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È di oltre 160 pagine la relazione sull’impatto archeologico contenuta nel progetto dello scavo del Contorta presentato dal Porto al Ministero dell’Ambiente. Un documento commissionato allo Studio associato Bettinardi Cester Archeologi che consiste in una ricerca bibliografico-archivistica e in un’analisi di foto aeree. Nella zona d’indagine e nella fascia di rispetto estesa a un raggio di 5 km sono stati rinvenuti reperti “inquadrabili tra l’età del ferro e l’epoca post-medievale che la connotano come area a potenziale rischio”. Significativo il ritrovamento di un cippo funerario di epoca romana vicino all’isola di Sant’Angelo della polvere, a neanche tre metri di profondità sotto un pavimento di cocciopesto, oggi custodito al museo archeologico di San Marco. Il fatto che finora i rinvenimenti siano mancati – ammettono gli archeologi firmatari della relazione – va inquadrato però nel “vuoto conoscitivo” che caratterizza quest’area. Nella fascia di 400 metri dall’asse del tracciato (la larghezza del canale nello studio è ipotizzata a 120 metri) si trova l’isola di Sant’Angelo “che potrebbe avere alto potenziale di rischio”: abitato fin dal 1060 da un monastero fondato dal doge Domenico Contarini, poi dalle monache benedettine, dai Carmelitani a partire dal 1500 e infine adibito a deposito della Serenissima della polvere da sparo. Ma allargando il range di analisi si toccano siti altrettanto importanti, il più noto San Marco in Boccalama, dove sono stati rinvenuti i resti di un antico convento agostiniano, ma soprattutto, alla fine degli anni Novanta, i relitti di due navi, una rascona e una galea, il primo e unico esemplare di questa tipologia navale finora individuato. «L’indagine si è basata solo su documenti esistenti – sottolinea Gerolamo Fazzini, presidente dell’Archeoclub Venezia – non sono state fatte indagini specifiche, carotaggi, analisi con strumenti che possano rivelare qualcosa di inedito. Purtroppo molte cose della laguna le abbiamo sapute solo con gli studi propedeutici al Mose, sono saltati fuori una ventina di relitti, importantissimi. Ma qui stiamo parlando di scavi all’interno della laguna, dove non è mai stata effettuata una ricerca sistematica, l’archeologia subacquea è conquista recente. Ma chi cerca trova. Ad esempio il cippo funerario era di quelli che si trovavano sulle antiche strade romane, probabilmente ce n’era una che passava di qua, si trattava di terra emersa». Fazzini è scettico: «Si rischia di distruggere non solo le delicatissime opere di arginatura e contenimento della laguna fatte nei secoli e che si trovano a pochi metri di profondità, ma anche le fondazioni stesse di Venezia». Tenendo conto che lo scavo ipotizzato arriva a -10 e le preziose testimonianze del passato sono state rinvenute al massimo a meno tre. Il rischio è che la deroga al parere del Ministero dei Beni Culturali nel caso il progetto segua l’iter della legge obiettivo.

 

LA LETTERA – La Regione chiede chiarimenti al Ministero sul progetto del Porto «Dateci i documenti della Legge obiettivo»

Dopo le numerose diffide sulla legittimità dell’iter procedurale

C’è bisogno di acquisire in tempi rapidi i documenti che attestino la procedibilità secondo la legge obiettivo del progetto di autorità portuale denominato “Adeguamento della via acquea di accesso alla stazione marittima di Venezia e riqualificazione delle aree limitrofe al Canale Contorta Sant’Angelo”.
A chiederlo in questi giorni è la direzione regionale Veneta della Valutazione di impatto ambientale in una lettera al Ministero dell’Ambiente.
Non solo. La Regione vuole capire meglio quale sia il motivo per cui Autorità portuale si definisce “ente aggiudicatario” della procedura in luogo del Ministero delle Infrastrutture, come apparso nell’avviso sui principali quoditiani.
E infine la Via regionale pretende adeguata documentazione sulla corrispondenza inequivocabile tra l’intervento prospettato da autorità portuale e la “casella” prevista nelle infrastrutture strategiche per il triennio (l’allegato delle opere finanziate in legge obiettivo) che contiene un generico “interventi per la sicurezza dei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia” e non cita espressamente lo scavo del Contorta.
In apparenza una semplice richiesta di chiarimenti, in realtà un atto cruciale a seguito delle osservazioni, degli atti di intervento e delle diffide inoltrate nelle settimane scorse dai gruppi ambientalisti, che dubitano della correttezza della procedura con la quale il Contorta è finito dritto dritto in legge obiettivo.
Ed evidentemente ora i singoli funzionari pubblici, chiamati in ballo a rispondere personalmente della procedura sullo scavo del nuovo canale – proprio in un momento in cui gli uffici della Via sono nell’occhio del ciclone giudiziario – si vogliono cautelare e avere tutti i documenti in regola nel momento in cui fossero chiamati a risponderne.
R.V.

Confartigianato si schiera apertamente a favore del progetto Venice Cruise 2.0. «Si tratta di un’ipotesi di lavoro che conosciamo da anni, di cui sentiamo parlare da prima che il problema assumesse il carattere dell’emergenza – sottolinea il segretario veneziano dell’associazione Gianni De Checchi – e che ci sembra più percorribile, meno costosa e impattante verso l’ambiente e più protesa verso il futuro».
Secondo De Checchi il porto esterno alle paratoie del Mose avrebbe anche il vantaggio di rivitalizzare il Lido: «L’isola, che oggi vive solo durante la Mostra del Cinema, potrebbe risollevarsi per una stagionalità più allungata grazie alle crociere e stimolare l’artigianato e la cantieristica locale, senza nulla togliere alla Marittima. Non siamo tecnici, ma da cittadini ci sembra un’ipotesi più reversibile e che dev’essere tenuta adeguatamente in considerazione».
De Checchi entra nel dettaglio e fa presente un aspetto ecologico.
«Quando una piccola azienda deve mettersi in regola con le depurazioni e lo scavo di terreno sembra che se non lo fa sia responsabile di un disastro ambientale. Possibile che i quasi sette milioni di metri cubi di fango che sarebbero asportati dal Contorta siano pulitissimi?»

 

IL PROGETTO – È entrata in azione la piattaforma che serve per gli interventi al Mose

Si chiama Jack-up e ieri per la prima volta si è sgranchito le quattro “gambe”, lunghe 26 metri, in laguna. Il nuovo mezzo navale varato ai Bacini dell’Arsenale è unico nel suo genere, come il lavoro che andrà a fare: installare le 57 paratoie del Mose mancanti (alle barriere di San Nicolò, Malamocco e Chioggia) ed estrarre quelle che necessitano di manutenzione. Il mezzo è nato all’Arsenale su opera di Cav (Costruzioni Arsenale di Venezia), alla sua realizzazione hanno contribuito una ventina di imprese venete ed è costato complessivamente 50.436.000 euro. Dureranno un paio di settimane i collaudi e le certificazioni della piattaforma che sembra un ferro di cavallo, proprio per ospitare le paratoie più o meno pesanti e più o meno lunghe. Le paratoie hanno misure diverse, proporzionali alle profondità dei canali dove sono o saranno installate: le più piccole sono quelle di Lido Treporti (lunghe 18,5 metri, larghe 20 metri e spesse 3,6 metri), le più grandi quelle della barriera di Malamocco (lunghe 29,2 metri, larghe 20 metri e spesse 5 metri). Quando si troverà in posizione sopra il cassone, la piattaforma allungherà le quattro “gambe” fino al fondale. Una volta appoggiato e stabile, lo scafo si solleverà dall’acqua ed eviterà le oscillazioni delle onde. Due gru (comunemente “capre”) agganceranno la paratoia per affondarla ed inserirla nel cassone.

(g.pra.)

 

Cav, i dipendenti temono tagli

Tra i lavoratori dell’Arsenale non mancano le preoccupazioni. Presto dovrebbe arrivare anche un “gemellino” del Jack-up varato ieri dal Consorzio Venezia Nuova ma per realizzarlo si dovrà attendere un nuovo bando di gara e l’ultimo stanziamento di finanziamenti, i 226 milioni destinati agli inserimenti architettonici per il completamento del Mose.
Un’attesa che preoccupa e non poco i 33 operai di Cav, gli “arsenalotti” rimasti nel cantiere, perché dopo la realizzazione del Jack-up non hanno più visto arrivare “commesse” e i primi interventi di manutenzione alle paratie sono previsti nel 2018.
Si ventilano tagli occupazionali e per questo, al varo della piattaforma, ieri mattina, Stefano Zanini (Rsu Cav) e Alessio Pasquali (Fim Cigl Cav) hanno annunciato l’incontro del 14 ottobre con la Direzione provinciale del lavoro e con le proprietà di Cav.
«Pare non ci sia più lavoro – spiega Zanini – questa parte dell’Arsenale d’ora in poi non ospiterà più l’attività navale ma solo il cantiere del Mose, quando l’area ha strumenti (tra cui due gru nuove) e personale per poter occuparsi anche di altri lavori navali: privati, come avveniva fino a ieri, e pubblici, per Actv ad esempio».
«Non vediamo prospettive – aggiunge Pasquali – cosa faremo fino al 2018? Sono stati prospettati tagli che preoccupano le famiglie, in questa parte dei Bacini dell’Arsenale sono già stati abbattuti uffici e tendoni che ospitavano carpenterie. Il Comune potrebbe intervenire sulla questione, ma Zappalorto ha altre priorità e non siamo nemmeno stati ricevuti».
Interpellato sulla questione, il direttore generale di Cav, Sergio Berto, ha spiegato che il rischio c’è «Ma ci auguriamo di poter trovare una soluzione ricollocando i lavoratori in altre strutture del sistema Mose».

Giorgia Pradolin

 

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