sentenze, del Tar e del Consiglio di Stato, per farlo entrare nella commissione di Salvaguardia nel 2008. Un «luogo cruciale» per il Mose dove ogni singolo voto era evidentemente decisivo. E adesso Armando Danella, per vent’anni dirigente dell’Ufficio Legge Speciale del Comune, ha deciso di raccontare quello che sa. Ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati che conducono l’inchiesta sul Mose. Per mettere a fuoco dettagli che potrebbero rivelarsi decisivi. I momenti cruciali in cui organismi tecnici e politici davano il via libera al Mose, spazzando via dubbi e proposte alternative. I giudizi quasi sempre positivi del ministero, degli «esperti» e dei comitati tecnici. Danella ha partecipato a tutte le riunioni del Comitatone che si occupavano di Mose. E conserva carte e verbali delle sedute. Gli infermieri. Alla fine degli anni Novanta, quando il Mose sta per passare alla fase del progetto definitivo, il Comune guidato da Massimo Cacciari mette su un gruppo di lavoro che con dati e studi dimostra che l’acqua alta non è più una minaccia. Molte cose sono cambiate dal 4 novembre 1966, la città «è in sicurezza». Dunque prima di avviare le dighe è bene portare a termine gli interventi alternativi. Vengono definiti dall’allora sindaco Paolo Costa «infermieri» in confronto ai «primari» nominati dal governo Prodi per promuovere l’opera. La Via e il Tar. Nel 1998 il Mose viene bocciato dalla Valutazione di Impatto ambientale del ministero. L’Ascom fa ricorso al Tar che dà ragione al Consorzio e annulla il parere negativo. Il governo (D’Alema e poi Amato) rinuncia a ricorrere al Consiglio di Stato. Il 2006. L’anno di svolta per il Mose, racconta Danella, è il 2006. La prima pietra dell’opera era stata posta quattro anni prima, con il premier Berlusconi, il cardinale Scola, Galan, il ministro Lunardi e il sindaco Paolo Costa.Maè nel 2006che il Comune presenta soluzioni alternative. «Studi e rilievi fatti da ingegneri del calibro di Rugen e D’Alpaos.Ma trovammo una specie di muro, gli esperti del ministro Di Piero (tra cui il presidente del Consiglio superiore Angelo Balducci, gli ingegneri Burghignoli, Veca, Da Deppo, Ciaravola, Chiumarulo e Ferrante) bocciano le alternative e promuovono il Mose. Così il Comitato tecnico di Magistratura, presieduto da Patrizio Cuccioletta. La commissione di Salvaguardia. Il parere che promuove il Mose e impone di installare i cantieri per la costruzione dei cassoni a Santa Maria del Mare e la manutenzione all’Arsenale porta la firma di Giancarlo Galan. Per leggere un metro cubo di incartamenti e documenti, ricorda Danella, la commissione ha impiegato in tutto un paio d’ore. Principia. Nel 2009 la giunta Cacciari si affida alla società di ingegneria franco-canadese Principia per chiedere un parere sulla «tenuta» delle dighe. Ne esce un documento che mette in luce la criticità del sistema, che «rischia di collassare in condizioni di vento e mare agitato». Ma il presidente Cuccioletta definisce lo studio «soltanto teoria». E scrive di suo pugno una lettera al Comune di Venezia allegando il contro studio dei suoi esperti. Una storia con tanti buchi neri lunga 25 anni. Su cui adesso si comincia a far luce.

Alberto Vitucci

 

«Consorzio, è tutto a posto».

Poco dopo arresti e scandalo

A febbraio l’ultimo bilancio: Mazzacurati si era già dimesso, ma nessuno sollevò problemi

I conti: nove milioni di liquidità, cento di debiti e partecipazioni persino in centri medici

VENEZIA Che cosa ci fanno, nei conti del Consorzio Venezia Nuova, quasi nove milioni di liquidità bancaria e postale? Eche ci azzecca il Concessionario unico per la salvaguardia di Venezia con il Centro cardiovascolare di Mirano, di cui detiene una piccola quota? Soprattutto, possibile che al 31 dicembre 2011 i dipendenti di questa grande società fossero 181, di cui dodici dirigenti? L’ultimo bilancio. Il 20 febbraio 2013 il Consorzio Venezia Nuova approva lo stato patrimoniale e il conto economico del 2012, praticamente lo stato di avanzamento di una roba da cinque miliardi di euro, l’equivalente di diecimila miliardi di vecchie lire. Ci sono tutti: dal presidente Giovanni Mazzacurati al vice Alessandro Mazzi, da Piergiorgio Baita a Pio Savioli, da Stefano Tomarelli a Vincenzo Onorato; assistono anche i dirigenti Nicoletta Doni, Valentina Croff, Maria Teresa Brotto, Lucia Dalla Vecchia, l’avvocato Alfredo Biagini. Per approvare i conti basterà mezzora: nessun intervento, votazione all’unanimità. Sarà l’ultimo bilancio a guida Mazzacurati/ Baita, i Grandi Corruttori rei confessi. I conti 2013. Non andrà molto per le lunghe nemmeno l’approvazione dei conti 2013, il 27 febbraio scorso, sotto la guida del nuovo presidente Mauro Fabris: dalle undici a mezzogiorno e dieci. Del resto, sia la società di revisione che il neo eletto Organismo di vigilanza, dicono che (quasi) tutto è a posto. Quest’ultimo, dopo le dimissioni di Lorenzo Quinzi, NicolettaDonie Valentina Croff è formato completamente da esterni (Aldo Cappiello, Massino Anitori, Pierluigi Mancuso, Pietro Pennacchi). Che fanno mettere a verbale, a proposito della tempesta giudiziaria che aveva portato in carcere Mazzacurati e Baita: «Si può difficilmente ipotizzare che i soggetti interessati abbiano agito nell’interesse del Consorzio per procurare vantaggio allo stesso». Mazzacurati e Baita avevano già confessato, ma per gli organi del Consorzio – compresa la società di revisione – era tutto a posto. Lo studio. La nuova governance affida alla società di revisione Mazars spa un approfondito studio del modello organizzativo: gli esperti approfondiscono la verifica dei profili legali inerenti l’operato degli organi societari, l’efficacia dei contratti di fornitura, il sistema di «compliance », il rinnovo dell’organismodi vigilanza. Le forbici di Fabris. Il direttivo taglia 17,5 milioni di euro di consulenze, affitti, prestazioni di servizi ritenuti non più indispensabili, abbatte del 50% i compensi agli amministratori, decide di spostare la sede legale, revoca a tutti i dirigenti le deleghe affidandole al direttore Hermes Redi. Il personale. La nuova governance si trova a limare il personale, che tocca il record (183 dipendenti) alla fine del 2011. Adesso sono poco più di 150. A Mazzacurati spetterà una liquidazione da sette milioni di euro. I conti. Lo stato patrimoniale del Consorzio conteggia il valore della produzione dall’inizio dei lavori del Mose e quindi contabilizza 5,6 miliardi di euro. Il conto economico annuale, invece, registra un fatturato che sfiora i 500 milioni di euro e un pareggio perfetto di bilancio, al netto delle tasse. Rilevante l’esposizione bancaria, così come i depositi liquidi: sono quasi nove milioni di euro a fine2013. Area Pagnan. Nel 2012 il Consorzio acquista, per 13 milioni di euro, la cosiddetta Area Pagnan a Marghera «al fine di predisporre un’area, in attesa del completamento del piano Arsenale, per lo stoccaggio paratoie e per l’installazione di tutti gli elementi maschi o delle quattro barriere». Le partecipazioni. Il Consorzio Venezia Nuova controlla il 51,181% di Thetis spa, capitale sociale 11,2 milioni di euro, iscritta a bilancio a 5,8 milioni di euro. Il 100% di Mose srl, capitale 110 mila euro, iscritta a bilancio a 2,4 milioni di euro (nel 2012 la quota è svalutata di 636 mila euro). Il 2,6% della Esercizio Raccordi Ferroviari di Porto Marghera spa, sede in via della Pila 119 a Marghera. Poi una piccola quota in Vega (lo 0,2%) e lo 0,65% del Centro cardiovascolare Mirano srl (via Macello, 2) iscritta a bilancio a 25 mila euro. Le fatture Thetis. Dal penultimo bilancio disponibile (2012) il Consorzio Venezia Nuova registra 16,5 milioni di euro di fatture non pagate emesse dalla controllata Thetis, cifra su cui stanno indagato i magistrati. I debiti. La preoccupazione dei membri del Consorzio è sempre legata all’erogazione dei finanziamenti del Ministero delle Infrastrutture. Per questo, negli ultimi due anni è costretto a ricorrere al mercato bancario. Nel febbraio 2012 delibera l’aumento del mutuo da 100 a 104 milioni di euro, apre un contratto con Cassa Depositi e Prestiti di 106 milioni, accende un finanziamento di 75 milioni ponte con Banca Nazionale del Lavoro. Più recentemente attinge a un prestito Bei per 45 milioni di euro per far fronte alle esigenze di cassa 2013. E il 13 febbraio scorso ancora la Bei mette a disposizione altri 200 milioni di euro.

Daniele Ferrazza

 

MOSE, IL RIESAME

Milanese ecco i particolari della mazzetta

Scandalo Mose, Stefano Tomarelli di Condotte resta in carcere perché “per anni compartecipe di reati diretti alla corruzione di pubblici funzionari”. È scritto così nella sentenza del Tribunale del riesame. Ricostruite anche tutte le tappe della mazzetta di 500 mila euro all’onorevole Marco Milanese. Il procuratore Delpino: 50 segnalazioni anonime al giorno, tutte archiviate.

 

«Faceva parte della cupola» E Tomarelli resta in carcere

Al Riesame il manager di Condotte: «Uno dei quattro che contavano». Ricostruita la mazzetta a Milanese. Conferme sul «finanziere incorruttibile trasferito» raccontato dalla Minutillo

VENEZIA Non dai soli Giovanni Mazzacurati presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita per Mantovani, Alessandro Mazzi (Fincosit-Mazzi) era composta la “cupola” che creava e gestiva i fondi neri del Cvn per pagar tangenti e blindare i lavori del Mose, secondo «una deviata ottica imprenditoriale». Del vertice faceva parte anche l’imprenditore Stefano Tomarelli, di Condotte d’Acqua, che aveva il 19,93% del Cvn e che dovrà attendere in carcere lo sviluppo dell’inchiesta, perché «per anni «compartecipe di reati diretti alla corruzione di pubblici funzionari e al finanziamento illecito dei partiti, strumentali all’indisturbato esercizio di attività la cui congruità del prezzo è tutta da valutare ». Lo si legge nella sentenza del Tribunale del riesame, presidente Angelo Risi. La cupola. Mantovani, Fincosit, Condotte «(con Pio Savioli per Coveco anche di più) rappresentavano oltre l’80% del Cvn e quindi erano i “maggiori azionisti” del fondo extracontabile, soggetti con i quali il presidente Mazzacurati doveva rapportarsi per disporre di tali risorse». La «cupola». Quello di Tomarelli, «era uno dei 4 consensi fondamentali nell’ esecuzione dei progetti corruttivi ideati da Mazzacurati ». La tangente a Milanese. Risi cita come «sintomatica» la tangente di 500 mila euro all’on. Milanese, «necessaria a sbloccare i finanziamenti per il Mose»: «Mazzacurati nella riunione del 25 maggio2010 inserì all’ordine del giorno anche tale vicenda, essenziale per tutti i partecipanti al consorzio». Il giudice cita Baita: i fondi per il Mose erano andati benissimo al Cipe «fino a quando non era arrivato Tremonti. Poiché (poi) si era interrotto il flusso dei finanziamenti e il pellegrinaggio di Mazzacurati da Gianni Letta non aveva avuto esito(…) Mazzacurati aveva convocato i soci d’emergenza dicendo che se si volevano sbloccare i finanziamenti erano necessari almeno 500 mila euro per l’on. Milanese». Il 3 maggio Mazzacurati incontra l’allora ministro Tremonti. Il 13 maggio il Cipe stanzia 1424 milioni per opere idrauliche. Il 24 maggio Mazzacurati parlando con Mazzi dice che “la cosa è sistemata”. Il 25 maggio il Consiglio dei ministri delibera il dl 78, che stanzia 400 milioni per il Mose. Il 28 maggio «Mazzacurati assicura Meneguzzo che la tangente sarà pagata, visto l’esito positivo della vicenda» e il 14 giugno consegna a Milanese una scatola con il danaro, nella sede della Palladio a Milano. Milanese è anche accusato di aver messo in contatto Mazzacurati con l’ex generale della Gdf Spaziante, per pilotare verifiche e indagini. Finanziere incorruttibile. Trova conferma in Procura – «Fosse stato a libro paga non sarebbe stato trasferito» – il ricordo di Claudia Minutillo su un finanziere “incorrotto” trasferito d’ufficio, riportato in un’intervista al nostro giornale: si tratta del maggiore Bolis,che avviò le verifiche fiscali in Mantovani, che hanno dato inizio all’inchiesta terremoto del Mose. Le telefonate intercettate. Nel dicembre 2010 Mazzacurati & Co. sapevano di essere sotto inchiesta e intercettati. Una “pulce” negli uffici del Cvn, il 3 dicembre 2010, capta Mazzacurati dire «di essere a conoscenza dell’attività di intercettazione delle proprie utenze telefoniche da parte della Gdf», citando 2conversazioni, una con il ministro Matteoli e l’altra con il figlio Carlo, per una richiesta da rivolgere a Gianni Letta per ottenere un finanziamento ministeriale per un film. «Entrambe le circostanze sono veritiere», osserva il giudice Risi: il telefono del Mazzacurati era sotto controllo dal 22 aprile. E il 10 dicembre, all’avvocato Bruno Cannella, dice di sapere che «la verifica fiscale è collegata a un procedimento penale, indicando il cognome del pm titolare ».

Roberta De Rossi

 

«Ora basta con le lettere anonime»

Il procuratore Delpino: 50 segnalazioni dal giorno degli arresti, tutte archiviate

VENEZIA «Quanto ai libelli anonimi messi in circolazione, non devono godere di considerazione in alcun processo; infatti è prassi di pessimo esempio, indegna dei nostri tempi». Cita Traiano nel 112 Dopo Cristo – nella lettera a Plinio sui processi ai cristiani – il procuratore di Venezia Luigi Delpino, per dire «Basta» alla pioggia di lettere anonime che stanno inondando la sua scrivania, da sempre, ma dallo scoppio dell’inchiesta Tangenti Mose, in particolare: una cinquantina di missive senza firma dal giorno degli arresti, ad oggi. Un centinaio dall’inizio dell’anno. Tutte segnalazioni archiviate, quasi senza leggerle, nel senso che – a norma di regio decreto 773 del 1931 – solo quelle in cui si fa specifico riferimento a detenzione di armi o munizioni prevedono l’apertura di un’indagine. O- da tempi più recenti – segnalazioni legate alla pedopornografia e violenze ai bambini. «Siamo sommersi da lettere anonime», si sfoga il procuratore Delpino, «e per evitare perdite di tempo a tutti cito Traiano del 112 d.c. e il codice e ricordo che qui in Procura di Venezia gli anonimi non godono di alcun consenso, come 1900 anni fa: se lo facessimo sarebbe sintomo di un sistema pessimo ed inadeguato ». Alla Cittadella della Giustizia di piazzale Roma, il postino consegna una media di quattro, cinque esposti anonimi al giorno: il protocollo è intasato. In altri tempi – si ricorda – c’è anche chi ne ha mandati ben 48 in un anno: perché la firma non c’è, ma la stampante è facilmente riconoscibile come unica. Via, cestinati: anche se, in realtà, resteranno in archivio per 5 anni prima di essere distrutti. Come prevede la norma: ma non si faccia illusione l’estensore. «Il nostro è un “no” di principio», prosegue il procuratore Delpino, «persino – facendo gli scongiuri – mia madre venisse assassinata e mi scrivessero il nome del presunto omicida in un anonimo non lo prenderei in considerazione». «Le persone devono metterci la faccia, esporsi e non nascondersi e per fortuna c’è chi lo fa: le notizie di reato devono rispettare le regole», conclude Delpino mostrando la riproduzione dell’articolo 2 della Costituzione che ha appeso al muro dello studio: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Nel disporre la distruzione degli anonimi tra 5 anni, il procuratore ricorda anche una recente sentenza della Suprema Corte: «Il documento anonimo non solo non costituisce elemento di prova, ma neppure integra notitia criminis e pertanto del suo contenuto non può essere fatta alcuna utilizzazione in sede processuale, salvo quanto disposto dall’articolo 240 del codice», salvo dunque sia “corpo di reato”, sia proveniente dall’imputato o, appunto, riguardi segnalazioni su armi e munizioni.

Roberta De Rossi

 

Fate le scuse agli ambientalisti

Chi farà le scuse ufficiali agli ambientalistiche da sempre hanno ritenuto scandalosa la gestione di tutta l’operazione criminale Mose e che sono stati etichettati ai tempi delle proteste come “sovversivi” ? Chi ringrazierà gli ambientalisti che hanno invitato, supportato, accompagnato, affidato una nutrita documentazione ai giornalisti delle tv per diffondere all’opinione pubblica gli imbarazzi degli intervistati (ora agli arresti) sulle tematiche truffaldine della gestione Mose- politici-controllori? La giustizia è lenta ma finalmente è arrivata: mazzette, controllo riimparentati con i controllati ecc. Adesso tutti i coinvolti parlano e gli ambientalisti del Lido di Venezia aspettano che il cerchio si allarghi e si faccia luce anche su tutti gli altri scandali del Lido.

Paolo Fumagalli – Ambientalista del Lido di Venezia

 

Galan annuncia: «Lunedì parlo io»

E Cinque ribatte: la mia Socostrano è reale

ROMA. «Adesso parlo io». Giancarlo Galan ha scelto questo titolo per la sua conferenza stampa, convocata per lunedì mattina alla Camera dei deputati. L’ex ministro e governatore del Veneto illustrerà la sua memoria difensiva che depositerà alla Giunta per le autorizzazioni della Camera dei Deputati, che mercoledì 25 giugno lo ascolterà, com’è nel suo diritto, prima di esprimersi sulla richiesta di arresto presentata dalla Procura di Venezia. Galan ha presentato anche un altro memoriale alla Procura della repubblica di Venezia che al momento non ha ritenuto di ascoltarlo e lunedì alle 11,30 scoprirà le sue carte. In attesa dell’autodifesa del deputato di Forza Italia, c’è da registrare la replica di Erasmo Cinque a quanto pubblicato da L’Espresso. Il settimanale sostiene che Socostramo sarebbe un’impresa virtuale specializzata nel trading di partecipazione. Erasmo Cinque ribatte: «La Socostramo di cui detengo il40% e nella quale non ricopro nessuna carica sociale, ha contratti in appalto che sta eseguendo nel rispetto delle leggi, anche con notevole impiego di personale, mezzi e capitali». Poi spiega di essere uscito dall’ Ati dell’Expo 2015 di Milano.

 

Il Codacons: «Risarcimenti, online i moduli»

MESTRE. «Il costo iniziale dell’opera, ai tempi della lira, prevedeva l’esborso equivalente agli attuali 1,3 miliardi di euro. Oggi, dopo 31 anni di mazzette e rincari, il costo dell’opera continua a lievitare ed è arrivato a superare la soglia dei 6 miliardi di euro di soldi pubblici». Il conto lo fa velocemente il presidente nazionale dell’associazione dei consumatori Codacons, Carlo Rienzi. Il percorso promosso dall’associazione per la richiesta di risarcimento danni da parte dei veneziani va avanti e, a questo punto, si entra nella fase più importante, quella operativa. «Se le gravi accuse mosse dalla Procura dovessero trovare conferma, si configurerebbe un danno enorme per la città e per i suoi abitanti, sia sul fronte economico che su quello della gestione del bene pubblico», conferma Rienzi. In un comunicato, il Codacons invita la cittadinanza a prendere attivamente parte nella lotta «contro gli sprechi e il malaffare». Online sul sito www.codaconsveneto.it è il modulo scaricabile per costituirsi parte offesa nel procedimento penale in corso. Il Codacons annuncia che sarà presto attiva in numerose piazze venete «per promuovere l’iniziativa ed invita i cittadini a cooperare concretamente nell’intervento, impegnandosi in coordinate azioni di volontariato». Per adesioni e informazioni è aperta la sede regionale retta da Ignazio Conte in Via Mezzacapo, 32/B a Marghera, oppure si potrà inviare una mail all’indirizzo info@codaconsveneto.it.

 

Malamocco, prima nave nella conca

Portacontainer lunga 147 metri esce dalla laguna malgrado i lavori del Mose

MALAMOCCO – La conca di navigazione di Malamocco – che permette l’entrata e l’uscita delle navi mercantile dal porto commerciale malgrado la bocca di porto sia chiusa per i lavori del Mose – è entrata ufficialmente in funzione giovedì scorso. Alle 18, infatti, la nave portacontainer “King Jacob”, battente bandiera portoghese e lunga 147 metri, è uscita, via conca, dalla laguna di Venezia, con l’ausilio dei rimorchiatori. Sempre giovedì a Malamocco c’è stato il varo del primo (dei 9 previsti) cassone della barriera delle dighe mobili sulla bocca di porto. Si è trattato del cassone di spalla, calato in acqua tramite un syncrolift e agganciato al mezzo speciale che lo ha trainato e affondato nello scavo predisposto lungo il canale che da Malamocco arriva a Porto Marghera. L’operazione è eseguita in fase lunare di “quadratura”, ovvero di minima escursione di marea e di condizioni meteo ottimali. Le operazioni di posa dei cassoni continueranno e saranno un intralcio e pericolo – visti gli specifici sistemi di ancoraggio in più punti – per la navigazione. Ciò significa che sarà necessario interdire temporaneamente il traffico nell’intera area della bocca di porto, in relazione alla difficoltà di manovra del cassone in galleggiamento. La posa in opera di tutti i9 cassoni si svolgeranno in più riprese nel periodo compreso tra giugno e novembre, tenendo in debita considerazione le condizioni meteorologiche.

 

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