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LA RETATA STORICA

di Beppe Caccia – Associazione “In Comune” Venezia

Il Consorzio Venezia Nuova s’inalbera per il prezioso lavoro di ricostruzione che il Gazzettino sta conducendo sullo scandalo Mose. Ma i conti che continuano a non tornare, sono proprio i loro. Nell’ottobre 2012, qualche mese prima dei primi arresti, il sottoscritto aveva provato a capire quale fosse l’effettiva destinazione delle ingenti risorse stanziate dallo Stato per Venezia e la sua laguna. Già allora balzava agli occhi l’insostenibile sproporzione dell’aggio riconosciuto al Consorzio a titolo di “spese generali di gestione”: un 12 per cento su ogni somma di denaro pubblico destinata alle opere di salvaguardia. E questo, grazie alla mostruosità giuridica rappresentata dalla “concessione unica”, a partire dalla Legge Speciale del 1984.
Nessun altro “general contractor” di grandi opere infrastrutturali finanziate con risorse pubbliche gode, nel nostro Paese, di un trattamento simile: si va, in taluni casi, da un minimo dello 0,5 per cento a un massimo del 6 per cento. E nessuna impresa è mai fallita per questo! E si tratta di una percentuale che è stata applicata non solo agli stanziamenti per la realizzazione del sistema di dighe mobili alle bocche di porto, ma a tutte le risorse gestite dal Consorzio durante la sua esistenza, pari a circa 9 miliardi di euro attuali, per un importo complessivo nella discrezionale disponibilità delle sue imprese pari a un miliardo di euro.
Ma non c’è solo questo. La convenzione stipulata nel 1991 tra lo stesso Consorzio e il Magistrato alle Acque di Venezia, e i successivi atti integrativi che ne hanno confermato e rafforzato il monopolio, stabilisce che le opere realizzate e da realizzarsi siano pagate sulla base di un tariffario stabilito e aggiornato dal Magistrato stesso. Questo spiega perché, come dimostrato dagli inquirenti e confermato dai diretti interessati, fosse decisivo per il Consorzio corrompere proprio i presidenti del Magistrato, che avrebbero invece dovuto dirigerne e verificarne l’operato. Avere “a libro paga” questi infedeli funzionari dello Stato significava controllare a proprio piacimento anche il meccanismo di retribuzione delle opere.
Considerato che con procedure d’appalto corrette e trasparenti si ottengono, per le opere pubbliche, ribassi d’asta assai significativi possiamo ipotizzare (ottimisticamente) che i prezzi siano stati gonfiati almeno del 35 per cento.
I conti sono perciò presto fatti: più della metà delle risorse di tutti noi contribuenti, stanziate dallo Stato e gestite dal Consorzio, non sono finite nei cantieri dei progetti, ma hanno costituito enormi riserve di super-profitti, ad altro destinate. In un modo o nell’altro queste risorse devono tornare alla città di Venezia e all’effettiva tutela fisica e socio-economica dell’ecosistema lagunare. L’attuale dirigenza del Consorzio Venezia Nuova, in perfetta continuità con quella finita in manette, continua a eludere questo tema. Sarebbe ora che la politica, e il governo nazionale per primo, gliene chiedesse finalmente conto.

 

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