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Il neo amministratore delegato del “Cane a sei zampe” annuncia ai chimici di Cgil, Cisl, Uil il suo piano di riorganizzazione “lacrime e sangue” per le produzioni legate a petrolio ed etilene in perdita da anni

Ci risiamo, tra i lavoratori e la società del “Cane a sei zampe”, è scontro aperto. Il neo nominato gruppo dirigente di Eni ha annunciato un nuovo piano di riorganizzazione interna, finalizzato a tagliare di netto tutte le produzioni in perdita, a cominciare dalla raffinazione del petrolio e della virginafta per i quali c’è una totale saturazione del mercato, a livello mondiale, per l’eccessiva offerta di prodotti a prezzi non remunerativi. A Porto Marghera – dove le due società Eni attive, Versalis e Raffinazione, occupano ancora poco più di 600 lavoratori – si parla di nuove proteste dopo i due giorni di sciopero (lunedì e martedì scorsi) che hanno bloccato la pipe-line e le navi cisterna che riforniscono di etilene e propilene i petrolchimici emiliani. Già ieri in Sicilia (Gela e Priolo) e in altri siti dell’Eni (Brindisi, Taranto, Livorno) sono scattate proteste dopo l’incontro a Roma tra i segretari generali dei chimici di Cgil, Cisl, Uil e il nuovo ad di Eni, Claudio Descalzi. Dopo l’incontro, i sindacati hanno indetto per il prossimo 18 luglio un coordinamento nazionale dei delegati di tutte le società dell’Eni per decidere iniziative di lotta. Sull’esito dell’incontro Eni non ha diffuso alcun comunicato stampa, ma secondo l’Ansa, l’incontro si sarebbe concluso con la rottura delle trattative sul nuovo progetto industriale di Eni, tutto lacrime e sangue per i lavoratori, illustrato a grandi linee da Descalzi. Un piano respinto dai sindacati che hanno risposto chiedendo un intervento diretto del Governo e intimando a Descalzi «di rispettare con onestà e coerenza gli accordi sottoscritti dai suoi predecessori ». Il progetto prevede una «riorganizzazione generale degli organici » per far fronte «al surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato» che garantisce le continuità operativa solo per la raffineria di Sannazzaro (Pavia) e della propria quota del 50% su quella di Milazzo». In discussione sono invece le 4 raffinerie di Gela, Taranto, Livorno e la seconda fase della raffineria di Porto Marghera e il petrolchimico di Priolo. Eppure, appena qualche mese fa, quando era ancora amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, a Porto Marghera, i lavoratori e le istituzioni avevano tirato un sospiro di sollievo. Dopo il salasso degli ultimi vent’anni che ha portato alla chiusura della maggior parte di cicli produttivi e degli impianti delle società controllate da Eni al Petrolchimico, era arrivato prima il piano industriale di Paolo Scaroni che prevedeva di salvare la raffineria di petrolio di Porto Marghera e due terzi dei posti di lavoro, riconvertendola(come è già stato fatto con oltre 100 milioni di euro di investimento) alla produzione di olio vegetale da miscelare con il diesel. Poi c’è stato l’accordo che aveva sancito la continuità produttiva anche dell’impianto del cracking della virginafta della controllata Versalis (ex Polimeri Europa) e la costruzione di un impianto di “chimica verde” integrato per produrre bio-lubrificanti utilizzando il brevetto di una multinazionale americana. Ma nel giro dell’ultimo mese – dopo l’uscita di scena di Scaroni – il nuovo a.d. ha cambiato le carte in tavola. Del resto Descalzi, già manager di Eni, è conosciuto dai colleghi per aver sempre sostenuto con forza la necessità di tagliare i “rami secchi” di Eni che causano solo perdite economiche, a cominciare dalle raffinerie e dal cracking dell’etilene. Alla luce della nuova organizzazione prevista da Descalzi e anticipata dall’agenzia di stampa Agi «le attività delle divisioni E&P eR&M (ovvero produzione e raffinazione di prodotti petroliferi) e le società Versalis e Syndial, confluiranno in unica attività di business, mentre le funzioni di servizio al business saranno centralizzate, con massimo beneficio in termini di efficienza ».

Gianni Favarato

 

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