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Quegli incontri a tre alla Mantovani

Buson ai pm: «Galan e Chisso si chiudevano in ufficio con Baita»

VENEZIA – Giancarlo Galan e Renato Chisso passavano di frequente alla Mantovani. Niente a che fare con compiti istituzionali. «Erano visite informali, arrivavano in azienda sia l’uno che l’altro e si chiudevano nell’ufficio di Piergiorgio Baita», dice Nicolò Buson ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini che lo interrogano il 16 maggio 2013. È il terzo dei cinque interrogatori subìti dall’ex braccio destro di Baita (4, 10 e 29 aprile, 16 maggio e 11 luglio 2013, ne diamo una sintesi). Buson era il responsabile finanziario e amministrativo della Mantovani. L’uomo che faceva arrivare fisicamente il denaro con gli spalloni dalla Svizzera. Che liquidava le fatture anche quando capiva che erano false. Un tipo brusco e diretto, che vorrebbe mangiarsi Colombelli con cui è costretto a trattare e non finisce di mandare a quel paese Galan e Ghedini che gliel’hanno messo tra i piedi. Ma fedele agli ordini di Baita. Una sola volta si rifiuta: quando l’ingegnere vuole mandarlo a Lugano perché faccia un bonifico estero su estero di mezzo milione. «In qualsiasi paese del mondo oggi bisogna indicare la persona fisica che dispone il pagamento », spiega Buson ai pm. «Questo equivaleva a rendere palese il soggetto che la effettuava. Era un’operazione da pazzi e non ero disponibile».
D. Lei ha mai fatto consegne all’ex presidente Giancarlo Galan?
R. Personalmente somme di denaro mai. Ne ho consegnate a Baita e dalle lamentele di quest’ultimo presumo che fossero per Galan. Ho sentito spesso Baita lamentarsi dei costi che doveva sopportare per Galan.
D. E consegne di altri generi di bene?
R. Mi ricordo un piccolo trattore agricolo per la sua casa di campagna. Mi fu fatta la fattura e pagai (circa 5000 euro).
D. Quindi lui se lo andò a comprare e lei pagò la fattura?
R. Sì.
D. Lei ha conti all’estero?
R. Sì, un conto intestato a me e all’ingegner Baita. Ci sono passati i milioni della vendita delle navi che servivano a trasportare il sasso. Adesso nel conto ci saranno 300-400 mila euro.
D. Come mai Baita le chiede di cointestarsi il conto? Scusi, i soldi sono vostri e li rubate alla Mantovani…
R. Potrebbe essere inteso anche così, ma Baita diceva che era importante avere delle disponibilità, perché ottenere lavoro costava.
D. Lei aveva la firma, ha mai prelevato denaro da quel conto?
R. Sì, di solito somme di 150-200 mila euro. Le portavo in Italia attraverso alcuni spalloni. Uno si chiamava Ezio, un povero cristo.
D. Baita ha altri conti all’estero, che lei sappia?
R. Sì, attraverso la fiduciaria Phoenix sa di Lugano. Erano state costituite due società, la Ulani Management Corp. con sede a Panama e la Quarry Trade Limited con sede in Canada. La prima era la proprietaria delle motonavi Slavutic, impiegate per trasportare i sassi, la seconda acquistava i sassi in Croazia e li rivendeva alla Mantovani compreso il costo del trasporto. I proventi di queste operazioni finivano, tramite la Lusk Financial, in un conto cifrato alla Bsi di Lugano che si chiamava “Verricello”. Successivamente alla Corner Bank, nel conto “Fortissimo”.
D. Quanti trasporti di denaro con spalloni sono stati fatti all’incirca?
R. Dal 2005 al 2012, cinque o sei volte all’anno. Tengo a precisare che da tutte queste operazioni non ho mai guadagnato una lira, ho solo rischiato il fegato e rovinato lo stomaco.
D. Non ha mai protestato con Baita?
R. Pesantemente. Ne avevo le scatole piene.
D. E Baita cosa le disse?
R. Che l’alternativa era trovarsi un altro lavoro. «Lo farei anch’io un altro lavoro se dovessi rinascere», mi disse.
D. Nel maggio 2012 noi registriamo una serie di incontri tra lei, Baita, Claudia Minutillo…
R. Sì e poi anche con Mirco Voltazza relativamente a una provvista di 800 mila euro che Baita riteneva necessaria per “sistemare” i project financing in corso di approvazione o di esame da parte della Regione o del Cipe. Tutte le opere infrastrutturali proposte da Mantovani negli ultimo 8-10 anni: le tangenziali venete, le vie del mare, il prolungamento A26 verso l’Austria o verso Cortina… Poi invece Voltazza mi disse che servivano due milioni di euro, non 800 mila.
D. Lei sapeva o chiedeva a Baita per chi erano quei soldi?
R. Non ho mai chiesto per chi fossero, però ho colto sicuramente che parte rilevante andava all’ex governatore Galan e anche, perché me l’hanno ammesso Baita e Claudia Minutillo, all’assessore Chisso. La preoccupazione di Baita era che non si facessero doppioni, che non dessimo agli stessi soggetti più volte.
D. A Voltazza per la sua attività sono state corrisposte somme?
R. Voltazza con la sua società ha sottoscritto un contratto con la Mantovani. L’oggetto era bonifiche ambientali, controlli di polizia privata.
D. C’era anche l’incarico preciso di contrastare la Magistratura?
R. Se devo essere sincero una cazzata del genere l’avevo sentita sparare dal buon Voltazza e gli avevo detto che era tutto scemo: una cosa così non era possibile scriverla in un contratto.

Renzo Mazzaro

 

Galan, 10 nomi di finanziatori. Ma tutti negano

Galan fa dieci nomi tutti lo smentiscono

I presunti finanziatori: da Archiutti a Moretti Polegato, da Putin a Angonese

E poi Mevorach e Zannoni: «I loro contributi intascati dalla Minutillo»

il trevigiano giacomo ARCHIUTTI «Ma pensate davvero che se avessi avuto da spendere duecentomila euro li avrei dati a Galan?»

MARIO MORETTI POLEGATO (Geox) «Contesto ogni addebito e mi riservo di dare corso a ogni iniziativa per la tutela della mia onorabilità»

VENEZIA – Galan chi? Come per un dantesco contrappasso ora dell’ex governatore sembra non ricordarsi più nessuno. Lui confessa, in un memoriale di trenta pagine, di aver ricevuto dei soldi «in nero» per la campagna elettorale del 2005 da una manciata di imprenditori amici. E gli industriali, nel migliore dei casi, negano tutto. Lui accusa la sua ex segretaria Claudia Minutillo: «Decisi di licenziarla» per ragioni «gravi e molteplici ». L’antipatia che «tutti i miei collaboratori» nutrivano per lei, perché «ostentava continuamente un lusso del tutto ingiustificato », perché chiedeva un ticket a chiunque volesse parlare con lui, perché infine si sarebbe trattenuta 500 mila euro da due imprenditori di cui ora Galan rivela i nomi: Piero Zannoni e Andrea Mevorach. «Ma pensate davvero che se avessi avuto da spendere duecentomila euro li avrei dati a Galan?» sibila non senza ironia l’imprenditore trevigiano Giacomo Archiutti, ex parlamentare di Forza Italia e titolare della Veneta Cucine. Più piccato Mario Moretti Polegato, mister Geox, tra gli invitati al matrimonio dell’ex governatore: «In relazione a un mio asserito finanziamento illecito nel 2005 a favore di Giancarlo Galan, contesto fermamente ogni addebito, destituito di ogni fondamento, e mi riservo di dare corso a ogni iniziativa del caso per la tutela della mia onorabilità». Il manager della sanità Ermanno Angonese si limita a un cordiale: no comment. Tolti gli omissis alla memoria presentata da Giancarlo Galan ai giudici del Riesame, che venerdì valuteranno la sua posizione, i nomi dei dieci imprenditori veneti dai quali l’ex governatore riferisce di aver percepito dei contributi elettorali mai registrati fanno rumore. «La campagna regionale come candidato presidente è estremamente costosa – scrive Giancarlo Galan – e per molte voci – cene, rimborsi spesa ai volontari, affissione manifesti, volantinaggi e così via – era necessario farvi fronte in contanti. La predetta esigenza veniva incontro alla volontà di molti contributori che non volevano apparire come finanziatori di una determinata forza politica. Tale situazione era seguita esclusivamente da me. Ovviamente la Minutillo, essendo la mia più stretta collaboratrice, ne era a conoscenza». Galan fa i nomi di Rinaldo Mezzalira (tra i 50 e i 100 mila euro), Giacomo Carlo Archiutti (200 mila euro), Giovanni Zillo Monte Xillo (50 mila), Mario Putin (tra i 10 e i 20 mila), Mario Moretti Polegato (20 mila), Ermanno Angonese (tra i 5 e i 10 mila), Gianni Roncato (17 mila) e Angelo Gentile (tra i 5 e i 10 mila euro). Chi sono? Mezzalira era un imprenditore vicentino di Sandrigo, titolare della Fitt (tubi per irrigazione) e scomparso nel 2007; Archiutti è il titolare di Veneta Cucine; Giovanni Zillo Monte Xillo è il titolare del Cementi Zillo di Este e Monselice; Mario Putin è il presidente del colosso della ristorazione vicentino Serenissima (ricavi per 250 milioni di euro); Mario Moretti Polegato è il presidente della quotata Geox di Montebelluna; Ermanno Angonese è il direttore generale dell’Usl di Vicenza; Gianni Roncato è il presidente dell’omonima azienda di valigeria di Campodarsego. Ma l’accusa più grave viene rivolta a Claudia Minutillo, accusata di essersi appropriata «indebitamente di alcune somme consegnate alla stessa da altri imprenditori». Si tratta di Piero Zannoni, un ingegnere bellunese ex consigliere di amministrazione di Veneto Sviluppo, e Andrea Mevorach, cinquantaduenne erede di una delle più importanti famiglie di ebrei veneziani, reduce dagli investimenti in Feltrificio Veneto, Alpi Eagles, Visibilia e cantieri navali Dalla Pietà. Giancarlo Galan, detenuto nel carcere di Opera, ammette di aver sbagliato a non dichiarare i contributi ricevuti, si dice «pronto a risarcire il danno» ma accusa l’ex segretaria: «Scoprii inoltre che era in quegli anni a libro paga dell’imprenditore Renato Pagnan, a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie in Regione». E infine l’autocritica: dopo il licenziamento, «reputai, sbagliando, di non contestarle l’indebita appropriazione dei denari versati dagli imprenditori Zannoni e Mevorach».

Daniele Ferrazza

 

L’ex segretaria? «Intascò 500 mila euro»

Attacco alla grande accusatrice: «Incassava ticket per fissare gli appuntamenti con me»

VENEZIA – Era invisa a tutti, ostentava un lusso spropositato e aveva accumulato un tale potere da pretendere un ticket per mettere in comunicazione i comuni mortali con il sovrano della Regione Veneto. Piccoletta, spietatamente fureghina e abilissima nel far convergere su di sè il meglio che passava per le segrete stanze di Palazzo Balbi, Claudia Minutillo si prende indietro con gli interessi tutto il letame sparso a vario titolo sull’ex governatore Giancarlo Galan che, a sua volta, nelle 28 pagine del suo memoriale inchioda l’ex segretaria accusandola di aver lucrato persino sulla sua agenda. Zitto per anni, Galan sferra ora l’offensiva contro la donna che aveva assunto un po’ controvoglia, che tutti i suoi collaboratori ritenevano «estremamente antipatica» e che era arrivata a un punto tale di avidità da «gestire in prima persona come propri ed esclusivi molti rapporti con interlocutori pubblici e e privati» senza farne parola con il “capo”. Di più. La Minutillo era arrivata a far rendere economicamente anche il tempo e l’aria che respirava l’ex presidente della Regione. «Venni a conoscenza, addirittura, che vi avesse voluto parlare con il sottoscritto doveva necessariamente pagare un ticket alla Minutillo» spiega Galan nel suo memoriale. Ed è solo l’inizio. Tra un obolo e l’altro per gli appuntamenti, c’è lo storno di 500 mila euro versati da due imprenditori per la campagna elettorale di “Gian” del 2005 e rimasti impigliati nelle tasche del cappottino di Chanel della Minutillo. Quel «lusso ingiustificato », che Galan immaginava arrivasse dal dal marito «o da quale regalo proveniente dai flirt che le attribuivano», in realtà sarebbe stato frutto di un accantonamenti sistematici, inclusivi il mezzo milione di euro mai arrivato a Galan e scoperto solo per caso, nel corso di un faccia a faccia con uno dei due imprenditori che non era nemmeno stato ringraziato per cotanta generosità. Poi c’era anche «la forte contrapposizione, anche caratteriale » con la moglie Sandra Persegato che a un certo punto lo mise alle strette. Insomma, tanto «gravi e molteplici» furono le ragioni, che dopo quattro anni Galan la licenziò ma tacque sull’appropriazione indebita per il timore «che potesse raccontare che per la campagna elettorale del 2005 avevo ricevuto finanziamenti non dichiarati». Col senno di poi, nella picchiata libera della sua carriera di uomo politico, Galan ammette di aver sbagliato (cosa che farà più volte nel memoriale) e certo si deve’essere mangiato le mani nel ricordare quando aveva assunto la Minutillo che, già nell’apoteosi del suo zelo, chiese a tutti di intercedere presso l’e governatore affinchè l’assumesse». E pensare (stoccatina finale) «che riuscì a mentire anche sul titolo di studio, dicendo – falsamente- di essere laureata».

Manuela Pivato

 

Lavori avanti tutta. E due esperti stimano il valore del Mose

Posata ieri la paratoia numero diciassette (su 78)

E il cassone numero 4è partito alla volta del mare

I docenti fontini e caporin «Senza Mose i danni per Venezia sono stimati in 8,27 miliardi in 50 anni. È possibile ridurli a 2,25 miliardi»

VENEZIA I diciotto giganti di calcestruzzo adagiati sulla piastra di cemento di Malamocco, destinati a finire «annegati» sul fondo della laguna, sono grandi quattro volte la Costa Concordia. Non fosse stato per il ciclone giudiziario di questi mesi gli ingegneri e le maestranze che stanno lavorando alla sua conclusione avrebbero meritato altrettanta enfasi di quella riservata alle spettacolari operazioni di rotazione e trasferimento della Costa Concordia. Potente allegoria dell’orgoglio ingegneristico italiano, il Mose rischia – ancora una volta per l’idiota e vorace delirio di una manciata di onnipotenti – di fare la fine della più grande – al tempo – diga d’Europa, quel Vajont tragicamente stampato nella memoria collettiva del paese per le sue duemila vittime. Nei cantieri del Mose è un martedì come tutti gli altri. Se ce l’aspettavamo questo delirio? No, rispondono abbassando lo sguardo ingegneri e tecnici impegnati notte e giorno a «mettere in moto» il gigante che vuol proteggere Venezia dalle maree. Nella bocca di porto nord del Lido, sono iniziate all’alba e si sono concluse in serata le operazioni di posa della paratoia numero diciassette del Mose (alla fine saranno 78). Queste 21 (più due per le manutenzioni) sono state realizzate per 15,5 milioni di euro dalla Cimolai di Udine e costano poco più di 600 mila euro euro l’una. Le prossime, destinate alla bocca di San Nicolò, sono state assegnate per 26,6 milioni di euro – dopo una gara – alla Fincantieri (che ha fatto sapere che le realizzerà nei cantieri di Palermo). Le prossime sono a gara: 30,5 milioni costeranno quelle di Malamocco, 25,5 milioni quelle di Chioggia. Ma a fine 2016 saranno posate. Tutte le cerniere, invece, sono in corso di realizzazione da parte della Fip industriale (Mantovani). Giusto nelle stesse ore, nell’isola artificiale di Santa Maria del mare, il cassone numero 4 ha iniziato il suo cammino verso l’acqua di Malamocco. Appoggiato a un complesso sistema di 84 martinetti oleodinamici, alla impercettibile velocità di sessanta centimetri l’ora, il gigante di calcestruzzi impiegherà più di una settimana per giungere in mare. Gli ingegneri garantiscono una precisione millimetrica nella posa in acqua: è ammesso uno scarto di cinque millimetri. In pancia questi cassoni, del peso di 27 mila tonnellate, hanno un’armatura in ferro del peso di 350 chilogrammi a metro cubo, a prova di catastrofe. Mentre infuria la tempesta giudiziaria e mediatica, i cantieri del Mose vanno dunque avanti a pieno regime. Trecento persone lavorano seguendo lo schema deciso all’inizio: al Lido lavora la Mantovani, a Malamocco la Fincosit di Mazzi, a Chioggia le cooperative rosse. Così, tra una bufera giudiziaria e un commissariamento in arrivo, al Consorzio Venezia Nuova non hanno neanche il tempo di godersi lo studio scientifico pubblicato dall’Università di Padova, Dipartimento di scienze economiche e aziendali: i docenti Fulvio Fontini e Massimiliano Caporin hanno provato a stimare il valore della protezione di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta. Quanto costa al sistema Venezia un’alta marea di medie proporzioni? Considerando entrate mancanti, disagi crescenti, manutenzioni straordinarie e danni legati all’economia turistica i due docenti giungono a conclusioni per certi versi clamorose: gli scenari presi in considerazione si sono focalizzati su aumenti di livello del mare da 2,4 millimetri all’anno fino a 20 millimetri l’anno, in un arco di cinquant’anni. La conclusione è che «senza Mose, i danni totali previsti per Venezia sono stimati in 8,27 miliardi di euro in 50 anni». Con un sistema di difesa «è possibile ridurli a 2,25 miliardi, determinando quindi un beneficio, ovvero danni evitati, stimato in oltre 6 miliardi di euro». Alle bocche di porto, l’ingegnere capo cantiere descrive l’ex presidente. «Mazzacurati? Qui sarà venuto venuto qualche volta». Adesso sta in California. Come uno Schettino qualsiasi.

Daniele Ferrazza

 

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