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IL RIESAME – L’ex assessore Chisso e il suo braccio destro restano in carcere

«Gravi indizi di consapevolezza e precise esigenze cautelari»: negata la scarcerazione all’ex assessore regionale Renato Chisso e al suo fedele segretario Enzo Casarin, che restano in cella.

 

«Dimostrata la fondatezza dell’accusa»

Nordio: dal sindaco dichiarazioni incoerenti, c’è una sostanziale ammissione di responsabilità

«La pronucia odierna del Tribunale del Riesame dimostra l’assoluta fondatezza dell’intero impianto accusatorio peraltro già avallato dalle precedenti decisioni». Lo dichiara il procuratore aggiunto Carlo Nordio in un comunicato diramato in serata a nome della Procura di Venezia. «Anche il rigetto dell’istanza di patteggiamento del professor Orsoni si colloca in questa linea, consolidando sia la correttezza giuridica della formulazione del reato sia la gravità delle prove a carico dell’indagato – prosegue Nordio – La difforme decisione del gip sulla congruità della sanzione ubbidisce a criteri differenti di valutazione della stessa. Questa Procura ritiene che una sentenza certa e immediata con l’applicazione di una pena comunque significativa, sia preferibile ai costi e alle lungaggini di un processo con una tardiva pronuncia di condanna comunque sospesa, e a forte rischio di prescrizione».
Nordio smentisce quindi la versione resa da Orsoni dopo l’udienza: «In ogni caso l’adesione a una richiesta di patteggiamento espressamente formulata dall’interessato nel contesto di una sostanziale ammissione di responsabilità risponde al costante indirizzo di questo Ufficio che ha sempre considerato i parametri della quantificazione in termini pragmatici e ragionevoli. Essa inoltre manifesta la fondamentale circostanza che né per questo né per altri indagati esistono intenti persecutori o atteggiamenti di ingiustificata severità – conclude Nordio – Infine, le dichiarazioni odierne del professor Orsoni, benché incoerenti con le documentate istanze dallo stesso avanzate, essendo legittima espressione di una insindacabile linea difensiva e di una personale lettura del provvedimento del gip, non possono essere oggetto di commento».

 

IL GIUDICE «Condotte molto gravi sia per l’entità che per la provenienza dei soldi»

LA PROCURA – Procedimento al bivio: giudizio subito o fascicolo riunito all’inchiesta

I FURBETTI – Galan e Piva ammettono: aggirate le norme fiscali

Giancarlo Galan ha fatto il furbo sull’Ici: «È vero che abbiamo tardato la chiusura di fine lavori per motivi fiscali, se hai la ristrutturazione in corso non paghi l’Ici», dice lui stesso a proposito della ristrutturazione di Villa Rodella. Il presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, invece fece la furba sul collaudo del nuovo ospedale di Mestre che venne ritardato fino al raggiungimento della sua pensione, «per evitare di dover retrocedere la metà del compenso – racconta Piergiorgio Baita – C’era una norma infatti in base alla quale i dipendenti pubblici che effettuavano collaudi avrebbero dovuto retrocedere il 50% del compenso all’amministrazione di appartenenza».

 

Il Tribunale del Riesame: la detenzione non compromette i problemi cardiaci

Respinto anche il ricorso di Enzo Casarin, segretario dell’ex assessore regionale

“INNOCENTE” Stipendiato dal Cvn? Mai visto un soldo

L’UDIENZA – Motivazioni rinviate alla prossima settimana. Anche i pm contrari

LA DIFESA – La versione coincide con quella di Galan: denaro trattenuto da altri

SCANDALO – Mose

Chisso, no alla scarcerazione «Gravi indizi di colpevolezza»

Resta in carcere l’ex assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso. E con lui anche il suo segretario e fedele collaboratore, Enzo Casarin. Il Tribunale del riesame ha respinto ieri sera i ricorsi presentati dai rispettivi difensori, gli avvocati Antonio Forza e Carmela Parziale. Le motivazioni della decisione saranno depositate la prossima settimana ma è evidente che il collegio presieduto da Angelo Risi (giudici a latere Patrizia Montuori e Alberta Beccaro) ha ritenuto che sussistano gravi indizi di colpevolezza e che vi siano precise esigenze cautelari che giustificano la permanenza in carcere di entrambi. L’avvocato Forza aveva giocato anche la carta delle condizioni di salute di Chisso, sottoponendo ai giudici i problemi cardiaci di cui soffre l’ex assessore regionale, che qualche mese fa era stato costretto ad un ricovero in ospedale. Il Riesame ha però ritenuto che, allo stato, non vi siano elementi che depongano per una incompatibilità del regime carcerario con le condizioni di salute di Chisso.
La discussione del ricorso presentato per ottenere la remissione in libertà dell’ex assessore alla Mobilità era iniziata nel pomeriggio di giovedì, per poi essere sospesa e rinviata in quanto il Tribunale doveva provvedere alla decisione urgente di alcuni altre posizioni discusse in mattinata per le quali i termini erano in scadenza. Ieri mattina l’udienza è quindi ripresa alle 9: l’avvocato Forza per Chisso e l’avvocatessa Parziale per Casarin hanno proseguito nella discussione fino alle 13, in contraddittorio con i rappresentanti della pubblica accusa, i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, i quali hanno chiesto la conferma della misura cautelare in carcere sostenendo che le prove raccolte sono numerose e ben riscontrate.
I legali hanno invece sostenuto l’assoluta estraneità dei rispettivi assistiti in relazione alle pesanti accuse che vengono formulate nei loro confronti. A Chisso è contestato di essere stato “stipendiato” dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, con una somma variante tra 200 e 250mila euro all’anno, dalla fine degli anni Novanta a tutto il 2013. Ingenti somme di denaro in cambio delle quali l’assessore avrebbe aiutato il Cvn e accelerato l’iter di alcune pratiche. Casarin è accusato di aver ricevuto parte delle somme per conto dell’assessore.
Ad accusare Chisso sono principalmente Claudia Minutillo, un tempo segretaria dell’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan. Ma anche il presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e il responsabile della stessa società, Nicolò Buson.
L’ex assessore si difende con determinazione negando di aver mai visto un soldo e ipotizzando che il denaro sia stato trattenuto da qualcuna delle persone che ora dice di averlo consegnato a lui. Versione che coincide con quella dell’ex ministro Galan, il quale anche davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere ha ripetuto di essere estraneo ad ogni accusa.
La prossima settimana il Riesame dovrà affrontare la posizione dell’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, uno dei soci del Consorzio Venezia Nuova. L’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta, ora agli arresti domiciliari, ha rinunciato al suo ricorso.

Gianluca Amadori

 

IL TRIBUNALE – Due giorni di udienze per il Riesame: misure attenuate per altri tre

L’EX MANAGER – A Brentan imposto solo l’obbligo di firma

Tornano liberi altri 4 indagati

Ai domiciliari la veneziana Brotto. Sequestro confermato per Morbiolo del Coveco

VENEZIA – (gla) Quattro indagati rimessi in libertà; misure “addolcite” per altri tre; sequestro confermato per Franco Morbiolo del Coveco. A conclusione di una estenuante “due giorni” di lavoro, il Tribunale del riesame di Venezia ha definito ieri sera la penultima (e più importante) tranche relativa ai ricorsi presentati da amministratori, pubblici funzionari, imprenditori e professionisti finiti in carcere o agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”.
Il collegio presieduto da Angelo Risi ha rimesso in libertà l’architetto Dario Lugato, di Mestre, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato perché imposto dall’allora assessore alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. Il difensore del professionista, l’avvocato Alessandro Rampinelli, ha però dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. «Il Riesame ha restituito dignità e onorabilità al mio assistito, un professionista di altissimo livello che ha sempre operato in modo lecito», ha dichiarato il legale.
Il Riesame ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare anche nei confronti del dirigente regionale Giovanni Artico (ne scriviamo nella pagina a lato) ritenendo che non sussistano gravi indizi nei suoi confronti, così come in quelli di Lugato. L’altro architetto, il padovano Danilo Turato (avvocato Chiello), è stato invece rimesso in libertà per mancanza di esigenze cautelari, seppure vi siano nei suoi confronti gravi indizi: è il professionista che si sarebbe occupato dei restauri nella villa dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan.
Annullata infine la misura cautelare per l’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi (avvocati Bortolotto e Paolo Rizzo), ai domiciliari fino a ieri per corruzione e finanziamento illecito: i giudici ritengono che anche lui, al pari del chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, sia stato vittima di concussione da parte dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti di altri tre indagati, ritenendo però sufficiente una misura cautelare meno afflittiva: sono stati quindi concessi i domiciliari alla veneziana Maria Brotto (avvocati Frigo e Carponi Schittar), responsabile della progettazione del Mose per il Cvn (era in carcere), accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva; è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan (avvvocato Molin), ex amministratore della Società autostrade Venezia-Padova (era ai domiciliari), accusato di corruzione. Arresti domiciliari, infine, per il romano Vincenzo Manganaro, accusato di millantato credito per aver fatto credere a Baita (che gli versò somme consistenti) di poter influire su alti appartenenti della Guardia di Finanza per avere informazioni riservate o pilotare le indagini.

 

LE POSIZIONI DOPO IL RIESAME

Dopo Boscolo Bacheto e Boscolo Contadin si alleggerisce anche la posizione di Nicola Falconi, tornato in libertà: il Riesame dà credito alla loro versione

SVOLTA – I tre imprenditori sarebbero soprattutto vittime del sistema creato da Mazzacurati e Baita

IN CARCERE – Gravi indizi, con Renato Chisso resta dentro anche l’ex sindaco di Martellago Enzo Casarin

Da tangentari a concussi. Pagavano per lavorare

Il Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi sta lavorando di bisturi sull’impianto accusatorio della Procura di Venezia. E non le dà tutte buone a chi ha fatto l’inchiesta sul Mose. In particolare par di capire che il Riesame punta, per alcuni imputati di minor rilievo, sulla concussione invece che sulla corruzione. Significa che crede alla versione degli imprenditori costretti a pagare il Consorzio Venezia Nuova per poter lavorare. La Procura invece, soprattutto per la parte “chioggiotta” dell’inchiesta aveva messo in galera tutti accusandoli di corruzione e amen. Il cambio di passo significa che sono in arrivo guai grossi per il patron del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati che diventa “concussore” ovvero colui che costringe gli imprenditori a pagare le mazzette che poi venivano utilizzate dal patron del Consorzio per comprarsi qualche giudice della Corte dei Conti e del Consiglio di stato, qualche generale della Guardia di finanza e numerosi politici. E’ un cambio di prospettiva quello che offre il Riesame, lo spostamento del baricentro del processo. E i “concussi”, intanto, e cioè coloro che erano obbligati a pagare, sono diventati un nutrito gruppetto. Si è iniziato con il chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto – difeso dall’avv. Antonio Franchini – e si è arrivati ieri all’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi, del Lido di Venezia, accusato di corruzione e finanziamento illecito. Falconi è tornato in libertà. E poi c’è l’altro chioggiotto, Boscolo Contadin – avv. Giuseppe Sarti – Anche per lui si è arrivati alla concussione. E siamo a tre. Tre imputati che hanno convinto il Tribunale del riesame di essere vittime del sistema Mazzacurati-Baita. Torna in libertà anche l’architetto mestrino Dario Lugato, ai domiciliari con l’accusa di corruzione in relazione alla progettazione della cosiddetta “Via del Mare”, un project financing presentato dalla Mantovani di Piergiorgio Baita (e mai realizzata). La Procura ritiene che Lugato sia stato incaricato della progettazione perché imposto dall’allora assessore regionale alla Mobilità, Renato Chisso, e questo incarico viene indicato dai pm come atto di corruzione di Baita nei confronti di Chisso. L’avv. Alessandro Rampinelli, ha dimostrato che Lugato fu scelto perché massimo conoscitore del territorio di Cavallino e Jesolo, dove era previsto transitasse la nuova strada. E quindi il Riesame ha annullato il provvedimento di arresto.
Il Tribunale ha invece confermato la sussistenza di gravi indizi nei confronti della veneziana Maria Brotto, originaria di Bassano del Grappa e responsabile della progettazione del Mose per il Consorzio che però esce di galera e va ai domiciliari. La Brotto è accusata di corruzione di due presidenti del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. Sarebbe stata lei a fornire il numero di conto estero sul quale Baita ha versato 500 mila euro per Cuccioletta colme buona uscita una volta andato in pensione – e Cuccioletta ha ammesso di aver ricevuto i soldi. Infine è stato imposto l’obbligo di firma a Lino Brentan, originario di Campolongo Maggiore ed ex amministratore della Società autostrade Padova-Venezia, che era agli arresti domiciliari. Brentan è accusato di aver raccolto mazzette per la campagna elettorale del Pd e di averle consegnate nelle mani di Giampietro Marchese.
Infine il Tribunale del riesame ha confermato il carcere per Enzo Casarin, ex sindaco di Martellago e segretario di Renato Chisso.

Maurizio Dianese

 

IL TESTIMONE Boato ricorda la commissione di salvaguardia sul Mose nel 2004

«Quella volta che Galan ci impose di votare»

«In 15 anni fu l’unica volta che si presentò a una seduta»

AI DOMICILIARI – Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose, è accusata di corruzione

Sono passati oltre 10 anni, ma il ricordo di come maturò il via libera al Mose in commissione di Salvaguardia è ancora ben vivido nella mente di Stefano Boato, rappresentante del Ministero dell’Ambiente in tale consesso. Fu la prima e unica volta in cui fece la sua comparsa in commissione l’ex governatore Giancarlo Galan.
«Era gennaio e c’erano state tre sedute di sottocommissione in sei giorni – ricorda Boato -. Avevamo velocemente esaminato i primi 9 volumi del progetto evidenziandone le criticità, ma mancavano da leggere altri 63 volumi entro il 9 marzo. Il 20 gennaio per la prima e ultima volta in 15 anni il presidente Gianfranco Galan si presentò a condurre personalmente la commissione e chiese di mettere ai voti il progetto. Cinque commissari obiettarono che si doveva dare tempo per elaborare un parere. Galan rispose che la Commissione non doveva dare pareri di merito, ma solo valutare i pareri positivi già espressi (dai Ministeri dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali)». Così contraddicendo una lunghissima storia e il dettato della legge speciale.
Boato, pur non avendo letto i testi ma avendo approfondito il tema per sette anni, riassunse così le proprie critiche al progetto: «Con l’approfondimento e allargamento dei canali di bocca si accentua lo squilibrio della laguna (facendo il contrario di quanto prescritto dalla Legge speciale), per criticità geologiche e geotecniche e per il rischio di rottura delle paratoie il progetto non è affidabile, la collocazione delle paratoie sott’acqua condanna per un secolo le future generazioni a lavori e spese enormi per la manutenzione, l’innalzamento del livello del mare costringerà a chiusure sempre più frequenti decretando la morte biologica della laguna, l’invivibilità della città e la morte del porto. Ripropongo la necessità di comparare le alternative progettuali più affidabili e molto meno costose (già conosciute e presentate all’università)».
Boato depositò quattro documenti, ma l’ingegnere Maria Giovanna Piva, presidente del Magistrato alle Acque, disse che le risposte non erano ulteriormente discutibili.
Quando il presidente Galan impose il voto, i commissari dissenzienti abbandonano la seduta. «Un membro rimasto in aula presentò un documento di approvazione predisposto dall’esaminato: il Consorzio Venezia Nuova – ricorda Boato -. Si approvava il progetto e si prevedeva che le successive elaborazioni fossero esaminate solo dalla Soprintendenza (esautorando la Commissione di Salvaguardia), con il passaggio del monitoraggio ambientale dal Ministero dell’Ambiente al Magistrato alle Acque». Di qui la conclusione: «Il governo dovrebbe sospendere i cantieri e procedere ad una valutazione scientifica imparziale per verificare la validità delle opere in corso e di correggere per quanto ancora possibile un progetto sbagliato e obsoleto».

Raffaella Vittadello

 

SCANDALO MOSE No del giudice al patteggiamento: «Pena incongrua». Il sindaco: «Così dimostrerò la mia innocenza»

IL SINDACO – Giorgio Orsoni resta dentro l’inchiesta sul Mose e chiede di essere processato. Niente nuovo patteggiamento, dunque, in seguito alla decisione del Giudice per le udienze preliminari che ieri ha respinto la richiesta dell’ex sindaco di uscire dall’inchiesta patteggiando 4 mesi e 15 mila euro di multa. Una richiesta che il giudice ha considerato “non congrua” vista la gravità del reato. Intanto in Comune si attende ancora la nomina del Commissario.

LE VITTIME – Mentre Orsoni cambia strategia, anche il baricentro dell’inchiesta si sposta. Il Tribunale del riesame infatti per la terza volta attenua le misure cautelari per 3 imprenditori che, secondo il Riesame, sono stati costretti a pagare, se volevano lavorare e dunque sono vittime del sistema Mazzacurati-Baita.

SVOLTA – Il sindaco si dice convinto di poter puntare ora all’assoluzione

Chisso e Casarin in carcere, Falconi e Brentan fuori

Orsoni andrà a processo

LE DECISIONI DEL RIESAME

LA FRASE «Finalmente mi posso difendere»

IL GIUDICE «Patteggiamento non congruo rispetto alla gravità dei fatti contestati»

IL RISCHIO – In aula saranno usate contro di lui le dichiarazioni messe a verbale

NUOVA STRATEGIA – Dopo il no al patteggiamento da parte del Gup il sindaco dimissionario ha deciso di non riformulare la richiesta

Una volta ufficializzata la notizia del no al patteggiamento da parte del giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza il sindaco dimissionario Giorgio Orsoni ha diffuso, attraverso il suo portavoce, questo comunicato, che riportiamo integralmente. «L’esito dell’udienza odierna era prevedibile in relazione all’entità delle accuse svolte, al clamore che ne era seguito anche in relazione allo sproporzionato uso della misura cautelare.
La scelta di accettare il patteggiamento proposto dalla Procura era stata dettata dalla necessità di tutelare l’Amministrazione, ben consapevole della assoluta infondatezza dei fatti addebitati e della insussistenza della fattispecie di reato ipotizzato.
Venuta meno tale esigenza, ho auspicato la soluzione odierna che mi consente finalmente di difendermi appieno nell’ambito del processo. Prerogative fino ad oggi sempre negatemi».

Ora Orsoni punta sul processo

Domenica 29 Giugno 2014,
Adesso manca solo che dica che vuole tornare a fare il sindaco di Venezia. Perchè ieri, quando il Gup Massimo Vicinanza ha rifiutato il patteggiamento a Giorgio Orsoni, si è assistito all’ennesimo colpo di scena. Così come aveva colto tutti di sorpresa la decisione dell’ex sindaco di chiedere di patteggiare la pena per finanziamento illecito dei partiti, ieri tutti sono rimasti basiti dalla decisione di non riformulare la richiesta di patteggiamento, ma di andare a processo.

TANTE DOMANDE

Ma allora perchè Orsoni il 9 giugno in tutta fretta si era fatto interrogare? E perchè aveva chiesto, alla fine dell’interrogatorio, il patteggiamento a 4 mesi, che ora gli è stato rifiutato in quanto «non congruo rispetto alla gravità dei fatti», cioè troppo basso? E perchè di fronte al rifiuto non ha chiesto un ulteriore patteggiamento con una pena un po’ più alta ed ha detto: «Adesso posso finalmente difendermi»»?
Se il suo obiettivo era uscire al più presto dal tritacarne dell’inchiesta sul Mose, perchè adesso ha deciso invece di sottoporsi al processo visto che in aula di Tribunale verranno usate contro di lui anche le sue stesse dichiarazioni, quelle rese nel verbale di interrogatorio che aveva portato all’accordo sul patteggiamento? Mistero. Del resto è dall’inizio di questa faccenda che le mosse – sia politiche che processuali – dell’ex sindaco sono poco comprensibili e sembrano più dettate dai nervi che dal cervello. Come quando si presentò in Municipio rispondendo con un no secco a chi gli chiedeva se si sarebbe dimesso da sindaco, salvo firmare le dimissioni il giorno dopo.

ARRESTO A SORPRESA

E’ vero peraltro che Giorgio Orsoni non si aspettava l’arresto. E basta dare un’occhiata all’Ordinanza del Gip Alberto Scaramuzza – che porta in galera 40 persone – per capire che le manette con il nome di Orsoni scritto sopra non erano previste. Infatti l’Ordinanza riporta tutti i nomi degli indagati e arrestati in rigoroso ordine alfabetico, ma quello di Orsoni dovrebbe essere il numero 32, tra Neri e Piva e invece appare al numero 41, dopo Venuti. Quindi è vero che il suo nome è stato inserito all’ultimo momento fra gli ammanettati.
Da questo shock discendono probabilmente le mosse di Orsoni che due giorni dopo, il 7 giugno in aula bunker a Mestre, di fronte al Gip Scaramuzza, rilascia una dichiarazione spontanea che più o meno suona così: «I soldi che Mazzacurati dice di avermi dato io non li ho presi, ma non posso escludere che qualcuno li abbia presi per pagare la mia campagna elettorale». Insomma le due versioni, quella di Mazzacurati che dice di avergli portato a casa tra i 100 e i 250 mila euro e quella di Orsoni che dice che i soldi sono finiti a qualcuno del Pd, sono compatibili.

QUELLE BUSTE

Tutti si aspettano – anche perchè il sindaco è assistito da un avvocato di vaglia come Daniele Grasso – che il sindaco si fermi qui, alla dichiarazione spontanea. Invece, a sorpresa, il 9 giugno si presenta davanti ai p.m. Stefano Ancillotto e Stefano Buccini e si fa interrogare. Che cosa dice in sostanza Orsoni: «Non posso escludere che Mazzacurati abbia portato buste anche a casa mia. Non posso escludere che anche Sutto mi abbia portato qualcosa in studio, ma io non ho aperto le buste, non mi ricordo, non so, comunque soldi non ne ho visti. Li deve aver presi qualcun altro, qualcuno del Pd». Ma contestualmente Orsoni si assume la responsabilità «per il contesto generale, nel senso che la mia campagna elettorale, ho scoperto dalle carte che mi sono state notificate, è stata finanziata in modi non corretti». Quanto basta perchè i p.m. accettino al richiesta di patteggiamento a 4 mesi. Che ieri è stato rifiutato. E adesso si ricomincia tutto da capo, di nuovo.

 

TANGENTI MOSE – Il sindaco di Venezia verso il processo: «Così finalmente mi potrò difendere»

Orsoni, il giudice: pochi 4 mesi

Il gip nega il patteggiamento concordato con la Procura: «Pena incongrua per la gravità dei comportamenti»

L’UDIENZA – Niente da fare per il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni: il gip respinge il patteggiamento a 4 mesi e 15mila euro di multa. La pena concordata con i pm viene ritenuta troppo bassa.

LE REAZIONI – Meglio così per Orsoni: «Mi difenderò al processo». Per la Procura viene comunque «dimostrata la fondatezza dell’accusa».

Il gip boccia la pena di soli 4 mesi concordata con i pm: «Incongrua»

Orsoni, patteggiamento negato

IL PROCESSO – Al dibattimento sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità

L’UDIENZA – Questo esito era prevedibile alla luce delle accuse e del clamore

Il sindaco: avevo auspicato questa soluzione, mi auguro una decisione rapida

L’INTERVISTA «Il patteggiamento? Ho accettato per tutelare l’amministrazione»

Patteggiamento negato per Giorgio Orsoni, il sindaco dimissionario di Venezia, accusato di finanziamento illecito ai partiti in relazione ad oltre 600mila euro che sarebbero stati versati dal Consorzio Venezia Nuova in occasione della campagna elettorale del 2010. A sorpresa (ma non troppo) il giudice per le indagini preliminari Massimo Vicinanza lo ha deciso ieri, poco prima delle 11, a conclusione di una breve udienza alla quale l’indagato non ha preso parte, facendosi rappresentare dai suoi difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Mariagrazia Romeo. Secondo il gip, la pena concordata tra accusa e difesa – 4 mesi di reclusione e 15mila euro di multa – non è congrua alla luce della gravità dei fatti contestati.
«Anche a tener conto dell’atteggiamento processuale dell’indagato e del venir meno della carica che egli ricopriva al momento in cui è stata adottata la misura cautelare – scrive il giudice Vicinanza – non può non notarsi che le condotte da lui tenute sono molto gravi, sia per l’entità del contributo illecito ricevuto, sia per la provenienza soggettiva e oggettiva del denaro, sia per l’inevitabile rischio per la corretta gestione della cosa pubblica che ha comportato l’aver ricevuto ingenti somme da parte del soggetto economico costituito allo scopo di eseguire l’opera pubblica di maggior costo e rilievo che ha interessato la città della quale l’indagato è poi divenuto sindaco».
In apertura di udienza la difesa aveva presentato un’istanza preliminare, chiedendo di assolvere Orsoni ai sensi dell’articolo 129 del codice penale, ovvero per manifesta infondatezza dell’accusa. Ma il gip non l’ha accolta. Anzi, nell’ordinanza lunga poco più di una pagina, letta in aula anche alla presenza dei pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, ha sottolineato «la corretta qualificazione giuridica della fattispecie – sia con riferimento al contributo al partito politico e alle sue articolazioni (coalizione e comitato), sia con riferimento al candidato», nonché «la fondatezza dell’ipotesi accusatoria, così come ripresa e sviluppata nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare del 13 maggio 2014, le cui argomentazioni non sono state totalmente contrastate dall’indagato Orsoni quando è stato chiamato a rendere la sua versione dei fatti».
In sostanza il giudice scrive che vi sono elementi gravi nei confronti del sindaco in relazione alla «reiterata violazione della disciplina in materia di finanziamento pubblico dei partiti dettata dall’articolo 7 della legge 195/74, anche in relazione all’articolo 4 della legge 659 del 1981». E aggiunge che, nonostante l’accordo tra accusa e difesa, il patteggiamento non può essere accolto in quanto è «del tutto incongruo, alla luce dei parametri dell’articolo 133 del codice penale, concordare pena che si assesti sul minimo edittale e che per effetto della scelta del rito sia, per quella detentiva, inferiore a detto limite e, per quella pecuniaria, oltre cento volte inferiore a quella massima erogabile se si tiene conto del finanziamento illecito ricevuto».
I difensori di Orsoni hanno annunciato che a questo punto il sindaco affronterà il processo. La Procura, in una memoria depositata al gip, aveva motivato i soli 4 mesi (a fronte di un reato che va da 6 mesi a 4 anni di reclusione e una multa fino a 3 volte l’ammontare del contributo illecito) spiegando che è meglio una pena certa, anche se mite, con riconoscimento della responsabilità penale, ad una quasi certa prescrizione. Senza dimenticare che Orsoni, essendo incensurato, difficilmente potrebbe subire una condanna superiore a due anni, e dunque che la pena non verrebbe comunque scontata. Il sindaco finì ai domiciliari nell’ipotesi che non gli potesse essere concessa la sospensione condizionale. Gli atti saranno ora restituiti alla Procura che potrebbe stralciare la posizione di Orsoni per procedere subito contro di lui chiedendo il processo. Ma, più probabilmente, i magistrati decideranno di tenerla unita al resto del fascicolo, formulando una richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati a conclusione degli accertamenti.

Gianluca Amadori

 

«Così ora posso difendermi»

L’aria della “gita fuori porta”, evidentemente, gli ha fatto bene. La voce è tosta. Addirittura battagliera. E ha scelto di prendersi un paio di giorni di vacanza nel suo “buen retiro”: «Sono fuori città. Non dico altro». Giorgio Orsoni, già sindaco di Venezia, in attesa del commissario prefettizio che la città attende ormai da una settimana abbondante e nulla ancora sa, si trincera dietro la privacy, ma trova comunque il tempo di commentare quanto deciso dal giudice per le indagini preliminari, Massimo Vicinanza, che ha negato il patteggiamento all’ex primo cittadino sulla vicenda dei finanziamenti illeciti legati all’inchiesta sul Mose.
Sindaco Orsoni, il giudice ha avuto la mano pesante.
«L’esito dell’udienza di questa mattina (ieri, ndr) era prevedibile mettendolo in relazione con l’entità delle accuse svolte, ma soprattutto se teniamo conto del clamore che è seguito su tutta l’intera vicenda».
Ci sarà stato clamore, ma l’inchiesta c’è.
«Mettiamoci di mezzo anche un uso sproporzionato delle misura cautelare. Non c’è dubbio che la proposta di patteggiamento fatta dalla Procura oggi viene vista in un altro modo: quello di rimediare alla situazione».
E quindi?
«Ho accettato il patteggiamento proposto dai magistrati titolari dell’inchiesta (ma ci sono prove documentali che è stato lo stesso Orsoni a chiederlo, ndr) nella consapevolezza di dover tutelare l’Amministrazione comunale, sapendo perfettamente dell’assoluta infondatezza dei fatti a me addebitati e della insussistenza delle fattispecie di reato ipotizzato nei miei confronti (finanziamento illecito, ndr).
Adesso che non c’è più un’amministrazione Orsoni a Ca’ Farsetti, tutto potrà risultare più semplice?
«Ora quelle necessità di tutelare l’ente non ci sono più. E quindi sono in grado di scegliere meglio anche le mie strategie di difesa. Ora potrò farlo serenamente e tranquillamente. Potrò difendermi su tutta la linea. Tutto ciò mi consentirà di farlo liberamente».
Una scelta sofferta e problematica
«Potrò giungere con serenità al dibattimento e quindi sarò in grado di chiarire ancor meglio la mia estraneità. E giungere così all’assoluzione piena. Sono convinto che questo emergerà con forza in tutto il dibattimento. Va da sè che, se il magistrato avesse accettato il patteggiamento, io non avrei avuto dubbi in proposito e sarei immediatamente andato in Cassazione».
Insomma, lei si sente sollevato da questa decisione.
«Ho auspicato la soluzione scelta oggi (ieri, ndr), che mi consentirà di difendermi nell’àmbito del processo. Prerogativa che fino ad oggi mi è stata sempre negata. E quindi mi auguro una decisione nei miei confronti, la più rapida possibile».

 

 

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