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Scaduta l’immunità per l’ex europarlamentare

Ore 9, alla porta bussa la Finanza: Lia Sartori agli arresti domiciliari

VICENZA – Arrestata. I finanzieri hanno suonato il campanello alle 9 in punto. Amalia Sartori, 66 anni, li stava aspettando all’interno del suo appartamento in centro città a Vicenza. Da quasi un mese si stava preparando: per questo aveva fatto anche un salto in libreria, nei giorni scorsi, per prendersi dei volumi da leggere durante quella che spera essere una breve permanenza obbligata in casa. I militari del nucleo di polizia tributaria di Venezia le hanno consegnato l’ordinanza di custodia cautelare firmata poco più di un mese fa dal giudice Alberto Scaramuzza, che ha disposto per lei gli arresti domiciliari. La misura cautelare era rimasta sospesa fino a ieri, quando è scaduta l’immunità per la vicentina. L’ex eurodeputata, una lunga militanza politica fra Forza Italia e Pdl, è accusata dal pool di magistrati che hanno coordinato l’inchiesta sulla Tangentopoli veneta collegata al Mose di finanziamento illecito: avrebbe incassato in totale 225 mila euro dal 2006 al 2012 per le sue campagne elettorali da Giovanni Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova, incaricato di realizzare il Mose. Lo avrebbe fatto per garantirsi una copertura politica, come del resto avveniva anche con l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e con Giampietro Marchese del Pd, accusati dello stesso reato. Sartori non avrebbe registrato quelle somme, che peraltro nega di aver mai ricevuto. Sartori, che all’indomani della retata si era dimessa da tutti gli incarichi, è certa di dimostrare la sua estraneità alle accuse. «Era tranquilla, ha offerto il caffè ai finanzieri ed ha seguito le varie fasi della perquisizione in casa, dopo aver consegnato telefono e pc», ha spiegato l’avvocato Moscatelli, che era con lei. Lia Sartori, che è stata anche candidato sindaco a Vicenza, è stata poi accompagnata al comando delle Fiamme gialle vicentine per essere foto segnalata. Quindi è stata scortata fino al suo appartamento a due passi da piazza dei Signori, dove è ristretta in attesa dell’interrogatorio. «Mi occuperò di riordinare tutte le mie carte personali, un lavoro che rimando ormai da tanto tempo – ha spiegato Sartori alle persone vicine – e mi leggerò qualche libro e soprattutto le carte dell’inchiesta, che non avevo avuto il tempo di approfondire». La posizione della politica vicentina è decisamente meno grave, secondo gli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio che per quattro anni hanno seguito l’indagine, rispetto a quella di altri politici coinvolti, a partire da Galan e da Renato Chisso, accusati di corruzione. Per gli inquirenti però quegli oltre 200 mila euro versati dal Consorzio a Sartori sono un reato. L’unico al momento contestato: da tempo si parla infatti di altri tronconi dell’indagine, in particolare sul fronte sanitario, che riguarderebbero Sartori. La quale, pur provata anche da un grave lutto che l’ha colta ad inizio anno, resta combattiva: «Mi difenderò».

Diego Neri

 

Mose, salvagente per Galan

La Camera valuta se applicare il decreto svuotacarceri

Un salvagente per Galan grazie allo svuota carceri

Un deputato di Fi solleva la questione e chiede un rinvio. La Russa: valuteremo

L’ex governatore veneto : «Non mi aggrappo a questo ma all’amore di verità»

VENEZIA – Potrebbe essere il decreto legge 92, pubblicato il 27 giugno scorso in Gazzetta ufficiale, a salvare Giancarlo Galan dal carcere. Si tratta di un decreto approvato dal consiglio dei ministri in coda allo «svuota carceri» che prevede sostanzialmente la non applicabilità della custodia in carcere nei casi in cui «il giudice ritenga che la pena detentiva da eseguire non sarà superiore a tre anni». Una «presunzione » di pena che dovrebbe essere il magistrato giudicante a valutare, prima di aderire o meno alla richiesta di arresto per l’indagato. La norma, pur varata nell’ambito delle procedure per lo «svuota carceri » e del tutto indipendente dalla vicenda degli indagati del Mose, calza a pennello per il caso di Galan, nei confronti dei quali pende una richiesta di arresto per corruzione per fatti in gran parte destinati alla prescrizione e la cui pena effettivamente potrebbe essere calcolata in misura inferiore ai tre anni. Lui, tuttavia, fa spallucce: «Non mi aggrappo a questo,mi aggrappo alla verità» ha dichiarato l’ex ministro. Al penalista di fiducia dell’ex governatore, il parlamentare Niccolò Ghedini, non è parso vero scoprire tra gli ultimi decreti pubblicati in Gazzetta ufficiale la norma che potrebbe evitare il carcere al suo assistito e collega di partito. Puntuale ieri mattina, alla ripresa dei lavori della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, il deputato di Forza Italia Gianfranco Chiarelli ha sollevato la questione chiedendo il rinvio della discussione. Alla luce di questa nuova norma giuridica anche il Pd ha votato per il rinvio, mentre il Movimento 5 stelle ha votato contro, pur riconoscendo l’opportunità di una proroga precauzionale in attesa di approfondimenti. Il presidente della giunta, Ignazio La Russa, ha spiegato: «La richiesta di rinvio è stata avanzata per la necessità di una maggiore riflessione per la nuova memoria presentata da Galan e per una nuova norma introdotta che modifica le condizioni per la custodia cautelare in carcere. Il termine ultimo dell’11 luglio rimane invariato, ma dare un respiro di pochi giorni può essere utile sia ai commissari che che alla magistratura stessa». Il relatore del caso Galan, Mariano Rabino (Scelta civica) ha aggiunto: «abbiamo deciso di utilizzare la richiesta di proroga di una settimana che ci ha concesso la presidente Boldrini. Sarei stato pronto a dare il mio parere e secondo me nell’ulteriore memoria di Galan non ci sono novità siderali. C’è una novità che riguarda una nuova norma, ma francamente questa novità non ci aiuta a capire se c’è o meno fumus persecutionis e la Giunta deve esprimersi su questo». L’inaspettato regalo dal cielo potrebbe, secondo i difensori di Galan, salvarlo dall’eventualità che l’ex ministro teme e che tuttavia continua a giudicare come inevitabile. Anche perché il voto della giunta per le autorizzazioni, nonostante il rinvio deciso, è slittato alla settimana prossima e comunque non andrà oltre il prossimo 11 luglio. Ma proprio il diverso atteggiamento della magistratura veneziana nei prossimi giorni (potrebbe revocare la richiesta di arresto e accontentarsi dei domiciliari, oppure confermare la misura cautelare in carcere) potrebbe prestare il fianco alla delicata questione del «fumus persecutionis», in realtà l’unico aspetto cui la giunta per le autorizzazioni a procedere è chiamata a valutare. Se la magistratura di Venezia non dovesse mutare la propria richiesta motu proprio (perché la richiesta è scattata prima dell’entrata in vigore della norma) i parlamentari potrebbero effettivamente considerare il «fumus». E così anche se, sollecitati dalla difesa, decidessero che non sussistano le condizioni per applicare le nuove norme al caso concreto. Nell’uno e nell’altro caso, insomma, una scivolosa buccia di banana per i pm nel percorso giudiziario che attende il parlamentare Galan. E il governo ieri, alle prime avvisaglie della tempesta politica che rischia di abbattersi, è corso ai ripari con una nota ufficiale del dicastero della Giustizia: «Il governo ha corretto la norma, che inizialmente stabiliva il divieto di qualunque misura cautelare detentiva» nel caso di pene inferiori ai tre anni, stabilendo che sia il giudice ad esprimere in concreto una prognosi sulla pena. «Non è stato previsto alcun automatismo» ha precisato il ministro, lasciando aperta tuttavia la porta all’intervento in aula in sede di conversione del decreto.

Daniele Ferrazza

 

Mazzacurati: «Orsoni, un ingrato»

Lo scontro sull’Arsenale ricostruito nella confessione di Tomarelli (Condotte)

Giudici duri con la Piva «Corruzione di inusuale gravità». Cuccioletta ai domiciliari

Il Riesame: Mazzi resta in carcere «Anche lui faceva parte della “cupola”»

VENEZIA Il 47enne imprenditore veronese Alessandro Mazzi, presidente di una delle maggiori imprese edili azioniste del Consorzio Venezia Nuova, la romana «Grandi Lavori Fincosit spa», resta in carcere. Lo ha deciso ieri il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Angelo Risi, che ha respinto il ricorso presentato dai suoi difensori, anche grazie al verbale d’interrogatorio depositato proprio ieri mattina dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Un verbale zeppo di omissis, nel quale l’imprenditore romano Stefano Tomarelli della «Condotte d’acqua» non solo ammette le proprie responsabilità, ma conferma le dichiarazioni di Giovanni Mazzacurati, aggiungendo alcuni particolari. Mazzacurati, stando alle accuse della Procura lagunare, decideva la formazione dei fondi neri e soprattutto a chi distribuire le mazzette assieme a Mazzi, Tomarelli e Baita, insomma erano loro la «cupola», alla quale in alcune occasione si aggiungeva Pio Savioli, che rappresentava il mondo delle coop rosse. Racconta prima di tutto degli incontri tra loro durante i quali decideva sulle provviste per i fondi neri «sapendo che erano destinati ad episodi di corruzione». «Mazzacurati successivamente mi disse», sostiene l’imprenditore, «che effettivamente aveva dato del denaro a Marco Milanese dal fondo che esisteva… Quindi, lui utilizzava questo fondo perchè per Mazzacurati era un problema fondamentale riuscire ad arrivare a convincere il ministro Tremonti che i finanziamenti potessero andare avanti. Quindi, c’è stata una dazione di denaro consistente». E ancora riferisce: «Di Orsoni invece mi disse che, e questo me lo disse quando scoppiò il litigio sull’Arsenale perché quando passò al Comune ci fu una diatriba enorme sulle aree, mi disse che era un ingrato, che lui l’aveva aiutato a farlo eleggere sindaco, dandogli soldi… Aveva un grosso risentimento verso Orsoni». Quando i pubblici ministeri gli chiedono di Federico Sutto, segretario di Mazzacurati, lui risponde: «Probabilmente era portaborse di Mazzacurati per certe iniziative in Regione. Era porta soldi. Mazzacurati mi disse che Sutto portava soldi in Regione per conto suo». Il Tribunale del riesame, sempre ieri, ha respinto anche il ricorso presentato dal direttore della rivista romana on line «Il Punto» Alessandro Cicero, che resta agli arresti domiciliari. È, invece, uscito dal carcere Patrizio Cuccioletta, l’ex presidente del Magistrato alle acque: il giudice Alberto Scaramuzza gli ha concesso gli arresti domiciliari, dopo il parere favorevole della Procura, in seguito al lungo interrogatorio in cui ha ammesso di aver ricevuto uno «stipendio» annuale dal Consorzio e pure una buonuscita da 500 mila euro a fine carriera. Il suo verbale è stato in parte depositato dai pm durante l’esame del ricorso davanti al Tribunale del riesame nei confronti di chi l’aveva preceduto al vertice del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva: Cuccioletta aveva riferito che anche la Piva veniva retribuita dal Consorzio per la sua «collaborazione». I giudici hanno depositato le motivazioni con cui hanno concesso gli arresti domiciliari alla Piva. «Il quadro indiziario nei suoi confronti è solido ed esauriente», scrivono, ripetendo che è accusata di aver ricevuto dal Consorzio uno stipendio annuale di circa 400 mila euro. Inoltre, di aver ottenuto grazie ai buoni uffici di Mazzacurati con la Regione l’incarico di collaudatore sia le opere per l’Ospedale di Mestre sia della Nuova Psichiatria dell’Ospedale Sant’Antonio di Padova, «per il quale ha percepito onorari sino al maggio 2013». «La ricostruzione del quadro indiziario », sostiene il Tribunale, «configura in modo univoco il reato di corruzione di inusuale gravità: la Piva, infatti, non ha compiuto solo qualche atto favorevole in cambio di somme di denaro, ma è andata oltre, consegnando la gestione dell’Ufficio al personale e ai tecnici dell’ente controllato». Questo è definito un asservimento dell’Ufficio pubblico agli interessi privati.

Giorgio Cecchetti

 

SCANDALO EXPO – Maltauro, spettro commissario. E l’azienda nomina un nuovo ad

VICENZA – Lo spettro del commissariamento per gli appalti Expo aggiudicati al gruppo vicentino Maltauro. L’ha prospettato lo stesso Raffaele Cantone, presidente dell’autorità nazionale anticorruzione. La questione Maltauro «entro la prossima settimana sarà oggetto di una mia richiesta al prefetto di Milano Paolo Francesco Tronca», ha detto il presidente dell’autorità anticorruzione. «Valuteremo, in base agli atti acquisiti, che richiesta fare» ha aggiunto Cantone ricordando la possibilità di commissariamento o di mutamento della governance dell’azienda finita nell’inchiesta sulla cosiddetta “cupola degli appalti”. In relazione all’Expo, la Maltauro è aggiudicatario degli appalti per le architetture di servizio del sito espositivo e quelle per le Vie d’acqua: proprio per queste gare Enrico Maltauro è stato arrestato. Cantone ha poi ribadito che sta studiando «una soluzione per chiarire le modalità di permanenza dell’impresa al servizio di Expo. Devo approfondire ancora, perché la norma è molto complicata e deve essere calata nella realtà». Intanto il gruppo Maltauro cerca di distinguere la propria posizione da quella dell’ex manager finito in carcere, ma anche di andare incontro alle mosse di Cantone per l’aspetto della governance aziendale. Così il cda dell’impresa vicentina, che ha già deliberato un’azione di responsabilità nei confronti del proprio ex manager, ieri ha reso nota la nomina di Alberto Liberatori come nuovo amministratore delegato. Liberatori succede proprio a Enrico Maltauro, a cui era stato revocato l’incarico lo scorso 8 maggio dopo il suo arresto per l’inchiesta sugli appalti Expo della procura di Milano. In una nota il cda della Maltauro ha annunciato poi di avere «posto in essere una revisione della propria governance societaria, ritenendola azione di garanzia al fine indiscutibilmente di ribadire la propria assoluta estraneità ai fatti collegati alla persona del proprio ex amministratore». Sull’eventuale commissariamento degli appalti Maltauro, ieri è intervenuto il governatore della Lombardia Roberto Maroni. «Se devono prendere una decisione, la prendano in fretta: ogni giorno che passa è un giorno perso », ha detto Maroni.

 

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