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TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

LA GESTIONE DEL MOSE  «Rischiamo di restare per sempre “prigionieri” del Cvn»

I conti rivelati da Piergiorgio Baita: tra mazzette e “sponsorizzazioni” il Consorzio ha dispensato cento milioni all’anno per dieci anni

E il Mose? «Intanto spero proprio che funzioni, anzi sono sicuro che funzionerà dal momento che è la più grande opera di ingegneria che sia mai stata fatta in questo Paese e per il bene del mio Paese spero e credo che abbiano lavorato al meglio – spiega Stefano Ancilotto – Semmai il problema è un altro e cioè la manutenzione ordinaria e straordinaria. Temo che solo chi ha realizzato il Mose sia in grado di farlo funzionare.» Vuol dire che saremo prigionieri per sempre delle ditte del Consorzio? «Ho paura di sì. Metti che fai un appalto per la gestione delle paratoie e che una si rompa, la Mantovani o un’altra ditta può saltar fuori a dire che non si è rotta per motivi strutturali, ma perchè è stata eseguita male l’operazione di apertura e chiusura. Dunque…»

 

LE INDICAZIONI DI RAFFAELE CANTONE

«Fermare l’evasione per battere la corruzione»

Ma, passata la “buriana”, non andrà a finire che fra vent’anni siamo daccapo, esattamente come è successo dopo le inchieste del 1992? «Ci sono le leggi sbagliate da correggere e c’è un problema culturale» – avverte il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone. La legge che affida al Consorzio Venezia Nuova la realizzazione in regime di monopolio del Mose è stata definita “criminogena” da Cantone perchè un soggetto privato è chiamato ad occuparsi di un’opera pubblica, interamente finanziata dallo Stato. Dunque questa legge, secondo Cantone va cancellata al più presto. Ma c’è anche il problema culturale. «Credo che la corruzione si combatta esattamente nel modo in cui abbiamo combattuto la mafia – spiega Cantone – Come abbiamo fatto? Siamo andati nelle scuole a parlare e a convincere i ragazzi che la mafia è il male del Paese. Oggi l’evasore fiscale e il corruttore non sono simpatici, ma non sono nemmeno antipatici. Anzi, il corruttore magari non è simpatico, ma l’evasore fiscale invece sì, viene considerato un furbo. Nessuno lo condanna socialmente. Non è come in America che i figli si vergognano dei genitori se vengono pizzicati a non pagare le tasse».
Lei ha fatto l’esempio di un evasore condannato a 21 anni di galera negli Stati Uniti. Qui da noi al massimo qualche anno, se non scatta la prescrizione.
«Il problema è che la corruzione è possibile solo perché c’è l’evasione fiscale. Le aziende riescono a fare nero perché evadono. Se non fermiamo l’evasione non fermiamo la corruzione e bisogna andare nelle scuole a spiegarlo». Lei sostiene che la corruzione è è un cancro come la mafia e che non ne usciamo se non con un salto culturale. «Il gap culturale da comare è relativo alla giustificazione dell’evasore. Finchè pensiamo che sia un furbo, un simpaticone, uno tutto sommato da invidiare, non ne usciremo mai.»

 

Vale un miliardo il grande saccheggio dei soldi pubblici

Al secondo interrogatorio Piergiorgio Baita cambia strategia. I suoi avvocati no. Racconta l’amministratore delegato e presidente della Mantovani che i suoi difensori si erano presentati in carcere con il suggerimento di farsi ricoverare in clinica per una operazione al cuore. In questo modo, spiega sempre Baita, sarebbe saltato il secondo incontro con il pm Stefano Ancilotto. Il primo si era concluso con un nulla di fatto e Baita aveva capito che sarebbe rimasto in galera. In quindici giorni matura la decisione di vuotare il sacco. I suoi legali lo sconsigliano e in ogni caso avvertono che non lo possono seguire su questa strada, visto il cambiamento improvviso di rotta che mette in crisi la strategia difensiva. E Baita decide che è arrivato il momento di mollare l’ancora e di prendere il largo con una barca guidata da un pilota diverso, che eviti di farlo schiantare contro lo scoglio delle patrie galere. Cambia avvocato – prima aveva Piero Longo, collega di studio dell’avv. Niccolò Ghedini, grande amico di Galan – e via, inizia a parlare. Il secondo interrogatorio è del 28 maggio 2013. Sono passate due settimane, ma è cambiato il mondo, per Baita, che non ha più intenzione di continuare a vederlo a scacchi.
UN MILIARDO IN FUMO
«Cominciamo dal 2002 – attacca Baita – anno nel quale la Mantovani compie un salto di dimensioni e anche di collocazione di mercato.» Inizia così e racconta per filo e per segno il sistema Mose, che lui in parte aveva trovato già pronto, bell’e fatto nel 2002. Vuol dire che Giovanni Mazzacurati già agli inizi degli anni Duemila aveva messo in piedi il meccanismo delle tangenti e delle “liberalità” e cioè i soldi per le sponsorizzazioni, quelli che servono a comprarsi le anime belle, mentre le tangenti comprano le anime dannate, ammesso che si riesca a percepire la differenza sostanziale. Il secondo verbale, quello del 28 maggio, sembra un libro stampato. Piergiorgio Baita costruisce tessera dopo tessera un mosaico completo, preciso del malaffare e mostra anche in questa occasione la sua genialità. Dispensa date e circostanze con la precisione di un chirurgo, ricostruisce accordi politici e “maneggi” con grande lucidità. Non si autoincensa, ma nemmeno si flagella. Spiega che il meccanismo non l’ha inventato lui, che quando arriva al Consorzio nel 2002 il meccanismo Mose è già rodato e chissà da quanto andava avanti sotto la direzione di Giovanni Mazzacurati di cui Stefano Ancilotto dà un giudizio che è la fotografia precisa dell’uomo: “E’ il Gianni Letta della laguna”. Il Richelieu, il Cardinal Mazarino, insomma, il potentissimo che non si mette mai in mostra e manovra dietro le quinte. Baita spiega che se si vuol lavorare con il Consorzio Venezia Nuova non c’è altro modo, funziona così e dice che sì, anche a lui dava fastidio pagare tutta quella gente che non faceva niente e incassava i soldi. Parla come uno che sa quel che vuole, come uno che ha messo in conto tutto. Dall’inizio. Forse anche l’arresto. Di sicuro il pentimento. E pure la condanna. Ha già fatto tutti i suoi conti e sa che il gioco vale la candela. Baita infatti patteggia 22 mesi di galera per l’evasione fiscale. Non se la caverà con così poco perché dovrà affrontare altri processi per corruzione e per concussione, ma il conto finale non sarà lontanissimo da quei due anni scarsi. Che sono niente, meno di niente se si pensa a quanti milioni di euro ha maneggiato, a quanti ammette di averne sottratti al fisco, a quanti ne ha pagati in tangenti. 22 mesi e poi basta. Volendo, si ricomincia da capo. Altro giro altra corsa. Esattamente come era successo nel 1992. Arrestato nel luglio di quell’anno, il quarantenne Piergiorgio Baita è accusato di corruzione e di violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Con lui finiscono in carcere il presidente della Giunta regionale del Veneto, Franco Cremonese e Giorgio Casadei, braccio destro e sinistro in laguna del ministro Gianni De Michelis. Finisce nei guai anche Franco Ferlin, segretario del potentissimo ministro dei trasporti ed ex presidente della Regione Veneto, il doroteo Carlo Bernini. Anche in quell’occasione la Tangentopoli veneta inizia con un imprenditore che è tagliato fuori dal giro e inizia a parlare. E poi è un banalissimo appalto per la fornitura di terra da utilizzare per la spalletta della bretella autostradale che porta al Marco Polo che fa finire in galera il gotha della politica veneziana. Baita racconta ai magistrati il sistema delle mazzette e spiega che dentro la torta ci sono tutti, i socialisti di De Michelis e i democristiani di Bernini-Cremonese, con l’inevitabile spruzzata di cooperative del Pci. Sembra oggi. Uguale, uguale. Alla fine del processo, nel 1995, Baita viene assolto per non aver commesso il fatto. E subito dopo inizia a mettere a frutto quel che ha imparato. Niente più mazzette nascoste dentro le mutande, come ha visto fare allora, con lui la corruzione viaggia sulle ali delle consulenze. Che non si negano a nessuno e che permettono alle aziende come la sua di scaricare anche i costi. Ed ecco l’idea delle “cartiere”, prima la Bmc di San Marino, fino al 2010, quando San Marino finisce nella black list e poi la Quarry Trade canadese. Per non parlare dei conti in banca in Svizzera, dove finisce il nero delle fatturazioni. Nicolò Buson, il cassiere di Baita alla Mantovani racconta che i soldi se li faceva portare in Italia dalla Svizzera con gli “spalloni”, come ai tempi del contrabbando di Totò e Fernandel. «Mi recavo o davo disposizioni alla banca e prelevavo delle somme e me le facevo portare dagli spalloni. Inizialmente a Milano, i primi anni, e poi invece ho visto che potevano arrivare a Padova».
Quanti soldi? Si andava a colpi di 150-200mila euro al colpo – spiega Buson. Del resto 100mila euro par di capire che non si negano a nessuno, che sia il presidente del Magistrato alle acque o un intrallazzatore che giura di conoscere un qualsiasi generale della Finanza. Tanto i soldi sono di Pantalone. Ma quanti soldi?
«Un miliardo di euro in 10 anni se si vuol stare ai conti dello stesso Baita» – sintetizza il pm Stefano Ancilotto.
Baita conteggia 10 milioni di mazzette all’anno per 10 anni. Fa un totale di 100 milioni. E il resto, fino a raggiungere quota mille milioni di euro, è in “liberalità”. Di fatto il Consorzio pagava tutti e corrompeva tutti. Il saccheggio di soldi pubblici avviene in molti modi. Il primo, legale: il Consorzio Venezia Nuova ha diritto al 12 per cento sull’ammontare dell’opera. Si chiamano “oneri di concessione” e valgono su qualsiasi lavoro svolto. Finora per il Mose lo Stato italiano ha speso 6 miliardi di euro, il 12 per cento di quei 6 miliardi è del Consorzio. Sono quattrini garantiti per legge al Consorzio dalla Legge speciale per Venezia. Questa è la legge che il presidente dell’autorità per la lotta alla corruzione, Raffaele Cantone, collega magistrato di Stefano Ancilotto, chiama “legge criminogena”. Perché affida a privati la gestione dei soldi pubblici. Senza controllo. E senza appalti. Significa che i cittadini hanno pagato il Mose almeno il 30 per cento in più di quanto lo avrebbero pagato se ci fossero stati gli appalti, che mediamente vengono assegnati con un ribasso del 30 per cento, per l’appunto. Siccome il Consorzio è il concessionario unico delle opere di difesa a mare, non viene fatta alcuna gara di appalto. Anche questo è legale.
LA SLOT MACHINE DEL CONSORZIO
Infine ci sono le mazzette e le “liberalità”.
Le mazzette, secondo i conti fatti da Piergiorgio Baita ammontano ad una decina di milioni di euro l’anno, abbiamo detto, le liberalità a 80 milioni di euro l’anno. Il totale è 100 milioni all’anno per 10 anni. Uguale, un miliardo, per l’appunto. Un fiume di denaro che sommerge Venezia e Roma passando per Milano. Un fiume di denaro che lambisce tutti e non risparmia nessuno. Il Consorzio dispensa quattrini urbi et orbi. A beneficiarne ad esempio è il Patriarcato di Venezia con la Fondazione Marcianum voluta dal cardinale Angelo Scola. Per il Marcianum hanno pagato tutti i cittadini, anche coloro che in chiesa non hanno mai messo piede. Così come hanno pagato per il restauro di un convento e di un seminario. Ma poi anche chi ama il basket e odia il calcio, senza saperlo ha finanziato squadre e squadrette di calcio di ogni ordine grado, a cominciare dal calcio Venezia. E poi convegni e libri, film – compreso quello del figlio di Giovanni Mazzacurati, Carlo – su Venezia e il Mose. E, ancora, giri in elicottero di centinaia di giornalisti e personalità varie, sempre a spese del contribuente che avrebbe dovuto pagare il Mose 1 miliardo e mezzo di euro e alla fine lo pagherà più di 6.

13 – Fine (Le puntate precedenti sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24, 30, 31 agosto, 6, 7, 13, 14 e 20 Settembre)

 

Recuperati 10 milioni 900 rischiano di “sparire”

E adesso parliamo di soldi. Baita conteggia mazzette per 100 milioni di euro. Quanti soldi ha recuperato finora la Procura con i p.m. Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini? 10 milioni di euro, una cifra consistente, ma è solo un decimo del maltolto.
Il resto? Ci sono ancora i sequestri di case e barche, auto e ville. Ma anche di quadri e gioielli. Improbabile che si arrivi a recuperare 100 milioni – anche perchè la prescrizione si porta via un certo numero di mazzette – ma la Procura di Venezia ce la mette tutta. Restano fuori conteggio invece le cosiddette liberalità. Nessuno dei tanti che hanno ricevuto centinaia di migliaia di euro, si è finora sentito in obbligo di restituire. Anche se, adesso, sa che si è trattato di soldi pubblici e cioè dei contribuenti, utilizzati per restaurare conventi e seminari, per pagare convegni sulla dottrina della chiesa e congressi sulle ultime frontiere della medicina. Quei soldi non li vedremo mai più. E se ha ragione Baita si tratta di una montagna di quattrini, 900 milioni di euro. E siccome si tratta di contributi regolarmente registrati non c’è alcun reato da perseguire – dicono in Procura. Non resta che sperare che sia la Corte dei conti ad aprire una inchiesta e a tentare di farsi restituire i soldi.

 

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