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L’ingegnere ascoltato negli Usa sulle presunte pressioni dell’ex ministro Matteoli

Progettazione del Mose: l’istanza del Codacons respinta dal Consiglio di Stato

VENEZIA «Matteoli. Mi chiamò a colazione a Roma, assieme a Cinque. Ci teneva molto che Cinque lavorasse, il fatto è che questa azienda non lavorava, questo era il problema». Così aveva raccontato nei suoi interrogatori l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, tirando in ballo – nell’inchiesta su tangenti e fondi neri del Mose – anche l’allora presidente dell’Ambiente Altiero Matteoli. Ieri, l’anziano ingegnere – che da mesi vive in California, in attesa degli sviluppi dell’inchiesta che lo vede tra i principali indagati e testi d’accusa – è stato sentito per rogatoria dai giudici americani a Los Angeles, su incarico dei giudici del Tribunale dei Ministri, chiamati a decidere se autorizzare o meno i pm Ancillotto, Buccini e Tonini a iscrivere l’ex ministro al registro degli indagati in un altro filone d’inchiesta. Anche l’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita ha dichiarato ai giudici che Matteoli avrebbe esercitato pressioni affinché nell’ambito delle Bonifiche di Porto Marghera (affare da 600 milioni di euro) venisse coinvolta la So.Co.Stra.Mo di Erasmo Cinque. Ora il Tribunale attende copia del verbale d’interrogatorio, tenendo conto anche delle 9 ore di differenza nel fuso orario. Ieri, intanto, è tornato in libertà dopo quasi 4 mesi di carcere l’imprenditore Alessandro Mazzi, già nel cda del Consorzio: ha patteggiato con la Procura (anche se si attende il via libera del gup) una pena di 2 anni di reclusione (sospesa), ma soprattutto il pagamento di una multa di 4 milioni di euro. E ha lasciato la cella. Sempre ieri, il Consiglio di Stato ha invece rigettato l’istanza presentata dal Codacons per ottenere la revoca della sentenza con cui nel 2005 lo stesso Consiglio aveva dichiarato legittimi gli atti relativi alla progettazione del Mose. L’indagine penale è in corso, rilevano i giudici amministrativi, e non si è pervenuti a nessun accertamento definitivo rispetto alla falsità degli atti. Il Codacons aveva presentato ricorso a seguito dell’inchiesta penale avviata sui lavori del Mose e soprattutto in seguito agli arresti e alle ammissioni di responsabilità dei vertici del Consorzio. Il Codacons sosteneva che, nella sentenza del 2005, i giudici amministrativi avevano deliberato sulla «base di documenti alterati e falsati, in quanto frutto della commissione di reati in corso di accertamento». La VI sezione del Consiglio di Stato scrive nell’ordinanza che «nello stato presente delle cose, le vicende e gli atti evocati dal ricorrente afferiscono ad un procedimento penale che si trova nella fase delle indagini preliminari» e quindi manca «un avvenuto e definitivo “accertamento” della falsità dei documenti». Le cose potrebbero cambiare dopo le sentenze penali.

(r.d.r.)

 

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