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Gazzettino – Galan torna a casa tra abbracci e fischi

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

10

ott

2014

«Per uscire dal carcere ho accettato l’inaccettabile»

REAZIONI – Abbracci e commozione con i familiari e con la figlia. «Per rivederla ha accettato l’inaccettabile», dicono i suoi avvocati. Ma la gente lo ha contestato: «Ladro».

SILENZIO – Intanto a Pisa l’ex assessore regionale Renato Chisso ha scelto di non rispondere all’interrogatorio.

MOSE L’ex governatore ai domiciliari a Villa Rodella. Ad accoglierlo la figlia ma anche contestazioni: «Ladro, ladro»

Galan torna a casa tra abbracci e fischi

SCARCERATO – Scandalo Mose: dopo la richiesta di patteggiamento dell’altro ieri, concessi gli arresti domiciliari a Giancarlo Galan.

RIENTRO – L’ex governatore, nell’auto guidata dalla moglie, ha raggiunto la villa di Cinto Euganeo in attesa dell’udienza del 16 ottobre.

DOPO LA RESA – L’ex governatore ha ottenuto gli arresti domiciliari

INCHIESTA SULL’AMBIENTE – Gli indagati non rispondono, i legali: dobbiamo leggere 30 faldoni di atti

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre protagonisti dell’inchiesta sull’ambiente. Ieri mattina, davanti al Gip, Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano hanno scelto la strada del silenzio. Motivo: è necessario leggere tutta la corposa documentazione raccolta dal pm: 30 faldoni di atti. Il protagonista dell’inchiesta è Fabio Fior (foto), 57 anni, noalese residente a Padova, ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto. Per lui è scattata la misura degli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso. Il pm Gava contesta all’ex dirigente una serie di incarichi di collaudo che Fior avrebbe seguito su discariche e impianti di smaltimento rifiuti senza la necessaria autorizzazione da parte dell’amministrazione regionale.

 

Galan torna a casa

«Ho accettato l’inaccettabile»

«Non riusciva più a stare in carcere. Per questo Giancarlo Galan ha accettato l’inaccettabile».
È l’amara riflessione fatta ieri pomeriggio dagli avvocati dell’ex presidente della Regione. Niccolò Ghedini e Antonio Franchini spiegano con una frase molto secca che la situazione complessiva in questi mesi era diventata davvero molto delicata.
«Le condizioni generali erano gravi – aggiungono i legali – non dimentichiamo che Galan si trovava ristretto nel carcere di Opera dal 22 luglio scorso». Per riuscire venire fuori da una situazione così difficile i due avvocati hanno quindi deciso di avviare una trattativa serrata che, in otto giorni, ha prodotto il via libera alla scarcerazione da parte della Procura veneziana. E ieri mattina, poco prima delle 10, il gip Galasso dal suo ufficio in piazzale Roma ha depositato il provvedimento che concede a Galan gli arresti domiciliari nella sua casa di Cinto Euganeo. Una decisione, quella del giudice, dettata sia dal parere favorevole della Procura sia dalla lunga detenzione.
Certo, non deve esser stato facile accettare un patteggiamento a 2 anni e 10 mesi visto che in passato Galan ha spesso respinto gli addebiti della Finanza, ma gli avvocati rimarcano che in due mesi il loro assistito ha perso 22 chili e che attualmente presenta anche spunti depressivi che necessitano di una vista psichiatrica. In prospettiva, poi, si stava delineando anche il rischio di una richiesta di giudizio immediato che avrebbe allungato la custodia cautelare in carcere per altri sei mesi per processare il politico come detenuto.
Da qui la scelta dei legali «dell’accordo tecnico della prescrizione per tutti i reati fino al 22 luglio 2008; 2 anni e mesi 10 per i residui reati contestati, confisca per il valore di 2.600.000, sulla casa di Cinto Euganeo rispetto ad un sequestro disposto per 4.850.0000. E così alla fine Galan, dopo una sofferta riflessione, ha accettato solo per le difficoltà di proseguire lo stato di carcerazione e per poter riabbracciare la propria famiglia con particolare riferimento alla piccola Margherita».
L’ex ministro, comunque, è tornato a ribadire la propria estraneità a molti addebiti prendendo di mira alcune affermazioni collegate all’inchiesta sul Mose.
«In particolare – precisano Ghedini e Franchini – in merito alla pretesa dazione di un milione all’anno emerse dalle dichiarazioni dell’ingegner Mazzacurati, le cui reali condizioni di salute, recentemente emerse, gettano luce inquietante sulle dichiarazioni di otto mesi fa, particolarmente confuse e contraddittorie».
L’ultimo affondo dei legali riguarda la carcerazione preventiva. «Il carcere preventivo produce danni, a volte irreversibili, su persone ancora non giudicate – concludono Ghedini e Franchini – auspichiamo che il legislatore intervenga ancora una volta per delimitare in materia drastica questo istituto la cui applicazione pratica e giurisprudenziale suscita sempre maggiori riserve e critiche». In ogni caso il tetto del patteggiamento, se confrontato ad altri protagonisti dell’inchiesta, è destinato a far discutere.

Gianpaolo Bonzio

 

LA PRIGIONE DORATA – Una grande dimora con piscina e chiesetta

IL FILM – Galan all’uscita del carcere con la moglie, all’arrivo a casa e nella prima passeggiata in giardino

DIMAGRITO – Secondo i suoi avvocati avrebbe perso 22 chili

Abbracci e fischi per l’ex doge

Il ritorno nella villa di Cinto Euganeo, l’incontro con la figlia e la contestazione all’arrivo: «Ladro, ladro»

Da ottanta giorni attendeva questo momento. Che è arrivato ieri, poco dopo le 17, quando ha riabbracciato la figlioletta Margherita, nel giardino della sua splendida abitazione di Cinto Euganeo. Giancarlo Galan, infatti, adesso è agli arresti domiciliari a Villa Rodella, da dove era uscito a bordo di un’ambulanza il 22 luglio scorso, diretto al carcere di Opera. Accusato di tangenti nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, ha patteggiato una pena di due anni e 10 mesi e la confisca di 2 milioni 600 mila euro: ora dovrà restare all’interno delle mura domestiche, peraltro una prigione dorata con parco, piscina e chiesetta privata. Secondo la legge, come hanno precisato i carabinieri che presidiavano l’abitazione, non potrà però andare neppure in giardino, o sul balcone.
I preparativi per il rientro dell’ex governatore erano iniziati già la mattina, con la governante che era entrata e uscita dall’antica palazzina per fare compere e preparare qualcosa di particolarmente gradito al capofamiglia. La moglie Sandra Persegato, invece, era partita molto presto guida della sua Audi Q7 per andare a prendere il marito nel carcere lombardo. Per il resto della mattinata, e per metà pomeriggio, nel giardino di casa Galan si sono visti solamente i cani, uno dei quali, un vecchio labrador dal passo incerto, non si è mosso dal cancello, come se volesse essere il primo a salutare il padrone. All’interno la piccola Margherita, 7 anni, si era preparata con un delizioso abitino a quadretti e le calzine bianche, per accogliere il papà.
Nella dependance, quella dove aveva dormito anche Silvio Berlusconi il giorno del matrimonio dei coniugi Galan, porte e finestre sono rimaste chiuse, mentre nell’ala dove c’è la residenza della famiglia i balconi sono stati aperti, i vetri a bocca di lupo per arieggiare gli interni, ma le tende rigorosamente tirate. Qualcuno aveva dato una sistemata anche al giardino, per far trovare all’ex governatore in buono stato le tantissime piante di rose bianche di cui si prendeva cura personalmente prima dell’arresto.
Decisamente meno amichevole, invece, l’atteggiamento degli abitanti di Cinto, molti dei quali, a piedi in bici e in auto, sono passati davanti a Villa Rodella urlando insulti di tutti i tipi nei confronti dell’ex doge. «Ladro!», ha gridato qualcuno. I passanti prima si informavano se il loro concittadino più illustre fosse rientrato e poi passavano alle invettive.
Quando è arrivato, dall’altra parte dell’argine, proprio davanti alla facciata della villa, si era radunato un capannello di persone che ha assistito alla scena. Alle 16,55 è tornata per prima Sandra Persegato, camicia senza maniche e pantaloni neri, sgommando con il suv arrivato a gran velocità: con il telecomando ha azionato il cancello elettrico e, in attesa che si aprisse, ha nascosto il volto con una mano, mentre con l’altra ha ticchettato nervosamente sul volante, impaziente di sfuggire alla folla di fotografi e giornalisti. Pochi istanti dopo ha varcato l’ingresso della tenuta la BMW X6 bianca con l’autista e Giancarlo Galan a fianco: quest’ultimo, camicia bianca e maglioncino marrone chiaro sulle spalle, è parso molto molto dimagrito (addirittura 22 chili secondo i legali Nicolò Ghedini e Franchini). Quando ha visto la sua casa, si è passato una mano davanti agli occhi, quasi non credesse di essere di nuovo a Cinto. Le due macchine si sono fermate nell’ala retrostante il cortile. Margherita è corsa tra le braccia del padre prima che lui scendesse dall’abitacolo. Poi Galan ha salutato affettuosamente la moglie, gli altri parenti e i domestici, attorniato da tutti cani di casa che gli hanno fatto moltissime feste. Nel frattempo è iniziato a piovere, ma l’ex governatore non ha esitato a prendere un ombrello e, tenendo per mano la figlia Margherita, ha fatto un giro nei campi a vedere le altre bestiole, gli uccelli nelle voliere e le galline nel pollaio. La bimba, saltellandogli intorno, gli ha raccontato tutto quello che era successo in sua assenza. Quindi per Giancarlo Galan è cominciata la lunga clausura dorata.

 

IL BILANCIO FINANZIARIO – Un’inchiesta costosa ma «in attivo»

Con i 12 milioni che lo Stato incasserà dai patteggiamenti, la Procura di Venezia ha ampiamente coperto le “spese di giustizia” sostenute per condurre in porto una delle inchieste destinate a entrare nella storia, del malaffare italiano. Indagini, quelle sul Mose, partite in sordina nel 2008 e chiuse, forse non definitivamente, lo scorso 4 giugno: quanto sono costate ai contribuenti? L’unico dato certo sono i circa 750mila euro pagati per migliaia di ore di intercettazione. Ma occorre considerare anche il “prezzo” delle risorse umane impiegate fra investigatori della Guardia di Finanza, e giudici. Per quanto riguarda i finanzieri il calcolo molto approssimativo potrebbe ammontare a circa 1 milione e e mezzo considerando almeno 15 militari staccati a tempo pieno per 4 anni, con stipendio medio mensile di 2mila euro comprensivo di straordinari, più l’arrotondamento per missioni e altro.

 

Ma Baita e i big hanno pagato meno di tutti

L’EX SINDACO – L’offerta di Orsoni era del 2,7 %: il gup l’ha respinta

IL CONTO – Galan dovrà sborsare il 54% della somma che gli viene addebitata

Scandalo Mose, in base alle pene pecuniarie già patteggiate e in via di definizione, la Procura di Venezia sull carta ha già recuperato quasi 12 milioni di euro. Oltre il 30% sul totale del cosiddetto prezzo del reato che si aggira, in base a quanto contestato in ordinanza a circa 36 milioni 192mila euro. Chiamato a pagare risulta chi si è intascato a vario titolo i soldi pubblici, diffusi a pioggia da quella centrale di tangenti che si è rivelata il Consorzio Venezia Nuova sotto la guida di Giovanni Mazzacurati. Il conto più salato, si fa per dire, è stato presentato non tanto ai vip della politica o ai big dell’economia, bensì ai pesci piccoli, per lo più responsabili delle cooperative. Il dato emerge calcolando la percentuale di ogni singolo indagato rispetto alle cifre confutate nero su bianco dai finanzieri che hanno condotto le indagini, coordinati dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Questo solo sul fronte del “vil denaro”, senza considerare la pena detentiva patteggiata che per il filone veneziano ammonta a un totale di 33 anni. Piergiorgio Baita, ex patron della Mantovani di cui detiene stock option milionarie, è uscito dalla scena giudiziaria sborsando 400mila euro: il 5% dei quasi 8 milioni di euro contestati per evasione fiscale. Mentre i “soci”, citati con lui in solido, Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan quando era governatore del Veneto, William Ambrogio Colombelli, titolare della “cartiera” di fatture false con sede a San Marino, Nicolò Buson, responsabile amministrativo di Mantovani, non hanno versato nemmeno un cent.
Di fatto la stangata – considerata non sulla cifra complessiva da versare – l’hanno presa, come detto, i personaggi cosiddetti minori, quali i titolari delle coop che nei diversi interrogatori hanno ribadito che se volevano lavorare dovevano allinearsi al “sistema”. Da questa angolazione più bastonati di Galan sul portafoglio, che l’altro ieri ha chiesto di patteggiare con 2 milioni e 600mila euro (quasi il 54% dei 4 milioni e 830mila contestati) appaiono i chioggiotti Dante Boscolo Contadin, Gianfranco Boscolo Contadin (Nuova Coedmar) e Andrea Boscolo Cucco: battono il record rispettivamente con il 100% e con il 94% e Dante paga in toto i 464mila euro contestati, 64mila euro in più di Baita. A tallonarli, un altro Boscolo, Mario Bacheto della Cooperativa San Martino (fu la verifica fiscale aziendale avviata nel marzo 2008 a far partire l’inchiesta Mose) con poco più del 91%, 300mila euro più di Baita.
Seguono a distanza Stefano Tomarelli (manager di Condotte) con quasi il 67% equivalente a 700mila euro su 1 milione e 45mila euro, Maria Teresa Brotto (dirigente Consorzio Venezia Nuova) con il 64%, 600 mila euro (200mila euro in più di Baita) su 933mila euro.
L’importo da primato pattuito spetta all’industriale veronese Alessandro Mazzi (titolare dell’omonima azienda di costruzioni e socio al 30% del Consorzio Venezia Nuova) con 4 milioni di euro, dieci volte tanto Baita, il grande accusatore, calcolati su oltre 13 milioni di euro contestati. La cenerentola, sempre percentualmente parlando risulta con il 2,15% Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, il consorzio della Lega delle Cooperative del Veneto, che stando all’accusa sarebbe stata la centrale delle mazzette rosse (19mila euro su 890mila). L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si posiziona subito dopo Morbiolo e prima di Baita con 2,7% (15mila su 560mila) ma la proposta del suo patteggiamento, come si sa, è stata rigettata dal giudice dell’udienza preliminare. Al terzo posto, con il 9% il padovano Paolo Venuti, l’ex commercialista di Galan che ha ammesso di aver fatto da prestanome al deputato di Forza Italia, da ieri ai domiciliari a Villa Rodella (70mila euro) su 790mila.

Monica Andolfatto

 

Pene leggere? Sì, ma giustizia è fatta

Da quando esiste il rito del patteggiamento in Italia, mai un’inchiesta complessa come quella del Mose si è conclusa in termini così rapidi e con la resa (quasi) incondizionata della (quasi) totalità degli indagati. Mentre vent’anni fa gli ex ministri Carlo Bernini e Gianni De Michelis si facevano processare per le mazzette della “bretella” autostradale Marco Polo, oggi l’ex ministro Giancarlo Galan ha scelto di uscire dalla scena giudiziaria e politica scendendo a patti con i suoi accusatori, anche se per quattro mesi aveva sostenuto che essi fossero allo stesso tempo vittime e carnefici, a causa delle allucinazioni confessorie del trio Mazzacurati-Baita-Minutillo. E così fa finire in archivio un elenco di episodi di supposta corruzione per milioni di euro che fanno impallidire Mani Pulite.
Tutti sanno che il patteggiamento non è ammissione di colpevolezza, ma accettazione concordata di una pena (detentiva e pecuniaria), per i più svariati motivi. C’è chi vuole risparmiare sui costi di un processo, chi preferisce evitare mesi sotto la ribalta della cronaca. Ma c’è anche chi teme condanne severe e si aggrappa al compromesso che la Legge gli offre per limitare i danni. È un accordo tra accusa e difesa, con una convenienza da ambo le parti. Ma è un contratto che difficilmente si accetta – soprattutto se in gioco c’è l’onore di persone che hanno ricoperto incarici pubblici – quando si è accusati ingiustamente.
Per questo la resa di Galan alla Procura di Venezia è l’ammissione (implicita soltanto ad essere benevoli) dell’esistenza di quel sistema dell’intrallazzo, delle elargizioni clientelari, dei controlli sugli appalti, dei finanziamenti illeciti alla politica, indicati nei capi d’accusa che hanno portato alla retata del 4 giugno 2014. Il fatto che più o meno tutti gli indagati abbiano fatto la stessa scelta, significa che il disvelamento dei fatti e delle prove, le testimonianze e le chiamate di correo raccolte da Finanza e pubblici ministeri, non erano tasselli di un quadro disordinato, confuso, approssimativo, ma i mattoni di una costruzione solida, dalle fondamenta ben piantate. Purtroppo, a guardarla con gli occhi del cittadino, è in realtà una babele di interessi privati in atti d’ufficio, distrazione di risorse pubbliche e scandalosi arricchimenti personali, che – a dispetto dei tanti amministratori onesti – rimarrà come una macchia, non soltanto individuale, su Venezia e sul Veneto.
Giancarlo Galan starà ai domiciliari per qualche mese ancora, sborserà un po’ di quattrini e perderà il seggio alla Camera dei Deputati, ma ha comunque ottenuto vantaggi non indifferenti. Esce dal carcere, evita il rischio di una condanna molto più pesante al termine del processo, vede interrompersi la caccia al tesoro aperta in mezza Europa sui suoi conti bancari esteri e non pagherà, seppur in solido, le spese legali, che per un’inchiesta-monstre come quella sul Mose saranno salatissime.
Eppure la Procura di Venezia, su cui inevitabilmente in queste ore piovono anche critiche per una pena tutto sommato modesta rispetto al tenore delle accuse, può fregiarsi di un grande merito. Un record da annali giudiziar, in epoca di processi-lumaca. In quattro mesi ha chiuso la partita con politici locali e regionali, uomini di partito e portaborse, ufficiali della Finanza infedeli, ex-Magistrati alle Acque, professionisti e imprenditori. Tutti hanno ballato per anni una danza macabra attorno al Mose, in una Laguna carnescialesca, dove i volti erano in realtà le maschere di una rappresentazione molto poco civile. Con l’unica eccezione dell’indagato Renato Chisso, ora hanno capito che il tempo della resa alla Giustizia è arrivato. E questo, pur con qualche approssimazione, è il punto più vicino a una verità sostanziale.

Giuseppe Pietrobelli

 

L’ASSESSORE IN CARCERE Il faccia a faccia salta all’ultimo momento

Chisso tace: «Non me la sento»

Viaggio a vuoto dei pm a Pisa

I difensori miravano a far constatare di persona dai magistrati il pesante stato psicofisico dell’indagato: «Non può stare in cella, rischia un altro infarto»

Si è avvalso della facoltà di non rispondere, aprendo la strada alla richiesta di rito immediato da parte della Procura lagunare, processo entro brevissimo con le sole prove accumulate finora. Nel primo interrogatorio dal giorno del suo arresto, il 4 giugno scorso, Renato Chisso ha rifiutato di sostenere il contraddittorio davanti ai due dei tre pm, con Paola Tonini, titolari dell’inchiesta sul Mose, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Magistrati che di prima mattina sono partiti da Venezia alla volta del carcere di Pisa, dove a mezzogiorno era fissato il faccia a faccia fra l’ex assessore regionale alle Infrastrutture e coloro lo accusano di corruzione, alla presenza dei legali del 60enne veneziano.
Una titubanza iniziale di fronte ai sostituti procuratori e poi poche parole: «Non me la sento di rispondere, non sono in grado» avrebbe detto, trasandato nell’aspetto. Così chi si aspettava che dopo l’amico Galan, il prossimo a capitolare fosse lui è stato spiazzato. E lo è ancor di più chi fatica a capire la strategia difensiva intrapresa, finora apparsa incentrata sulla battaglia peritale medica per dimostrare l’incompatibilità della cella con le condizioni di salute di Chisso, il quale si è sempre proclamato e continua a proclamarsi innocente. Allora forse sarebbe bastato inviare un fax in Procura, rifiutando quella che i magistrati hanno considerato l’opportunità concessa a tutti gli indagati del Mose, ovvero di controbattere alle contestazioni.
L’avvocato di Chisso, Antonio Forza, ha qualche asso nella manica da giocare in dibattimento e mirava a far constatare di persona lo stato psicofisico del suo assistito, cardiopatico, e che a suo parere risulta gravemente compromesso, tanto da far temere un altro infarto. I pm dal canto loro non si sbilanciano e attendono la decisione della Commissione nominata dal gip. Stando alle dichiarazioni dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, Chisso sarebbe stato a libro paga del Consorzio. Ad aggravare la posizione di Chisso, di recente, le ammissioni rese da Luigi Dal Borgo circa ingenti versamenti su conti esteri a lui riconducibili.

 

GALAN / 1 – PENA DA LADRI DI GALLINE

Come volevasi dimostrare. Il sig. Galan cala i pantaloni, patteggia una pena da ladri di galline e promette di restituire all’erario la somma di 2,6 milioni di euro. Qualcuno dovrà spiegare al popolino cosa significhi patteggiare una pena agli arresti domiciliari o tutt’al più essere inserito nel novero dei lavori socialmente utili, come il povero Berlusconi. Il signore, che con tanta alterigia si dichiarava totalmente estraneo e lanciava strali a destra e a manca, ora si troverà ad innaffiare i fiori nella sua villa principesca e si darà da fare per racimolare i soldi rubati. Sì, perché il signore ha rubato soldi pubblici, cioè contributi del popolo e come tale dovrebbe chiedere scusa ai derubati e farsi qualche annetto di galera. Poi speriamo che gli venga confiscata la villa, i tanti poderi, barche e macchine, insomma lo si riduca al lastrico, imparerà così come si vive con pochi euro al mese. Bisogna che in questo paese, dilaniato da continui scandali, ritorni la morale e l’onestà, per cui la pena inflitta al sig. Galan sia un monito per chi governa ed amministra denaro pubblico.

Alessandro Dittadi – Mogliano Veneto (Tv)

 

GALAN / 2 – ISOLIAMO LE MELE MARCE

Galan patteggia. Bene, ha fatto ciò che la legge gli permette. Sono convinto che tra consulenti medici, perizie sulla sua salute e costi vari, per tipi come lui, sommato il costo del carcere, sia la soluzione meno costosa. Ma poi? Se dovesse vivere come niente fosse successo sarebbe un male. A queste persone (se poi è giusto chiamarle tali) bisognerebbe scavare un fossato attorno, nessun funzionario pubblico dovrebbe più avvicinarsi, pena la radiazione, se un ente privato dovesse partecipare a gare di appalti pubblici e si avvalesse delle sue (e della sua cerchia) consulenze dovrebbe essere subito escluso dalla gara, gli si dovrebbe eliminare pensioni e vitalizi acquisiti, perché la persona pubblica si è macchiata di disonestà soprattutto verso tutti coloro che lo hanno votato, non verso i pochi che lo hanno scelto. Abbiamo una miriade di esempi di qualcuno che si avvale ancora di tipi come questi perché sono costoro che conoscono il sistema. C’è bisogno di isolarli davvero, renderli inoffensivi. Sono solo malati di potere e presidenzialismo, se gli togliamo questo si auto eliminano.

Lettera firmata

 

GALAN / 3 – UN “DOGE” INDEGNO

Ci fu un tempo felice in cui Venezia era l’esempio. Chi aveva un incarico pubblico doveva essere integerrimo e se rubava veniva decapitato. Ora non pretendo tanto ma pensare che il moderno “doge” patteggi il minimo e si tenga il massimo urla dolore e sdegno. Per quanto ancora saremo chiamati a fare sacrifici inenarrabili per ingrassare costui e costoro?

Nadia Ancilotto

 

GALAN / 4 – MA QUESTA NON E’ GIUSTIZIA

Non ho mai scritto nella mia lunga vita a un giornale, ma sono talmente indignato che non ne posso fare a meno. Mi ero illuso che il grande lavoro fatto da quei giovani e coraggiosi Giudici contro addirittura i poteri forti dello Stato portasse a una condanna esemplare, forse non ci avrebbe restituito il maltolto, ma ci avrebbe confortato. Invece abbiamo un Corona in galera per altri anni e questi signori, con la esse minuscola, che si sono appropriati dei soldi dello Stato, vissuti alla grande alla faccia di tutti noi, sperperando i nostri soldi, avendo comperato case pagandole in nero (dichiarato dal venditore) restano praticamente impuniti: solo un piccolissimo patteggiamento, senza contare tutto il resto. Signori Procuratori della Repubblica vorrei sapere, come cittadino, se questa è Giustizia.

Maurizio Fiorini

 

GALAN / 5 – IL PRINCIPE DELLE CONTRADDIZIONI

Lo ricordiamo tutti: era partito negando qualsiasi coinvolgimento. Proclamandosi onesto, adamantino, incapace non soltanto di violare leggi ma anche di escogitare furberie per aggirarle. Anzi, ancora prima, durante il suo lunghissimo “governatorato”, si era profuso in elogi per questo Nordest sano, lontano dalle corruttele, fatto di grandi imprese (sempre le stesse, noto incidentalmente) che lavoravano con passione e onestà e a cui la politica doveva solo dire grazie. Comunque, davanti al parlamento, prima correzione di rotta: sono innocente, nessun reato ma sì, al limite, per la mia casa, qualche furberia nella fatturazione per ovvi motivi fiscali. Poi l’arresto e le lamentazioni sdegnate e grintose: è un complotto, farò nomi e cognomi. Ha fatto nomi e cognomi di imprenditori che l’avrebbero finanziato occultamente. Lo hanno smentito tutti. Nuova giravolta: combatterò fino in fondo per dimostrare la mia innocenza. Fatalità, appena ha rischiato di passare da un’infermeria al carcere comune, ecco pronto un patteggiamento anche cospicuo. E l’offerta di un pozzo di soldi che fino a poco prima aveva dichiarato di non avere. E’ davvero triste la fine del doge Galan. Ma lui è comodamente nella sua villa. Forse è più triste la fine per chi ha continuato a votarlo per anni e anni.

Elena Fava – Carbonera (Tv)

 

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