Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui

LA CASSAZIONE – Anche se si patteggia adesso c’è l’obbligo di restituire il maltolto

MESTRE – Ma i soldi li restituiranno? È l’unica domanda che si fanno tutti i cittadini a proposito del maxi scandalo del Mose. Un miliardo di euro in tangenti e consulenze, in lavori sovrafatturati e perizie. Tutti soldi pubblici che sono finiti nelle tasche di qualcuno che rischia di cavarsela con una pena di una manciata di mesi di galera e senza che il suo patrimonio sia minimamente intaccato. Ma c’è una recentissima sentenza della Cassazione che offre qualche speranza. La terza sezione penale della Cassazione infatti non ha alcun dubbio che – anche in caso di patteggiamento – l’imputato-condannato debba restituire il maltolto. Si chiama tecnicamente “confisca per equivalente” e vuol dire che si confiscano tanti beni quanto è il danno subito dallo Stato. Anche se c’è patteggiamento e cioè se c’è l’accordo tra accusa e difesa – come nel caso di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo – sulla pena. «In applicazione dei citati principi di diritto questa Corte ha inoltre precisato che le parti, nel cosiddetto patteggiamento, non possono vincolare il giudice con un accordo avente per oggetto anche le pene accessorie, le misure di sicurezza o la confisca… e, nel caso in cui l’accordo riguardi anche esse, il giudice non è obbligato a recepirlo o a non recepirlo per intero».
Vuol dire che il giudice è obbligato a fare comunque la confisca. La sentenza è stata depositata il 13 settembre 2013 ed era relativa ad una sentenza del Tribunale di Macerata che non aveva applicato la confisca dei beni per un mancato versamento Iva di 122 mila euro. La terza sezione della Cassazione non ha avuto dubbi ed ha “corretto” la decisione del Tribunale di Macerata obbligandolo ad incamerare beni per 122 mila euro. (m.d.)

 

Il Codacons rilancia la battaglia: subito richiesta di risarcimento dei danni per la vicenda corruzione

«Mose, finìa a festa». Il Codacons regionale, con un’iniziativa dal titolo inequivocabile, chiama a raccolta i cittadini invitandoli a sottoscrivere la richiesta danni procurati dallo scandalo Mose, costituendosi parte offesa nel procedimento penale in corso.
«Il costo iniziale dell’opera, ai tempi della lira, prevedeva l’esborso equivalente agli attuali 1,3 miliardi di euro – recita l’appello dell’associazione a tutela dei diritti del consumatore e dell’ambiente – Oggi, dopo 31 anni di mazzette e rincari, il costo dell’opera continua a lievitare ed è arrivato a superare la soglia dei 6 miliardi di euro di soldi pubblici». Secondo la Codacons, il rimborso spetterebbe anche in virtù della sottrazione di risorse dalla Legge speciale di Venezia. «Se nel 1994 venivano assegnati 397 milioni al Mose e 426 milioni alla Legge Speciale, nel 2011 si è giunti ad una forte sperequazione, che vede detti valori salire rispettivamente a quota 820 milioni contro 35 milioni» continua Codacons, che raccoglie le adesioni dal sito internet (www.codaconsveneto.it) e che nelle prossime settimane sarà nelle piazze per promuovere l’iniziativa. «Se le gravi accuse mosse dalla Procura dovessero trovare conferma – spiega il Presidente Carlo Rienzi – si configurerebbe un danno enorme per la città».

(m.fus.)

 

Riproponiamo l’intervento del procuratore aggiunto Carlo Nordio, pubblicato sul Gazzettino dell’11 ottobre 1993, in risposta all’allora vicepresidente del Senato Luciano Lama sul finanziamento illegale ai partiti. Nonostante siano passati vent’anni resta di stretta e drammatica attualità.

Niente sconti per chi ruba per il partito

di Carlo Nordio

Con tutto il rispetto per l’illustre personaggio e la sua alta carica, crediamo di dover energicamente dissentire. Vediamone il perché.
Prima di tutto, il cosiddetto giudizio morale è sempre un’intromissione arbitraria nelle coscienze altrui: la condotta individuale è il risultato e la sintesi di motivazioni confliggenti e segrete, sul cui valore etico nessuno ha il diritto di sindacare. In questo senso, il precetto evangelico del “non giudicare” riveste, anche per il non credente, una validità universale. Il ladro, come ci insegna Victor Hugo, può esser più galantuomo del proprio giudice.
In secondo luogo, non è detto che la morale di Lama sia quella degli altri cittadini. Il senatore pare far dipendere la gravità del furto dalla destinazione finale del bene sottratto: se il denaro viene sperperato tra bajadere siriache, la cose è grave; se viene consegnato al partito, lo è un po’ meno. A parte il fatto che bisognerebbe sentire prima l’opinione dei derubati, è pacifico che molti contribuenti nutrono una tale diffidenza verso queste organizzazioni da preferire, nella disgrazia, una gestione allegra del maltolto, piuttosto che una sua burocratica redistribuzione tra anonimi funzionari nelle grigie stanze di un apparato di partito.
In terzo luogo, come la morale, anche il partito per cui simpatizza Lama può essere diverso da quello cui vanno i favori degli altri cittadini. E poiché il denaro rubato alla collettività è sottratto, in parte, a ciascuno di noi, ne deriva che il singolo contribuente è costretto a finanziare, senza saperlo, e senza volerlo, non soltanto il partito che gli è indifferente, ma anche quello che gli è ostile. Al danno economico si aggiungerebbe, come ognuno può ben vedere, anche la beffa politica, alterando sostanzialmente gli stessi principi del sistema parlamentare. E questo è il punto principale.
Il fondamento della democrazia liberale poggia sulla consapevole partecipazione dei singoli alla formazione dell’indirizzo politico generale; questo significa che ogni cittadino deve poter essere lealmente informato sui programmi delle forze in campo, per dare il proprio sostegno a quelle che meglio rappresentano i propri ideali, o i propri interessi, o entrambi. Questo sostegno può essere espresso in tanti modi, e quello economico è tra i più rilevanti. Ora, se un partito si arricchisce indebitamente a danno degli ignari cittadini, il pregiudizio collettivo è ben maggiore di quello arrecato dallo sperpero in festini scellerati di amministratori rapaci e viziosi; perché esso costituisce un vero e proprio tradimento ai principi elementari di lealtà politica, in quanto costringe il cittadino a finanziare un partito che non è il suo. E non attraverso una legge liberamente elaborata e palesemente promulgata, ma con l’artifizio ed il raggiro di un subdolo trasferimento di risorse comuni. Finanziando, senza saperlo e senza volerlo, un partito ostile, il cittadino non viene soltanto derubato: viene oltraggiato nella sua dignità politica; viene truffato nella sua aspettativa ad una corretta e leale competizione; viene, in definitiva violentato nella sua libertà elettorale.
Ecco perché dissentiamo del tutto dalle opinioni del vicepresidente del Senato. E mentre ci asteniamo prudentemente da qualsiasi giudizio morale, auspichiamo con fervore che ai sottili distinguo sulle destinazioni del bottino e sulle motivazioni del latrocinio, si sostituisca il semplice e incondizionato monito del settimo comandamento: non rubare.

Carlo Nordio

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui