Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui

Mose, il governo parte civile

Un mese fa gli arresti. Il pm Nordio critica le norme del decreto svuotacarceri

Il governo Renzi si costituirà parte civile nel processo per lo scandalo Mose. Potrà così chiedere i danni al Consorzio Venezia Nuova per i fondi neri e le tangenti. Il pm Carlo Nordio critica il decreto svuotacarceri, che nel caso di Giancarlo Galan, però, non potrà essere preso in considerazione della Giunta della Camera.

La concessione unica all’origine del malaffare

Il meccanismo lanciato nel 1984 per “salvare Venezia” dall’acqua alta si è trasformato nel grimaldello per azzerare i controlli e tacitare le critiche

‘‘L’ITER DEL PROGETTO Un’opera “spinta” anche quando i pareri tecnici risultavano negativi. Già stanziati quattro miliardi di euro.

VENEZIA – La madre di tutte le tangenti ha compiuto trent’anni. Si chiama concessione unica, meccanismo inventato nel 1984, in piena Prima Repubblica, per riconoscere «l’unicità del progetto Mose». Si doveva salvare Venezia. Parola d’ordine lanciata dopo l’alluvione del 4 novembre 1966. Messaggio piuttosto facile da far passare in Italia e nel mondo: chi non è favorevole a salvare Venezia? Il sistema ideato dal Consorzio prevede di cementare i fondali della laguna e innestare sui cassoni 78 paratoie in metallo che si riempiono d’aria e si sollevano legate l’una all’altra in caso di acqua alta. Sistema complesso e pensato tutto sott’acqua, dalla manutenzione costosa e complicata. Ma il governo ha scelto. È del 1984 la seconda legge Speciale per Venezia. Approvata all’unanimità dal Parlamento, ricalca in buona sostanza la prima, quella del 1973. Undici anni dopo si sceglie di puntare tutto sulla grande opera. Affidandone lo studio, la progettazione e la realizzazione a un unico soggetto, il Consorzio Venezia Nuova. Raccoglie le più importanti imprese edili del Paese, capofila è l’Impregilo di Romiti (poi sostituita dalla Mantovani), ma ci sono anche Lodigiani, Iri-Italstat, Condotte, le Cooperative. Concessione unica. Significa che il concessionario dello Stato non ha alcun bisogno di indire gare d’appalto. Lavora in regime di monopolio e decide i prezzi che vuole, può accantonare per legge il 12 per cento del costo dei lavori. 5 miliardi e mezzo di euro – era uno e mezzo alla fine degli anni Ottanta – gestione e manutenzione escluse. A volte è lo stesso soggetto attuatore a scegliersi i controllori. A pagarli, anche senza tangenti, in quanto «concessionario dello Stato». Piano piano il Consorzio diventa una macchina potente, capace di coagulare intorno a sè interessi e attenzioni della politica. Il progetto di massima «Mose» (acronimo di Modello sperimentale elettromeccanico ») viene approvato nel 1988. La prima paratoia fotografata davanti a San Marco, inaugurazione con il ministro Prandini e il vicepresidente del Consiglio, il «doge» Gianni De Michelis. Il progetto muove i primi passi. Il Consiglio superiore dei Lavori pubblici lo ferma nel 1991 per alcuni dubbi di natura tecnica. Ma il governo decide di andare avanti lo stesso. Un film che si rivedrà più avanti. Nei passaggi decisivi, il progetto Mose viene «spinto» anche quando i pareri tecnici sono negativi. Così è nel 1998: Valutazione di Impatto ambientale negativa. Mai più rifatta. Il governo (D’Alema prima, Amato poi) va avanti. Nel 2001 torna Berlusconi. Il Mose entra a far parte delle «grandi opere strategiche». Cambia il modo di finanziarlo, i soldi arrivano direttamente dal Cipe. La nuova Legge Obiettivo toglie i poteri decisionali agli enti locali. Il 5 maggio del 2003 Berlusconi getta in laguna la prima pietra del Mose. Ad applaudire ci sono il governatore Giancarlo Galan, la presidente del Magistrato alle Acque Maria Giovanna Piva, l’allora sindaco Paolo Costa, il patriarca Angelo Scola. I lavori cominciano. E i finanziamenti arrivano copiosi, sottratti tra le proteste del Comune alla manutenzione della città. Il flusso di denaro che arriva in laguna diventa sostanzioso. Raggiungerà in dieci anni i 4 miliardi di euro. Il Mose scivola senza danni tra le tante obiezioni. Anche quando il Comune, nel 2006 (sindaco Cacciari), presenta al governo le alternative. «Prodi non ci ha nemmeno ricevuto », ricorda l’ex sindaco. Il governo (ministro dei Lavori pubblici era Antonio Di Pietro, presidente del Consiglio superiore Antonio Balducci) si fa forte di un parere positivo firmato dai suoi esperti ingegneri e dal Comitato tecnico di magistratura, formato da tecnici nominati dal Magistrato alle Acque. Nel frattempo anche la commissione di Salvaguardia presieduta da Galan aveva dato a maggioranza il suo parere favorevole. Senza nemmeno consultare i 63 volumi di carte e di critiche all’opera. Nel 2009 è la società di ingegneri franco-canadese Principia a sollevare dubbi di natura tecnica sulla tenuta delle paratoie in caso di mare agitato. «Sciocchezze», le definisce il nuovo presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta. Avanti tutta. Senza ascoltare critiche né prendere in considerazione proposte di modifica. Il Mose non trova ostacoli e adesso è arrivato – almeno per la parte delle strutture in calcestruzzo – quasi al punto di non ritorno, oltre l’80 per cento dei lavori. Mancano le paratoie e le cerniere, il punto più delicato. Ma qualcuno adesso si chiede: visto quello che è successo, siamo sicuri che la sicurezza di strutture e materiali sia garantita?

Alberto Vitucci

 

Fondi neri e tangenti

Burattinai e marionette del grande scandalo

Politici e supertecnici insieme per dividersi un miliardo di euro

Alleanza ferrea fra Consorzio Venezia Nuova e giunta veneta

E il centrosinistra si opponeva? No, gestiva il lato B del potere

Il patto tra Baita, Mazzacurati e Chiarotto: dagli appalti stradali ai lavori in laguna

Assordante il “silenzio degli innocenti” di quanti a suo tempo erano pronti a pagare

VENEZIA- Per «far fuori» un miliardo di euro in una decina d’anni – questa è la stima della Procura di Venezia sulle dimensioni della corruzione nell’inchiesta Mose – non basta essere voraci. Bisogna sentirsi onnipotenti. E due onnipotenze gestivano il grande affare del nuovo secolo, finanziato con i soldi delle tasse: quella tecnica del concessionario unico Venezia Nuova e quella politica imperniata sulla giunta regionale del Veneto. Saldandosi insieme, hanno industrializzato il sistema delle tangenti, rispetto alla Tangentopoli del 1992. I costi del Mose sono stati sparati verso quote astronomiche per contenere gli appetiti dei singoli, non più dei partiti. Su circa quattro miliardi e mezzo di euro finora erogati dallo Stato per il Mose (ma bisognerà superare quota sei), un miliardo rappresenta quasi un quarto: siamo passati dal 2-3% delle tangenti di Mani Pulite al 25% del Consorzio Venezia Nuova. Percentuale da capogiro. Di Pietro è un lampo giallo al parabrise, come cantava Paolo Conte: sono i pm veneziani Tonini, Ancilotto e Buccini i nuovi protagonisti positivi. Non parliamo di eroi. E la Guardia di Finanza che ha trovato i riscontri. Il Consorzio. L’onnipotenza tecnica non era imperniata solo sul «grande burattinaio» Giovanni Mazzacurati e su Piergiorgio Baita, che ha quantificato il «fabbisogno sistemico» in un centinaio di milioni l’anno. C’era mezzo mondo a libro paga: tutti consapevoli e consenzienti. Mazzacurati, ingegnere idraulico, «fluidificava» gli snodi amministrativi e di controllo del Mose, ma condizionava anche le imprese che lavoravano fuori dal Mose. Troviamo lui a trattare del nuovo ospedale di Padova con il sindaco Flavio Zanonato. È Mazzacurati che decide i collaudatori nelle ferrovie, se dobbiamo credere al direttore generale del ministero dei Trasporti. Per questo è assordante il silenzio di quelli che ieri si lamentavano di essere esclusi. Si direbbe “il silenzio degli innocenti”, se lo fossero davvero. Invece gli operatori sapevano. Tutti, è da credere. Solo per stare a Chioggia, le cronache riferiscono di piccole imprese che erano disposte a pagare come le altre, pur di rientrare nei lavori del Mose. Inutilmente. Neanche con la tangente alla mano, quelli dentro aprivano la porta. La giunta regionale. L’onnipotenza politica non vuol dire solo l’ex presidente del Veneto Giancarlo Galan e il suo braccio destro Renato Chisso, che mettevano al vento gli uffici regionali e li obbligavano a manovrare come chiedeva Mazzacurati. Dopo la pericolante legislatura 1995-2000, il patto Bossi-Berlusconi aveva tolto a Galan l’opposizione della Lega. All’alba del 2000 il presidente non ha più oppositori né controllo nel centrodestra. Fa il vuoto in Forza Italia, promuove e defenestra chi gli pare, governa il partito solo con Lia Sartori. A rompergli le scatole resta solo il centrosinistra, ma ci mette poco a renderlo inoffensivo. Il consociativismo. L’intesa di Galan con gli ex Pci business oriented, come all’epoca li aveva ribattezzati il nostro giornale, non ha bisogno del coinvolgimento di Piero Marchese, come politico che attinge al Consorzio per finanziare la campagna elettorale, con l’epilogo di Orsoni e di altri, se emergeranno. L’opposizione di facciata, a coprire scelte consociative, è nel ruolo del Coveco, che retrocede denaro al Consorzio ben sapendo, attraverso Pio Savioli, che servirà a Piergiorgio Baita per pagare Giancarlo Galan. Come rivela Mazzacurati negli interrogatori. Ma prima ancora è scritta nei grandi appalti di opere pubbliche dell’ultimo decennio, dalle autostrade agli ospedali costruiti in project financing: la presenza delle cooperative rosse in associazione d’impresa con Mantovani, Gemmo Impianti, Studio Altieri e pochi altri, è sistematica e non casuale. La scalata alla Save. Il centrosinistra si accontenta di gestire «il lato B» del potere. Do ut des. Anzi, non do ut des, probabilmente. Qualcuno dovrebbe spiegare per esempio perché improvvisamente, dopo il 2000, frana l’opposizione, che fino ad allora aveva retto, alla scalata in Save di Enrico Marchi. In Consiglio regionale arrivano persone diverse, il veneziano Valter Vanni è pensionato, nuovo capogruppo dei Ds diventa il padovano Flavio Zanonato. Sostenuto dalle quote della Regione manovrate da Giancarlo Galan, Marchi arriva alla presidenza di Save e si impadronisce dell’aeroporto. In concessione, naturalmente, ma senza concorrenti e fino al 2030.Unaliberalizzazione che è stata archiviata da tutti come una privatizzazione per gli amici, con quel che significa. La scalata al Mose. Piergiorgio Baita aveva già conosciuto il carcere nella Tangentopoli del 1992 (patteggiamento rifiutato, assolto nel 1995 per non aver commesso il fatto). La sua “assicurazione” per non tornarci, si capisce oggi, era pagare tutti. Non è bastato, benché solo in operazioni di controspionaggio se ne siano andati 6 milioni di euro. Quando si rimette in pista, Baita trova Mazzacurati, con il quale aveva lavorato nell’impresa Furlanis. E Romeo Chiarotto, titolare della Mantovani, anche lui reduce dal carcere, per tangenti su appalti stradali. Il terzetto capisce che in terraferma è finita l’epoca dei partiti, con i quali mungere lo Stato. Lasciano gli appalti stradali e si buttano negli interventi lagunari del Mose, in fase di avvio. Mazzacurati è direttore generale del Consorzio, concessionario unico di tutto. Ha il coltello dalla parte del manico. Baita ha la tecnologia e una piccola società, Laguna Dragaggi, con la quale entra in Mantovani spa. Diventa prima amministratore delegato e poi presidente. Oggi è ancora titolare del5%della società. La Mantovani si fa largo nel Consorzio rilevando la quota di Fincosit per 70 milioni di euro. Lì Baita apprende da Mazzacurati del patto non scritto: per ogni lavoro preso bisogna retrocedere al Consorzio una quota necessaria al «fabbisogno sistemico ». Deve sovrafatturare a manetta e inventarsi fatture false. Tra i due comincia a non correre più buon sangue.

Renzo Mazzaro

 

I PERSONAGGI IN ROSA

Abili e spregiudicate: le donne dell’inchiesta

Nelle intercettazioni Claudia Minutillo che ordina a Chisso: «Alza il culo e vieni qui»

VENEZIA – La segretaria dal cappottino d’oro, il politico garante del sistema, il pigro funzionario del Magistrato delle acque, l’ingegnere del Consorzio capace di tutto. L’inchiesta sul Mose è anche un grande affresco del mondo femminile e dei suoi rapporti con l’altra fetta dell’universo di genere. Abili, convincenti, spregiudicate, le donne del Mose non sono meno protagoniste. Accanto a loro le mogli: di Mazzacurati («Caro, mi compri questa casa a Roma?), di Galan («Mio marito è una persona perbene»), di Cuccioletta (viaggi e vacanze a Cortina). Capaci di dare ordini agli uomini come Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan; autorevoli come Amalia Sartori, autentica dispensatrice di pratica politica verso l’ex governatore; competenti in materia come Maria Teresa Brotto, ingegnere numero due del Consorzio Venezia Nuova, persona di cui Mazzacurati si fida ciecamente, capace di affidare al marito gli incarichi più diversi in campo idraulico; pigramente oberate di lavoro come Maria Giovanna Piva, Magistrato delle Acque, che si faceva scrivere i propri atti direttamente dagli uffici del Consorzio. Su tutte, naturalmente, l’intraprendente ed avvenente Claudia Minutillo, 51 anni, l’ex segretaria di Giancarlo Galan dal cappottino da sedicimila euro, che inchioda l’ex assessore regionale Renato Chisso con una frase che rimane scolpita nelle intercettazioni: «Scusa vai sempre a mangiare da Ugo, alza il culo e vieniqua» gli ordina il 5 dicembre 2012. C’era da sbloccare una pratica e lei, la Claudia, non aveva tempo da perdere: un caterpillar in gonnella e tacchi a spillo. Paciosa e regale, la «matrona » vicentina di Valdastico Amalia Sartori, 67 anni, da due giorni agli arresti domiciliari dopo aver mancato la riconferma all’europarlamento. Socialista di lunga data, oracolo di Galan, prima donna assessore regionale e poi presidente del consiglio regionale, è vedova di un altro ingegnere, Vittorio Altieri, tra i grandi studi del Veneto. Mazzacurati l’accusa di averle pagato fino a 200 mila euro per le campagne elettorali, mai registrati. Lei nega, ma non ha fatto una piega. Poi Maria Teresa Brotto, 51 anni, vicentina di Rosà, ingegnere responsabile del servizio progettazione del sistema Mose del Consorzio Venezia Nuova, ma anche amministratore delegato del braccio progettuale Thetis. Dodici ore in ufficio, una macchina da guerra, in costante contatto con Mazzacurati che la chiama a tutte le ore per ogni dettaglio. Troppo intelligente per non sapere qual era il sistema.

Daniele Ferrazza

 

«Decreto svuotacarceri? Dilettantismo legislativo»

Il procuratore aggiunto Carlo Nordio: la nostra inchiesta regge molto bene

«Galan non è stato interrogato perché la sua memoria difensiva scritta è più utile»

«Le reazioni sono le stesse di 20 anni fa: la gente è esasperata»

«Per sconfiggere i corrotti regole chiare e pene ridotte ma certe»

VENEZIA «Da un punto di vista giuridico la nostra inchiesta regge molto bene: il Tribunale del Riesame ha riconosciuto la gravità degli indizi per tutti gli indagati, anche in relazione a persone attualmente non sottoposte a misura cautelare. Da garantista non sono mai soddisfatto per le persone in carcere, ma da un punto di vista investigativo la nostra attività è stata riconosciuta con successo». Il procuratore aggiunto Carlo Nordio è il responsabile del pool per i reati contro la Pubblica amministrazione . Il Riesame ha confermato che il Consorzio Venezia Nuova ha creato fondi neri con soldi pubblici, destinandoli a tangenti e finanziamento illecito. Emergenza sociale? «Le reazioni sono le stesse di 20 anni fa: l’opinione pubblica è esasperata, le persone ci fermano chiedendo pene esemplari, c’è la necessità di controllare l’ira popolare, perché qui non c’è solo la colpa dei singoli, ma di un sistema. Da parte nostra, registro una sorta di frustrazione nel verificare che la dura lezione che Tangentopoli ha dato 20 anni fa non è servita: esiste il pericolo che un’opera che è l’orgoglio della tecnologia italiana possa essere rallentata dalle indagini e c’è il rammarico perché è stata macchiata dalla malattia mortale della corruzione». Mazzette per quanti milioni di fondi pubblici? «Il danno globale è in via di quantificazione. C’è il prezzo del reato, tangenti o prebende pagate con soldi pubblici attraverso le sovraffatturazioni, e c’è il danno fiscale legato ai fondi neri: decine di milioni, almeno 50. Ma ancora più grave è il pretium sceleratum dello spreco: per raggiungere consensi si sono anche sprecate risorse in 100 mila attività che con la salvaguardia non c’entravano nulla. Somme ancora maggiori. In tutto il mondo si pagano tangenti sulle opere, ma in Italia si costruisce la corruzione sull’opera pubblica». C’è il rischio che la prescrizione lasci colpevoli impuniti? «Con il sistema attuale giudiziario, il rischio esiste. Per alcuni reati, come il finanziamento illecito, i termini sono più brevi rispetto alla corruzione. Faremo di tutto per evitarlo, stralciando le posizioni a rischio». È normale che Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, al vertice del sistema nero, sia nella sua villa in California? «Non mi pronuncio sui singoli casi e una persona fa della sua libertà l’uso che crede. Certo se proveremo che le ricchezze sono frutto di attività illecite si può cercare di recuperarle, anche se in effetti è operazione complessa talvolta». Il sindaco Orsoni arrestato per finanziamento illecito ai partiti: la Procura aveva accettato una pena patteggiata a 4 mesi, che il gip ha rigettato come troppo bassa: non è sproporzionato arrestare un sindaco per 4 mesi di pena? «La Procura ha accolto il patteggiamento proposto da Orsoni perché c’era stata una collaborazione convincente, una partecipazione esigua al fatto ed era una pena certa per un reato a forte rischio prescrizione. Una soluzione pragmatica. Il finanziamento illecito ai partiti deruba il cittadino due volte, come civis economicus e come civis politicus: sottrae risorse pubbliche e le destina a partiti diversi da quelli per cui un cittadino voterebbe». L’ex ministro Galan ha chiesto alla commissione per le autorizzazioni a procedere di negare il sì al suo arresto, appellandosi anche al decreto governativo che negava la carcerazione preventiva se l’ipotesi di pena è inferiore ai 3 anni. Il testo è stato corretto in corsa dal ministro Orlando dopo le critiche, lasciando la discrezionalità ai giudici. «Il Parlamento è sovrano, sul caso Galan dico solo che non è stato interrogato perché abbiamo ritenuto che una sua memoria scritta articolata fosse più utile a noi e alla difesa. Chiuso sul caso specifico, uno spunto polemico generale c’è: il governo vuole che i processi funzionino e siano rapidi? Eppure agisce in senso contrario. Manda in pensione i magistrati tra i 70 e i 75 anni, decapitando tutti gli uffici giudiziari: senza 500 magistrati ci sarà la paralisi della giustizia, alla faccia del processo veloce. C’è poi una schizofrenia legislativa: da una parte leggi che impongono l’arresto per reati come lo stalking e subito dopo norme che vietano la carcerazione preventiva in ipotesi fino a 3 anni di pena minima, come lo stesso stalking per incensurati. Anche il cambiamento repentino delle ultime ore è riprova del dilettantismo assoluto della politica nell’affrontare i problemi della giustizia». Come se ne esce? «Da 20 anni dico e scrivo che la corruzione si sconfigge con poche regole certe e pochi controlli sicuri, perché ogni livello in più di verifica è una porta da aprire che può essere oliata. E servono pene, magari anche ridotte, ma certe: guai a quello Stato che minaccia pene epocali e poi non le applica. Così, invece, si fa del sistema penale una barzelletta: ci si fa belli introducendo reati – come l’inutile autoriciclaggio – poi sfasciano la giustizia togliendole i magistrati».

Roberta De Rossi

 

il deputato di fi chiarelli

«Non c’è il salva-Galan ma va evitato l’arresto»

Il dietrofront del ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha impedito a Giancarlo Galan di utilizzare la norma che non prevedeva il carcere per i reati la cui pena è inferiore ai tre anni. Quella norma non esiste più: il Parlamento aveva approvato un testo «garantista» che metteva al riparo deputati e senatori dal rischio delle manette,mail ministro Orlando ha imposto lo stop e tutto resta come prima. «Sarà il giudice a esprimere in concreto una prognosi sulla pena concretamente applicabile all’esito del processo, al solo scopo di evitare che l’imputato subisca una limitazione della propria libertà in via cautelare rispetto a una pena che non dovrà essere eseguita all’esito della condanna», scrive il ministro Orlando. E che non esista una norma salva-Galan lo conferma Giancarlo Chiarelli (Fi) relatore di minoranza per la richiesta di arresto dell’ex ministro veneto. «Nessuna norma salva-Galan ,ma solo l’analisi complessiva di una situazione che suscita molte perplessità sulla richiesta di arresto; per questo, e per analizzare le carte depositate il primo luglio ho chiesto un aggiornamento alla prossima settimana. La richiesta di arresto è sbagliata perché «Non c’è il pericolo di fuga, nè di inquinamento delle prove e il rischio di reiterazione del reato. Si è accertato che ci sono delle firme false: penso che il magistrato abbia molti modi per salvare e tutelare la sua inchiesta senza che Galan sia arrestato. Ora rischia 5 anni al massimo, è vero,matra attenuanti generiche, speciali e di rito, come il patteggiamento, è molto probabile che si arrivi a scendere sotto i tre anni. Di questo si deve tener conto valutando quegli elementi che ci possono far trovare altre forme di tutela della inchiesta diverse dall’arresto. Ci sono molte strategie difensive e sarebbe facile per i difensori di Galan scendere sotto quella soglia che non porta in galera in caso di condanna. Non serve quindi un salva-Galanmauna norma attualmente in vigore di cui si deve tener conto». Chi non ha dubbi sull’esito della vicenda è Ignazio Messina, segretario Idv. «No alla norma salva Galan. Con tutti gli scandali di corruzione che l’Italia ha alle spalle, non possiamo sottrarre corrotti e corruttori alla giustizia, ancor più se si tratta di politici».

 

Arresti e accuse-choc, il Veneto terremotato

Il governo parte civile: chiederà i danni al Consorzio Venezia Nuova

La Procura vuole chiudere la prima fase per evitare il rischio prescrizione

Il 4 giugno 32 arresti per un colossale giro di tangenti

Sei indagati ancora in carcere, ai domiciliari altri diciotto

VENEZIA – Il governo ha deciso di costituirsi parte civile contro gli indagati nell’ambito del processo per lo scandalo del Mose: l’avvocatura dello Stato di Venezia si è già attivata per fare le copie dell’intero procedimento. Ad essere interessati sono in particolare i ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente, quelli che fin dall’inizio si sono occupati delle opere per proteggere la laguna dalle maree. I soldi che il presidente del Consorzio Venezia Nuova distribuiva a destra e a manca provenivano infatti dai finanziamenti che l’amministrazione statale via via stanziava per le opere di salvaguardia della laguna di Venezia ed in particolare del Mose. Soldi che Giovanni Mazzacurati gestiva come se fossero suoi e che sono finiti nelle tasche di politici accusati di corruzione o finanziamento illecito al partito, a servitori infedeli dello Stato di varie amministrazioni. Per formalizzare la costituzione di parte civile gli avvocati dovranno attendere che il procedimento finisca davanti ad un giudice, per l’udienza preliminare o in aula in seguito al rito immediato, per ora comunque possono inserirsi in qualità di parte offesa. Oggi, intanto, è trascorso un mese dal giorno in cui sono scattate le manette ai polsi di 32 persone: il 4 giugno scorso 22 erano finite in carcere e altre dieci agli arresti domiciliari, uno era ed è latitante e due in quel momento erano coperti dall’immunità parlamentare. Da quel giorno il tempo trascorso e soprattutto i giudici del Tribunale del riesame con il loro intervento hanno trasformato la situazione: adesso in carcere sono rimasti soltanto sei indagati, mentre ben 18 sono agli arresti domiciliari, due sono sottoposti ad alcuni obblighi (quello di dimora nel Comune di residenza o quello si stare fuori dal territorio regionale), sette hanno ottenuto la scarcerazione e soltanto uno attende che il Parlamento decisa la sua sorte. Per Venezia e non solo è stato un vero terremoto: sindaco e giunta comunale hanno dovuto dimettersi e due giorni fa è arrivato il commissario del governo per gestire l’amministrazione nei mesi che mancano per le nuove elezioni. Ma soprattutto la città ha avuto la certezza che le grandi imprese del Consorzio hanno utilizzato la legge Speciale (1984) prima e la legge obiettivo poi (2001) per procedere spedite con i lavori, per rimuovere qualsiasi possibile ostacolo al progetto, per addomesticare i controlli tecnici e di legge ha pagato e finanziato politici, funzionati pubblici, un generale, un giudice amministrativo e altri ancora. E non solo nei palazzi del potere a Venezia, ma anche a Roma, penetrando in alcuni ministeri, quelli chiave per i finanziamenti al Mose, e addirittura a Palazzo Chigi. Schizzi di fango hanno raggiunto la Destra e la Sinistra, macchiando sia il partito di Silvio Berlusconi sia il Pd, seppur con accuse molto più pesanti per gli esponenti di Forza Italia. L’inchiesta è partita da una verifica fiscale alla Cooperativa San Martino di Chioggia nel 2008 e poi da un altro controllo fiscale, due anni dopo, agli uffici della Mantovani a Padova. I finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria hanno lavorato duro e soprattutto in gran segreto per anni, un segreto che però è stato svelato agli interessati da un generale infedele, ma i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno proseguito egualmente, affrontando maggiori difficoltà e anche tentativi di boicottaggio. Nonostante l’apparato di sicurezza organizzato da Piergiorgio Baita a suon di milioni di euro e le talpe nelle forze dell’ordine gli accertamenti sono proseguiti, anche perché chi era controllato riteneva di avere solo il telefono intercettato mentre c’erano microspie nelle automobili e addirittura piccole telecamere negli uffici. Quando, nel febbraio 2013 Piergiorgio Baita è finito in manette per una colossale evasione fiscale, e così pure nel luglio dello stesso anno Giovanni Mazzacurati per aver truccato una gara d’appalto dell’Autorità portuale, da almeno due anni gli inquirenti avevano raccolto importante materiale probarotio sulla corruzione in alcune amministrazioni dello Stato. E c’era da tempo la documentazione sull’esistenza dei fondi neri delle imprese del Consorzio grazie alla falsa fatturazione e alla retrocessione del denaro. La prima a «crollare», di fronte alle intercettazioni e alla documentazione, è stata l’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, quindi l’ha seguita Baita che non si è militato a indicare i grandi sistemi come aveva fatto nel 1992-93,maha fatto nomi e cognomi. Infine, ha cominciato a «vuotare il sacco » il principale artefice della grande corruzione all’ombra del Mose, l’ingegner Giovanni Mazzacurati. Dopo gli arresti del 4 giugno si sono aggiunti altri (Patrizio Cuccioletta, i Boscolo, Tomarelli), tanto da far pensare che non sia finita qui. Per ora la Procura vuole chiudere questa fase velocemente, e arrivare alle condanne prima della metà del prossimo anno, in modo da evitare la prescrizione.

Giorgio Cecchetti

 

Nuovi interrogatori su Matteoli

Sequestrato anche l’aereo del commercialista […], latitante a Dubai

VENEZIA – Dopo aver ascoltato la difesa dell’ex ministro Altero Matteoli, indagato per corruzione, il Tribunale dei ministri del Veneto si è messo al lavoro e mercoledì i giudici Monica Sarti, Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi hanno interrogato due coindagati: mercoledì il costruttore romano Erasmo Cinque e ieri l’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva. A tirare in ballo sia Matteoli sia Cinque sono stati Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e anche Nicolò Buson, ragioniere della «Mantovani». Stando alle accuse, l’ex ministro ora senatore di Forza Italia, aveva fatto pressioni perché la società dell’imprenditore romano, la «Socostramo », venisse inserita nell’appalto per la bonifica di Porto Marghera, che aveva vinto anche la «Mantovani». Cinque è sospettato di essere il collettore delle tangenti per Matteoli anche perché, come lui, è uno dei fondatori di Alleanza nazionale ed è stato negli organi dirigenti di quel partito. L’imprenditore ha negato di aver mai parlato con Matteoli di appalti e lavori edili e di conoscerlo da anni perché avevano fatto parte dello stesso partito. Ha sostenuto di non aver mai raccolto mazzette da altre imprese per consegnarle a Matteoli. Dopo aver sequestrato a La Spezia lo yacht del commercialista milanese […], l’unico latitante dell’indagine Mose (c’è il sospetto che grazie ai suoi appoggi si trovi a Dubai) la Guardia di Finanza di Venezia ha individuato presso un’avio superficie a Ozzano dell’Emilia – totalmente estranea ai fatti – anche un aereo privato da quattro posti appartenente al professionista milanese del valore commerciale di oltre 300 mila euro. Grazie alla collaborazione dei carabinieri del paese le Fiamme Gialle hanno assestato un altro colpo al commercialista latitante, sul quale il cerchio degli inquirenti nazionali e internazionali si sta stringendo sempre di più, nella parte che fa più male: il portafoglio. L’aereo è registrato negli Stati Uniti, dove è più facile ottenere il brevetto di pilota privato, ed è per tali motivi intestato ad un trust del Delaware. Ricorrendo a una società maltese quale “schermo”, […] risulta però essere il vero proprietario e utilizzatore dell’aereo, da lui acquistato nel 2012 a Miami. Dai piani di volo registrati nel computer di bordo risultano tutti i suoi spostamenti,che coprono l’Europa.

(g.c.)

 

SACCHEGGIO DI SOLDI PUBBLICI

di FRANCESCO JORI

LA REAZIONE – Occorre far sentire che in alternativa ai predoni esiste e pesa la contro società degli onesti

Guasto prima ancora di entrare in funzione. In attesa di verificare se riuscirà a salvare Venezia dalle acque alte dell’Adriatico, il Mose ha già fatto cilecca di fronte a quelle del mare grande della corruzione: lungi dal fare barriera, le sue paratie sono rimaste abbassate come un ponte levatoio su cui far transitare ingenti carichi di regalie a favore dei signorotti e loro vassalli saldamente insediati a palazzo. E se nel primo caso è in gioco il destino di una città, sia pure tra le più belle al mondo, nel secondo ne esce sommersa un’intera regione. Il Veneto virtuoso di tante narrazioni ha ceduto il passo a uno squallido racconto di saccheggio delle pubbliche risorse, e non solo in casa propria: tra le voci dell’export in cui primeggia ha incluso pure il malaffare, come insegnano le vicende giudiziarie dell’Expo milanese. Che vedono protagonista il venetissimo imprenditore Maltauro, alla faccia del codice etico decantato nel sito internet della sua impresa. Se a oltre vent’anni da tangentopoli l’Italia rimane un Paese a illegalità diffusa, il Veneto ne rappresenta oggi come allora una sua deteriore vetrina. L’accordo spartitorio denunciato dalla magistratura veneziana nelle sentenze di condanna dei grandi e piccoli mariuoli dei primi anni Novanta, risulta ancor più rafforzato dalle 160 mila pagine della meticolosa inchiesta condotta da giudici di comprovata professionalità. Grandi beneficiari e accattoni della prebenda uniti nella riscossione; politici e imprenditori, militari e funzionari, controllori e controllati, associati in una per nulla santa alleanza della malversazione di cui dovremo pagare il conto a lungo. Tranne loro, magari, e sarebbe davvero una beffa: l’obiettivo che li accomuna è tirarla per le lunghe fino a beneficiare della prescrizione. E intanto proclamano la totale estraneità alle accuse: i soldi sono circolati a vagonate, su questo non ci piove; ma nessuno li ha intascati. Che siano finiti in mance ai camerieri, nelle varie colazioni di lavoro della confraternita? O qualcuno facendo le pulizie di casa non ha ancora trovato una busta gonfia di euro lasciata lì per caso da qualche discreto benefattore? La giustizia farà il suo corso. Ma quali che siano i verdetti finali, sulla sostanza non si gioca. Se uno ha intascato, è un ladro; se in anni di incarico non si è accorto di chi intascava intorno a lui, è un incapace. E l’incapacità non si prescrive: rimane a vita. In entrambi i casi, le persone coinvolte vanno tenute rigorosamente lontane dai beni della comunità,e dev’essere loro precluso qualsiasi ruolo: dai più impegnativi ai minori, fosse anche un comunello di cento anime. Tuttavia, la bonifica non può fermarsi qui. Corruttori e corrotti sono due facce di un’identica categoria trasversale, in cui rientrano figure pubbliche ma pure personaggi privati. Perciò è indispensabile che categorie economiche e ordini professionali adottino a loro volta misure severe ed esemplari nei confronti dei loro associati coinvolti nel malaffare, senza ambiguità e zone franche. Ma tocca anche a ciascuno di noi non lasciarsi anestetizzare dal cloroformio del disimpegno: «Disinteresse e rassegnazione dei cittadini sono il terreno più fertile per il ricorso o l’adattamento alla pratica della corruzione», avverte Piercamillo Davigo, uno dei protagonisti di Mani Pulite. Occorre far sentire che in alternativa ai predoni delle pubbliche risorse, esiste e pesa quella contro società degli onesti di cui parlava Italo Calvino nel 1980, in un celebre apologo su “Repubblica”: che non vuole rassegnarsi all’estinzione, che non valuta tutto in denaro, che «a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti ». Facendo sapere, con la sua sola presenza, che l’impegno civile non cade mai in prescrizione.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui