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Ricorso respinto per la mazzetta da 500mila euro con i soldi del Mose

MILANO – Accusa di corruzione: l’ex deputato Milanese rimane in carcere

MILANO – Finito per competenza territoriale a Milano, il filone della presunta corruzione che ha lambito il ministero dell’Economia, ha trovato ieri un’ulteriore conferma da parte del Tribunale del Riesame. I giudici a cui aveva fatto ricorso Marco Milanese, deputato di Forza Italia, già braccio destro del ministro Giulio Tremonti, hanno respinto la richiesta di revoca della misura di custodia cautelare. Milanese era stato raggiunto da un primo provvedimento del gip Alberto Scaramuzza, di Venezia. Poi il fascicolo era stato spedito a Milano, ritenuta competente per il reato contestato a seguito della decisione del Riesame lagunare che riguardava un altro imputato, il vicentino Roberto Meneguzzo, di Palladio Finanziaria.
A quel punto la Procura lombarda aveva chiesto al gip di rinnovare entro venti giorni il provvedimento, altrimenti Milanese sarebbe stato scarcerato. Contro la seconda ordinanza l’ex parlamentare ha presentato ricorso. E il ricorso è stato respinto. Milanese, ha spiegato il suo legale, Bruno Larosa, è «dispiaciuto in quanto riteneva che le sue argomentazioni avrebbero portato alla scarcerazione».
L’accusa di corruzione si riferisce a 500 mila euro che sarebbero stati pagati da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, tramite Meneguzzo, per ottenere il via libera del Cipe a un consistente finanziamento per la realizzazione del Mose. I Pm veneziani hanno ricostruito il percorso di quella mazzetta e gli incontri avvenuti a Milani, fino a quello decisivo in cui sarebbe stato consegnato il denaro.

 

LO SPECIALE – Da domani sul Gazzettino la storia dello scandalo Mose

LO SPECIALE – Da domani tutta la ricostruzione della grande inchiesta sul malaffare

Sul Gazzettino la storia dello scandalo

Il Gazzettino, a partire da domani, racconta lo scandalo del Mose. Lo fa ripercorrendo la cronaca di questi ultimi due mesi e ricordando ai lettori i passaggi-chiave di questa inchiesta giudiziaria che, mentre è ancora cronaca, è già storia. Nessuno ha più dubbi infatti che la storia recente di Venezia e del Veneto ruoti attorno alla data del 4 giugno 2014. Gli arresti di quella mattina azzerano la classe politica – di destra e di sinistra – che ha governato negli ultimi vent’anni Venezia e il Veneto e decapita i vertici delle aziende locali e nazionali, dalla Mantovani alle cooperative della Lega, mentre getta ombre anche sull’operato di alcuni ministri della Repubblica. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ma appena si accendono le luci dei riflettori su questa inchiesta, si scopre che dentro ci sono tutti quelli che conta(va)no. Dall’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan all’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso. Dai presidenti del Magistrato alle acque degli ultimi anni, a giudici della Corte dei conti e del Consiglio di stato, da generali della Guardia di Finanza a ministri e portaborse.
Insomma, la Procura di Venezia ha portato alla luce con questa inchiesta di cui solo a distanza di mesi si intuiscono appieno i contorni, il più grande scandalo della storia italiana recente. Non che i giornali non avessero sollevato più di una obiezione sul Mose – «Bastava leggere il Gazzettino», ha detto Massimo Cacciari nel corso di un dibattito televisivo – ma nessuno aveva idea della dimensione del malaffare. Piergiorgio Baita, che è l’inventore del sistema delle false fatturazioni all’estero per creare fondi neri e pagare i politici, parla di 1 miliardo di euro di soldi pubblici finiti nel pozzo di San Patrizio della corruzione. Ecco perché il giornale di Venezia e del Veneto offre questa ricostruzione che accompagnerà i lettori fino a settembre. Si inizia domani, si prosegue domenica prossima, 17 agosto, e poi ogni sabato e domenica.

 

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