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Mose, corsa ai patteggiamenti

Boom di richieste in Procura, Marchese lascia la Regione

Raffica di patteggiamenti, lo chiede anche Marchese

Si dimette dal Consiglio veneto e avanza la proposta di 11 mesi di reclusione: parola ai pm

Mossa analoga di Mario e Stefano Boscolo Bacheto: verseranno 670 mila euro all’Erario

Altre richieste da Dante e Gianfranco Boscolo Contadin, Stefano Tomarelli della «Condotte», Franco Morbiolo, e dall’ex presidente del Magistrato alle acque Cuccioletta

VENEZIA – Sono ormai più di dieci gli indagati che stanno cercando l’accordo con i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto per patteggiare e uscire dal processo sul Mose prima ancora che la Procura chieda il giudizio immediato per gli arrestati, come sembra intenzionata a fare. E le dimissioni dal Consiglio regionale che l’ex esponente del Pd Giampietro Marchese ha formalizzato con la sua lettera al presidente Clodovaldo Ruffato sono una delle condizioni per arrivare ad ottenere il via libera dai rappresentanti dell’accusa dopo l’interrogatorio in cui ha parzialmente ammesso le sue responsabilità. Il difensore di Marchese, l’avvocato rodigino Francesco Zarbo, infatti, ha formalizzato ieri la richiesta, immediatamente dopo le dimissioni del suo cliente, per una pena di undici mesi di reclusione e ora attende il consenso dei pubblici ministeri. Intanto, la presidenza del Consiglio regionale ha già messo all’ordine del giorno della prossima assemblea, quella del 29 luglio, le dimissioni di Marchese, che verrà sostituito dal consigliere del Pd di Portogruaro Alessio Alessandrini. Marchese è agli arresti domiciliari con l’accusa di finanziamento illecito al partito: in particolare deve rispondere di aver incassato per la campagna elettorale regionale del 2010 58 mila euro dalle cooperative rosse che lavoravano per il Consorzio Venezia Nuova e per aver ricevuto per altre campagne elettorali, dal 2005 al 2012 tra i 400 e i 500 mila euro dalla cooperativa San Martino di Chioggia. In un interrogatorio della scorsa settimana, Marchese avrebbe confessato almeno in parte di aver incassato questi contributi illeciti. «Abbiamo già ottenuto il consenso dei pubblici ministeri per il patteggiamento» dichiarato l’avvocato Antonio Franchini, difensore tra l’altro degli imprenditori chioggiotti Mario e Stefano Boscolo Bacheto della San Martino. Due anni di reclusione e dovranno versare 670 mila euro all’Erario: questa la pena per i due che comunque dovrà passare al vaglio di un giudice dell’udienza preliminare, presumibilmente dello stesso che ha respinto il patteggiamento per il sindaco di Venezia, il giudice Massimo Vicinanza. Ma in questi giorni sono numerosi gli avvocati che hanno chiesto appuntamenti con i rappresentanti della Procura per trovare un accordo. Tra questi gli imprenditori di Chioggia Dante e Gianfranco Boscolo Contadin, il romano Stefano Tomarelli della «Condotte d’acqua », il cavarzerano Franco Morbiolo, l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta e altri ancora. Ieri, intanto, il Tribunale dei ministri con l’interrogatorio di William Colombelli ha concluso la prima fase dell’istruttoria che porterà il presidente Monica Sarti e i giudici Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi ad affermare se la notizia di reato che riguarda l’ex ministro Altero Matteoli sia fondata o meno. Colombelli, collaboratore di Piergiorgio Baita e amico di Claudia Minutillo, avrebbe in qualche modo concorso a pagare una tangente all’ex ministro per quanto riguarda i lavori di bonifica e marginamento a Porto Marghera, ma ieri si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere, visto che anche lui in questa vicenda è indagato per corruzione. Il Tribunale si riunirà dopo il 15 settembre per decidere sulla richiesta di incidente probatorio per Giovanni Mazzacurati chiesta dai difensori di Matteoli.

Giorgio Cecchetti

 

Pavesi, incarico appeso a un filo

Socio di Galan nella Ihfl: la Regione cerca la strada per il licenziamento

Claudio Niero (Pd) denuncia il palese conflitto di interessi del manager dell’Usl 17 Bassa Padovana

VENEZIA – La Regione del Veneto ha chiesto formalmente ai manager della sanità Giovanni Pavesi, direttore generale dell’Usl 17, e Bortolo Simoni, direttore generale dell’Usl 8, di spiegare per quali ragioni all’atto della sottoscrizione del loro contratto non abbiano dichiarato le partecipazioni azionarie nella società Ihfl srl che ha per oggetto «la prestazione di servizi, anche di project management, nella costruzione di strutture sanitarie all’estero». E il governatore Luca Zaia ha affidato all’Avvocatura regionale la procedura per capire se vi siano gli estremi per arrivare alla rescissione del contratto. Per Giovanni Pavesi la situazione è aggravata dalla bufera provocata dalla lunga degenza del paziente Giancarlo Galan all’ospedale di Este, che ha suscitato l’interesse della Procura di Venezia. Meno grave ma non meno imbarazzante la situazione di Bortolo Simoni, direttore generale dell’Usl 8 di Asolo, che avrebbe spiegato in una lunga lettera le proprie ragioni dichiarando sostanzialmente di aver compiuto una ingenuità. Interpellato per una replica sulla sua situazione, il manager veronese Giovanni Pavesi, ex assessore e consigliere comunale a Verona ai tempi della Democrazia cristiana, ha preferito non rispondere: «Non ho tempo». Ma è sempre più evidente che la sua situazione è sempre più barcollante. Nei giorni scorsi ha chiesto di essere ricevuto direttamente dal presidente della giunta regionale del Veneto, ricevendone un cortese diniego. Insomma, l’incarico di Pavesi è appeso a un filo. La Regione ha chiesto conto formalmente della partecipazione nella Ihfl dei due manager. E i due manager sono stati costretti a mandare una lettera di spiegazioni al presidente della Regione. Che tuttavia, contestualmente, ha inviato una segnalazione alla Procura della Repubblica di Venezia con i contratti pubblici dei due manager, la lettera di contestazione e le controdeduzioni. Zaia in pratica vuole sapere se il patto di «esclusiva » che i direttori generali della sanità veneta sottoscrivano sia stato violato dall’acquisto di quote nella società avente per oggetto proprio la consulenza della progettazione di ospedali, pur all’estero. I due manager hanno ribadito tuttavia che la società Ihfl slr non ha mai operato e risulta tuttora «inattiva». Solo che tra i soci figurano sia l’ex segreteario regionale della sanità Giancarlo Ruscitti che l’ex governatore Giancarlo Galan, attualmente detenuto nel carcere di Opera. E sul tema anche il consigliere regionale del Partito Democratico Claudio Niero intende fare luce: giusto nel giorno in cui Galan è finito in carcere ha presentato una interrogazione alla Giunta regionale per chiedere quali provvedimenti intende assumere il presidente Luca Zaia nei confronti dei due direttori generali dell’Ulss 8 di Asolo e dell’Uss 17 Bassa Padovana. «Risulta del tutto evidente – sottolinea Niero – come la funzione di direttore generale di aziende sanitarie e la contemporanea partecipazione in società private che operino nel campo sanitario costituiscano una grave violazione alle più elementari regole sul conflitto di interesse. Visto che entrambi i direttori generali sono stati nominati dal presidente della Giunta regionale del Veneto, chiedo se Zaia – conclude – intenda cautelare se stesso e l’ente che rappresenta assumendo provvedimenti sospensivi ».

Daniele Ferrazza

 

Il sistema Galan crolla. Ora la Corte dei Conti è su Veneto Sviluppo.

Inchiesta della magistratura contabile sul periodo 2006-2009

Nel mirino due operazioni dell’ex presidente Irene Gemmo

Mezzo milione di euro per il piano strategico

Un incarico affidato senza gara alla Bain

Nel fallimento della padovana Soveda l’eredità di un “buco” da 900 mila euro

VENEZIA Verrebbe da fare il tifo per Giancarlo Galan, adesso che è nudo, se l’arroganza, le furbate e la pretesa d’impunità che continua a sfoggiare non gli alienassero anche la simpatia di chi abitualmente parteggia per il più debole. L’ex presidente riesce ad essere insopportabile anche nell’ora della disgrazia, che è tutto dire. Ma su un punto ha ragione: ormai lo trattano da appestato. Non le istituzioni come vaneggia lui, che invece nei suoi confronti vanno avanti con il bilancino, ma i suoi ex amici. Nel mondodi cortigiani e approfittatori della politica che lo circondava, non meraviglia la corsa a mollare il potente caduto. Stupisce piuttosto, guardando manovre in atto, che qualcuno nel centrodestra veneto pensi di poter mettere le mani sul «lascito Galan» senza che gli si chieda dov’era, cosa faceva e su cosa lucrava negli ultimi 15 anni. Sulla scia aperta dalla magistratura è scontato il redde rationem tra i politici. Come al solito arrivano a disastro combinato, mail vero processo dovrebbe essere quello celebrato da loro: accertare non i reatimale collusioni amministrative tra tutti quelli che in questi anni sapevano ma avevano il tornaconto per tacere. Non c’è stato solo il Mose.Dove mettiamo per esempio Veneto Sviluppo? Beninteso, siamo su livelli diversi, non di reati ma di correttezza dell’amministrazione. Anche qui è la magistratura che sta aprendo la strada con un’azione di responsabilità avviata dalla Corte dei Conti nei confronti degli amministratori in carica tra il 2006 e il 2009. All’epoca il cda era presieduto dall’imprenditrice vicentina Irene Gemmo. Giancarlo Galan la insedia nel giugno 2006 parlando di «prestigiosi obiettivi da raggiungere». Per farlo la Gemmo assolda di sua iniziativa la società Bain & Company, affidando senza gara (decisione contestata) la redazione del nuovo piano strategico per la finanziaria regionale. L’incarico è affidato per 25.000 euro più Iva, seguiti da altri 245.000 più Iva, più altri 195.000 e 65.000 sempre più Iva, il tutto maggiorato di un 10 per cento di spese forfettarie. L’anno dopo altri 90.000 euro più Iva e spese forfettarie, in varie tranche, per sviluppare aspetti particolari del piano. Una frantumazione artificiosa del contratto in cui si finiva per non capire bene cosa veniva pagato. Per questo Irene trova l’opposizione di due componenti del cda di allora, Franco Andreetta e Fabrizio Stella, che fa mettere a verbale. Per gli altri tutto bene: erano Andrea Gerolimetto, Andrea Marchiotto, Roberto Bissoli, Dino Cavinato, Antonino Ziglio, Alfredo Checchetto, Riccardo Lupi, Norberto Cursi, Franco Dall’Armellina e FiorenzoSbabo. Per inciso Bissoli è l’assessore regionale all’agricoltura e segretario provinciale della Dc veronese incappato nel 1992 in Tangentopoli: riceve una bustarella da 150 milioni di lire per una concessione urbanistica da Giovanni Pavesi (anch’egli all’epoca arrestato) e ne gira una parte all’onorevole Angelo Cresco, socialista. Pavesi è oggi direttore generale dell’Usl 17 Bassa Padovana, quella del ricovero ospedaliero di Galan. Anche Angelo Cresco si è ben «riposizionato»: oggi è presidente del consorzio di emanazione pubblica che gestisce il depuratore del Garda e che bussa a quattrini per rifare la condotta sommersa. Un lavoretto da 200 milioni di euro. Non parliamo di «Rambo» Bissoli, che non è mai uscito di scena: oggi presiede la Serit, società che si occupa di rifiuti per conto dei comuni veronesi (interamente mano pubblica). Alle spalle di queste gestioni si contano i morti. L’attuale collegio sindacale di Veneto Sviluppo ha ricostruito nelle ultime settimane, su richiesta della giunta Zaia a sua volta pressata dalla Corte dei Conti, la vicenda Bain e la partecipazione a Soveda, altro episodio della gestione Gemmo. Soveda era un’azienda padovana di pane surgelato, che ha goduto di fondi europei del programma Retex, intermediati da Veneto Sviluppo. È fallita lasciando un buco di 900.000 euro, interamente a carico della Finanziaria regionale. Siamo nel gennaio 2008: a insaputa del cda e senza tener conto dell’azione giudiziaria in corso per rientrare dell’intero credito, Irene Gemmo propone a Soveda srl una transazione a 550.000 euro. I debitori si fanno forti dell’offerta e un anno dopo le parti concordano a 630.000 euro. Non contenta di aver perso 300.000 euro Veneto Sviluppo si accolla pure i 50.000 dell’arbitrato, che spettavano a Soveda. Ce n’è abbastanza, scrivono il 2 luglio i sindaci nella relazione, per imputare alla gestione Gemmo «l’esistenza di un danno erariale, dovuto principalmente alla violazione del principio di corretta amministrazione». Ai soci di oggi valutare l’opportunità di un’azione risarcitoria nei confronti dei predecessori. Su questa linea è anche un memorandum, chiesto per non sbagliare allo studio legale Gianni Origoni Grippo Cappelli e partners: pollice verso su entrambe le vicende, con la precisazione che per Bain il danno patrimoniale è contenuto in 30.000 euro. Il Cda di Veneto Sviluppo doveva riunirsi il 18 luglio ma la seduta è stata rinviata. I consiglieri sono in forte imbarazzo, si augurano che l’azione risarcitoria sia prescritta. Ma siamo solo all’inizio: come faranno se alla Corte dei Conti verrà lo sghiribizzo di controllare la situazione di Cis, società partecipata da Veneto Sviluppo con 7 milioni di euro. Vicenda molto più recente: la partecipazione è stata azzerata, dove sono finiti i soldi?

Renzo Mazzaro

 

L’EX GOVERNATORE ERA ISCRITTO A UNA LOGGIA DI PADOVA

Addio alla massoneria «L’avrebbero cacciato»

Galan “entra in sonno” cioè si autosospende dall’associazione Florence Nightingale

La decisione per anticipare una possibile espulsione

PADOVA «Mi dicono che Giancarlo Galan da almeno quindici anni non frequenti i riti della loggia. Probabilmente, anche a causa dei suoi incarichi, ha vissuto questa esperienza come distante dai propri interessi». Stefano Bisi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, commenta così «l’entrata in sonno» della sua iscrizione alla loggia Florence Nightingale di Padova, una delle cinque «officine» massoniche della città del Santo. Una decisione forse intrapresa dall’ex governatore per anticipare una iniziativa d’ufficio che avrebbe potuto essere assunta direttamente dal Venerabile della loggia padovana, a cui qualche «fratello» si era rivolto sollecitando un provvedimento di sospensione o addirittura di espulsione dalla massoneria. «Probabilmente – ha aggiunto il capo della principale massoneria italiana – ha ritenuto di non voler mettere in imbarazzo il proprio Maestro Venerabile e gli affiliati della loggia, anticipando l’apertura di un possibile procedimento di sospensione che avrebbe potuto aprire la loggia stessa. Personalmente, mi auguro che Galan possa chiarire la sua posizione giudiziaria al più presto e che gli stiano garantiti i diritti della difesa». Giancarlo Galan è dal 1987 iscritto alla massoneria del Gran Oriente d’Italia. Loggia 102 «Florence Nightingale» di Padova: insieme a lui, medici, avvocati e notai padovani. L’elenco è depositato, per legge, in Prefettura. Il 6 giugno scorso, a seguito della retata della Procura di Venezia, il «fratello» Giancarlo Galan ha mandato una lettera al suo Venerabile Maestro chiedendo di essere collocato «in sonno». E gli organi della loggia padovana gli hanno concesso questa possibilità, disinnescando così una procedura che avrebbe potuto essere aperta d’ufficio e che forse qualcuno aveva sollecitato. A Padova e nel Veneto la massoneria sta tornando ad essere a lavorare alla luce del sole e più frequenti sono le sue iniziative pubbliche. In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, anche a Padova, si sono svolti convegni e seminari pubblici. Nel Veneto sono presenti tutte e tre le «grandi famiglie » della massoneria:Grande Oriente d’Italia, Gran Loggia d’Italia di Piazza del Gesù e Gran Loggia Regolare d’Italia. Complessivamente, si parla di circa cinquecento affiliati. Il Grande Oriente d’Italia (Goi) vanta diciotto logge nel Veneto: cinque a Padova e i loro nomi sono La Pace, Galileo Galilei, Florence Nightingale, Giuseppe Garibaldi, Ekhnaton; due ad Abano Terme (Pietro d’Abano e Maat la Saggezza Trionfante); due a Treviso (Paolo Sarpi ePrimavera); quattro a Venezia (Risorgimento, L’Union, Serenissima, Sectio Aurea), una a Rovigo (Enrico Cairoli), due a Verona (Colonia Augusta e Carlo Montanari), due a Vicenza (George Washington Lodge e I Veri Amici). L’obbedienza della Gran Loggia d’Italia, guidata da Antonio Binni, ha tra i suoi Gran Maestri anche il veneziano Luigi Danesin, ha tredici «Orienti» nel Triveneto: a Venezia, San Donà di Piave, Mestre, Padova, Abano Terme, Chioggia,Stra, Treviso, Conegliano, Vicenza, Verona, Trento e Rovigo. La Gran Loggia Regolare d’Italia, guidata dal Gran Maestro Fabio Venzi, ha un’articolazione triveneta e una loggia Treviso, denominata Keystone, che si riunisce il secondo e quarto giovedì di ogni mese. Dell’iscrizione di Galan alla massoneria si è sempre saputo. Di fede liberale, profondamente laico e per indole distante dalle espressioni del Clero, Galan si è affiliato a 31 anni, al tempo in cui lavorare in Publitalia guidata da Berlusconi. La più antica associazione massonica è proprio quella del Grande Oriente d’Italia, fondata nel 1805 e che annoverò tra i suoi affiliati anche Giuseppe Garibaldi. Nella storia, molti personaggi noti come Giosuè Carducci, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli, Edmondo De Amicis furono massoni. Nel 1982 la Loggia P2, guidata dal faccendiere Licio Gelli, fu sciolta definitivamente per legge: la sua era una «organizzazione criminale» che aveva lo scopo di sovvertire l’ordine democratico italiano. Da allora gli elenchi dei massoni devono essere depositati e aggiornati in prefettura. E attorno alla massoneria aleggia un’ombra di mistero e diffidenza.

Daniele Ferrazza

 

TERZA CORSIA A4

Rizzani De Eccher, revocato l’appalto

La società consortile Tiliaventum, formata da Rizzani De Eccher e Pizzarotti di Parma, si vede revocato l’affidamento dei lavori per il terzo lotto “ponte sul Tagliamento-Gonars” della terza corsia della A4. La decisione del commissario straordinario Debora Serracchiani, sentito il parere dell’Avvocatura dello Stato, è conseguenza dell’interdittiva antimafia della Prefettura di Udine nei confronti del colosso friulano dell’edilizia. Il provvedimento, atto preventivo che prescindendo dall’accertamento di singole responsabilità penali serve a scongiurare il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nell’attività imprenditoriale in presenza di rapporti in corso con la pubblica amministrazione, era stato emesso a seguito della richiesta della Dia, Direzione investigativa antimafia. Ieri ne sono state rese note le conseguenze, molto pesanti, sulla terza corsia. Il nuovo caso rischia infatti di allungare ulteriormente i tempi per la realizzazione dell’opera. Anche se mancano conferme da parte della società che, sollecitata a un commento, ha preferito mantenere il silenzio (il presidente Marco De Eccher nei giorni scorsi si era pero detto «stupito e sconcertato» per l’interdittiva, provvedimento giudicato «privo di qualsivoglia fondamento, del tutto ingiustificato e gravemente lesivo per l’immagine del gruppo»), è praticamente sicuro il ricorso al Tar. Quanto invece a un possibile nuovo bando (in questo caso passerebbe forse un anno prima della graduatoria) o allo slittamento della classifica precedente, Serracchiani non dà certezze: «Dobbiamo attendere il completamento della progettazione e dunque qualunque ipotesi su eventuali nuove gare o affidamenti è al momento prematura. Nel frattempo – aggiunge la presidente della Regione nel ruolo di commissario – ci riserveremo di valutare ogni futuro sviluppo».

 

Galan, «memoriale corposo» per difendersi dalle accuse

Oggi l’ex governatore del Veneto viene interrogato per rogatoria nel penitenziario di Opera

Il difensore Ghedini l’ha visto «sereno»: «Stato di salute confermato dai medici del carcere»

Cartelle cliniche sequestrate, sentiti i medici Candiotto e Agnoletto. A Venezia missione del pm di Milano

Bruti Liberati: sul tavolo le posizioni di Meneguzzo, Spaziante e Milanese

VENEZIA – I finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria proseguono gli accertamenti sulla presunta incongruenza tra la prognosi di 45 giorni fatta dai medici sul conto di Giancarlo Galan appena ricoverato presso l’ospedale di Este e le dimissioni avvenute dodici giorni dopo. Ieri, infatti, hanno interrogato il primario ortopedico del Sant’Antonio di Padova Sergio Candiotto, il direttore sanitario dell’Uls 17 di Este Maurizio Agnoletto e il medico radiologo che ha letto la lastra evidenziando la frattura del malleolo della gamba sinistra. Sono stati sentiti come persone informate sui fatti, e niente di più, su richiesta della Procura lagunare. È intanto arrivato il momento del confronto con i giudici per Giancarlo Galan. Oggi – per la prima volta da quando è finito nell’inchiesta Mose, la seconda sarà venerdì 1 agosto quando il Tribunale del riesame di Venezia ha fissato l’udienza per affrontare il ricorso contro l’arresto – l’ex ministro sarà di fronte nel carcere milanese di Opera al giudice Cristina di Censo, che lo sentirà per rogatoria nell’interrogatorio di garanzia a lei delegato dal magistrato di Venezia Alberto Scaramuzza, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Galan potrà così, finalmente, opporre la propria difesa, già evidenziata davanti alla Giunta della Camera, alle accuse di corruzione che gli sono state mosse dai vecchi amici Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e dall’ex segretaria Claudia Minutillo. L’ex governatore veneto è intenzionato a depositare un memoriale scritto di suo pugno, ha reso noto il suo difensore, l’avvocato Antonio Franchini. Il legale veneziano ha anticipato che quello dell’esponente forzista sarà un memoriale «molto corposo », con il quale «verrà data risposta a tutte le contestazioni mosse». Galan si trova da due giorni nella sua cella singola all’ interno del centro clinico del carcere di Opera, uno dei più attrezzati d’Italia per l’assistenza ai detenuti. Ieri ha ricevuto la visita dell’avvocato, amico e un tempo collega deputato Nicolò Ghedini, componente del suo collegio difensivo. Un colloquio di un’ora, sui cui il legale ha mantenuto il riserbo, sostenendo solo che lo ha visto «sereno ». Ha riferito che i medici di Opera hanno confermato tutte le diagnosi cliniche fatte negli ospedali (Padova ed Este) dove Galan è stato accolto nei giorni scorsi – la frattura della gamba sinistra e i problemi circolatori correlati all’ingessatura – e allo stesso tempo stanno proseguendo nelle terapie disposte per il paziente. Galan si trova in una delle cosiddette “camere di pernottamento” del carcere, da solo perché così può essere sottoposto a un monitoraggio sanitario permanente. Ieri, a Venezia è arrivato il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. Ha partecipato ad un vertice di coordinamento tra la procura veneziana e quella del capoluogo lombardo sul caso Mose. Bruti Liberati – era accompagnato dai pubblici ministeri Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi – ha avuto un lungo colloquio con il collega veneziano Luigi Delpino e i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini. La tranche dell’indagine milanese arrivata a Milano da Venezia riguarda l’ex braccio destro dell’allora ministro dell’Economia del governo Berlusconi Marco Milanese, il finanziere vicentino della «Palladio Finance» Roberto Meneguzzo e il generale in pensione a causa di questa inchiesta ed ex vicecomandante della Gdf Emilio Spaziante. Meneguzzo, stando alle accuse, avrebbe fatto da tramite a Mazzacurati per pagare una tangente da 500 mila euro ciascuno agli altri due indagati. I tre erano stati arrestati su richiesta dei pubblici ministeri veneziani nell’ambito dell’inchiesta Mose ,ma il Tribunale del riesame aveva spedito gli atti a Milano, ricordando che se le tangenti erano state pagate era accaduto nella sede di Milano della «Palladio» per Milanese e in un albergo del capoluogo lombardo per Spaziante. La Procura di Milano ha ottenuto dal giudice di quella città il rinnovo dell’ordinanza contro cui i difensori hanno già ricorso.

Giorgio Cecchetti

 

CASO MOSE

Galan ultimo Doge?

Direi proprio di no…

I giornali, in questi giorni, definiscono l’ex Governatore del Veneto l’ultimo Doge. Al di la del fatto che sarà la Magistratura che dovrà dimostrare o meno la colpevolezza, trovo l’accostamento dei politici attuali con quelli della passata Repubblica di Venezia, estremamente poco calzante. Nella Serenissima Repubblica il bilanciamento dei poteri era estremo e veniva controllato da un complesso sistema di Magistrature, ciascuna con un compito preciso di controllo e tutte a loro volta controllate. L’unico che formalmente non aveva controllori era il Doge,ma con poteri estremamente limitati. Questi poteri erano circoscritti nelle Promissioni Dogali, una serie di impegni che il Doge assumeva all’atto della sua elezione. Dal 500 in poi venne inoltre introdotta “l’inquisizione sopra il morto”, in sostanza una apposita Magistratura era incaricata dell’esame post mortem, cioè di indagare sul “rendiconto” finale del dogado, per valutare la legittimità delle spese personali fatte e delle entrate percepite, e se c’erano irregolarità toccava agli eredi pagarle. I costi per lo svolgimento dell’incarico di un diplomatico Veneto erano assolutamente a carico personale, così come il Doge stesso doveva provvedere al mantenimento del Palazzo Ducale e perfino ai suoi sfarzosissimi Funerali di Stato. In generale tutta la carriera politica era costellata da sacrifici finanziari ed enormi rischi personali, fin dall’inizio, come Giovani di Galera, o difendendo la propria Patria a costo della vita, come fecero Paolo Erizzo, Marcantonio Bragadin, Bellisandra Maraviglia, Agostino Barbarigo, Biagio Zulian e tanti altri, dimenticati dai libri di storia Italiani che continueranno a parlarci della dinastia dei Tudoro della disfida di Barletta. Perciò per cortesia non chiamatelo Doge.

Alessandro Dissera Bragadin – Quarto d’Altino

 

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