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Quote Ihfl con Galan: Zaia apre un’inchiesta su Pavesi e Simoni

Il governatore manda gli atti alla procura della Repubblica «Il manager di Usl 17 e Usl 8 hanno un rapporto di esclusiva»

VENEZIA – Luca Zaia non finisce di stupirsi. Aveva nominato Bortolo Simoni direttore generale dell’Usl 8 di Asolo, al posto del galaniano di ferro Renato Mason. Pensava di aver fatto la scelta giusta: un medico in sostituzione dell’ex segretario regionale degli artigiani della Cgia, trasvolato dai problemi delle piccole aziende a quelli delle sale operatorie. Va bene che tutti possono fare tutto, ma utilizzare le competenze appropriate nei settori di riferimento, come minimo riduce i problemi. Nossignore, oggi Zaia si ritrova il dottor Simoni dentro alla Ihfl, la società costituita da Giancarlo Galan assieme a Giancarlo Ruscitti, l’ultimo segretario regionale alla sanità di quella gestione, l’uomo che aveva lanciato gli appalti per Area Vasta in modo da sottrarre autonomia ai direttori generali e far risparmiare soldi ai contribuenti. Senza accorgersi dell’«effetto collaterale», la gestione calore negli ospedali andava quasi dappertutto alla Gemmo Impianti, una delle poche imprese abituate a vincere sempre nel quindicennio di Galan. Con contratti milionari per 9 anni, rinnovabili per altri 9. Ne vennero fuori ricorsi alla magistratura in tutte le province, che paralizzarono il giochino, almeno per un po’. Dentro a Ihlf Galan ha reclutato anche il vecchio amico Giovanni Pavesi, direttore generale dell’Usl 17 Monselice-Este, dove i casi della vita vedono oggi l’ex presidente della Regione ricoverato come paziente a rischio. Di passaggio registriamo che la frattura a tibia e perone sembrerebbe retrocessa a semplice frattura del malleolo. Meno male, Giancarlo potrà guarire più in fretta: chi non lo vorrebbe? Pavesi era stato insediato nel 2008 ma è stato confermato il 31 dicembre 2012 da Luca Zaia. Questa è la seconda sgradita sorpresa per l’attuale inquilino di palazzo Balbi. Più seria di quella di Simoni, perché alla giunta regionale risulta che Pavesi sia presente anche in altre società, sempre in conflitto con l’attività esclusiva di direttore generale. Dentro ad Ihfl troviamo un altro medico veneto, Alberto Prandin, fino al 1° marzo 2013 direttore generale dell’Oras di Motta di Livenza, un ospedale ad alta specializzazione riabilitativa per cerebrolesi, a gestione mista pubblico-privato. Prandin era espressione della parte privata. E’ grande amico di Giancarlo Galan, che da presidente della Regione andava a inaugurare i nuovi padiglioni con dichiarazioni frizzanti alle tv: «L’Oas è un’eccellenza che dimostra come sono fuori luogo certi atteggiamenti post bolscevichi, in cui il privato è quasi sempre un pregiudicato da tenere lontano». Il 1° marzo 2013 Prandin è stato sfiduciato dal Cda e licenziato in tronco, non s’è mai capito bene perché. Forse premi contestati, ci sono cause in corso. Altri soci della Ihfl, i cui nomi sono già apparsi sui giornali, sono Massimo Bufacchi, direttore dell’Ulsa, l’ufficio per il lavoro della sede apostolica del Vaticano e Stefano Del Missier, vicedirettore generale della sanità lombarda. Giancarlo Galan controlla il 50% di Ihfl mascherato da una società fiduciaria, la Sirefid, il cui Cda è presieduto da Angelo Caloia, professore dell’Università Cattolica di Milano nonché ex direttore dello Ior, la banca del Vaticano, prima di Gotti Tedeschi. La Ihfl viene costituita il 29 dicembre 2011 nello studio milanese del notaio Angelo Busani, già candidato sindaco a Parma per Forza Italia. Lo stesso notaio che ratifica la formazione di un’altra società, la Prohealth, che avrebbe la stessa ragione sociale della Ihlf e tra i cui soci figurerebbe la Gemmo Impianti di Vicenza. Questi intrecci societari, secondo la procura di Venezia, miravano a controllare la realizzazione del nuovo ospedale di Padova, il cui promotore è un’Ati presieduta da Palladio Finanziaria di Roberto Meneguzzo. Meneguzzo è l’imputato più conteso dopo il 4 giugno: arrestato su richiesta della procura di Venezia,ha tentato il suicidio in carcere, gli hanno concesso i domiciliari, ma è stato immediatamente reincarcerato, su richiesta della procura di Milano. Le vicende sono contigue: mettetevi d’accordo verrebbe da dire. Questo tourbillon non ha fatto girare la testa a Luca Zaia. E’ lui che nomina i direttori generali della sanità. Dopo la sorpresa del primo giorno, con l’uscita dei nomi e l’intreccio societario, Simoni e Pavesi sono stati immediatamente convocati al Balbi per una formale contestazione. I due hanno risposto: Simoni ha invocato la buonafede (si sarebbe trovato coinvolto da persone di cui professionalmente non dubitava, senza cogliere la necessità di informare la giunta regionale); Pavesi ha scritto poche righe, rivendicandola correttezza dell’operato. Sulla quale invece ci sono dubbi serissimi. Le due memorie sono al vaglio dell’avvocatura regionale: il direttore generale ha un contratto con la Regione che prevede l’esclusività. Non aver dichiarato di far parte di una società che si occupa di sanità, costituita prima di firmare il contratto con la Regione, è un duplice conflitto: di interesse e di mancata esclusività. Il rapporto fiduciario è minato. Le carte del procedimento sono state mandate alla procura della repubblica.

Renzo Mazzaro

 

Galan in ospedale, martedì vota la Camera: nessuna perizia dei pm

In attesa della decisione della Camera dei deputati nei confronti dell’ex ministro e parlamentare di Forza Italia Giancarlo Galan, i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini proseguono gli interrogatori degli indagati: nei giorni scorsi sono stati risentiti tra gli altri il dirigente del Consorzio Venezia Nuova Pio Savioli, l’ingegner Luciano Neri, tecnico anche lui del Consorzio, e il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese. I rappresentanti dell’accusa vogliono chiudere al più presto le indagini, chiedendo il giudizio immediato davanti al Tribunale collegiale per tutti coloro che sono ancora sottoposti alla misura cautelare del carcere o degli arresti domiciliari e la citazione diretta davanti al giudice monocratico per coloro che sono accusati del solo reato di finanziamento illecito ai partiti. Naturalmente prima dei processi potrebbe esserci più di qualcuno che raggiungerà l’accordo con la Procura per patteggiare la pena e quindi eviterà di presentarsi in aula. Il questo modo i processi potrebbero svolgersi prima della primavera del prossimo anno. Per quanto riguarda la malattia di Galan o, meglio, l’impossibilità che ha segnalato al presidente della Camera Laura Boldrini di non potersi muovere per almeno40giorni, Procura e giudice delle indagini preliminari non hanno disposto alcuna consulenza o perizia medico legale per lo stesso motivo per cui hanno respinto la richiesta di trasformare la custodia in carcere in arresti domiciliari (il provvedimento è sospeso in attesa della decisione dei deputati). Ma leggendo la documentazione sanitaria che lo stesso Galan ha inviato si può osservare che non c’è alcuna frattura di tibia o perone, bensì quella meno grave del malleolo della gamba sinistra, frattura tra l’altro «composta» scrive il direttore dell’Unità di Ortopedia dell’ospedale Sant’Antonio di Padova. Insomma, poco più di una forte storta alla caviglia sinistra, che va comunque aggiunta alle altre patologie dell’esponente politico se si valuta la condizione generale della sua salute. Ma ad essere messa in discussione è la sua impossibilità a muoversi.

(g.c.)

 

Mose, rischiano le imprese

Cantone a Venezia: «Valuterò se andranno commissariate»

Cantone: «Mose peggio dell’Expo bloccare il monopolio dei privati»

Il presidente dell’Anticorruzione: «Il Consorzio Venezia Nuova non ha mai fatto un appalto dal 1984

Più che il commissariamento ci vuole subito una legge per assegnare la gestione dell’opera»

VENEZIA «Il Mose? Peggio dell’Expo». Commissariamento alle porte, dunque? Un’ipotesi possibile, ma da verificare nel caso veneziano: «Ho bisogno di capire se la norma che prevede il commissariamento delle imprese coinvolte sia applicabile anche a imprese che non sono transitate per un appalto. Il Consorzio Venezia Nuova non ha mai fatto un appalto. Assegnava lavori a imprese che ne facevano parte. Legalmente, perché la legge glielo permetteva. Valuteremo cosa fare, al Consorzio ho acquisito dei documenti che dovrò valutare». Al termine della sua lunga giornata veneziana – tra una visita alla centrale operativa del Mose e un incontro con i vertici del Consorzio Venezia Nuova, un faccia-a-faccia con i pubblici ministeri che si occupano dell’inchiesta e un affollato dibattito pubblico con senatore pd Felice Casson – il presidente dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, ha giudizi taglienti, seziona punti critici dello scandalo Mose (partendo dalla legge sul concessionario unico), ma non ha interventi certi da annunciare: l’impressione è che il commissariamento delle imprese coinvolte nell’indagine-terremoto “gli pruda” tra le mani,ma che non sia scontata la sua applicabilità al caso veneziano. Così è cauto sul presente e netto per il futuro: per la gestione del Mose, Cantone chiede una legge che blindi il futuro dagli errori del passato. «La più grande opera d’Italia, quella che il mondo sta studiando e incredibilmente», ha sottolineato Cantone, «ha avuto una gestione privatistica. Ora però si apre una questione fondamentale. Chi farà la manutenzione del Mose: sarà il grande affare successivo e bisognerà tenere gli occhi aperti», «ci vorrà una legge per stabilire come verrà gestita, anche perché dobbiamo partire da una domanda: quali aziende avranno la competenza per la gestione del Mose? Probabilmente solo quelle che lo hanno costruito, e quindi bisognerà tenere gli occhi bene aperti. Questo rischia di trasformarsi in un appalto a vita», frutto di una «legge criminogena, quella del 1984, che ha permesso che un consorzio prima in parte pubblico e privato, e poi solo privato, gestisse una somma enorme di soldi, praticamente senza nessun controllo da parte dell’autorità pubblica, e se qualche controllo c’è stato è stato corrotto o comprato». «Per me è molto strana l’idea di un privato che gestisca soldi pubblici e faccia anche i lavori», aveva commentato al termine del suo incontro con i vertici del Consorzio (il presidente Mauro Fabris, il direttore Hermes Redi, accompagnati anche dall’avvocato del Cvn Biagini) che gli hanno illustrato lo stato di avanzamento delle opere e la centrale operativa, da dove attivare il Mose a quota 110 cm di marea sul medio mare. Tornando all’ipotesi di commissariamento, il problema è giuridico, perché l’articolo 32 del decreto 90/2014 parla di «impresa aggiudicataria di un appalto per la realizzazione di opere pubbliche, servizi o forniture»: il Consorzio (privato) le opere le ha ottenute come concessionario unico dello Stato e le ha date in appalto, anche se i suoi vecchi vertici sono accusati di aver stipendiato i controllori e coperto di danaro chi doveva decidere sui progetti, mettendo le tangenti in conto allo stato con fatture per spese inesistenti. «Gli atti che posso firmare devono essere conseguenti a atti giudiziari: avevo bisogno di capire», ha detto ancora Cantone al termine dell’incontro con il procuratore Luigi Delpino, il neo procuratore aggiunto Adelchi d’Ippolito, i pubblici ministeri che hanno seguito l’inchiesta Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini. «La vicenda non è semplice, né tranquilla: questa è l’opera più complicata che c’è in Italia».

Roberta De Rossi e Francesco Furlan

 

l’incontro con casson e i cittadini a marghera

«Trattare i corruttori come mafiosi»

Il magistrato al convegno sul malaffare: un cancro da combattere

MARGHERA «La corruzione è un cancro come la mafia: fino a che molte persone continueranno ad accettare i corruttori perché in qualche modo simpatici, capaci di risolvere i problemi, nulla potrà essere risolto». Il presidente dell’Autorità Anti-corruzione Raffaele Cantone arriva a Marghera dopo la sua giornata in centro storico e trova ad accoglierlo un teatro Aurora strapieno per l’incontro promosso dall’associazione Umberto Conte per discutere, in un dialogo con l’ex magistrato e senatore del Pd Felice Casson, di politica e malaffare, proprio a partire dall’Expo e dal Mose. «Sembra essere tornati indietro di vent’anni perché sia a Milano che a Venezia», dice Cantone, «ricorrono i nomi delle stesse aziende, degli stessi imprenditori ». Da Tangentopoli in poi, dice il magistrato napoletano, non è stato fatto nulla dal punto di vista della prevenzione, non si è lavorato per stigmatizzare la corruzione, perché in fondo chi corrompe risolve i problemi, permette che gli affari vadano avanti «e invece elimina la concorrenza e uccide le aziende sane: nessuno si meraviglia se una persona condannata per corruzione torna in parlamento». È un problema, anche, di anticorpi, da risolvere, secondo Casson, in tre mosse: repressione, prevenzione, e formazione. Perché c’è anche quella forma di corruzione legale che, per il senatore del Pd, ha permesso che per vent’anni quasi nessuno, a destra come a sinistra, aprisse bocca sul meccanismo perverso creato in laguna, dove «Il Consorzio ha pagato sponsorizzato, anche legalmente, moltissimi soggetti», dice Casson, «come possiamo pretendere che poi questi soggetti prendano decisioni contrarie agli interessi del Consorzio che li finanzia?». È una realtà, quella del Mose, che Cantone dovrà approfondire nei prossimi giorni, prima di decidere come muoversi, sulla scorta dei documenti che ha acquisito al Consorzio. E ci sono documenti che vorrebbero vedere anche Carlo Giacomini e Andreina Zitelli, docenti universitari ed ex componenti della commissione nazionale di valutazione d’impatto ambientale del Mose, che combattono da anni. «Il Consorzio ritiene di avere una struttura privatistisca e di non essere soggetto alla trasparenza», ha risposto loro Cantone, a margine, alla fine dell’incontro. Quella stessa trasparenza che, come ha sottolineato più volte lo stesso Cantone, è fondamentale per combattere la corruzione «perché se un’azienda vince un appalto con un ribasso del 41% e poi in corso d’pera l’importo aumenta in modo esponenziale tutti capirebbero che c’è qualcosa che non torna». Il dibattito vola dai passi avanti della legge Severino, nell’alveo della quale è maturata la sua nomina a presidente dell’Autorità, al codice degli appalti da riformare «perché avvantaggia solo i grandi gruppi e schiaccia i più piccoli ». Si parla anche di mafia: «Le infiltrazioni al Nord ci sono ma la corruzione non è in questo caso un fatto mafioso».

Francesco Furlan

 

In elicottero col Cvn, poi il sì alla maxi isola

Davanti a Sant’Erasmo gli edifici per la centrale elettrica, il soprintendente Rossini si era opposto

VENEZIA – Decine di edifici in ferro e cemento che oscurano la vista del mare. Una colata di calcestruzzo in mezzo alla laguna, dove prima c’erano acqua e bassi fondali. Uno degli interventi più importanti del progetto Mose è la nuova isola artificiale davanti a Sant’Erasmo. Tredici ettari di cemento, con le nuove costruzioni ormai quasi ultimate. Adesso dovranno essere realizzate anche le ciminiere, la grande centrale elettrica per creare l’energia necessaria a far funzionare il Mose. Un pezzo della grande opera che aveva sollevato esposti e proteste sempre ignorate. Adesso, nel mezzo della grande inchiesta che prova a far luce su trent’anni di concessione unica, anche quelle vicende assumono una nuova luce. L’iter di autorizzazioni che aveva portato alla realizzazione dell’isola presenta infatti numerosi aspetti piuttosto originali. Il parere della Soprintendenza veneziana al progetto definitivo è infatti di segno nettamente negativo. L’allora soprintendente Giorgio Rossini manda al ministero il 3 settembre 2003 un lungo e articolato parere istruttorio. «L’insieme delle opere da realizzarsi nelle tre bocche di porto», scrive, «presenta elementi di alterazione fisica e paesaggistica di rilevante entità, la cui accettazione potrebbe essere giustificata solo alla luce dell’assoluta certezza dell’utilità dell’opera e della sua effettiva durata». «Tale intrusione», scrive Rossini, «risulta infatti permanente e irreversibile, ostativa di eventuali modifiche a fronte di possibili future esigenze». Quanto basta per ricevere almeno uno studio che risponda ai quesiti sollevati. Invece solo tre mesi dopo, il 3 dicembre del 2003, il Comitato di settore per i Beni ambientali e architettonici, riunito a Roma e presieduto da Marisa Bonfatti Paini, supera – e annulla – il parere negativo del soprintendente. «Vista la complessità della questione», scrive la commissione, di cui fanno parte anche il direttore generale Roberto Cecchi, già soprintendente in laguna, Giovanni Carbonara, Stella Casiello e Ruggero Martines, «ha deciso di effettuare un sopralluogo in elicottero». Alla fine del giro sull’elicottero del Consorzio Venezia Nuova il parere è positivo e rassicurante: «Nessuna opera interessa direttamente manufatti vincolati». Il Mose può andare avanti.

Alberto Vitucci

 

L’OPINIONE

di Giuseppe Tattara – Già professore a Ca’ Foscari dipartimento di Economia

È necessaria una verifica tecnica del Mose

Gentile dottor Raffaele Cantone, ho ascoltato la trasmissione televisiva “In onda” (TV7) e ho letto le sue dichiarazioni riportate sui giornali in merito al Mose. Lei sembra affermare una cosa che molti dicono, e cioè che il Mose è in stadio molto avanzato, pressoché al termine, e che una possibile azione del suo ufficio può riguardare solo la sua futura manutenzione. Io la vorrei invitare a prendere in esame alcuni fatti. 1) la tecnologia impiegata. A suo tempo e ancora oggi sono stati avanzati molti dubbi sul fatto che funzionerà (ad esempio i pareri del Consiglio superiore dei lavori pubblici e della commissione“Via”, 1998). Le verifiche tecniche operate dal Magistrato alle Acque erano frutto di corrutela e altre non ce ne sono state. Che senso ha terminare un’opera anche mancasse poco alla fine, cosa non vera, senza fare prima una verifica tecnica indipendente? Anche il Collegio di esperti internazionali a suo tempo convocato notò la “possibilità di una indesiderata risonanza tra gli elementi delle barriere”(Rapporto, 1998), che vanificherebbe l’efficacia dell’opera. Vogliamo che tutto marcisca nel fondo della laguna senza mai operare? Perché non fare oggi quella verifica tecnica che sarebbe stato necessario fare a suo tempo e non fu mai fatta? 2) ll Mose manca di un progetto esecutivo (Corte dei Conti, 2003) in base al quale si possa affermare che a tutt’oggi ne è stata completata una quota definita. Bisogna fare un’ attenta verifica circa lo stato di avanzamento dei lavori e valutare dove e se è eventualmente possibile intervenire (ad esempio le cerniere, il materiale delle paratie e altro). 3) Lei ha fatto presenti a più riprese le incongruità della Concessione Unica. Benissimo. Ma lei sa bene che nel 1995 una legge ha stabilito la abrogazione della Concessione unica e le nuove opere sono state realizzate dal Consorzio considerandole “aggiuntive” alla concessione originaria, quindi senza concorso pubblico. Ma lei vuole veramente continuare su questa strada e affidare i lavori mancanti al Consorzio? È ovvio che si sta aggirando la legge con un espediente indegno di un Paese civile. Spero veramente che lei ci ripensi o di aver capito male le sue intenzioni.

 

LAVORI DEL MOSE

Dopo la grande retata non è cambiato niente

A un mese mezzo dalla grande retata del Mose, tutto è come prima. I lavori alle bocche di porto continuano,con la posa in opera dei cassoni alla bocca di porto di Chioggia. Il Consorzio Venezia Nuova ha cambiato i vertici corrotti,come pure Mantovani Spa, l’impresa capofila del Consorzio. Il tutto come fosse un’ordinaria storia di corruzione: qualche mariuolo che per motivi di lucro personale ha gestito il malaffare. Ma l’inchiesta non dice questo: l’inchiesta sta mettendo in luce quanto da anni sostenevano le associazioni ambientaliste e i comitati e cioè che la “concessione unica” a un consorzio privato di imprese ha creato un mostro che ha partorito una grande opera inutile e dannosa, un progetto sbagliato, imposto con il monopolio della corruzione, che ha superato tutti i passaggi di approvazione con la tangente. Leggiamo sulla “Nuova Venezia” del 12 luglio che un impresa subappaltante (la CoopSanMartino) pagava250 mila euro in fondi neri-tangente alla “cupola” del Consorzio per ogni cassone (quelle scatole in cemento armato, grandi come un condominio, del costo di otto milioni ec entomila euro l’uno, che vengono posate sul fondo delle bocche di porto e nelle quali vengono collocate le paratoie): chi ci dice che l’impresa subappaltante poi, per rifarsi dei costi extra, non abbia fatto la cresta sul ferro e sul cemento? Chi ci assicura che le singole opere, pure di un sistema con molte criticità mai accertate (vedi le cerniere o il fenomeno della risonanze delle paratie) siano state realizzate adopera d’arte, per quanto riguarda i materiali e le tecniche di realizzazione? Tanto poi i collaudi erano pilotati pure quelli, come accertato dall’inchiesta. A quando un’ispezione tecnico- scientifica e contabile, da parte di un authority indipendente, sui lavori che sono stati effettuati e quelli da effettuare, che valuti anche la possibilità di una variante in corso d’opera per le criticità già denunciate?

Stefano Micheletti – Associazione Ambiente Venezia

 

Fabris: ma qui nessuna mazzetta per vincere appalti

«Ci siamo già confrontati altre volte con il governo dopo la scoperta di questa triste e schifosa vicenda e lo faremo in futuro, ma siamo convinti che le imprese possano concludere il Mose senza commissariamenti». Così il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris . «La norma prevede il commissariamento di quelle aziende che si siano macchiate di atti corruttivi per ottenere appalti e nulla di questo è contestato per il Mose. Poi abbiamo segnato molti atti di discontinuità rispetto al passato: nuovo presidente, direttore, organi di vigilanza, la revoca delle deleghe ai dirigenti, tagli alle spese non nel nostro core business». Confermata la chiusura dei lavori entro il 2016, con una spesa finale di 5,493 miliardi. «A condizione che ci vengano garantiti i flussi finanziari necessari», chiosa il direttore Hermes Redi, «siamo avanti di tre anni rispetto ai fondi erogati dal governo,ma non ancora disponibili: ci siamo indebitati con le banche per 700 milioni per garantire i lavori». Gli interessi – spiega Fabris – «rientrano nel12% di corrispettivo del Cvn».

(r.d.r.)

 

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