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MOSE – L’ex assessore voleva restare in carcere: non ho i soldi

Chisso nel mirino del Fisco: «Deve versare 4,3 milioni»

Renato Chisso non voleva lasciare il carcere di Pisa ed accettare il patteggiamento. Il motivo? La cartella che l’ex assessore si è visto recapitare in prigione. Una richiesta di 4,3 milioni di euro di tasse non pagate sui (presunti) proventi illeciti. Il fatto è che Chisso sostiene di non possedere nessun tesoro frutto di tangenti. «Se le cose stanno così, io non esco», ha detto al suo legale. Poi la moglie e l’avvocato l’hanno convinto.

 

INCHIESTA MOSE – All’ex assessore notificata in cella una cartella del Fisco per 4,3 milioni

Chisso voleva restare in carcere: «Non ho i soldi per patteggiare»

Quattro milioni e 300 mila euro. Quanto basta per decidere di restare in galera. «Io i soldi non li ho. L’ho già detto mille volte. Se per uscire, oltre alla condanna, mi devo anche beccare la condanna a vita di dover pagare questa montagna di quattrini, allora resto dentro». Voleva far saltare il patteggiamento, Renato Chisso, il quale, doveva fare i conti con le richieste della Procura di Venezia, che puntava ad ottenere almeno un milione di euro con il patteggiamento, e pure con l’Agenzia delle entrate che gli intimava di sborsare 4 milioni e rotti. Il conto finale era astronomico: più di 5 milioni di euro. Ora, la parte richiesta dalla Procura, gli aveva spiegato l’avvocato Forza, sarebbe stata tolta dall’accordo sul patteggiamento. Restava la richiesta dell’Agenzia delle entrate. La Guardia di finanza aveva stilato un elenco dettagliato delle imputazioni ed aveva fatto le somme: 8 milioni incassati, stando alle accuse, 4 milioni e 300mila euro da pagare in tasse. Ma in Italia – spiega l’avvocato Forza – non è previsto il pagamento delle imposte sui proventi illeciti. E, comunque, quella cartella esattoriale non c’entrava un bel nulla con il patteggiamento. Peccato che a Chisso fosse stata notificata in galera dalla Guardia di finanza poche ore prima. Nell’uno e nell’altro caso, comunque, il punto è sempre lo stesso e cioè che a Chisso non hanno trovato nulla da sequestrare. E se nulla si sequestra, nulla si può confiscare e acquisire alle casse dello Stato. E’ il motivo per cui l’ex assessore alle Infrastrutture è l’unico che esce di galera senza concordare, assieme alla pena, anche il pagamento di un tot.
A Galan avevano sequestrato beni per quasi 5 milioni di euro e lui ha patteggiato 2 anni e 10 mesi di galera e 2 milioni e 600mila euro. Che si impegna a restituire allo Stato. L’accordo infatti va trovato sulla parte sequestrata e non sul quantum che il politico ha incassato in mazzette. Ma nel caso di Chisso non è stato trovato nulla. Lui dice che non li ha presi e che altri li hanno presi. Vero o falso che sia, se i soldi non saltano fuori non possono essere richiesti a nessuno. Ma Chisso non lo sapeva ed era convinto di dover comunque pagare. E’ per questo che, dopo la notifica della cartella esattoriale e mentre l’avvocato Forza trattava sulla pena – l’accordo è stato trovato su 2 anni, 6 mesi e 20 giorni – Chisso continuava a chiedere a Forza di non chiudere l’accordo perché soldi non ne aveva. Né da restituire allo Stato né da pagare le tasse. Preferiva restare in carcere. E così, quando è arrivata l’ordinanza del Gip Alberto Scaramuzza, che lo scarcerava, Chisso si è rifiutato di uscire dalla cella del carcere di Pisa. Era confuso – racconta il suo avvocato – e non si rendeva conto di quel che stava succedendo e, tra l’altro, era convinto che avesse ragione il suo compagno di cella, un tanzaniano il quale si picca di essere uno stregone in grado di prevedere il futuro. L’africano gli aveva detto che sarebbe stato scarcerato nella settimana che va dal 27 ottobre in poi e Chisso si era convinto che non sarebbe uscito prima. Ecco perché è arrivato a casa sua, a Favaro, con un paio di ore di ritardo, l’altra sera, ritardo che si spiega con il nubifragio che si è abbattuto anche su Pisa proprio al momento del rilascio, e con la necessità di convincerlo con pazienza a salutare tutti e a fare i bagagli, allontanandosi dalla cella lo aveva avuto come ospite da mercoledì 4 giugno 2014.
Era stranito, confuso, opaco, lo sguardo spento. E anche ieri mattina, pur rimesso in sesto dalla moglie, che lo ha costretto a tagliarsi la barba e gli ha portato la nipotina, non aveva ancora recuperato. Poi Chisso ha pranzato e subito dopo è arrivato il suo legale. L’avvocato Antonio Forza gli ha spiegato che deve attendere la decisione del Gip sulla richiesta di patteggiamento, che, se sarà accettata, comporterà automaticamente la perdita del seggio (e dello stipendio) in consiglio regionale.

Maurizio Dianese

 

DAVANTI AL GIP – Domani la maxi udienza con 19 indagati che hanno “concordato” la pena

L’appuntamento con i primi patteggiamenti è fissato per domani mattina. Il giudice per l’udienza preliminare Giuliana Galasso dovrà pronunciarsi sulle istanze presentate da 19 indagati, tra cui figurano l’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, accusato di corruzione (2 anni e 10 mesi e la confisca di 2,6 milioni di euro), l’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (11 mesi per finanziamento illecito); l’ex presidente del Magistrato alle Acque, Patrizio Cuccioletta (2 anni e 800 mila euro per corruzione), nonché numerosi imprenditori, tra cui figura il veronese Alessandro Mazzi, titolare dell’omonima impresa e vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova (2 anni e 4 milioni di euro per corruzione).

 

MOSE. GALAN E SOCI, VERGOGNATEVI

Sono una persona anziana che, dopo tante peripezie di lavoro, riscuote una pensione modestissima. Tu galan (sì proprio con la “g” minuscola: chisso, orsoni e compagnia, elementi di spessore monetario nell’inchiesta Mose appartengono alla specie dei ciprinidi) per tanti anni sei stato il Doge, il Governatore del Veneto. Ci hai rappresentato a Roma, “dimenticando” la “cura promovendae salutis”, sostituita da “pro domo mea, meti in scarsea”. Ora, con il tuo curriculum di piombo, sei ritornato a casa! Io, pur di non essere alla gogna dei cittadini, me ne sarei rimasto in carcere, nascosto. Toni del spin ora non sarebbe certamente libero. Se ci fosse Guido Gozzano ti direbbe che (tu & C.) sei stato preso da affari turbinolenti, proiettato alla indebita conquista di un mare “pubblico”, non tuo. Ingordo! Guido avrebbe detto anche che – assieme alla tua compagine – faresti parte di quei ” cosi a due gambe che fanno tanta pena”. Avevi tutto. Non manca tanto a novembre e per me un mazzo di crisantemi sarà sempre pronto da mettere sulla tua coscienza.

Francesco Lucatello – Treviso

 

Quei politici che da anni non pensano al bene comune

Ritardi sulla costruzione del Mose (tanto che ne modificherei la denominazione in Esodo); ritardi sul completamento del percorso tramviario (tanto che il tratto Sernaglia-Panorama lo chiamerei “Desiderio” e i molti utenti che ne avrebbero potuto usufruire prima, non so quanto tempo della loro vita avranno perso); tempi lunghissimi per il completamento del garage in piazzale Leonardo Da Vinci (avrei un nome da proporre: Colosseo). Non si vede ancora luce per quanto riguarda quello di Ca’ Savorgnan (vogliamo chiamarlo Cappella Sistina?); opere gigantesche in via Costa e in via Poerio (la prima la rinominerei Boulevard Costa e la seconda Campi Poerio). Mentre buona parte della città – tra marciapiedi e strade – versa in condizioni penose, rese ancor più tali da lavori, a volte effettuati da privati, richiusi alla bell’è meglio, a discapito della sicurezza oltre che della decenza. Non parliamo poi del ponte di Calatrava, il quale ha visto elevare i costi. E nemmeno dell’insana idea di far giungere il tram fino a Venezia. Ho l’impressione che, negli ultimi decenni, i politici locali – sempre pronti a comparire in prima fila durante le inaugurazioni, ma altrettanto pronti a scaricarsi le colpe o svincolarsi dalle proprie responsabilità in caso di magagne – più che amministratori del bene comune, abbiano ardentemente desiderato passare per il regnante o l’imperatore di turno sotto la cui amministrazione è sorta quell’opera piuttosto che un’altra.

Alessandro Buia – Mestre

 

Vita politica

QUEGLI INSULTI RIVOLTI A GALAN

Dopo la nota faccenda sul “Mose” a Galan sono stati dati gli arresti domiciliari, e nella circostanza della scarcerazione è stato insultato da persone presenti all’evento! Il suo ex portavoce Franco Miracco (notizia del Gazzettino dell’11 ottobre) ha detto: “Che vergogna gli insulti a Galan!”. Allora diciamo che questa presa di posizione del signor Miracco, potrebbe avere una ragione qualora Galan non avesse commesso il fatto incriminato! Ma nel caso contrario (come è più probabile), credo che gli insulti siano solo dati dal notevole disagio che certe persone sentono addosso, per essere state ingannate sulla fiducia data a politici che pensano esclusivamente alle loro tasche! Dovevano forse andarlo a rincuorare con un mazzo di fiori? Ma in che “mondo” viviamo? Sì forse di menefreghisti!

Luigi Palman – Sedico

 

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