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Un “cip” come a poker. Mezzo milione per oliare Cipe e giudici

Mazzacurati racconta ai pm come Meneguzzo li ha convinti a pagare la mazzetta. Ma c’era anche chi si teneva il denaro

VENEZIA – Le tangenti come al poker. Apertura con 100-200 mila euro, poi il rilancio. Il “cip” cioè la puntata minima per giocare al tavolo del ministro Tremonti era 500 mila euro: lo dice Roberto Meneguzzo a Giovanni Mazzacurati, che sta cercando appoggi per sbloccare i finanziamenti per il Mose. È quanto si legge nei verbali dell’interrogatorio all’ex padre-padrone del Consorzio, il 29 luglio 2013. Il presidente Mazzacurati è interrogato dai pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, presente il difensore Gianbattista Muscari Tomaioli (un’avvertenza: domande e risposte sono sintetizzate). D. Vuole esporre i fatti?
R. Per ottenere finanziamenti ci siamo fatti aiutare dal dottor Meneguzzo della Palladio Finanziaria. Ci consigliò di parlare con Tremonti, il quale ci disse «state tranquilli». Ma non si riusciva a concretizzare. Allora successe qualcosa di nuovo: Meneguzzo ci disse che bisognava dare dei soldi, altrimenti non si andava da nessuna parte. E mi disse che il “cip di apertura” doveva essere 500 mila euro.
D. Per chi?
R. Trattandosi del ministero del Tesoro noi ci abbiamo dato affidamento. L’onorevole Milanese ci disse che sarebbe riuscito a combinare. Ma intanto avevamo una verifica fiscale.
D. Intende al Consorzio?
R. Sì, è venuto Milanese, è venuto un generale della GdF, Spaziante. Anche lui mi ha ditto di stare tranquillo che si poteva risolvere il problema. Gli abbiamo dato dai 400 ai 500 mila euro. Però ho avuto l’impressione che non ci fosse stato un vero intervento. Così ho interrotto il pagamento.
D. Le avevano fatto richieste precise?
R. Mi facevano sempre richieste, soprattutto se tardavo. Inizialmente cifre non molto grosse, sui 100-200 mila euro.
D. Più volte?
R. Quando abbiamo combinato con Milanese abbiamo dato 500 mila euro. Con il generale Spaziante non ricordo se 400 o500 mila.
D. Quanto ha dato all’ingegner Cuccioletta, ex presidente del Magistrato alle Acque?
R.Un150 o 200 mila euro.
D. E quando è andato in pensione?
R. Avevamo promesso un premio, pensavamo a un milione e 200 mila euro. Gli davamo 200 mila euro ogni semestre e al termine gli abbiamo detto: “guarda che ti combiniamo bene”.
D. Ma gli avete riconosciuto questa cifra?
R. L’ingegner Baita gli ha dato 500 mila euro e la cifra è rimasta così. Baita teneva anche i rapporti con Galan, che si si è fatto una bella casa sui Colli. Credo che sia stata finanziata da Baita. Io ho avuto rapporti con Cacciari che mentre era sindaco mi ha chieste di aiutare un’impresa: si chiamava Marinese, proveniva dalla Guaraldo. Poi mi ha chiesto di sponsorizzare con 300 mila euro una squadra di calcio. Abbiamo avuto piccoli esborsi per Bergamo.
D. L’aiuto all’impresa riferibile a Cacciari in cosa si è tradotto?
R. In un lavoro che gli abbiamo dato.
D. Ingegnere, deve dire quale lavoro.
R. Di 10 milioni di euro. A Orsoni abbiamo finanziato la campagna elettorale. Per lo stesso motivo a Marchese abbiamo versato dai 200 ai 300 mila euro. Poi c’era la corte dei Conti. Avevamo molti problemi con loro, fastidi, ritardi… Mi sembrava che se potevamo Stabilire un rapporto…
D.Conchi?
R. A metà degli anni ’90 l’ingegner Neri mi disse di avere un amico nella Corte dei Conti e mipropose di fare una combinazione con lui. La persona si chiama Giuseppone. Ultimamente ho trovato l’ingegner Neri, che non fa più parte del Consorzio, molto agitato perché ha versato una parte dei soldi che gli avevo dato per Giuseppone mail resto se li è tenuti lui.
D. Lui chi, l’ingegner Neri?
R. Sì, ha tuttora un conto in Inghilterra, rintracciabile, con unmilione di euro depositato.
D. Con che frequenza avete versato i soldi a Giuseppone?
R. Annuale. In certi anni abbiamo fatto metà a Natale e metà a Pasqua. Quando Neri eniva a dirmi «guarda che è tanto chenon diamoi soldi», io ne parlavo a Baita che me li faceva avere.
D.Quanto a consegna?
R. Faccia conto 150 mila o 200mila euro per rata.
D. Perché versavate cifre così consistenti?
R. Speravamo di velocizzare le decisioni.
D. Questo magistrato che riceveva i pagamenti che atteggiamento ha avuto nei vostri confronti?
R. Morbido. Ci faceva delle osservazioni facilidaaccettare.
D. Neavete mai discusso in anticipo?
R. No, il rapporto lo teneva l’ingegner Neri. La questione con la Corte dei Conti era delicata, bisognava…
D. Lei non l’ha mai conosciuto di persona?
R. Un’unica volta, dieci o quindici anni fa, in un albergo. Me l’ha presentato l’ingegner Neri.
D. Vi rapportavate sempre attraverso Neri?
R. Sì, ameandava bene. Neri teneva la contabilità su foglietti di appunti. So che ha interrotto le dazioni molto prima di quello che ha poi dichiarato. Ha smesso di dargli i soldi, praticamente.
(Qui ci tocca quasi rivalutare il leghista Enrico Cavaliere, presidente del Consiglio regionale dal 2000 al 2005, che si rifiutò di servire il buffet ai giudici della Corte d’Appello di Venezia, ospitati a palazzo Ferro Fini per la relazione sul bilancio annuale della Regione. «Vadano a controllare qualcun altro », ebbe a dire. Maleducato, ma col senno di poi era sulla notizia).

Renzo Mazzaro

 

Venuti e la moglie: noi custodi dei conti e dei soldi all’estero

Minutillo: quando mi arrestarono mi difese e non ho mai avuto un cappotto così

Riesame: annullati gli arresti di Fasiol e Giordano, domiciliari a Piva e Dal Borgo

Boscolo Contadin: «Davo 5-600 mila euro ogni anno per il nero e per il Marcianum»

VENEZIA – Anche se la Procura di Venezia dovrà ancora attendere il via libera dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera per arrestare e indagare su di lui, di Giancarlo Galan, seppure indirettamente, si è parlato più volte durante l’udienza del Tribunale del riesame di ieri. Il pm Stefano Ancilotto ha depositato il verbale di un’intercettazione ambientale con una conversazione tra il commercialista padovano Paolo Venuti e la moglie nell’auto del professionista. Venuti è il consulente dell’ex governatore del Veneto e con la moglie parla liberamente dei soldi di Galan, fa riferimento ad unmilione e 800 mila euro, «Per cui alla fine in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui» sostiene, confermando che l’esponente di Forza Italia soldi all’estero ne ha e su più conti correnti. E ancora, questa volta è la donna che al marito spiega che se Galan «Morisse domani, io potrei anche tenermeli, ma non riuscirei a fare questa roba perché so che sono suoi e di sua figlia e tutti dobbiamo rispettare questo, anche sua moglie (…) sono la prestanome». Confermando i sospetti degli investigatori della Guardia di finanza sul fatto che Venuti non è semplicemente il commercialista dell’uomo politico, ma anche il prestanome. E a Galan, dopo aver sentito come si è difeso a Roma, ha risposto Claudia Minutillo, la ex segretaria. «Ma quale cappotto di Chanel da 16 mila euro? », ha commentato, «io non l’ho mai posseduto una capo del genere». E, poi, ha spiegato che Galan non l’ha più voluta negli uffici di palazzo Balbi dopo essersi sposato, perché era stata la moglie a volerlo. Infine, ha ricordato che quando era stata arrestata erano state altre le parole di Galan: aveva sostenuto che era una lavoratrice, che era seria e impegnata, a differenza di quello che ha detto ieri. Anche il pubblico ministero Paola Tonini ha depositato nuovi atti, in particolare il verbale di cento pagine dell’interrogatorio del vicentino Roberto Meneguzzo, amministratore della «Palladio Finanziaria», il quale pur negando di aver mai consegnato o visto soldi, ha confermato di aver organizzato, in un albergo di Milano, un incontro tra Giovanni Mazzacurati, il braccio destro dell’allora ministro Tremonti Marco Milanese e il numero due della Guardia di finanza, il generale Emilio Spaziante. Meneguzzo ha riferito anche il discorso fatto dall’ufficiale delle «fiamme gialle», il quale aveva confermato l’esistenza di un’inchiesta penale, rivelando il nome del pubblico ministero Paola Tonini, che coordinava le indagini e definendola «uggiosa », e aggiungendo che c’erano in corso intercettazioni. La rappresentante della Procura, inoltre, durante l’udienza avrebbe anche ricordato ai giudici del Riesame, presieduti da Angelo Risi, che Meneguzzo (già a gli arresti domiciliari dopo un tentativo di suicidio nella cella del carcere) la mattina del 4 giugno è stato arrestato in una stanza di un albergo di Milano, lo stesso dove è stato trovato e arrestato anche il generale Spaziante. Infine, il pm Tonini ha depositato anche il verbale d’interrogatorio dell’imprenditore chioggiotto Flavio Boscolo Contadin, direttore tecnico della «Co.Ed. Mar. srl», il quale ha tenuto a precisare che la sua impresa non fa parte delle coop rosse perché lui la pensa in maniera opposta. Ha comunque confermato di aver consegnato nelle mani dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova da 500 a 600 mila euro ogni anno, dal 2000 in poi, per i fondi neri, aggiungendo di non sapere poi a chi Mazzacurati li abbia passati. Inoltre, ha ribadito di essere uno di coloro che ogni anno, su sollecitazione di Mazzacurati, finanziava lo Studium Marcianum dell’allora patriarca di Venezia Angelo Scola. In tarda serata il Tribunale ha deciso: ha annullato le ordinanze di custodia cautelare per il dirigente regionale Giuseppe Fasiol e per il consulente fiscale Francesco Giordano (per mancanza di esigenze cautelari), vanno agli arresti domiciliari l’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva e Luigi Dal Borgo, resta in carcere il commercialista Paolo Venuti. Per Roberto Meneguzzo atti alla Procura di Milano, dove sarebbe stata pagata la tangente di 500 mila euro a Marco Milanese.

Giorgio Cecchetti

 

Cvn ridurrà costi, compensi e personale

Spending review al Consorzio Venezia Nuova. La nuova dirigenza prova a voltar pagina. E ieri il presidenteMauro Fabris (nella foto con Zaia e Orsoni) ha convocato una riunione straordinaria del Consiglio di amministrazione. All’ordine del giorno la «cura dimagrante», a questo punto inevitabile. Per una struttura che a soli due anni dalla conclusione dei lavori del Mose ha ancor quasi duecento dipendenti tra Consorzio e Tethis. «Siamo a disposizione di quello che deciderà il governo», dice Fabris. Uno dei punti approvati ieri dal Cda è quello di avviare una riduzione dei famosi «oneri del concessionario». La percentuale prevista per legge su tutti i progetti e i lavori del Consorzio. Unasommadi denaro imponente – circa 650 milioni di euro sui 5 miliardi e mezzo di lavori – utilizzata secondo l’inchiesta anche a fini illeciti. Gli oneri potrebbero scendere adesso di 2-3 punti, cosìcome potrebbe essere ridotto il numerodei consiglieri di amministrazione. Questo mentre il Consiglio comunale di Venezia, riunito nella sua ultima seduta prima dello scioglimento, ha chiesto ieri con un documento una commissione di inchiesta parlamentare sul Consorzio,Maanche «nuovi controlli tecnici» sulla grande opera e l’abrogazione della concessione unica e della Legge Obiettivo. Il Consorzio adesso prova a rispondere. Resta vacante il posto di vicepresidente, ricoperto da Pio Savioli e adesso da Alessandro Mazzi, entrambi arrestati nell’ambito dell’inchiesta Mose. (a.v.)

 

Il manager: «Sono finito in un tritacarne»

Da ieri ai domiciliari dopo il tentato suicidio

«Sono finito in un tritacarne. Non posso accettare questa situazione». Parole che Roberto Meneguzzo (nella foto), amministratore di Palladio Finanziaria, ha confidato al suo legale, Giovanni Manfredini. Il manager berico, 58 anni, arrestato il4giugno nell’ambito dell’inchiesta relative alle tangenti del Mose, nella notte tra il 18 e il 19 giugno ha anche tentato il suicidio nella sua cella di isolamento nel carcere di La Spezia. Meneguzzo, che da ieri è agli arresti domiciliari nella sua casa nel centro di Vicenza, è molto dimagrito. In carcere infatti era arrivato a rifiutare il cibo. «Non è disperato», tiene però a precisare il suo avvocato, «anzi è lucido e determinato. Quello compiuto la scorsa settimana in carcere è stato un gesto di rifiuto; il rifiuto di un’ingiustizia che ritiene di continuare a vivere in questi giorni per qualcosa di cui non si sente minimamente responsabile». Roberto Meneguzzo, ai domiciliari dopo il tentato suicidio, nel frattempo sta anche attendendo l’esito del ricorso al Tribunale del Riesame dopo la discussione della sua posizione processuale avvenuta ieri a Venezia. «Il mio assistito», aggiunge l’avvocato Manfredini, «sente di essere finito in una situazione kafkiana: vittima di una profonda ingiustizia». Anche ieri, nell’udienza al Riesame, la tesi difensiva di Meneguzzo è stata quella di ribadire la sua totale estraneità di fronte alle accuse mosse dai pubblici ministeri lagunari nell’ordinanza che lo ha portato in carcere.

 

Sequestrato lo yacht alla primula rossa

[…] era intenzionato a viverci e a trasformarlo nel suo ufficio galleggiante

Il commercialista unico latitante dell’inchiesta Mose sarebbe l’architetto delle sovrafatturazioni

MESTRE – Venerdì scorso a La Spezia i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Venezia hanno sequestrato un grande yacht in costruzione. Si tratta dell’ “iRrock” che è in via di costruzione presso i cantieri navali Baglietto. Ovviamente il cantiere è assolutamente estraneo alla vicenda mai finanzieri veneziani sono arrivati in Liguria seguendo le tracce dei nuovi sviluppi dell’operazione Antenora, ovvero l’indagine sul Mose e il sistema corruttivo legato alla grande opera veneziana. La grande imbarcazione apparterrebbe ad una cosiddetta “primula rossa” dell’indagine, il commercialista […], contro cui è stato spiccato un mandato di cattura internazionale ed è ricercato dalle polizie di mezzo mondo. […] è il commercialista cui si era rivolta la società Coedmar dei fratelli Boscolo Contadin, ovvero Gianfranco, Dante e Albino di Chioggia per creare, secondo l’ipotesi accusatoria, un castello di società schermo attraverso cui far transitare fittiziamente le transazioni del materiale (sasso da annegamento) per la costruzione del Mose e generare di conseguenza fondi neri all’estero da utilizzare poi per le operazioni di Mazzacurati (Consorzio Venezia Nuova). Un sistema, secondo l’accusa, messo in atto da […] e poi utilizzato anche presso la società Mantovani. L’imbarcazione sequestrata ha un valore di 3 milioni di euro e non risulta intestato al commercialista resosi irreperibile. Lo Yacht batte bandiera maltese. Ma secondo gli accertamenti dei finanzieri, […], prima del 4 giugno, la giornata che ha visto scattare gli arresti per lo scandalo del Mose, sarebbe stato visto spessissimo nel cantiere a La Spezia per curare sin nei minimi dettagli la costruzione della lussuosa imbarcazione. Da quel giorno, […] che si trovava all’estero si è reso irreperibile. La barca, dotata di telefono satellitare,secondo le Fiamme gialle, doveva diventare la “casa galleggiante” del commercialista, che voleva abitarci e farne il suo ufficio galleggiante. Una casa-ufficio in mezzo al mare, in acque internazionali, lontano dal rischio di essere catturato. Una scelta che ha del romanzesco, a pensarci bene, e che lascia intendere forse che il commercialista temeva un imminente arresto e forse si preparava a fuggire. Un piano saltato con il via agli arresti il 4 giugno scorso. e di cui il commercialista dovrà rendere conto, quando ( e se) gli investigatori riusciranno a capire dove si trova ed interrogarlo. (m.ch.)

 

«Stop concessione unica più poteri al Comune»

L’ultimo atto politico del Consiglio comunale, chiesta al Parlamento l’istituzione di una commissione d’inchiesta permanente sul Consorzio

VENEZIA – No alla concessione unica, sì al passaggio dei poteri dal Magistrato alle Acque al Comune. E nuovi controlli sulla tenuta del Mose e sulla bontà del progetto adesso nel mirino della magistratura. L’ultimo atto politico del Consiglio comunale riguarda proprio la salvaguardia della città. Un tema su cui il Comune si è sempre espresso in modo piuttosto critico negli ultimi trent’anni. Fu il sindaco Cacciari a votare contro – unico nel Comitatone – alla prosecuzione dei lavori del Mose. E quando il progetto muoveva i primi passi ci fu un’altra crisi di giunta, con le dimissioni anticipate del Consiglio comunale. «Prima il disinquinamento, poi il cemento», la parola d’ordine inventata dal socialista Emilio Greco, insieme all’ex sindaco Mario Rigo e a Sergio Vazzoler. Una linea ostacolata negli anni seguenti dal partito del cemento e delle grandi opere, sostenuto dal ministero dei Lavori pubblici e dalla Regione. Ieri il Consiglio è tornato sulla questione salvaguardia. Con una mozione presentata dai capigruppo del Pd Claudio Borghello, di Rifondazione (Sebastiano Bonzio) della civica In Comune (Beppe Caccia), dell’Udc (Simone Venturini, del Psi (Luigi Giordani) e di Italia dei Valori (Giacomo Guzzo. Le opposizioni si sono sfilate. Forza Italia non ha votato perché non è stato accolto l’emendamento di Michele Zuin per affidare i controlli e le decisioni al governo. Ma alla fine, pur con qualche polemica da parte del Gruppo Misto, il testo è stato votato a maggioranza, con 26 voti su 28 votanti. Sette punti che adesso vengono consegnati al commissario e che hanno un grande valore politico. Perché il Comune chiede al Parlamento «la costituzione di una commissione di inchiesta permanente sulle attività del Consorzio Venezia Nuova e delle imprese ad esso collegate». Ca’ Farsetti vuol sapere insomma come siano stati impiegati i miliardi di euro destinati dallo Stato al pool di imprese costituito nel 1984 con la prima legge Speciale. Si chiede anche che venga ripreso al più presto l’iter per la nuova Legge Speciale, con il passaggio dei poteri dal Magistrato alle Acque al Comune. Ma anche lo scioglimento del Consorzio Venezia Nuova e il superamento del regime di concessione unica, con l’affidamento del controllo sui cantieri e sui progetti a un’Autorità indipendente. Infine, nuovi controlli sulla sicurezza e l’efficacia della grande opera, viste le ombre aperte dall’inchiesta anche sui procedimenti decisionali e sui pareri rilasciati negli ultimi decenni. E l’abrogazione delle norme della Legge Obiettivo che consentono di limitare le procedure di Impatto ambientale e di superare i pareri delle comunità locali interessate alle grandi opere. Una vittoria per tutta quella parte di città, fino a ieri minoritaria, che si era battuta negli anni contro la realizzazione della grande opera. E che non era stata mai ascoltata nelle sedi decisionali governative e regionali. Infine, l’ordine del giorno approvato ieri impegna il Comune a costituirsi parte civile nei procedimenti in corso per corruzione, concussione e riciclaggio (dunque non contro il sindaco), anche al fine di «recuperare le ingenti risorse sottratte alla salvaguardia e alla collettività».

Alberto Vitucci

 

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