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Gazzettino – Consiglieri arrestati, ma retribuiti

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

lug

2014

MOSE – La Giunta per le autorizzazioni vota la richiesta di arresto. L’ex governatore: non ho potuto difendermi

Galan, è il giorno del giudizio

Intanto si scopre che a Chisso e Marchese, i due consiglieri regionali arrestati e sospesi, è garantito l’80% dello stipendio

IL VOTO – Per Giancarlo Galan oggi è il giorno del giudizio: la giunta per le autorizzazioni si esprime sulla richiesta di arresto. L’ex governatore intanto accusa: «Non ho potuto difendermi».

IL RIFIUTO «Chiedo ai Pm di essere sentito: è un mio diritto, ma non lo fanno»

DIFESA ALL’ATTACCO «Nell’ottobre dello scorso anno non gli fu notificata la proroga delle indagini»

GIORNO DECISIVO – La Giunta della Camera oggi vota sulla richiesta di arresto dell’ex governatore

MONTECITORIO – I numeri sono sfavorevoli: in 13 già per le manette

ROMA – Sulla carta i pareri favorevoli all’arresto di Galan sono prevalenti nella Giunta delle autorizzazioni. Al di là della proposta del relatore Mariano Rabino (Scelta Civica) l’orientamento è per l’insussistenza di ogni ipotesi di “fumus persecutionis” nei confronti dell’ex Governatore veneto. A favore ci sono già 13 voti, sui 21 componenti della Giunta, ovvero i deputati del Pd e del Movimento Cinque Stelle che fanno blocco sulla stessa linea. Ieri Forza Italia ha giocato la carta delle nuove disposizioni contenute nel decreto sulla custodia cautelare, secondo cui non ci può essere carcere preventivo per gli imputati che rischiano una condanna fino a tre anni.

 

VILLA RODELLA – La casa dell’ex doge sui Colli Euganei iscritta come bene sequestrato

LO STIPENDIO – Per legge i consiglieri arrestati, come Chisso e Marchese, mantengono l’80% dell’indennità (oltre 5mila euro al mese) che viene dimezzata, invece, ai dirigenti.

VENETO Ai due dirigenti sospesi era stato invece dimezzato lo stipendio come previsto dal contratto

Consiglieri arrestati, ma retribuiti

A Chisso e Marchese l’80% dell’indennità: oltre 5mila euro al mese. Paga piena per i due sostituti

Due pesi, due misure? I fatti sono i seguenti: in Veneto i dipendenti regionali, anche se sono altolocati e ricoprono il ruolo di dirigenti, quando vanno in galera vengono immediatamente sospesi dall’incarico ed è una sospensione che costa loro cara: lo stipendio viene dimezzato. Anche i politici che finiscono in gattabuia ci rimettono dal punto di vista economico, ma meno: continuano a prendere l’80 per cento dell’indennità di carica. I veneti, in compenso, pagano per tutti. Perché oltre alle indennità (ridotte, ma pur sempre sostanziose) dei consiglieri sospesi, devono pagare anche quelle (piene) dei consiglieri supplenti. Per farla breve: le buste paga dei politici a Palazzo Ferro Fini adesso non sono più 60, ma 62. E non si sa neanche per quanto tempo.
A Palazzo allargano le braccia: effetti della legge Severino, dicono. Trattasi della nuova normativa che ha esteso i casi di sospensione per gli amministratori locali coinvolti in procedimenti penali. Una volta la sospensione scattava per vicende di mafia. Adesso, con il decreto legislativo 235 del 2012, è estesa a più casi e per applicarla non si aspetta il giudizio e nemmeno la condanna: appena si finisce in carcere o agli arresti domiciliari o anche se c’è il più semplice obbligo di firma, si viene sospesi. In Regione Veneto è successo per quattro persone, due dipendenti e due consiglieri. Ma con effetti diversi dal punto di vista retributivo. e pure sostitutivo.
Immediatamente dopo l’arresto, i dirigenti Giovanni Artico e Giuseppe Fasiol sono stati sospesi dal governatore Luca Zaia. Che non li ha sostituiti: i rispettivi incarichi sono stati attribuiti ad altri colleghi. Successivamente Artico e Fasiol sono tornati liberi e sono rientrati al lavoro, ma durante il periodo della sospensione hanno avuto lo stipendio ridotto come stabilito dal contratto di lavoro (articolo 9: “al dirigente sospeso dal servizio sono corrisposti un’indennità alimentare pari al 50% dello stipendio tabellare, la retribuzione individuale di anzianità o il maturato economico annuo, ove spettante, e gli eventuali assegni familiari”.
Cosa succede invece per i consiglieri regionali? La legge Severino dice che nel periodo di sospensione i soggetti sospesi non sono computati al fine della verifica del numero legale, né per la determinazione di qualsivoglia quorum o maggioranza qualificata. Ma specifica: “Fatte salve le diverse specifiche discipline regionali”. E la specifica disciplina della Regione Veneto dice due cose: la prima è che i consiglieri sospesi devono prendere l’80% dell’indennità di carica e la seconda è che devono essere sostituiti dai supplenti. Più semplicemente: Renato Chisso (tuttora in carcere) e Giampietro Marchese (ora ai domiciliari) sono stati sospesi dalla carica di consigliere regionale lo scorso 4 luglio (un mese dopo gli arresti) con decreto del premier Matteo Renzi, notificato al consiglio regionale per il tramite della Prefettura martedì scorso. Per il periodo della sospensione, in base a alla legge regionale 5/1997, Chisso e Marchese percepiranno “un assegno pari all’indennità di carica lorda ridotta di un quinto”. Non avranno l’indennità di funzione e nemmeno il rimborso spese, ma solo i quattro quinti dello stipendio base lordo di 6.600 euro e cioè 5.280 euro al mese. I loro “supplenti”, Francesco Piccolo e Alessio Alessandrini, subentrati ieri, avranno invece lo stipendio pieno. Ma c’era bisogno dei supplenti? Forse no, ma la norma (la legge statale 108/68 da cui dicende la legge regionale 5/2012) dice di sì. E così a Palazzo Ferro Fini si pagano 62 stipendi con 60 consiglieri effettivi.
Ps: anche a Montecitorio i deputati arrestati continuano a prendere l’indennità. Ieri i grillini hanno protestato, ma la legge è chiara.

Alda Vanzan

 

Veneto Banca, un faro sui conti degli indagati

TREVISO – (mzan) Da giorni in Veneto Banca è in corso un’accurata ricerca negli archivi. Mission: individuare ogni operazione intrattenuta con società o persone coinvolte nello scandalo Mose. «Con il presidente del collegio sindacale – spiega il presidente della Popolare montebellunese, Francesco Favotto – ho chiesto al servizio “audit” una ricognizione analitica di tutti i rapporti attivati da soggetti citati negli atti giudiziari e negli articoli giornalistici». Una forma di tutela preventiva. L’istituto trevigiano è socio di Palladio, la holding del finanziere Roberto Meneguzzo, arrestato. E il nome di Veneto Banca era stato indicato anche per alcuni prestiti all’ex governatore Galan.

 

IL RIESAME – I giudici spiegano perché hanno rimesso in libertà l’ingegner Fasiol (Regione Veneto): quella di Baita e Minutillo era più un’aspettativa che un’intesa vera e propria

«Pensavano di corrompere il funzionario con una nomina prestigiosa»

MESTRE – Non si sentivano solo onnipotenti, come dice Claudia Minutillo. Vivevano anche in un mondo in cui l’onestà semplicemente non era prevista. Un mondo in cui uomini e donne si dividevano tra coloro che erano già corrotti e quelli che lo sarebbero stati. Questo si capisce leggendo l’ordinanza del Tribunale del riesame che ha scarcerato il funzionario regionale Giuseppe Fasiol. Un provvedimento che spiega meglio di qualsiasi altro come funzionava il mondo “alla Baita”. Sono Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo infatti che incastrano l’ing. Fasiol. La Minutillo spiega alla Procura che Silvano Vernizzi, il funzionario regionale alle Infrastrutture più alto in grado, era mal visto da Baita, che lo considerava un nemico. Dunque, la Mantovani sceglie di investire su Giuseppe Fasiol come interlocutore privilegiato offrendogli l’incarico di collaudatore del Mose e facendogli capire che «sarebbe stato lui la persona di riferimento ed il futuro segretario regionale alle Infrastrutture», una volta tolto di mezzo Vernizzi. Fin qui le accuse. Che il Tribunale del riesame smonta, facendo passare Fasiol dal carcere alla libertà – anche se resta indagato. Perchè, scrive il Riesame «analizzando il tenore degli interrogatori resi da Minutillo e Baita si osserva che le espressioni usate da entrambi denotano non tanto un intervenuto e operante accordo corruttivo intercorso tra il Gruppo Mantovani ed il funzionario Fasiol quanto piuttosto il radicato convincimento soggettivo dei predetti Baita e Minutillo (definibile più come una aspettativa che altro) secondo cui il Gruppo Mantovani conferendo una utilità del calibro della nomina in commissione collaudo Mose al Fasiol stesso, lo avrebbe per forza di cose “fidelizzato”, per usare la terminologia della Minutillo. Ossia, in altri termini se lo sarebbe definitivamente e stabilmente ingraziato pro futuro». Insomma i due – Baita e Minutillo – hanno fatto un investimento su Fasiol, ma il patto scellerato non è mai stato siglato – dice il Riesame. Almeno non da Fasiol, anche se gli altri due erano convinti che se lo sarebbero comprato come avevano comprato tutti, fino a quel momento. Un delirio di onnipotenza, questo c’è scritto nelle righe dell’Ordinanza che scarcera Fasiol. E questa scarcerazione è però anche la prova provata che i giudici veneziani – checchè se ne dica – non sono affatto appiattiti sulle decisioni della Procura.
La Procura aveva chiesto e ottenuto dal Gip l’arresto di Fasiol. Il Riesame lo ha rimandato a casa: “Gli indizi di colpevolezza ci sono, ma non sono gravi”. Significa che i fatti si prestano ad interpretazioni diverse e per ora il riesame ha ha detto che non sono campati in aria tutti i dubbi avanzati dall’avv. Marco Vassallo che difende Fasiol. Il caso Fasiol però va letto anche all’incontrario e cioè che l’impianto accusatorio della Procura regge più che mai, anche quando subisce qualche colpetto sulle posizioni minori, quello delle “scartine”. E dunque quando il Riesame dice che uno deve stare in galera, vuol dire che gli indizi sono una caterva. Dunque, in una maxi inchiesta come quella ci sta anche il caso Fasiol, che permette di constatare che esiste un evidente bilanciamento tra Procura e Tribunale del riesame. Non solo, risulta evidente proprio dal caso Fasiol che Baita e Minutillo vivevano in un mondo in cui si dava per scontato che con i soldi si potesse comprare tutti. O quasi perchè, come ricorda Giovanni Mazzacurati parlando dell’ing. Setaro, per 9 anni Magistrato alle acque, soldi non ne ha presi. Come mai? «Alcuni non li vogliono proprio».

M. D.

 

SCANDALO MOSE Al polo educativo voluto da Scola è arrivato negli anni oltre un milione e mezzo

Il patriarca “chiude” col Consorzio

Moraglia mette la parola fine al finanziamento del Marcianum da parte del Cvn: «Serve un esame di coscienza»

IL RETROSCENA – E il Patriarca disse: basta soldi dal Consorzio

Il Patriarca: basta soldi dal Consorzio Venezia Nuova. Francesco Moraglia ha scritto una lettera al presidente Fabris con la quale segna la fine dei rapporti tra Cvn e Marcianum.

VENEZIA Una lettera segna la fine dei rapporti tra Cvn e Marcianum. Resta invece Mantovani

Il Patriarca: «Servono un serio esame di coscienza e segnali di novità nei rapporti con le istituzioni civili»

SPONSOR E’ stato il principale finanziatore della Fondazione: oltre un milione e mezzo

Moraglia dice addio al Consorzio

La lettera con il sigillo patriarcale è arrivata giusto giusto l’altro giorno. Ed è una missiva che in qualche modo racconta la fine di un’epoca. La firma è autorevole: monsignor Francesco Moraglia. E altrettanto importante è il destinatario: Mauro Fabris, presidente del Consorzio Venezia Nuova.
In mezzo c’è un “addio” consensuale in attesa – ognuno per proprio conto – di ritrovarsi lungo la strada, ma secondo altre formule. Così, il Patriarca di Venezia, nella sua veste di Gran Cancelliere, ha deciso di interrompere il rapporto di collaborazione, ma soprattutto di finanziamento con il Consorzio Venezia Nuova in merito alla Fondazione Marcianum, il “think tank” creato nel 2006 e poi sviluppato a partire dal 2008 dall’allora Patriarca, cardinale Angelo Scola. Una decisione pesante anche perchè il Cvn è stato per anni, sotto la presidenza di Giovanni Mazzacurati, il principale socio “sostenitore” della Fondazione con cospicui stanziamenti che, secondo calcoli approssimativi, può aggirarsi verosimilmente attorno al milione e mezzo di euro in più anni.
Infatti, secondo una sommaria ricostruzione, se nel 2008, l’ammontare della cifra corrisposta al Marcianum da parte del Consorzio ammontava per quell’anno a 250 mila euro, nel periodo successivo dal 2009 al 2013, i soldi offerti sono stati all’incirca 300 mila ogni anno. Insomma, un bel gruzzoletto per poter sviluppare, organizzare e svolgere attività di ricerca, di studio e di organizzazione del pensiero.
«Occorre un serio esame di coscienza» scrive Moraglia al Cvn sottolineando peraltro la necessità di come il «contesto attuale richieda segnali di novità nell’intendere e vivere i rapporti tra le istituzioni civili e quelle ecclesiali».
Una volontà chiara di distinguere i due “mondi” che per molti anni sono andati a braccetto indicando la necessità di ripensare il rapporto tra Marcianum e Cvn. «Un’impostazione che non posso che condividere – sottolinea il presidente Fabris – anche perchè con il Patriarca abbiamo fin dal primo momento ritenuto che fossimo entrambi eredi di una situazione che ci siamo trovati a gestire». E mentre si risolve il rapporto tra Marcianum e Cvn, non c’è dubbio che altre questioni rimangono sul tappeto come quello del rapporto con gli altri soci cosiddetti “sostenitori” del Marcianum tra i quali figura la “Mantovani” che ebbe in Piergiorgio Baita, il suo padre-padrone, finito nell’occhio del ciclone nell’inchiesta Mose. Un altro “pezzo ingombrante” nell’assetto generale della Fondazione Marcianum e che certamente è all’attenzione del Patriarca.
C’è poi il rapporto con la Regione Veneto, per ora non in discussione, che nel corso degli anni ha sostenuto con energia la Fondazione Marcianum. E qui si deve ritornare alla giunta Galan quando nel 2003 giungono i primi 200 mila euro con una successiva oscillazione di cifre negli anni successivi (100 mila nel 2004; 180 mila nel 2005; 190 mila nel 2006; 250 mila nel 2007, nel 2008 e nel 2009 per un totale nel tempo di oltre un milione). Ma non è finita qui. I finanziamenti sono proseguiti anche negli anni successivi, sotto l’amministrazione Zaia con un impegno di spesa annuale dal 2010 al 2013, di 250 mila euro per una somma complessiva attorno al milione di euro.

Paolo Navarro Dina

 

Responsabilità penali ma anche politiche

di Gianluca Amadori

A leggere le cronache di questi giorni (e relativi commenti) sembra esistere soltanto la responsabilità penale. Un fatto diventa censurabile unicamente se viene aperta un’inchiesta da parte della Procura. E, parallelamente, se l’inchiesta penale viene archiviata, qualsiasi comportamente acquisisce una “patente” di correttezza. Ma non è così. Non può essere così. Non tutto (fortunatamente) ha rilievo penale. Ci sono, però, comportamenti che ugualmente sono (e dovrebbero) essere censurabili (e censurati), almeno sul piano politico e, perché no, etico. Due esempi, recentissimi, arrivano dall’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” e riguardano due esponenti politici di primo piano coinvolti, anche se con profili e accuse ben diverse.

Per un momento dimentichiamo le accuse penali – tanto più che entrambi vanno considerati innocenti fino a sentenza definitiva – e proviamo a concentrarci sul piano strettamente politico.
Che valutazione dare di un presidente della Regione che aveva acquisito a titolo personale quote della società che si proponeva come partner principale della stessa amministrazione regionale per realizzare opere in project financing? Giancarlo Galan forse riuscirà a dimostrare di non essere un corrotto, ma come può giustificare ai cittadini quell’interesse privato sicuramente incompatibile con la carica pubblica? Nella sua appassionata difesa ha spiegato di non aver mai fatto affari tramite quella società: giustificazione che la dice lunga sul modo di intendere (e di mescolare) pubblico e privato. Dovrebbe bastare questa circostanza – ammessa dallo stesso Galan nella memoria presentata al Parlamento – per formulare una pesante riserva sul suo comportamento politico.
E cosa dire del sindaco dimissionario di Venezia? Di Giorgio Orsoni, stimato e capace professionista, sorprendono le motivazioni di quel finanziamento elettorale da lui sollecitato (pur credendolo regolare) al presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Lo stesso sindaco ha ammesso davanti ai pubblici ministeri di aver percepito l’inopportunità di ottenere contributi da un soggetto coinvolto in opere così importanti in città: ciò nonostante, cedendo alle pressioni del Pd, si decise di rivolgersi all’amico Mazzacurati.
Se non lo avesse fatto, ha spiegato, avrebbe dovuto provvedere di tasca propria alle spese elettorali. Sul fronte penale il sindaco riuscirà forse a dimostrare la sua estraneità alle accuse. Nel frattempo, sul piano politico non ne esce bene. Tanto più se si considera che il Cvn, in quanto soggetto che gestisce denaro pubblico, per legge non può finanziare esponenti politici.
Del livello politico, però, pare non interessarsi nessuno. Tutti preferiscono aspettare l’inchiesta penale di turno per esprimere valutazioni sul (presunto) amministratore infedele, e al tempo stesso per contestare ai magistrati indebite ingerenze. È uno dei motivi per cui la politica sta perdendo credibilità e autorevolezza: perché dimostra di non essere in grado di rivendicare (e mettere in atto) quei necessari valori di trasparenza, pulizia, correttezza nella gestione della cosa pubblica.

 

LA REPLICA – Ecco perché gli avvocati Longo e Rubini rinunciarono alla difesa di Baita

Egregio Direttore,
con riferimento all’articolo a firma di Maurizio Dianese pubblicato il 6 luglio u.s. dal titolo: “Baita: volevano che mi operassi per rinviare l’interrogatorio”, nel prendere atto delle dichiarazioni rese dall’ing. Baita nel corso dell’interrogatorio del 17 giugno 2013 al Pubblico Ministero, ritengo doveroso, nell’interesse degli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, puntualizzare quanto segue:
– l’unico incarico conferito ed espletato dai consulenti della difesa consisteva nella verifica della compatibilità con il regime carcerario delle condizioni di salute dell’ing. Baita affetto da cardiopatia ipertensiva con possibile evoluzione ipocinetica e probabile ischemia coronarica e non certo quanto affermato dall’ing. Baita stesso;
– tale situazione clinica era stata segnalata ai difensori dal cardiologo di fiducia dell’ing. Baita il quale era stato visitato poco prima di essere arrestato il 28 febbraio 2013 e per tale ragione era già stato programmato un check up, non potuto effettuare a causa del sopravvenuto arresto, atto a slatentizzare una probabile ischemia coronarica, come peraltro risulta dalla documentazione agli atti del fascicolo processuale;
– la consulenza tecnica redatta su richiesta della difesa escludeva, come comunicato all’interessato dagli avvocati Longo e Rubini, l’incompatibilità con il regime carcerario e consigliava unicamente dei controlli clinici atti ad escludere una coesistente patologia ostruttiva a livello coronarico o carotideo, come già aveva segnalato il cardiologo di fiducia dell’ing. Baita;
– ciò stante, in occasione del colloquio in carcere del 23 aprile 2013, gli avvocati Longo e Rubini prospettarono all’ing. Baita l’opportunità di sottoporsi ad interrogatorio avanti il Pubblico Ministero e l’ing. Baita fu d’accordo;
– l’interrogatorio fu quindi immediatamente concordato con il Pubblico Ministero Dr. Ancilotto per il successivo 10 maggio;
– effettivamente in tale data l’ing. Baita venne sentito alla presenza dei suoi difensori i quali all’esito, comunicarono al proprio assistito l’indisponibilità del Pubblico Ministero, insoddisfatto dei contenuti, a dare parere favorevole ad un affievolimento della misura carceraria allora in atto;
– di comune accordo con l’ing. Baita, quindi, si decise di chiedere un ulteriore interrogatorio al Pubblico Ministero, concordato con il De. Ancilotto per il successivo 24 maggio 2013;
– due giorni prima di tale incombente, come detto deciso in accordo con i difensori, l’ing. Baita comunicò all’avv. Rubini la sua intenzione di mutare strategia difensiva e di voler collaborare con l’Autorità Giudiziaria, chiamando in correità taluni soggetti che, come a lui ben noto, erano da anni tutelati dall’avv. Longo con la collaborazione dell’avv. Rubini, il che ebbe come conseguenza ineludibile, a termini di codice deontologico, la rinuncia al mandato defensionale degli stessi.
Questo e non altro il succedersi e la consistenza dei fatti: tutto il resto, in primis le dichiarazioni del Baita, che, solo in ragione del pregresso rapporto professionale e del suo comprensibile stato di prostrazione psicologica per la detenzione allora in atto, non meritano azioni giudiziarie, ma non ultime le illazioni sottintese ai titoli (in prima pagina ed a pagina 2) nonchè al contenuto dell’articolo di Maurizio Dianese, sono pura e interessata fantasia.
Distinti saluti.

Avv. Gianni Morrone

 

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