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PIVA, GIà a CAPO DEL MAGISTRATO alle acque

VENEZIA – L’inchiesta Mose viaggia sotto quota periscopica. Accusa e difesa sono alle prese con la montagna di carte che documentano la grande abbuffata: i pm per aumentare i riscontri, gli avvocati per cercarne i punti deboli e demolirli. Domani scadono i termini della carcerazione preventiva (tre mesi dal 4 giugno) per il «gruppo degli spioni», i romani del settimanale «Il Punto» Alessandro Cicero e Vincenzo Manganaro e l’ingegner bellunese Luigi Dal Borgo, collegato a loro per una parte delle imputazioni. E per l’ingegnere Maria Giovanna Piva, che fu a capo del Magistrato alle Acque dal 26 luglio 2001 al 30 settembre 2008. Erano gli anni di fuoco del Consorzio Venezia Nuova, quando il sistema delle retrocessioni ideato dal “grande burattinaio” Giovanni Mazzacurati marciava a pieno regime. Con le fatture gonfiate dalle ditte il Consorzio pagava mezzo mondo, a cominciare dai controllori. In testa il Magistrato alle Acque, cui spettava il controllo diretto sul Mose. «Alla Piva avrò fatto una dazione dell’ordine di 200 mila euro ogni sei mesi, questa era più o meno la cifra», ha riferito Mazzacurati negli interrogatori dell’estate 2013, dopo l’arresto. A queste «dazioni» partecipavano le imprese, solo la Mantovani contribuiva con altri 200 mila euro l’anno. Per la Piva, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Alberto Scaramuzza, saltava fuori un secondo stipendio di 400 mila euro l’anno. Una cifra analoga andava a Patrizio Cuccioletta, subentrato alla Piva, che ha ammesso, chiedendo il patteggiamento. La Piva invece ha negato tutto il 2 luglio scorso, davanti al Tribunale del Riesame. Il quale non le ha creduto. In ogni caso il secondo stipendio non bastava. Al Magistrato alle Acque, ciliegina sulla torta, era usuale attribuire incarichi di collaudo di opere pubbliche. Extra stipendio primo ed extra secondo, come gratifica. «Non li abbiamo mai conteggiati come forma di remunerazione, era un modo per fargli un favore», spiega Mazzacurati nell’interrogatorio del 9 ottobre 2013, facendo i nomi dei beneficiari: la Piva, Cuccioletta e Ciriaco D’Alessio, arrivato a Venezia nel novembre 2011. Noterella biografica: D’Alessio era già stato arrestato per concussione nella Tangentopoli del 1993. Incassava bustarelle per sé e le smistava all’allora ministro Gianni Prandini. Lui si salvò con la prescrizione, non altrettanto Prandini. «Quando facevate avere questi collaudi, a chi chiedevate il favore?», domandano i pm veneziani a Mazzacurati. «Se erano di competenza regionale si faceva con Galan», risponde Mazzacurati «altrimenti bisognava risalire al ministero». «Lo chiedevate direttamente a Galan?». «Eh sì». Si arriva così al collaudo del nuovo ospedale di Mestre, che è di competenza regionale. La gratifica “tocca” a Maria Giovanna Piva. La cifra in ballo è dell’ordine di 350 mila euro. E cosa fa la Piva? Tira per le lunghe così da andare in pensione prima della conclusione del collaudo, evitando una norma che l’avrebbe costretta a lasciare all’amministrazione metà dell’onorario. Lo rivela Piergiorgio Baita nell’interrogatorio del 30 ottobre 2013 al tenente colonnello Roberto Ribaudo e al maresciallo Andrea Paternoster della GdF di Mestre, delegati dal pm Stefano Ancilotto. «Sono a diretta conoscenza dei fatti», dice Baita «perché all’epoca ero vicepresidente della società concessionaria, la Veneta Sanitaria Finanza Progetto spa». In questa società la Mantovani continua ad avere il 20 per cento, gli altri soci sono Astaldi, Aerimpianti, Gemmo, Cofathec, Aps, Mattioli e Studio Altieri. Continua Baita: «L’individuazione dei membri della commissione di collaudo spettava al direttore dell’Usl 12 Veneziana, dottor Antonio Padoan. Ricordo che il collaudo venne ritardato in quanto l’ingegner Piva non intendeva chiudere le procedure sino al momento del suo pensionamento, per evitare di dover retrocedere la metà del compenso. Ciò in quanto all’epoca era entrata in vigore una norma in base alla quale i dipendenti pubblici che avessero ricevuto l’incarico di effettuare collaudi avrebbero dovuto retrocedere il 50% del compenso all’amministrazione di appartenenza. L’ingegnere Piva chiese di posticipare la liquidazione del compenso sino al suo pensionamento, per non dover retrocedere nulla».

Renzo Mazzaro

 

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