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L’INTERROGATORIO – Cuccioletta: «La mia nomina? La suggerì Mazzacurati a Matteoli»

«La mia nomina? La consigliò Mazzacurati». Lo dice l’ex presidente del Magistrato alle acque sentito dai giudici nell’ambito del procedimento contro l’ex ministro Altero Matteoli.

Altero Matteoli accusato di aver incassato soldi per la bonifica di Marghera

L’INTERROGATORIO Cuccioletta (Magistrato alle acque) sentito nel procedimento contro l’ex ministro dell’ambiente

«La nomina? Mazzacurati mi indicò a Matteoli»

Ancora un’udienza del Tribunale dei ministri per far luce sull’inchiesta che riguarda Altero Matteoli, l’ex ministro dell’Ambiente e dei Trasporti del governo Berlusconi, nell’ambito degli accertamenti sul Mose. Secondo la Procura lagunare Matteoli, che ha sempre respinto ogni addebito, avrebbe percepito somme di denaro illecite per la bonifica di alcune zone dell’area industriale di Porto Marghera.
Ieri mattina il Tribunale dei ministri aveva convocato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. A presentarsi è stato, invece, solo il suo legale, l’avvocato Giovan Battista Muscari Tomaioli il quale ha depositato un’istanza che certifica l’impedimento del suo assistito alla luce di alcuni problemi di salute. A questo punto Mazzacurati, che attualmente si trova in California, potrebbe essere sentito in rogatoria sia attraverso gli inquirenti americani sia attraverso gli investigatori italiani. Era stato proprio Mazzacurati ad affermare di aver corrisposto somme di denaro all’ex ministro Matteoli in seguito ad alcuni favori ricevuti. Nel corso di un interrogatorio l’ex amministratore della Mantovani, Piergiorgio Baita, aveva detto che c’era un accordo affinché certi interventi fossero subappaltati a determinate aziende. Tra queste la Socostramo che fa capo a Erasmo Cinque, costruttore romano che è stato consigliere del ministro Matteoli.
E il Tribunale dei ministri – composto dal presidente Monica Sarti e da Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi – ha sentito anche l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta. Quest’ultimo avrebbe sostanzialmente confermato quando aveva già dichiarato a suo tempo ai magistrati lagunari quando disse che i collaudatori del Mose erano quasi sempre scelti da Mazzacurati. Formalmente la nomina era dello stesso Cuccioletta, ma spesso avveniva su indicazione e su pressione di Mazzacurati. In alcuni casi era anche capitato che, a seguito della turnazione dei vari soggetti, qualche collaudatore fosse escluso: spesso veniva reinserito se risultava in qualche modo vicino a Mazzacurati. Cuccioletta, che è stato presidente fino al 2011, avrebbe anche riferito che la proposta di approdare in laguna per far parte del Magistrato alle acque gli era stata avanzata dall’ex ministro Matteoli, probabilmente su indicazione diretta dello stesso Mazzacurati. Le udienze del Tribunale dei ministri dovrebbero concludersi il prossimo settembre.

 

L’INCHIESTA L’ex governatore: «Una scelta politica. Provo sconcerto e amarezza: sono innocente»

«Galan può essere arrestato»

Il sì della Giunta per le autorizzazioni con 16 voti a 3: non c’è persecuzione. Martedì la decisione dell’aula

LA PRONUNCIA – Sedici voti contro tre. Così la Giunta per le autorizzazioni liquida la pratica-Galan. Sarà comunque l’aula di Montecitorio, martedì, a decidere sull’arresto dell’ex governatore veneto.

LA REAZIONE «Amarezza e sconcerto». Sul caso-Mose, Galan continua a proclamarsi innocente. A suo avviso è stato un voto condizionato dagli «orientamenti politici».

IL DEPUTATO «Fiducioso che i colleghi d’aula si pronuncino secondo coscienza»

L’AVVOCATO «Abbiamo già smontato alcuni fatti: dalle firme false alla villa restaurata»

«Sono innocente, provo amarezza: è un voto politico»

Non sono bastati l’”adesso parlo io”, l’autodifesa di un’ora e mezzo davanti ai colleghi della Camera, le tre memorie dei suoi difensori. Se sperava di dimostrare che contro di lui è stata orchestrata una persecuzione, sono state assemblate versioni compiacenti e interessate di callidi corruttori pronti a dir tutto per uscire di galera, accuse fasulle diventate l’architrave di un inchiesta-flop, Giancarlo Galan ieri ha dovuto ricredersi. Si va al voto in aula con un parere favorevole all’arresto. Martedì sarà per lui il giorno più lungo di una vita finora ricca e potente.
È ormai sera quando l’ex governatore del Veneto rompe il silenzio. Si affida a un comunicato, centellinato con i suoi difensori, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. «Purtroppo l’esito del voto di oggi (ieri per chi legge, ndr) della Giunta per le Autorizzazioni a procedere era stato ampiamente annunciato da numerose (incaute e poco istituzionali) dichiarazioni». Evidente il riferimento all’intervista di ieri del relatore Mariano Rabino. Galan adombra ordini di scuderia che avrebbero orientato il voto. «Ho voluto credere fino in fondo che valutare in merito alla libertà di una persona, che valutare l’applicazione della massima misura cautelare, prescindesse da orientamenti politici. Così non è stato, non posso che prenderne atto, con amarezza e sconcerto». Eppure lascia aperto uno spiraglio, non fosse altro che per riflesso di sopravvivenza. «Resto fiducioso che i colleghi d’aula abbiano letto la documentazione che ho prodotto e votino secondo coscienza, personale».
Potrà l’assemblea di Montecitorio, dove la maggioranza di Pd e M5S è schiacciante, rovesciare in modo clamoroso, magari con la copertura del voto segreto, l’indicazione della Giunta? Appare improbabile. Galan lo sa, ma non rinuncia a dichiararsi vittima. «Io sono innocente, un politico innocente, non smetterò di ripeterlo semplicemente perché è la verità».
L’onda d’urto degli elogi parlamentari alla solidità dell’inchiesta comunque va rintuzzata. Ci pensa l’avvocato Franchini: «Un discorso è l’indagine nel suo complesso, la situazione è ben diversa in relazione alla posizione dell’onorevole Galan. Non ci sono riscontri obiettivi di alcun genere, solo dichiarazioni generiche che neppure si incrociano tra loro». Un esempio? «La Minutillo dice di non aver mai consegnato una lira, perchè lo faceva Baita. Baita dice che lo faceva la Minutillo. Mazzacurati ha detto di non aver mai dato nulla a Galan, perchè lo faceva Sutto attraverso l’assessore Chisso». Il difensore aggiunge: «Abbiamo già smontato alcuni fatti specifici con documenti e prove: il versamento di 50 mila euro a San Marino con una firma falsa e la ristrutturazione della villa di Giancarlo Galan, che Baita dice di aver pagato. Abbiamo portato le fatture che dimostrano come i pagamenti siano stati fatti nel 2006 e 2007 dal presidente Galan, ben prima del 2011, data indicata da Baita».

Giuseppe Pietrobelli

 

NORDIO «La decisione conferma la solidità dell’inchiesta»

LA RUSSA «Il risultato non era scontato. C’è stata grande attenzione»

IL RELATORE «Ho sentito il peso della decisione, ma non c’è persecuzione»

Galan, primo sì all’arresto

Con 16 voti a favore contro 3 la Giunta per le autorizzazioni dà il via libera. Martedì il caso in aula

VENEZIA – A questo punto il tentativo di evitare il carcere si fa dannatamente stretto per Giancarlo Galan, l’uomo politico che fu più potente (e più a lungo) in Veneto. Non è tanto il voto largamente favorevole espresso ieri pomeriggio dalla Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati, a fare da apripista alla decisione che sarà presa martedì dall’aula. Era atteso, previsto, quasi scontato nel ramo del Parlamento dove il Pd (con i Cinque Stelle) ha una maggioranza schiacciante. A colpire sono le motivazioni illustrate dal relatore Mariano Rabino di Scelta Civica, e fatte proprie da altri deputati. Non si sono limitati a dire che non esiste fumus persecutionis, ovvero il sospetto di un’indagine costruita per colpire un parlamentare e limitarne l’esercizio di rappresentanza del popolo sovrano. Da Montecitorio è venuta una presa di posizione netta sulla validità della maxi istruttoria costruita dalla Procura di Venezia, che si è avvalsa del lavoro investigativo della Guardia di Finanza.
Lo hanno capito al volo i magistrati di piazzale Roma. In serata il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha diffuso un comunicato. Conciso, ma eloquente. «La decisione assunta dalla Giunta della Camera dei Deputati costituisce un’ulteriore conferma della solidità di un’inchiesta condotta senza pregiudizi e senza accanimenti». E siccome si profila la carcerazione del politico di Forza Italia che ha governato il Veneto per tre mandati, quasi quindici anni, segue un’aggiunta non rituale. «Non vi è mai esultanza davanti alla prospettazione del carcere. Soltanto la serena affermazione che la Legge è uguale per tutti».
Che la partita fosse chiusa, almeno davanti alla Giunta, Galan lo ha capito quando di buon mattino ha letto un’intervista di Mariano Rabino, il relatore del suo caso. Aveva anticipato che il suo parere sarebbe stato favorevole all’arresto per episodi di supposta corruzione. Perchè non esiste persecuzione. «Umanamente mi dispiace e sento il peso e la gravità del ruolo. Di Galan mi piace il modo appassionato e fuori dagli schemi di fare politica, ma la mia valutazione è politica, non etica o giudiziaria: in questo caso ritengo non ci sia “fumus persecutionis”».
Rabino, parlando alla Giunta, si è spinto più in là. «Siamo chiamati solo a esprimere un giudizio su un eventuale intento persecutorio. Questa è l’unica cosa che dobbiamo valutare, non se un deputato è colpevole o innocente. Ma sono convinto che l’inchiesta è credibile e non ha guardato in faccia nessuno. Se Galan non fosse deputato, sarebbe già trattenuto in carcere». Ha elogiato Finanza e magistratura. «La prospettazione dei fatti offerta dagli organi inquirenti nasce da iniziative investigative tutt’altro che sporadiche e isolate. Il procedimento giudiziario è strutturato in forma estremamente complessa e articolata. Si può escludere che l’inchiesta sia affetta da una manifesta infondatezza o da un distorto uso dei mezzi giudiziari così evidente da configurarsi come persecutoria». Il relatore ha anche ricordato come lo stesso Gianfranco Chiarelli, deputato di Forza Italia, pur sostenendo il voto contrario all’arresto di Galan, abbia «definito l’indagine “solida, fatta bene, appoggiata a pilastri che reggono”».
Dopo gli interventi si è passati al voto. Innanzitutto la Giunta ha respinto con 14 voti contro 4 una richiesta presentata dal socialista Marco Di Lello che puntava a rispedire al Tribunale veneziano la richiesta in base alle norme contro le manette facili. Poco dopo il voto sul parere riguardante l’arresto. I voti a favore sono stati 16: oltre al relatore di Scelta Civica, i deputati di Pd e M5S . Solo tre i contrari: Forza Italia, Psi e Nuovo Centro Destra. Il presidente della giunta, Ignazio La Russa, non ha votato. Ma prima di andarsene ha commentato: «Il risultato non era scontato, c’è stata una grande attenzione da parte dei commissari nell’analizzare il caso». E di sicuro lo hanno fatto in tempi velocissimi, visto che l’ordinanza del gip fu eseguita nei confronti degli altri indagati poco più d un mese fa.

G. P.

 

I Pm: rinnovate i domiciliari per Meneguzzo

MILANO – I pm di Milano Roberto Pellicano e Luigi Orsi hanno chiesto la rinnovazione della misura cautelare per Roberto Meneguzzo, l’amministratore delegato di Palladio finanziaria finito in carcere il 4 giugno scorso nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Venezia sul Mose e la cui posizione, assieme a quella dell’ex parlamentare Marco Milanese e dell’ex generale della Gdf Emilio Spaziante, è stata trasmessa per competenza territoriale ai magistrati milanesi. Sulla richiesta di custodia cautelare per il finanziere vicentino accusato di corruzione, che lo scorso 21 giugno, dopo aver tentato il suicidio in carcere, ha ottenuto i domiciliari, dovrà decidere il gip di Milano Carlo Ottone De Marchi e dovrebbe farlo entro la fine della settimana.

 

RIESAME – Per Brentan accuse confermate solo in parte

VENEZIA – Secondo il Tribunale del riesame, che ha concesso l’obbligo di dimora a Lino Brentan, solo una parte delle accuse nei suo confronti è confermata. Per l’ex amministratore della società autostrade di Venezia e Padova, il Tribunale del riesame ritiene che effettivamente c’è stata una sorta di induzione rivolta a Piergiorgio Baita e Mauro Scaramuzza a rinunciare a presentare il ricorso al Tar alla luce dell’esclusione di Mantovani e Fip dall’appalto per le opere di mitigazione della terza corsia della tangenziale di Mestre. In questo caso l’appalto venne aggiudicato alla Sacaim, ma secondo la Procura ci fu una sorta di accordo per consentire alle ditte escluse di trovare una collocazione nel subappalto. «I termini di natura concussiva per induzione – scrive il Tribunale – emergono con nettezza». Non ci sarebbero invece indizi di colpevolezza, infine, su un ipotetico versamento, da Scaramuzza a Brentan, di 65mila euro.

 

La mossa del Pd: il Parlamento indaghi sul Mose

L’OBBIETTIVO «Valutare eventuali criticità normative sull’opera e la gestione»

Iniziativa del Pd: i deputati veneti chiedono che la Commissione Ambiente avvii un’indagine conoscitiva sulle dighe veneziane

LE RICHIESTE – Nel mirino: stato d’avanzamento dei lavori ed esigenze finanziarie

«Mose, indaghi il Parlamento»

Avrebbero potuto chiedere una commissione di inchiesta, come per l’antimafia o il ciclo dei rifiuti. Ma, al di là dei tempi lunghi – serve una legge, campa cavallo – avrebbero rischiato di intralciare il lavoro della magistratura. Cosa che ai deputati veneti del Pd non passa minimamente per la testa. Anzi. Però vogliono capire cos’è successo a Venezia, dove l’inchiesta ha spazzato via l’amministrazione di centrosinistra. Vogliono sapere come è stato possibile che il Mose abbia generato una corruzione e un malaffare nauseanti. E, posto che le dighe mobili vanno completate, come ha detto il premier Matteo Renzi l’altro giorno quand’è calato in laguna, c’è da fare chiarezza sul concessionario unico, sulle gare, sulla gestione futura dell’opera. Insomma, il Pd veneto non intende fare da spettatore.

È così che i diciannove deputati veneti del Partito democratico, capitanati dal vicepresidente del gruppo a Montecitorio Andrea Martella e dal segretario regionale del partito Roger De Menech, hanno deciso di chiedere alla commissione Ambiente presieduta da Ermete Realacci di deliberare una indagine conoscitiva sul Mose. Che, appunto, non è una commissione di inchiesta, ma è uno strumento più veloce e forse anche più efficace dal punto di vista politico. Perché se la magistratura deve fare il suo lavoro, è altrettanto giusto – dicono i democrats veneti – che anche le istituzioni si interroghino sul sistema del Mose e sul sistema “politico-affaristico” che ha coinvolto le imprese interessate nella realizzazione delle dighe mobili.
Il documento rivolto a Realacci è chiarissimo: «Chiediamo di porre all’ordine del giorno dell’Ufficio di presidenza della Commissione la richiesta di deliberare un’indagine conoscitiva in merito alla realizzazione dell’infrastruttura strategica denominata Mose, con particolare riferimento alle attività poste in essere dal Consorzio Venezia nuova, e delle imprese ad esso collegate, allo stato di avanzamento dei lavori, al quadro finanziario delle risorse finora impiegate, di quelle già stanziate e di quelle occorrenti per la conclusione definitiva delle opere».
Il motivo viene così spiegato: «Ottenere non solo un quadro complessivo relativo alla realizzazione e alla gestione dell’infrastruttura, e un cronoprogramma delle opere ancora da realizzare, ma anche per valutare possibili iniziative normative che si dovessero rendere necessarie alla luce degli sviluppi dell’indagine stessa».
Senza contare che oggi il Mose deve essere completato, ma domani qualcuno dovrà farlo funzionare. E qui il documento non lascia dubbi: «La richiesta di svolgere un’indagine conoscitiva muove anche dalla necessità di comprendere quali siano le prospettive che il Mose declinerà per il futuro della città di Venezia». Di più: bisognerà «valutare eventuali lacune o criticità normative relative agli aspetti di funzionamento e gestione dell’infrastruttura idraulica». Se la commissione Ambiente presieduta da Realacci accoglierà la proposta dei democrats veneti, a settembre l’indagine conoscitiva potrebbe già entrare nel vivo. A partire dalle «audizioni dei soggetti interessati e delle autorità di governo competenti».

Alda Vanzan (ha collaborato Giorgia Pradolin)

 

L’ACCUSA SCANDALO MOSE – In 18 pagine le motivazioni del Riesame: non ci fu alcun tentativo di corruzione

«L’arresto di Artico? Un errore»

I giudici: «Lo scagionano le stesse intercettazioni della Procura»

Più che incastrare Giovanni Artico, le intercettazioni che hanno fatto scattare le manette nei confronti dell’ex sindaco di Cessalto sembrano inchiodare alle loro responsabilità, secondo l’accusa, l’ex segretaria di Giancarlo Galan Claudia Minutillo, l’ex numero uno della Mantovani Piergiorgio Baita, l’ex assessore alla mobilità della Regione Veneto Renato Chisso e l’addetta stampa del Consorzio Venezia Nuova Flavia Faccioli. Almeno questo è quanto emerge dalle motivazioni del tribunale del Riesame di Venezia che ha deciso di annullare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa a carico dell’ex primo cittadino di Cessalto e ora funzionario della Regione Veneto.
I giudici del Riesame, esaminando le fonti di prova, hanno stabilito che «non emerge alcun atteggiamento diretto in termini concreti a vanificare la funzione demandatagli». In altre parole Giovanni Artico, difeso dall’avvocato Rizzardo Del Giudice, non avrebbe mai violato non solo la legge, ma addirittura quella che potrebbe essere definita “deontologia professionale”. Le 18 pagine redatte dal tribunale del Riesame di fatto riabilitano sia la persona che l’operato di Artico, definendo «insufficiente il quadro indiziario» che lo ha portato a passare 23 giorni rinchiuso nel carcere di Ravenna per l’ipotesi di reato di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti del Mose. In sintesi, secondo il Riesame, Artico non c’entra nulla con il meccanismo corruttivo contestato dai pm veneziani. Come detto all’inizio, le presunte prove portate dai pubblici ministeri per chiedere l’arresto di Artico, si basano sostanzialmente sulle intercettazioni telefoniche di Claudia Minutillo, Piergiorgio Baita e Renato Chisso. Proprio quest’ultimo avrebbe detto alla Minutillo che sarebbe stato Artico l’uomo da contattare per accelerare i “favori” alla Mantovani. A “scagionare” Artico è stato Piergiorgio Baita il quale, in merito all’assunzione della figlia dell’ex primo cittadino di Cessalto alla Nordest Media (legalmente rappresentata dalla Minutillo) che afferma come non ci sia stato nessun accordo corruttivo. I giudici affermano infatti che, anche se la figlia di Artico è stata effettivamente assunta dalla Nordest Media, non sono stati compiuti «atti contrari ai doveri d’ufficio».

 

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