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Gazzettino – La resa di Galan: 2 anni e 10 mesi

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

9

ott

2014

MOSE – L’ex ministro patteggia la pena. Confisca di 2,6 milioni. La Procura: sì ai domiciliari. Decadrà da deputato

Nordio: pena non altissima ma confiscata grossa somma

ACCORDO – L’ex governatore Giancarlo Galan chiede il patteggiamento per lo scandalo Mose: due anni e dieci mesi e 2,6 milioni di euro. Sì della Procura, la decisione finale spetta al gip.

SVOLTA – L’ex doge dovrebbe andare agli arresti domiciliari. Oggi, intanto, interrogatorio in carcere per l’ex assessore Renato Chisso.

La resa di Galan: 2 anni e 10 mesi

Se non ha i soldi per pagare, rischia la confisca di villa Rodella

DETENUTO – Giancarlo Galan si trova dal mese di luglio nell’infermeria del carcere di Opera a Milano. Adesso per lui si fa concreta la speranza di ottenere gli arresti domiciliari

Galan si arrende e patteggia 34 mesi e 2,6 milioni di euro

Dopo aver sempre respinto ogni accusa, l’ex governatore chiede di concordare la pena.

La Procura di Venezia accetta e gli concede i domiciliari. Al gip la decisione definitiva

Anche Giancarlo Galan alla fine ha ceduto. Ieri mattina i suoi legali hanno concordato con la Procura il patteggiamento di due anni e 10 mesi di reclusione e il pagamento di due milioni e 600 mila euro, somma che sarà confiscata come provento di reato. Il gip Giuliana Galasso prenderà in esame la proposta di applicazione di pena il prossimo 16 ottobre, assieme a quelle di altri 18 tra i principali indagati nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Stamattina lo stesso giudice dovrà decidere in merito all’istanza di concessione degli arresti domiciliari all’ex Governatore del Veneto, che si trova recluso all’interno del Centro medico del carcere di Opera, a Milano, dallo scorso 22 luglio, dopo che il Parlamento decise di concedere l’autorizzazione al suo arresto.
La Procura – con decisione del procuratore capo Luigi Delpino, dell’aggiunto Carlo Nordio e dei pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini – ha dato parere favorevole al patteggiamento seppure Galan non abbia fatto alcuna ammissione in relazione ai pesanti reati che gli vengono contestati. Gli inquirenti ritengono di aver raggiunto un importante risultato: non appena la sentenza diventerà definitiva, scatterà il divieto di ricoprire cariche elettive o di Governo e, di conseguenza, Galan dovrà lasciare il seggio alla Camera, dove prima dell’arresto era presidente della Commissione Cultura. L’incandidabilità ha durata non inferiore ai sei anni.
Il patteggiamento di Galan (esponente di spicco di Forza Italia prima e del Pdl poi) e di numerosi altri indagati – con la conseguente confisca di consistenti somme di denaro – costituisce per la Procura una conferma della fondatezza dell’impianto accusatorio. Se tutti i previsti patteggiamenti saranno definiti la prossima settimana, nelle casse dello Stato entreranno circa 12 milioni di euro: si tratta di denaro, quote azionarie e beni immobili già sequestrati agli indagati, per i quali scatterà la confisca. Nel caso Galan la confisca potrebbe riguardare la stessa villa Rodella, fino all’ammontare di 2,6 milioni. Salvo che l’ex presidente della Regione non riesca a trovare l’ingente somma e a versarla nell’apposito fondo dello Stato prima che la sentenza passi in giudicato, ottenendo il dissequestro dei beni “congelati”.
A chiedere gli arresti domiciliari nella lussuosa villa di Cinto Euganeo sono stati gli stessi difensori dell’ex Governatore, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini: la pena di due anni e 10 mesi non è sospesa (la sospensione condizionale è concedibile fino a pene massime di due anni): di conseguenza i legali cercheranno di far scontare a Galan il più possibile a casa, prima che la sentenza diventi definitiva e possano fare istanza al Tribunale di sorveglianza affinché possa essergli concesso l’affidamento in prova. Così come è accaduto al suo grande amico, Silvio Berlusconi, anche lui decaduto in base alla legge Severino.
Galan è accusato di essere stato al soldo dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, e dell’ex presidente dell’impresa di costruzione Mantovani, in cambio dell’aiuto per far procedere il progetto relativo alla realizzazione del Mose (il sistema di dighe mobili progettato per difendere Venezia dall’acqua alta) e per agevolare alcuni project financing a cui partecipava la Mantovani. Parte delle imputazioni, quelle precedenti al 21 luglio del 2008, sono state considerate prescritte dal Tribunale del riesame per il troppo tempo trascorso. Ma, contro Galan restano altri episodi successivi, riscontrati dai risultati di alcune rogatorie e, dalla scorsa settimana, confermati dalle ammissioni del suo commercialista e amico, Paolo Venuti, il quale ha riconosciuto di aver fatto da prestanome al presidente della Regione, per non far figurare il suo nome in alcune società. Probabilmente è stata proprio la confessione di Venuti, unita al rischio di essere trasferito a breve in una cella comune, assieme ad altri detenuti, a far decidere Galan per il patteggiamento. Una vera e propria “resa”, considerato che fino all’ultimo aveva sempre negato sdegnosamente ogni accusa.

Gianluca Amadori

 

L’ex ministro dovrà lasciare il seggio da deputato

Per mesi ha detto: «Mi difenderò, sono innocente»

L’INDAGATO – Dalle prime dichiarazioni, alle memorie, alla conferenza stampa a Montecitorio aveva sempre respinto ogni accusa

Parola di Galan: sono innocente. Lo ha detto e spergiurato in più occasioni, dal 4 giugno scorso, quando seppe che il gip ne aveva ordinato l’arresto.
Pomeriggio del 4 giugno: «Mi dichiaro totalmente estraneo alle accuse che mi sono mosse, accuse che si appalesano del tutto generiche e inverosimili, per di più, provenienti da persone che hanno già goduto di miti trattamenti giudiziari. Mi difenderò a tutto campo nelle sedi opportune, con la serenità e il convincimento che la mia posizione sarà interamente chiarita».
Dalla memoria difensiva del 20 giugno 2014. «Non ho mai ricevuto denari dall’ing. Piergiorgio Baita nel corso dei 15 anni di Presidenza della Regione Veneto e ciò vale anche per il periodo successivo; tantomeno, vorrei precisare con forza, ne ho a costui richiesti». E ancora: «Con l’ing. Giovanni Mazzacurati vi era un rapporto molto formale e mai abbiamo discusso di denaro o di finanziamenti a mio favore. Mai nulla ho da lui ricevuto». Nella stessa autodifesa. «Da diverse fonti processuali emerge che molti denari consegnati al Mazzacurati servivano per scopi personali dello stesso per milioni di euro, il che fa pensare che costui abbia usato la fantasiosa storia del milione di euro all’anno quale “copertura” di proprie ingenti appropriazioni».
Il 23 giugno, a Montecitorio. «Quella della Finanza è una rappresentazione della realtà assolutamente falsa. Non ho rubato. Sulle mie condizioni patrimoniali sono state scritte le più colossali fesserie. Leggo che avrei 18 conti bancari, non lo sapevo. Ci sono delle accuse assurde: avrei preso 900 mila euro per il rilascio del parere della commissione di salvaguardia nel 2002 e mi avrebbero dato i soldi quattro anni dopo? E poi, perché dare i soldi per convincere uno, il sottoscritto, che è già convinto del Mose? Qualcuno quei soldi se li è presi».

 

 

EX ASSESSORE – Renato Chisso è l’ultimo degli indagati che è ancora in carcere a Pisa. Oggi verrà interrogato

IN CARCERE A quattro mesi dall’arresto

La prima volta di Chisso: oggi interrogatorio dei pm

È rimasto l’ultimo detenuto della retata di giugno. Il difensore: «Sta davvero male, non può rispondere»

Resta solo lui. Dei big politici della cricca del Mose che non hanno ancora chiesto di patteggiare. Fatta eccezione per la ex europarlamentare vicentina Lia Sartori, la quale però non deve rispondere di corruzione bensì di finanziamento illecito ai partiti. Renato Chisso, 60 anni, veneziano, ex assessore regionale alle Infrastrutture e alla Mobilità, è ancora in cella dallo scorso 4 giugno quando all’alba scattò quella che è passata alla cronaca come la “grande retata” per la nuova Tangentopoli veneta. Si è sempre proclamato innocente. Da allora non è mai stato interrogato dai pm titolari dell’inchiesta che si è abbattuta come uno tsunami in laguna, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Stamani per la prima volta verrà sentito di magistrati che lo accusano. Il faccia a faccia è stato fissato nel carcere di Pisa, struttura scelta dalla Procura per offrire all’indagato cardiopatico, la massima assistenza medica. Ieri pomeriggio Chisso ha incontrato il suo legale, l’avvocato Antonio Forza, alfiere di una strenua battaglia, finora persa, per far concedere al suo assistito gli arresti domiciliari sulla base di un quadro clinico che definisce gravemente compromesso. E su tale fronte si è ingaggiato uno scontro durissimo a suon di perizie fra i consulenti della Procura e quelli della difesa. Cui ha posto fine il gip che, sulla base dei propri periti, ha sancito che la struttura carceraria di Pisa è attrezzata in maniera adeguata dato che è annessa a un centro clinico specializzato in cardiologia, negando quindi l’attenuazione della misura detentiva.
L’avvocato Forza, contattato ieri, ha affermato che l’unico imperativo categorico che si è dato è quello di fare di tutto affinché Chisso non sia colpito da un altro infarto – come quello che a settembre 2013 lo portò d’urgenza all’ospedale di Mestre dove fu operato. Teme infatti che, testuale, questa storia finisca nel peggiore dei modi.
E sulla strategia difensiva? Chisso non è nelle condizioni psicofisiche di decidere nulla e non è nemmeno in grado di colloquiare, ha continuato Forza asserendo che sta male sul serio e che i pm potranno finalmente constatarlo di persona. Lo stato di salute di Chisso è talmente precario, ha sottolineato Forza, che non gli consente di difendersi nemmeno da accuse assolutamente false come quelle di aver portato milioni di euro all’estero. I pm non hanno trovato nulla. Il tenore di vita di Chisso è sotto gli occhi di tutti e dimostra che possiede i soldi sufficienti per vivere. E basta, ha concluso Forza. Stando alle dichiarazioni dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, Chisso sarebbe stato a libro paga del Consorzio. Come l’ex Doge del Veneto, Giancarlo Galan. Che ieri a sorpresa ha chiesto di patteggiare. E pensare che in una conferenza stampa tenuta a Montecitorio a fine giugno aveva sentenziato che la Guardia di Finanza aveva fatto un lavoro scadente, tale da indurre in errore chi doveva giudicarlo, preparando una falsa rappresentazione su basi presuntive e non documentali.

 

SCANDALO Mose – L’INCHIESTA «L’impianto accusatorio esce confermato, premiato il lavoro degli inquirenti»

LE MOTIVAZIONI – Il procuratore aggiunto di Venezia spiega il via libera al patteggiamento

Nordio: rischio prescrizione, importante recuperare i soldi

«Abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario della sanzione: di fronte alla prospettiva di un processo lungo, del rischio di prescrizione e di una pena detentiva comunque incerta, nel bilanciamento di interessi prevale la riscossione immediata di somme considerevoli a titolo di confisca».
Il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha spiegato così, nel primo pomeriggio di ieri, la decisione della Procura di dare il via libera al patteggiamento della pena proposta dai difensori dell’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, in carcere con l’accusa di corruzione. La pena detentiva – due anni e 10 mesi di reclusione – non è altissima, ma deve essere valutata assieme ai 2,6 milioni di euro che il deputato di Forza Italia ha accettato di farsi confiscare. Sicuramente, se riconosciuto colpevole, sarebbe stato condannato ad una pena ben più severa. I processi, però, si sa sempre come iniziano, mai come finiscono, tra normative che cambiano e una Corte d’Appello che in Veneto ha un arretrato enorme e fissa processi dopo anni di attesa.
«La sanzione complessiva risponde al fondamentale criterio di rieducazione contenuto nell’Art. 27 della Costituzione, e ai criteri di ragionevolezza ed economia processuale che hanno ispirato il legislatore a introdurre l’istituto del patteggiamento», si legge nel comunicato stampa firmato infatti dal procuratore capo, Luigi Delpino assieme all’aggiunto Nordio». Nel commentare la “resa” dell’ex presidente della Regione, Nordio non nasconde la soddisfazione: «L’impianto accusatorio esce confermato – spiega – Viene premiato l’ottimo lavoro dei sostituti procuratori che si sono occupati delle indagini, senza alcun accanimento o enfasi salvifica, in modo estremamente attento alle garanzie processuali e fisiche degli indagati».
Il riferimento è sicuramente allo stesso Galan, fin dal primo momento recluso nel Centro medico del carcere di Opera per evitare un peggioramento delle sue condizioni di salute, ma anche all’ex assessore Renato Chisso, sottoposto ad accertamenti sanitari per verificare la compatibilità delle patologie cardiache di cui soffre con la detenzione in carcere.
La Procura ha motivato il parere favorevole alla sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti «in ragione della congruità della pena, della carcerazione preventiva già sofferta (oltre due mesi, ndr) e del suo proseguimento domiciliare».
I difensori di Galan non hanno rilasciato alcuna dichiarazione, riservandosi di farlo attraverso un comunicato non appena l’ex ministro arriverà nella sua abitazione, agli arresti domiciliari. Quasi certamente insisteranno sul fatto che il loro assistito non ha ammesso alcuna responsabilità e ha scelto di patteggiare unicamente per evitare la prospettiva di dover trascorrere altri pesanti mesi dietro le sbarre nel corso del processo. Una situazione che era ormai diventata per lui insopportabile: in poco più di due mesi Galan ha perso 22 chili di peso.
Degli indagati principali coinvolti nell’inchiesta sul “sistema Mose”, l’unico a non aver ancora optato per il patteggiamento è l’ex assessore Renato Chisso, che oggi sarà interrogato dai pm Ancilotto e Buccini nel carcere di Pisa. La decisione a sorpresa di Galan potrebbe avere un influsso sulle sue future scelte difensive.

Gianluca Amadori

 

Così Fior gestiva il business dei rifiuti

Secondo la procura, un sistema di società di comodo consentiva al dirigente regionale di controllare le discariche venete

Il business delle discariche del Veneto era appannaggio della cricca dei rifiuti. Nel corso degli anni la Eos Group srl aveva acquisito una posizione dominante nelle veste di “terzo controllore” tanto da “vegliare” sulla metà degli impianti di gestione dei rifiuti della provincia di Verona, su tutti quelli della provincia di Rovigo, sul 65% di quelli della provincia di Venezia e del 40% di quelli della provincia di Treviso. Un regime quasi di monopolio, in sfregio al libero mercato, messo in atto da una delle società create strumentalmente da Fabio Fior, fino all’agosto 2010 dirigente generale della Direzione Tutela Ambiente della Regione Veneto, ai domiciliari nella sua casa di Padova dall’altro ieri.
Il dato emerge dalle indagini condotte dai finanzieri del Nucleo di polizia tributarie di Venezia e dai carabinieri del Noe di Treviso, nell’ambito dell’operazione “Bondì” coordinata dalla Procura lagunare, culminata dalle ordinanze di custodia cautelare disposte dal gip Roberta Marchiori anche nei confronti di Maria Dei Svaldi, imprenditrice di Mogliano e Sebastiano Strano, imprenditore nel settore ambientale, padovano di Saccolongo, entrambi sottoposti a obbligo di dimora e considerati i più stretti sodali di Fior con incarichi amministrativi all’interno delle ditte finite sotto la lente degli investigatori. I tre sono chiamati a rispondere a vario titolo di peculato, abuso d’ufficio, malversazione ai danni dello Stato, falsità ideologica nell’inchiesta che ha fatto luce sull’indebito utilizzo di fondi regionali per milioni di euro destinati al finanziamento di progetti ambientali che spesso e volentieri vedevano al lavoro imprese “vicine” a Fior. Quest’ultimo, inoltre, in forza del ruolo di dirigente, era in grado di ottenere incarichi professionali di collaudo che non di rado si “dimenticava” di comunicare alla Regione, violando il decreto sulle prestazioni a carattere privatistico extra-ufficio. Per Fior, Dei Svaldi e Strano l’interrogatorio di garanzia davanti al gip si terrà stamane. Fra gli altri 18 indagati anche il commercialista mestrino di Fior, Sergio Gionata Molteni, che avrebbe gestito la fiduciaria svizzera che di fatto governava le imprese di cui il dipendente infedele regionale, tutt’ora in servizio nel dipartimento Lavori Pubblici, risultava socio occulto. Iscritti nel registro nella loro veste di ex assessori regionali all’Ambiente sia Renato Chisso (fino al 2005) che Giancarlo Conta (fino al 2010), gli ex magistrati alle Acque Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta (tutti tranne Conta, arrestati per le tangenti Mose) nonché alcuni uomini chiave del Consorzio Venezia Nuova come gli ex direttori generali Roberto Pravatà e Johann Stocker e l’attuale responsabile del Sistema informatico Roberto Rosselli, chiamato in causa però al tempo in cui era capo del Servizio informativo. L’accusa per tutti è di abuso d’ufficio. Nei guai anche gli ex sindaci dei comuni padovani di Sant’Urbano, Dionisio Fiocco, e di Piacenza d’Adige, Lucio Giorio, e quello del comune veronese di Torri del Benaco, Giorgio Passionelli. I primi due per i soldi stanziati per la “forestazione” della ex discarica di Sant’Urbano mai realizzata, finiti nelle casse della Green Project, gravitante nella galassia societaria di Fior.

Monica Andolfatto

 

MOSE DUE. LA SOLUZIONE È UNA SOLA

Leggiamo, quattro mesi dopo la bufera Mose che ha coinvolto il Comune di Venezia, nonchè rappresentanti della Regione e funzionari vari, di un nuovo scandalo che interessa sempre la nostra regione, per quanto concerne lo smaltimento dei rifiuti. È un nuovo scandalo che mette sul banco degli imputati la precedente gestione del Veneto, Giancarlo Galan in primis, e che narra ancora di sprechi per milioni di euro. Sul proliferare degli scandali si potrebbero interpellare psicologi e studiosi del comportamento umano, che ci spieghino il senso di questa mania di arraffare, specie da parte di persone con lauti stipendi e già notevolmente benestanti. Il potere? La mania di accumulare e di essere sempre più ricchi? Il disprezzo di qualsiasi norma, tanto comandiamo noi? O forse la somma di tutti questi motivi, e l’appartenenza a un sistema: lo fanno tutti. Ma a noi interessa piuttosto che questo malaffare venga estirpato: lo paghiamo noi cittadini, con un aumento delle tasse e una riduzione dei servizi. E per qualsiasi richiesta la risposta è sempre la stessa: non ci sono soldi. Sarà un caso, ma per quanto riguarda i nostri scandali veneziani e regionali vediamo sempre interessati gli stessi nomi. Venezia è da oltre trent’anni governata dalla stessa parte politica, che ha cambiato più volte nome, ma non esponenti. In Regione da vent’anni comanda il centrodestra, prima con Giancarlo Galan per quindici anni, ora con Luca Zaia. Anche in Regione però si leggono sempre gli stessi nomi di politici, e poi le stesse ditte da loro molto amate. Non sarà purtroppo finita qui, e certo di nuovi scandali dovremo in futuro leggere e arrossire. C’è solo un modo, sempre lo stesso, per mettere fine a questo devastante andazzo: dopo due elezioni, il politico deve andarsene dalla gestione della cosa pubblica, perchè solo così si evitano incrostazioni e rendite di posizione che quasi invariabilmente portano al saccheggio del bene comune. Purtroppo chi comanda non intende fare ciò, ma non se ne va fuori. Il risultato è un malessere sempre più profondo, la disistima assoluta per la casta politica e il rischio di derive future.

Mirka Rossetto – Francesco Sinisi

 

VENEZIA – Il collaudo dell’impianto Cdr di Fusina nelle carte dell’inchiesta sull’ex dirigente del settore ambiente in Regione

Fior da mesi sorvegliato speciale

Da tempo la Corte dei Conti stava setacciando l’attività dell’ingegnere di Noale per verificare un danno erariale

L’INCHIESTA – Anche la Procura regionale della Corte dei conti indaga sul noalese Fabio Fior, l’ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto, finito martedì agli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso, nell’ambito di un’inchiesta penale coordinata dal pm Giorgio Gava. Era sotto tiro da mesi

LA SELEZIONE – Per scegliere l’ingegner Fabio Fior come collaudatore dell’impianto cdr di Fusina, ci fure pure una gara tra i collaudatori iscritti all’albo regionale. La organizzò Ecoprogetto, la controllata del gruppo Veritas che gestì tutta l’operazione. La Regione diede pure la sua autorizzazione. Ora anche questo collaudo è finito tra le carte dell’inchiesta

LA SANZIONE – La Regione lo aveva sospeso

TRIBUNALE – Previsto per stamane l’interrogatorio davanti al gip

Incarichi e parcelle: la Corte dei Conti da mesi indaga su Fior

BUFERA – Accertamenti per verificare se c’è stato un danno erariale per i soldi presi

PROCURA – L’ex dirigente regionale è finito sotto inchiesta per peculato e falso

Anche la Procura regionale della Corte dei conti indaga sul noalese Fabio Fior, l’ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto, finito martedì agli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso, nell’ambito di un’inchiesta penale coordinata dal pm Giorgio Gava.
La Procura erariale ha aperto un fascicolo all’inizio dell’anno, a seguito di una segnalazione pervenuta dall’amministrazione regionale che, a partire dal 1. ottobre del 2013, aveva disposto la sospensione disciplinare per sei mesi del proprio dipendente. Il viceprocuratore Giancarlo Di Maio sta lavorando da allora per ricostruire la vicenda finita sotto accusa e per verificare se sia configurabile un danno a carico delle casse regionali, e a quanto ammonti.
In caso affermativo, la Procura della Corte dei conti potrebbe chiedere a Fior di risarcirlo di tasca propria. Gli accertamenti non sono ancora conclusi in quanto gli episodi sono numerosi e di una certa complessità. Con molta probabilità il viceprocuratore Di Maio chiederà ai colleghi della Procura penale di trasmettergli gli atti che hanno portato all’emissione di una misura cautelare a carico di Fior in modo da poter acquisire ulteriori elementi nei suoi confronti. Per chiedere il risarcimento di un danno erariale è necessario provare che il comportamento del pubblico dipendente è stato doloso, oppure gravemente colposo.
Nel capo d’imputazione formulato dal pm Gava nei confronti dell’ex dirigente del settore Ambiente, è contestata l’ipotesi di concussione per induzione in relazione ad una serie di incarichi di collaudo che Fior avrebbe eseguito su discariche e impianti si smaltimento rifiuti senza aver ottenuto la necessaria autorizzazione da parte della pubblica amministrazione. Ma anche l’ipotesi di peculato per oltre due milioni di euro di fondi erogati dalla Regione ad una società, la Green Project, di cui Fior sarebbe stato “socio occulto”, per interventi di ri-forestazione che, secondo gli investigatori, sarebbero stati messi in atto soltanto in minima parte.
Fior non è stato ancora ascoltato la Procura erariale ma, prima della chiusura dell’inchiesta, avrà la possibilità di fornire la propria versione dei fatti.
Questa mattina, nel frattempo, il dirigente regionale comparirà di fronte al giudice per le indagini preliminari Roberta Marchiori per difendersi dalle accuse penali di peculato e falso che gli sono costate la misura cautelare degli arresti domiciliari. Fior è accusato anche di abuso d’ufficio, reato per il quale non è prevista misura cautelare in quanto il legislatore non lo ritiene di particolare gravità e lo punisce con il massimo di 3 anni.

Gianluca Amadori

 

VERITAS – Tra le verifiche nel mirino anche quella di Fusina

LA PROCEDURA – Via libera regionale, nessuno sollevò l’incompatibilità

Cdr, una gara per il collaudo

L’ex responsabile regionale sotto accusa arrivò secondo, ma il primo rinunciò all’incarico

FUSINA – Il nuovo impianto Cdr di Veritas. Il collaudo venne eseguito nel 2010 dall’ingegner Fabio Fior, dirigente regionale, scelto dalla controllata del gruppo Ecoprogetto con una gara tra gli is

Per scegliere l’ingegner Fabio Fior come collaudatore dell’impianto cdr di Fusina, ci fure pure una gara tra i collaudatori iscritti all’albo regionale. La organizzò Ecoprogetto, la controllata del gruppo Veritas che gestì tutta l’operazione Fusina. Poi la Regione diede pure la sua autorizzazione. Ora anche questo collaudo è finito tra le carte dell’inchiesta che ha scoperchiato un’altra cricca che si spartiva soldi pubblici. E a Veritas non nascondono lo stupore. «Sono rimasto attonito» commenta l’amministratore delegato del gruppo, Andrea Razzini.
Tutto ruota attorno al solito tema del controllore che si mischia al controllato. Tra le varie accuse, per Fior c’è proprio quella di aver eseguito collaudi per cui sarebbe stato incompatibile in quanto dirigente regionale. In particolare, la vicenda Veritas risale al 2010, quando Fior chiese l’autorizzazione ad eseguire il collaudo di Fusina e il suo superiore, Roberto Casarin, la concesse. Entrambi sono accusati di falso per aver attestato una non incompatibilità che – nella ricostruzione dell’ordinanza – cozzerebbe con il fatto che più volte, tra il 2007 e il 2008, Fior, da presidente della commissione tecnica regionale ambiente (Ctra), aveva approvato progetti presentati dalla stessa Veritas.
Ieri abbiamo chiesto al gruppo quali progetti fossero stati approvati dalla Ctra, ma per ricostruirlo Veritas ha bisogno di tempo. Per il momento il gruppo ha precisato che l’operazione Fusina è stata gestita dalla controllata Ecoprogetto. Che fu questa ad organizzare una licitazione tra i collaudatori iscritti all’albo regionale. L’ingegner Fior si piazzò al secondo posto, poi il primo rinunciò e la gara fu vinta dal dirigente regionale. In un secondo tempo fu anche chiesta l’autorizzazione alla Regione, che arrivò puntualmente. Nessuno sollevò il problema dell’incompatibilità. Fino all’inchiesta.

(r. br.)

 

Un milione e seicentomila euro per le attività “esterne” di Mister X

Lo chiamavano “mister x”. Ma anche “il capo”. Al cellulare. Non sapendo di essere ascoltati dai finanzieri che, coordinati dal pm Giorgio Gava, stavano indagando sullo strano caso dell’ing. Fior.
A parlare al telefono i suoi collaboratori, quelli che come Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano, colpiti da obbligo di dimora, amministravano a vari livelli le società create da Fior per intercettare i fondi regionali o per accaparrarsi i collaudi di impianti e strutture che spesso lo vedevano parte attivi negli iter attuativi in Regione.
Era dal 2011 che gli uomini del Nucleo di polizia tributaria provinciale erano alle costole del responsabile apicale del Dipartimento Ambiente della Regione (ruolo cessato nel 2010), recordman di incarichi extra-ufficio, molti dei quali svolti senza la necessaria autorizzazione dell’Ente, e che dagli accertamenti svolti su delega della Procura, risultava socio occulta di una galassia di società impegnate nello stesso settore che Fior controllava nella sua veste di dirigente pubblico. Fabio Fior, 57 anni, noalese, padovano di adozione, laurea in ingegneria a Catania, chiamato anche a gestire l’emergenza rifiuti in Campania, super esperto in tematiche ambientale e componente sia della Commissione Via che della Commissione tecnica regionale ambiente, dal 2004 al 2010 svolse una serie di incarichi esterni incassando parcelle per un milione e seicentomila euro: all’incirca 260mila euro all’anno, oltre centomila euro in più rispetto al suo stipendio annuo. C’è da chiedersi come facesse a svolgere tutto al di fuori del suo regolare orario di lavoro. E se lo è chiesto pure la Regione che nei confronti di Fior adottò la sanzione disciplinare che lo sospese per sei mesi, reintegrandolo in pianta organica all’inizio dello scorso aprile. A motivare la misura l’omessa comunicazione e conseguente assenza di autorizzazione a svolgere l’attività esterna.

Monica Andolfatto

 

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