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TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

L’INCHIESTA – Aumentano gli indagati che chiedono di patteggiare

Le figure chiave. Claudia Minutillo, da ex segretaria a manager con la passione per le grandi firme. Piergiorgio Baita, l’uomo che fa funzionare il Sistema Mose

Intanto cresce il numero degli indagati che vogliono patteggiare la pena. Il 6 ottobre verranno valutate 18 posizioni su 34. Si sono aggiunti all’ultimo momento Alessandro Mazzi (2 anni reclusione e 4 milioni di multa), l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta (2 anni di reclusione e 700mila euro di multa) e Stefano Tomarelli di Condotte (2 anni di reclusione e 800mila euro di multa). Il conto totale dei beni sequestrati è di 10 milioni di euro che saranno incassati dallo Stato. Si è sempre detto che le intercettazioni costano. Ma è proprio grazie alle intercettazioni che questa indagine porta nelle casse dello stato 10 milioni di euro.

 

IL RITRATTO DEL TERZO PM

Buccini, dalle Fiamme gialle alla Procura della Repubblica

Al suo attivo ha due omicidi risolti (il caso Jennifer e il delitto Bari), numerose indagini sul fronte ambientale e di reati contro la pubblica amministrazione, nonché un impegno appassionato nel mondo associativo della magistratura, coronato dall’elezione al Consiglio giudiziario, di cui è stato segretario fino al 2012. Stefano Buccini è il più giovane dei tre pm del pool che ha indagato sul “sistema Mose”. In magistratura dal 2002 (dopo un anno come ufficiale di leva nella Guardia di Finanza, concluso con un encomio solenne per l’attività svolta) è stato affiancato al collega Stefano Ancilotto nel marzo del 2013, subito dopo l’arresto del presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita. E da allora ha fornito un importante contributo all’inchiesta. Sempre con il sorriso che contraddistingue il suo modo di lavorare, anche nei momenti di maggiore tensione. Buccini è convinto che la serenità di giudizio, l’equilibrio, siano essenziali anche per chi svolge il ruolo di inquirente, assieme ad una buona dose di autoironia. Di reati contro la pubblica amministrazione si occupa dal gennaio del 2012 e, proprio in questi giorni, si appresta a chiudere le indagini a carico di alcuni poliziotti di Jesolo, accusati di aver abusato del proprio potere nella gestione dell’ufficio stranieri.
«La corruzione è un fenomeno sociale ed economico», ha dichiarato in uno dei suoi interventi, spiegando che il piano penale o quello etico non possono essere risolutivi: «La paura della sanzione penale non è sufficiente». È necessario prima di tutto rompere la spirale della “convenienza” che spinge a scegliere la strada della mazzetta. Dunque semplificazione normativa, nuove modalità di affidamento dei lavori pubblici, ripensamento del sistema di controllo, purtroppo fallito, come emerso dalle indagini sul Mose: il compito di controllare era stato affidato a persone già “ammorbidite” in partenza.

 

Dalle fatture false una pioggia di milioni per pagare le mazzette

FIGURA CHIAVE – Piergiorgio Baita, secondo il pm Ancilotto «un uomo molto intelligente»

«Ho capito che avevamo scoperchiato il pentolone quando mi sono arrivate le rogatorie da San Marino. Fatalità, a una mia collega di università era arrivata la nostra richiesta. Lei, bravissima, si è messa a lavorare giorno e notte sulle fatture di quella che allora era una società sconosciuta, la Bmc di tal William Colombelli. Le aveva tirate fuori tutte e ce le aveva spedite – ricorda il pm Stefano Ancilotto – Il Finanziere che faceva i conti e controllava ad una ad una le fatture, ad un certo punto è venuto da me: “Dottore o qui hanno sbagliato le virgole, oppure sono milioni di euro. Decine di milioni di euro.” Abbiamo controllato puntigliosamente e abbiamo visto che c’erano un sacco di soldi che venivano ritirati dalla banca in contanti. Una volta anche un milione di euro in un solo colpo. Abbiamo passato le fatture ad una ad una per vedere se si trattava di lavori effettivamente eseguiti e abbiamo visto che la Bmc era poco più di un ufficetto a San Marino. La società di sicuro non aveva le competenze per svolgere tutte quelle consulenze e quei lavori. A quel punto ho capito che stava per venir giù il mondo e mi sono reso conto dell’enormità dello scandalo. Poi è arrivata Claudia Minutillo».
LA “FEMME FATALE”
Aveva chiesto di parlare subito, prima ancora di salire in macchina, mentre era ancora in corso la perquisizione nella sua casa di Marocco, a pochi chilometri da Mestre. Un “appartamentino” da 17 vani, dotata di tutti gadget di una abitazione che appartiene ad una donna di successo. Come le luci che si accendono e si spengono “man mano che le stanze ammirano il lento incedere dei tuoi passi da regina della casa” – così recitano quei depliant che ti fanno apparire per quello che non sei. Come le stanze-guardaroba con gli armadi che hanno i ripiani fatti su misura per le borsette di Hermes e le scarpe di Christian Louboutin, quelle scarpe nere, decolleté, con la caratteristica suola rossa che non è che te le tirino proprio dietro visto che non scendono facilmente sotto i mille euro al paio, ma se non le hai non sei nessuno. Chissà se nel momento dell’arresto le era venuto in mente di quella volta che era andata a Parigi a fare “shopping” e si era comprata ben 12 paia di Loubotin in un colpo solo. In galera non gliele avrebbero fatte tenere. E nemmeno il cappottino che, secondo il suo ex datore di lavoro, Giancarlo Galan, valeva 18 mila euro.
“Signora, aspetti almeno che arriviamo in caserma, poi potremo verbalizzare” – le avevano detto i Finanzieri.
Era terrorizzata, Claudia Minutillo, e avrà pensato che da un momento all’altro stava per perdere tutto. Per anni era vissuta nell’idea che era la regina della slot machine che avevano messo in piedi per lei l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan e l’ex assessore alla Mobilità e infrastrutture Renato Chisso. Quando Galan l’aveva mandata via dalla Regione, ecco pronta la rete di salvataggio. Lei del resto glielo aveva detto chiaro e tondo a tutti e due che non poteva finire così, che 10 anni di sacrifici al servizio di Giancarlo non potevano essere cancellati con un colpo di spugna. Galan aveva parlato con Piergiorgio Baita, che l’aveva fatta entrare nel gran giro. «Galan e Chisso mi hanno detto che dovevo dare alla Minutillo uno stipendio di 250 mila euro netti all’anno, che è una retribuzione che non credo di prendere nemmeno io» – dice Baita.
250mila euro netti, come prenderne 500 mila lordi. Una cifra da maraja. Niente a che vedere con lo “stipendietto” da 2mila e 500 euro al mese che prendeva come segretaria particolare di Galan quando era Governatore del Veneto. E poi finalmente era libera, niente signorsì, niente sbattere i tacchi, non doveva più avere a che fare con il caratteraccio di quell’omone che sapeva essere simpatico con tutti, ma a volte era durissimo con lei. Adesso comandava. Adesso era amministratrice delegata di Adria Infrastrutture, una ditta della Mantovani e fatturava milioni di euro all’anno. E si era pure innamorata, di William Colombelli. Chissà se era l’uomo giusto. Di sicuro era l’uomo giusto per fare i soldi. Tanti soldi. Dal 2005 al 2013 la Bmc Broker della premiata ditta Colombelli-Minutillo ha emesso fatture per 10 milioni di euro.
«Quelle fatture sono relative a nulla» – aveva spiegato Claudia Minutillo nel suo primo interrogatorio. E quando il pm Stefano Ancilotto le aveva chiesto di nuovo: «A nulla? Quelle fatture si riferiscono a nulla?». «A nulla».
L’inventore delle fatture false, che poi è anche l’inventore del sistema dei project financing e uno dei “geni” dell’intera operazione Mose, è Piergiorgio Baita. L’idea delle “cartiere” – le società che producono fatture false – gliela dà […], il commercialista che è ancora l’unico latitante della retata storica. Ma una volta imparato il meccanismo, è Baita che lo fa andare al massimo. E’ lui che inventa le consulenze, che prepara le fatture false e che le fa firmare alla Minutillo come amministratrice delegata di Adria Infrastrutture. E’ lui che si fa riconsegnare dalla Minutillo i soldi che lei e Colombelli prelevano in contanti nella banca di San Marino. E’ lui, infine, che dispensa, assieme a Giovanni Mazzacurati, le mazzette. Perché a questo servono le fatture false e le “retrocessioni” ovvero i quattrini che tornano indietro, in contanti, dopo essere passati per San Marino, tolte le spese, ovviamente, perchè altrimenti Claudia Minutillo non avrebbe potuto continuare a fare la bella vita. I viaggi anche solo per fare acquisti a Parigi, le macchine con la targa di San Marino, che fanno tanto “in”, i vestiti firmati, quei suoi tubini neri che facevano tanto lady dark – una mania, quella di vestirsi di nero, che risale ai tempi del liceo scientifico, fatto nella succursale di Mirano del liceo classico Franchetti. Di tutto questo si vantava in continuazione la “dottoressa Minutillo”, come si faceva chiamare e come la chiamavano tutti, nonostante una laurea non l’avesse mai presa. Aveva fatto due anni di lingue, questo sì, a Ca’ Foscari, ma niente di più. Le compagne di scuola la ricordano come una “femme fatale” ma solo perché lei si viveva così, una che se la tirava e che agli uomini ha sempre fatto fare quello che voleva. Aveva trovato Galan e Chisso che le avevano asfaltato la strada.
BAITA, IL “GENIO”
«Fin dal primo interrogatorio mi ha dato l’idea di un uomo molto intelligente. Intelligentissimo. Forse l’indagato più intelligente che mi sia capitato di incontrare – ricorda il p.m. Stefano Ancilotto – Con Baita abbiamo messo a punto in 5 interrogatori tutto il sistema Mose. Con un altro ce ne sarebbero voluti 40. Era preciso, dettagliato, sicuro. E andava con ordine, elencando ad uno ad uno gli elementi, senza mai perdersi. La sua ricostruzione storica dei fatti è da manuale. Analitica. Parte dal 2002 e racconta che il meccanismo era già in funzione quando arriva lui al Consorzio. Poi parla di Galan e Chisso, poi descrive minuziosamente il meccanismo spartitorio. Freddo, razionale, calcolatore, questo sì».
Il primo “verbale di persona sottoposta ad indagini” è del 10 maggio 2013. Baita è in carcere da febbraio. Due mesi non sono stati sufficienti. Tant’è che l’amministratore delegato di Mantovani in quel primo verbale ammette quello che non può non ammettere e cioè che sì conosce la Claudia Minutillo e sì pure Colombelli. E sì, spiega che Colombelli gli è stato presentato da Galan e che Colombelli attraverso la Bmc «ha retrocesso allo scrivente gran parte della somma bonificata all’estero. Credo che la somma restituita ammontasse in media all’80 per cento della fattura pagata». Ma non ammette nulla di più e, alla fine, inguaia solo la Minutillo – che è già inguaiata di suo – e qualche altra “scartina”. Ma ad esempio dice di non ricordarsi a chi era andato un bonifico di 500 mila euro – soldi finiti nelle tasche del Presidente del magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta.
«Nel corso del primo interrogatorio, mi aveva fatto il quadro della situazione, ma senza dirmi praticamente nulla. Nessun nome, nessuna dazione. Mi ricordo che dopo aver chiuso il verbale, gli ho detto: “Ingegnere, come nel ’92.” Lui mi ha chiesto che cosa significasse e io gli ho spiegato che, come nel ’92, aveva raccontato per filo e per segno i meccanismi, ma più in là non era andato. Solo che io non potevo accontentarmi e gliel’ho detto chiaramente che non mi bastava. Volevo nomi e cognomi, volevo fatti. Volevo cifre. Circostanze precise. E lui mi ha guardato e secondo me ha capito che sarebbe rimasto in galera.»

12-Continua (Le puntate precedenti sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24, 30, 31 agosto, il 6, 7, 13 e 14 settembre)

 

Le difese: una battaglia giudiziaria a colpi di ricorsi

È stata una battaglia giudiziaria a suon di istanze di remissione in libertà e di ricorsi davanti al Tribunale del riesame. Dopo gli arresti del giugno scorso, gli indagati nell’inchiesta sul “sistema Mose” hanno messo in campo una batteria di difesori di tutto rispetto, molti dei quali veneti. L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, ha scelto il presidente dell’Ordine degli avvocati, Daniele Grasso, capace di concordare un patteggiamento ai minimi (poi rigettato dal gip). I funzionari regionali Giovanni Artico e Giuseppe Fasiol, difesi da Rizzardo Del Giudice e Marco Vassallo, sono riusciti ad ottenere l’annullamento dell’ordinanza per mancanza di gravi indizi; l’ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi (avvocati Giorgio Bortolotto e Paolo Rizzo) è stato rimesso in libertà in quanto ritenuto vittima di concussione. Tra i legali veneziani impegnati nel procedimento, figurano il presidente della camera penale veneziana, Renato Alberini (difensore di Alessandro Mazzi), l’avvocato Renzo Fogliata, primo difensore del sanmarinese Walter Colombelli, produttore di false fatture per la Mantovani; Simone Zancani, difensore dell’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo; Giovanni Molin, legale dell’ex presidente della Venezia-Padova, Lino Brentan. E ancora Andrea Franco, avvocato dell’imprenditore Andrea Rismondo; Angelo Andreatta, difensore di Stefano Tomarelli (Condotte); l’avvocato Tommaso Bortoluzzi che assiste l’ex collaboratore di Mazzacurati, Luciano Neri; il legale rodigino Francesco Zarbo, difensore di Giampietro Marchese, un tempo esponente di spicco del Pd.

 

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