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Nuova Venezia – Caso Mose, patteggiano tutti

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

17

ott

2014

Trentatré anni totali di carcere, 12 milioni allo Stato

Caso Mose, patteggiano tutti

Trentatré anni di carcere e nuova maximulta ai Boscolo di Chioggia. Il giudice Galasso ammette il Comune di Venezia come parte civile

Patteggiano tutti. Allo Stato 12 milioni

VENEZIA – Trentatré anni di carcere e undici milioni e 708 mila euro di risarcimenti allo Stato. Queste le pene «certe», ha sostenuto il procuratore aggiunto Carlo Nordio alla fine della mattinata, patteggiate ieri da 19 dei 35 indagati arrestati il 4 giugno per la corruzione per il sistema Mose. La presidente dei giudici delle indagini preliminari di Venezia Giuliana Galasso è stata veloce ed efficiente: in quattro ore ha liquidato l’udienza che in molti temevano potesse durare fino al tardo pomeriggio. A queste pene, comunque, andranno aggiunte – l’udienza davanti al giudice di Milano fissata per il 5 novembre prossimo, e – quelle su cui già l’ex vicecomandante della Guardia di finanza Emilio Spaziante e l’imprenditore vicentino Roberto Meneguzzo si sono accordati con la Procura di Milano: quattro anni di reclusione per il primo, due e mezzo per il secondo. Nell’aula della cittadella della giustizia di Piazzale Roma, ieri, si sono alternati i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, per Giancarlo Galan e qualche altro si è aggiunto anche Nordio. Ci sono altri due indagati che hanno raggiunto l’accordo con la Procura, l’ex assessore regionale Renato Chisso (due anni e mezzo di reclusione) e il suo segretario Enzo Casarin (un anno e otto e 115 mila euro), per i quali un altro giudice dovrà decidere la congruità delle pene tra una decina di giorni (l’udienza non è ancora stata fissata) e un terzo indagato, Federico Sutto il braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e grande accusatore Giovanni Mazzacurati, sul quale accusa e difesa stanno trattando. Oltre ai sedici avvocati delle difesa, che in aula si sono alternati, erano presenti anche i legali del Comune di Venezia, gli avvocati Fabio Niero e Alvise Muffato: l’amministrazione lagunare, infatti, ha deciso di agire come parte offesa. Uno dei difensori dell’imprenditore romano Stefano Tomarelli, l’avvocato Nicola Pisani si è opposto a quella presenza, chiedendo al magistrato di escludere i rappresentanti della parte offesa. La giudice Galasso pochi minuti dopo ha letto un’ordinanza in cui ha scritto che il Comune «pur non avendo subito un danno diretto, ha però patito quale ente territoriale un danno d’immagine dai reati che hanno visto il coinvolgimento di soggetti pubblici e un rilevante sperpero di risorse economiche e fondi pubblici nella realizzazione del Mose». «Per questo motivo», ha concluso, «rigetta l’eccezione e ammette la partecipazione del Comune quale parte offesa, che può presentare memorie in ogni momento del procedimento». I risarcimenti allo Stato, comunque, non si fermano agli undici milioni e 708 mila euro, nei prossimi giorni aumenteranno di certo: già ieri, lo stesso avvocato Antonio Franchini, per conto dei due Boscolo Bacheto e dei due Boscolo Cucco (i vertici della cooperativa San Martino di Chioggia) ha depositato un modulo F24 – il bollettino bancario dei pagamenti – con il quale hanno versato poco più di un milione e 500 mila euro per chiudere il loro conto con l’Agenzia delle entrate. Già avevano pagato un milione e 200 mila euro a causa della verifica fiscale nei loro uffici da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia tributaria veneziana, una delle due verifiche dalla quale è partita l’intera indagine sul Mose. Ieri, hanno patteggiato il pagamento di altri 776 mila euro.

Giorgio Cecchetti

 

Il pm: risultati molto soddisfacenti, non sono sentenze sanguinarie o esemplari

Nordio: «Pene certe e rieducative»

VENEZIA «Abbiamo raggiunto delle pene non sanguinarie o esemplari, ma pene certe, serie e anche rieducative». Sono le parole del procuratore aggiunto Carlo Nordio, al termine della maxi-udienza che ieri ha visto patteggiare 19 indagati a vario titolo accusati di corruzione concorso in corruzione e finanziamento illecito dei partiti. Nordio si è affiancato ai tre pubblici ministeri titolari dell’inchiesta dopo la pausa di mezzogiorno, quando il giudice Galasso doveva esprimersi sugli indagati eccellenti, tra i quali l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, l’ex consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese e l’ex governatore Giancarlo Galan. E al termine dei 19 patteggiamenti, nel primo pomeriggio, Nordio commenta così: «Si è concluso come ritenevamo giusto che si concludesse, con risultati che posso definire molto soddisfacenti anche per l’erario e con la prova che con la buona volontà la giustizia può essere più rapida». Con pene giuste e certe, riflette Nordio, ma non sanguinarie. E a chi gli chiede se l’ondata di patteggiamenti non corra il rischio di nascondere almeno una parte della verità di quello che è accaduto, risponde: «La verità giudiziaria rappresenta solo una parte dell’accertamento della verità storica, che spetta agli storici e che per il presente spetta invece ai giornalisti. La verità giudiziaria mira a reprimere i delitti e a punire i colpevoli, l’altra verità è compito degli storici». Resta il fatto che, nonostante il patteggiamento, alcuni dei coinvolti continuano a professarsi innocenti. «Le scelte strategiche della difesa sono insindacabili, ma i patteggiamenti con pene abbastanza elevate e con la restituzione di somme ingenti possono anche essere considerati contradditori» rispetto alla professione di innocenza da parte di alcuni. E ancora: «Il sigillo che ha dato il gip, che è un organo terzo rispetto all’accusa e alla difesa, sugli accordi dei patteggiamenti raggiunti costituisce la conferma del buon lavoro fatto dai pubblici ministeri». Già nei giorni scorsi Nordio aveva sottolineato come la procura non debba essere investita da un ruolo salvifico ma garantire, rispetto alla gravità delle accuse, una ragionevole severità che porti alle casse dello Stato una somma congrua. Risultati che, con i patteggiamenti di ieri, sono stati raggiunti.

(f.fur.)

 

LA VERITÀ CHE NON SI PUÒ NASCONDERE

Una raffica di patteggiamenti. Gli imputati illustri escono dal processo. E un grande velo copre il clamore dello scandalo Mose, quattro mesi dopo la retata e gli arresti. Tutto a norma di legge, previsto dal codice. L’imputato che ammette le proprie responsabilità può scegliere di concordare la pena con il giudice. Evitando così il processo. Tutti soddisfatti: pm, imputati e avvocati che chiudono il capitolo prima del tempo, evitando le lunghezze – e i rischi – del dibattimento. Ma oltre alla verità processuale e penale c’è un’altra verità. È la verità politica e storica, che non può essere così facilmente archiviata. L’indagine durata tre anni e avviata dalla Guardia di Finanza ha scoperto quello che in tanti sapevano, pochi denunciavano e ancor meno combattevano. Un sistema diffuso, non soltanto di corruzione e di uso illecito del denaro pubblico. Un sistema che la politica ha sostenuto e usato con alleanze trasversali e ha portato negli ultimi vent’anni a ignorare completamente critiche e proposte di modifica del progetto Mose. Proprio l’altro ieri a Malamocco è stato affondato l’ultimo cassone in calcestruzzo che dovrà sostenere le paratoie delle dighe mobili. Uno dei 35 bestioni grandi come un grattacielo costruiti dov’era la spiaggia di Santa Maria del Mare e adesso affondati in laguna, dopo averne scavato otto milioni di metri cubi di fanghi. Ventennio in cui ogni critica politica o tecnica al progetto veniva respinta mettendo in campo la forza delle lobby e della concessione unica, dei finanziamenti garantiti e affidati senza bisogno di gare, della politica che appoggiava la grande opera «a prescindere». Delle commissioni ministeriali e dei tecnici trasformati in «cricche». Che davano il via libera a volte senza nemmeno guardare le carte. Qualcuno allora dovrà pur spiegare ai cittadini – fatto salvo il merito di chi nella grande opera ci ha messo onestà e competenza – se davvero quelle decisioni siano state prese «per il bene comune» e non sulla spinta di «consulenze» strapagate con i fondi neri. Far luce, al di là delle responsabilità penali, sul perché le critiche di tecnici indipendenti venivano respinte senza discuterle. E si decideva sempre di andare avanti, anche in presenza di dubbi evidenti. Ne sanno qualcosa gli ingegneri Di Tella, Vielmo e Sebastiani, che avevano criticato le paratoie del Mose. Il Consorzio Venezia Nuova aveva chiesto un milione di euro, poi un giudice civile aveva stabilito trattarsi di diritto di critica e li aveva assolti. Bisognerà sicuramente far luce su quelle riunioni molto veloci della commissione di Salvaguardia. Dove il monumentale progetto del Mose veniva approvato in due ore con il voto di fiducia, senza nemmeno leggere i 63 volumi di allegati. «Non dobbiamo discutere nel merito, solo ratificare una decisione già presa», disse quel giorno di gennaio 2004 il presidente Galan. E di quelle riunioni spesso secretatate dei comitati ministeriali e del Comitato tecnico di magistratura. Dove tecnici e consulenti nominati dal Magistrato alle Acque davano il via libera anche in presenza di critiche pesanti. Lorenzo Fellin e Armando Memmio, tecnici di fama internazionale, avevano sollevato seri dubbi sulla tenuta delle cerniere del Mose. «Succedevano cose strane, erano i progettisti a pagare i consulenti che dovevano giudicare i loro progetti», avevano denunciato, «potrebbero esserci dei problemi». Si erano dimessi, subito rimpiazzati dal presidente Cuccioletta. Finito sotto inchiesta come Maria Giovanna Piva, come il presidente della Regione Galan e l’assessore alle Infrastrutture Chisso, il presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati e la direttora Maria Teresa Brotto e un bel gruppo di dirigenti della Regione, funzionari del ministero, finanzieri. La domanda è ancora quella: calato il sipario sulla vicenda giudiziaria dei singoli,chi farà luce sulle responsabilità politiche e sui tanti «buchi neri» della vicenda Mose? «La responsabilità politica c’è e rimane», dice l’ex sindaco Massimo Cacciari, unico a votare «no» al Mose dopo che il governo Prodi aveva bocciato senza nemmeno studiarli tutti i progetti alternativi, «ma gli italiani dimenticano in fretta. E se anche questa vicenda sarà dimenticata la colpa non è dei giudici né di Galan. Certo sarebbe una beffa se ad andare a processo fosse il solo ex sindaco Orsoni, che sul Mose di responsabilità ne ha molto meno di altri».

Alberto Vitucci

 

MESTRE – Chisso stamattina in ospedale per fare una coronarografia

il rebus

Calato il sipario sulla vicenda giudiziaria, chi farà luce su responsabilità politiche e “buchi neri”?

MESTRE Questa mattina l’ex assessore Renato Chisso sarà ricoverato nel reparto di Cardiologia dell’ospedale Dell’Angelo di Mestre dove dovrà essere sottoposto a una coronarografia, un esame di tipo invasivo che consente di visualizzare direttamente le arterie coronarie che distribuiscono sangue al muscolo cardiaco. È un esame al quale l’ex assessore Chisso avrebbe dovuto sottoporsi già quando era in carcere a Pisa, che però non era abilitato per questo tipo di esame. «La richiesta di potersi sottoporre all’esame una volta agli arresti domiciliari», spiega il legale di Chisso, l’avvocato Antonio Forza, «era già prevista nell’istanza di patteggiamento. Chisso ha un’occlusione all’80% di una delle due coronarie e non è escluso che, nel corso dell’esame, si renda necessario anche un intervento». L’ex assessore regionale resterà in ospedale per quattro, cinque giorni, destinati a diventare di più nel caso sia necessario un intervento. Chisso è agli arresti domiciliari da lunedì scorso, dopo l’accordo raggiunto con i pm per un patteggiamento di 2 anni, 6 mesi e 20 giorni mentre non è stato raggiunto l’accordo sulla cifra che dovrà restituire.

(f.fur.)

 

Gianfranco Bettin interviene sull’indagine che coinvolge l’ex ministro Matteoli

«È lo scandalo più ignobile, sulla pelle di lavoratori, cittadini e del territorio»

Mazzette sulle bonifiche «Il Comune parte civile»

MARGHERA – Non solo Mose. Sul fronte delle inchieste della magistratura veneziana, legate alle mazzette pagate dal Consorzio Venezia Nuova che sta realizzando le dighe mobili contro l’acqua alta, ci sono anche le bonifiche (in gran parte ancora da realizzare) dei terreni e delle falde inquinate a Porto Marghera, per le quali è indagato l’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli. Per questo l’ex assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, chiede che «il Comune di Venezia (ora commissariato, ndr) che in questi anni ha duramente lavorato per risanare e rilanciare Porto Marghera dovrebbe costituirsi parte civile in modo specifico contro gli imputati» che avrebbero «lucrato su fondi destinati a risanare un ambiente avvelenato per decenni sottraendo fondi derivanti dalle transazioni che le aziende, responsabili dell’inquinamento e delle malattie e morti dei lavoratori e dei cittadini, avevano dovuto mettere a disposizione dello stato, cioè della collettività». Nell’istruttoria condotta dal Tribunale dei ministri sulla richiesta di poter indagare sull’ex ministro, i magistrati scrivono, infatti, nelle conclusioni: «È dimostrato l’asservimento di Matteoli alle politiche del Consorzio Venezia Nuova, nella veste di ministro dell’Ambiente e di ministro delle Infrastrutture». L’istruttoria è stata condensata in dieci faldoni di atti che sono stati inviati pochi giorni fa alla presidenza del Senato: l’aula dovrà decidere se autorizzare la Procura di Venezia a procedere nelle indagini oppure no contro l’ex ministro e attualmente senatore del Pdl-Forza Italia. Lo stesso presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nell’interrogatorio a cui è stato sottoposto per rogatoria in California il 17 settembre scorso, ha confermato di conoscere l’imprenditore Erasmo Cinque, socio della Socostramo srl di Roma, alleata del gruppo Mantovani in una Ati creata per le attività di bonifica, Erasmo Cinque – secondo gli atti dell’istruttoria del Tribunale dei ministri – era ed è «un grande amico dell’allora ministro Matteoli che si è molto speso per fargli ottenere una parte nel maxi appalto milionario delle bonifiche di Porto Marghera». «Di tutte le infamie che l’inchiesta Mose e dintorni ha rivelato», dice Bettin, «la più schifosa è quella sulle truffe nell’ambito delle bonifiche e delle messe in sicurezza a Porto Marghera che coinvolge, tra gli altri, l’ex ministro Altero Matteoli. La truffa sarebbe consistita nel dirottare, come tangente di fatto e con la solita complicità attiva del Consorzio Venezia Nuova, parte di questi fondi a ditte direttamente controllate o nella sfera d’influenza dei politici incriminati. Un comportamento da vampiri».

Gianni Favarato

 

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