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Nuova Venezia – Mose, commissariato il Consorzio

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

30

ott

2014

Iter già avviato dall’Anticorruzione. Cacciari: chi pagherà la manutenzione?

L’inchiesta – Svolta dopo gli arresti di giugno. La gestione potrebbe passare a Roma

L’Autorità Anticorruzione apre procedura per «congelare» il Consorzio Venezia Nuova
Commissariato il Mose

Adesso salvaguardia e dighe mobili potrebbero essere gestite da Roma

VENEZIA L’Autorità anticorruzione ha avviato l’iter per il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. La bufera giudiziaria coinvolge adesso la governance del più importante pool di imprese italiano, dal 1984 titolare della concessione unica per la realizzazione del Mose. L’annuncio del commissariamento è stato notificato ieri mattina al presidente del Consorzio Mauro Fabris via Posta certificata, firmata dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone. Corposa la documentazione allegata, tra cui interi fascicoli dell’inchiesta della Procura veneziana sulle tangenti culminata negli arresti di giugno. Un provvedimento clamoroso, preso in base alla nuova legge sull’anticorruzione (l’articolo 32 del decreto legge 90) che adesso potrebbe portare alla sostituzione dei vertici del Consorzio (presidente e Cda) o al loro «affiancamento». Come previsto dall’articolo 37 dello stesso decreto anche se «limitatamente alla completa esecuzione del contratto». Al Consorzio sono stati dati tre giorni di tempo per produrre memorie e osservazioni. Poi, entro una settimana, la richiesta di commissariamento sarà presentata al prefetto di Roma, competente per territorio (le convenzioni tra ministero e Consorzio sono state firmate al ministero) che dovrà emettere il provvedimento. È il secondo caso in Italia, dopo il commissariamento di un ramo di impresa della Maltauro, coinvolta nell’inchiesta milanese per gli appalti dell’Expo. In realtà si tratta del primo caso in cui a essere commissariata non è un’impresa o una parte di essa, come successo per la Maltauro, ma un Consorzio di imprese. In questo caso infatti non sarebbe toccata la governance delle aziende che fanno parte del Consorzio, a cominciare dalla maggiore azionista Mantovani e poi Condotte, Mazzi, Coveco né i loro utili. Anzi, in qualche modo il provvedimento potrebbe anche tranquillizzare le imprese. Perché con l’azzeramento dei vertici del Consorzio, i finanziamenti potrebbero ricominciare ad arrivare con una certa regolarità e senza troppe polemiche. Quasi sei miliardi costerà il Mose, ma c’è in ballo adesso il business della manutenzione, almeno 40 milioni ogni anno a partire dal 2016. Dal punto di vista mediatico il passo deciso dall’Autorità – e dunque dal governo – potrebbe anche avere il fine di «giustificare» la concessione di nuovi finanziamenti da parte del Cipe per completare l’opera. Che continuano a slittare da mesi, pur se già formalmente assegnati al Mose. Altra anomalìa è quella che il Consorzio, a differenza della Maltauro, non si occupa di appalti. I soldi per la grande opera arrivano dallo Stato e grazie alla concessione unica vengono affidati direttamente alle imprese, con poche eccezioni – come la realizzazione delle paratoie e di altre parti del sistema senza appalti. Il Consorzio si tiene il 12 per cento pergli «oneri del concessonario». «Era ora, bisogna vigilare attentamente sui comportamenti e sulle responsabilità», dice il senatore del Pd Felice Casson. «Tagliare la testa al drago è l’unico modo per cambiare davvero», gli fa eco Gianfranco Bettin. Cosa succederà adesso? Ieri pomeriggio nella sede del Consorzio all’Arsenale lunga riunione tra il presidente Fabris, i dirigenti e gli avvocati. Dal punto di vista legale qualche appiglio ci sarebbe. La convenzione firmata con lo Stato ha valore legale. E già dieci anni fa ci furono le ventilate minacce di «chiedere i danni» se quei contratti fossero stati stracciati per modificare l’opera. Ma è facile prevedere che il Consorzio non si opporrà alla richiesta. «Siamo pronti a collaborare, come sempre», dice il presidente Mauro Fabris. Al suo arrivo aveva avviato una sorta di «nuovo corso» che evidentemente non è bastato all’Autorità per far rientrare la decisione, annunciata da qualche mese. Del resto è difficile pensare a una causa dei rappresentanti delle imprese contro chi (lo Stato) garantisce i finanziamenti. E negli ultimi tempi, a tutti i livelli, da Roma si è chiesto di far luce sulle irregolarità annunciando però – premier Renzi e ministro Lupi in testa – che «il Mose deve essere concluso». All’indomani dell’inchiesta il Presidente del Consiglio aveva annunciato lo scioglimento del Magistrato alle Acque, che ha visto coinvolti nell’inchiesta due suoi presidenti (Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta), accusato di non aver «controllato» adeguatamente i lavori. Da tre mesi il Magistrato alle Acque, storico ufficio della Serenissima Repubblica per la protezione della laguna (fondato nel Cinquecento, poi riaperto nel 1907) non esiste più. Si chiama adesso «Provveditorato alle Opere pubbliche del Veneto» e la struttura è rimasta intatta. Ieri pomeriggio il presidente Roberto Daniele, ha saputo solo dall’Ansa del commissariamento del suo concessionario. Adesso la salvaguardia (e il Mose) potrebbero essere gestiti da Roma.

 

I comitati: «Bene, ma ora si faccia chiarezza sulla validità del progetto»

«Bene che il Consorzio sia stato finalmente commissariato, lo chiedevamo da tempo. Ma adesso bisogna andare a vedere nel merito che decisioni sono state prese sulla spinta delle tangenti. E se il meccanismo funzionerà davvero oppure no». Si dicono «soddisfatti a metà» i comitati No Mose e Ambiente Venezia che per anni, ben prima della deflagrazione dello scandalo per via giudiziaria, hanno combattuto il Mose. Luciano Mazzolin annuncia nuove iniziative. «Chiederemo al governo che dopo questo primo passo importante si faccia completa luce anche su tutto il resto», dice, «non si può andare avanti come prima, ignorando le denunce che noi facevamo da anni e che si sono rivelate fondate». «Lo scandalo del Mose non ha soltanto i sacrosanti aspetti giudiziari, del commissariamento o di nuove regole per gli appalti», dice Armando Danella, portavoce del comitato, per anni dirigente dell’Ufficio Legge Speciale del Comune di Venezia, «ma bisogna dire che si tratta di un progetto per molti aspetti sbagliato. Ci sono criticità dimostrate da scienziati indipendenti a cui ancora non hanno dato risposta, come le difficoltà di funzionamento della schiera delle paratoie in caso di mare agitato, la risonanza. Oppure cosa succederà con l’innalzamento del livello dei mari, perché fra vent’anni il Mose potrebbe già essere obsoleto. E infine sui costi della manutenzione: almeno 40-50 milioni di euro l’anno che dovremo finanziare per i prossimi cento anni». Adesso la prima richiesta da fare al commissario è quella, secondo i comitati, di pensare anche a una modifica del progetto. «La filosofia prevista dalla legge era quella della gradualità, sperimentalità e reversibilità», dice Danella, «nella prima fase difendiamoci rialzando i fondali e con sbarramenti mobili provvisori. Poi, verificata l’efficacia delle paratoie, vedremo se utilizzarle. Nel caso riciclando le opere già fatte».

(a.v.)

 

I due precedenti di Maltauro all’Expo

VICENZA. In due diversi casi si è già applicata la norma del commissariamento per un’azienda veneta: si tratta della vicentina Maltauro, vincitrice di due importanti appalti all’Expo di Milano. Tecnicamente si tratta di un provvedimento che l’Autorità anticorruzione richiede al prefetto competente (in questo caso Milano): la richiesta riguarda la « straordinaria e temporanea gestione dell’appalto» per evidenti motivi di illegalità. Il primo commissariamento, ai primi di luglio, riguarda le architetture di servizio del sito di Expo 2015; il secondo, in corso di perfezionamento in questi giorni, riguarda l’appalto per le Vie d’Acqua sempre in corso di realizzazione da parte di Maltauro. Anche in questo caso il provvedimento riguarda il singolo appalto e non l’impresa.

 

L’ex sindaco di Venezia è da sempre oppositore del progetto delle dighe mobili

«Si svelino gli interessi e ciò che è successo, anche se ormai è troppo tardi»

Cacciari: per vedere le carte farei anche il commissario

VENEZIA «Se farei il commissario del Consorzio? Volentieri: così potrei finalmente vedere le carte e capire dall’interno tutto quello che è successo in questi anni». L’ex sindaco Massimo Cacciari accoglie con soddisfazione la notizia del commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. E rilancia: «Speriamo sia l’occasione anche per dare un occhio a quello che è successo negli ultimi vent’anni. Anche se non credo che succederà, non interessa più a nessuno». Cacciari, è un fatto positivo che l’Autorità anticorruzione abbia deciso di commissariare il Mose? «Certo che è positivo, anche se bisogna vedere ora quali effetti provocherà. Non vorrei che senza vertici e senza finanziamenti i lavori rischiassero di non finire mai. Oltre al danno avremmo la beffa di non poter dire che avevamo ragione»: Potrebbe succedere il contrario: il commissario in genere velocizza le procedure. «Lo spero, davvero. A Milano anche se la vicenda era molto diversa, non è andata così». Dunque cosa si aspetta dal commissario? «Che metta il naso nel merito di questa vicenda. Le indagini finora hanno messo in luce solo l’aspetto dei ladrocini, il resto è rimasto sullo sfondo». Cos’è il resto? «Le procedure e le decisioni che hanno portato a spingere un’opera per cui c’erano moltissime perplessità, che avevamo tentato di spiegare e di illustrare al governo senza venire minimamente ascoltati. È tutto sul sito web, se Renzi vuole può guardare». Una denuncia ante litteram… «Eh certo! Anche se io non faccio il poliziotto, ho sempre parlato di responsabilità politiche». Far luce sui passaggi cruciali del Mose. Succederà? «Ma no… non hanno alcuna intenzione di farlo. Diranno che ormai è andata così e l’opera va conclusa». Lo dice anche lei. «Perché ci terrei a vedere con i miei occhi come finisce, voglio che siano chiare le responsabilità di fronte al mondo. Io spero che funzioni. Ma se non va, c’è chi se ne dovrà assumere la responsabilità». Il Comune nel 2006 votò contro il Mose. «Avevamo sentito esperti e scienziati che avevano elaborato progetti altermativi meno impattanti e meno costosi. E ci avevano spiegato perché quell’opera non andava bene. Tra qualche giorno uscirà il libro dell’ ingegner Di Tella, dove si spiega tutto quello che è successo». Ma adesso il Mose è all’85 per cento e il Consorzio è stato commissariato. Cosa dovrà fare il commissario e cosa dovrà fare il governo? «Se serve anche per far presto va bene. Ma al governo voglio chiedere se sia al corrente che quella grande opera ha bisogno almeno di 40 milioni l’anno per la sua manutenzione. E poi se pensano di garantire quei soldi per i prossimi decenni. O invece di farli pesare sul Comune che già adesso non ne ha. Sono cose che i cittadini vogliono sapere in anticipo. A meno che il governo non intenda recuperare quei soldi con le visite guidate, facendo del Mose un grande museo subacqueo in laguna». Si è ancora in tempo a modificare il progetto? «Non credo proprio. Ripeto, c’erano delle proposte alternative e proposte di modifiche che il Comune aveva presentato. Ma il governo, sia con Berlusconi che con Prodi, non ne ha voluto sapere e ha deciso di andare avanti lo stesso. Adesso è tardi». Dunque partita persa? «Beh, certo l’arrivo di questo commissario sarà l’occasione per dare un occhio e ficcare finalmente il naso su quello che il Consorzio ha fatto negli ultimi anni. Soprattutto nelle decisioni prese per far andare avanti il Mose. Ma l’opera a questo punto non si può interrompere». Decine di arresti e adesso, dopo quasi cinque mesi, una raffica di patteggiamenti. Secondo lei i responsabili hanno pagato abbastanza? «Non lo so. per fare un conto bisognerebbe prima sapere se hanno rubato, e quanto hanno rubato veramente». Viene commissariato il Consorzio ma le imprese restano.. «È successo così anche a Milano. Le imprese non si toccano perché hanno i contratti e potrebbero aprire un contenzioso miliardario».

Alberto Vitucci

 

COS’É – Il sistema Mose, acronimo diModulo Sperimentale Elettromeccanico è un progetto di ingegneria civile e ambientale destinato a proteggere Venezia dall’acqua alta. Il sistema prevede la posa di paratoie mobili a scomparsa poste alle cosiddette bocche di porto di Lido, di Malamocco e di Chioggia, in grado di isolare temporaneamente la laguna di Venezia dal mare durante gli eventi di alta marea.

 

L’inchiesta – Da una banale indagine fiscale a carico di una piccola cooperativa di Chioggia nasce la più grande inchiesta giudiziaria del Veneto. Nel febbraio 2013 viene arrestato Piergiorgio Baita (nella foto), presidente di Mantovani, tra i principali realizzatori del Mose. Si scopre che quasi tutto il sistema di controlli, dalla Regione allo Stato, era di fatto a libro paga del Consorzio Venezia Nuova.

 

I COSTI – L’opera del Mose, attualmente al 98 % della sua realizzazione, è costata complessivamente 5,4 miliardi di euro. Si tratta di una concessione del Ministero delle Infrastrutture che ha individuato nel Consorzio Venezia Nuova l’interlocutore operativo. Del Consorzio fanno parte Mantovani, Mazzi, Condotte e il sistema delle coop rosse venete ed emiliane. Tutte, a vario titolo, coinvolte nell’inchiesta.

 

LA CITTÀ DEPREDATA NELL’ANIMA

Mezzo secolo dopo, quei versi diventano un requiem. «Que c’est triste Venise», com’è triste Venezia, cantava Charles Aznavour nel 1964, giusto cinquant’anni fa. Allora, la città aveva 121 mila abitanti, poco più di metà di quelli della sua epoca d’oro, agli inizi del Quattrocento. Oggi ne ha meno di metà della metà: il funebre contatore installato nella vetrina della farmacia Morelli, in campo San Bartolomio, ne annovera 56.684; ed è una cifra in costante discesa. È diventata un cimitero di case vuote, l’area compresa tra i sestieri e la Giudecca. Se continua così, nel 2030 non resterà un solo veneziano; già oggi a Torcello, antica sede patriarcale, popolata ben prima di Rialto e San Marco, sono rimasti in dieci appena. Sul ponte sventola bandiera bianca, scriveva Arnaldo Fusinato alla notizia della resa alle truppe austriache, nell’agosto 1849. Oggi quel mesto vessillo è simbolicamente issato su tutti i 417 ponti che collegano le 116 isole di Venezia: travolti dalle mefitiche acque alte di un Mose impastato nella corruzione diffusa. Non è una sorpresa la notizia di ieri dell’avvio della procedura per commissariare il suo discusso gestore, il Consorzio Venezia Nuova: l’aveva anticipata già nel luglio scorso Raffaele Cantone, responsabile dell’autorità competente. E in fondo non è una sorpresa neppure l’inesorabile progressivo degrado della città: che viene da lontano, anche se oggi una duplice paralisi istituzionale grava sul Comune e sull’organismo incaricato di garantirne la salvezza. Un filo rosso davvero, ma rosso di vergogna, unisce le vicende dei loro vertici, il sindaco Orsoni e il presidente Mazzacurati, entrambi diventati troppo tardi due ex. E dietro le quali sta una pletora di piccoli e grandi lestofanti – politici di razza e di scarto, tronfi generali, magistrati di rango, alti e bassi funzionari, segretari furbastri, semplici impiegati – che hanno abusato delle pubbliche risorse, mettendo in conto alla collettività perfino le notti allegre consumate tra calli e campielli. Qualcuno di loro forse pagherà, comunque troppo poco. Non ci sarà invece neppure il più piccolo sconto per una città depredata nei mezzi, ma soprattutto nell’anima. Com’è triste sul serio Venezia, e da tempo. «Indebolita di stati, di uomini e di consiglio», la dipingeva già nel Settecento, mezzo secolo prima della sua caduta, Piero Garzoni, savio del Consiglio. La sua storia più recente ricalca tristemente il medesimo copione: una città incapace di decidere, priva di progetto, paralizzata dai veti incrociati comunque ispirati alla logica del non lasciar fare; e così finita ostaggio di un ceto trasversale saldamente insediato nella gestione della cosa pubblica in tutti i suoi gangli. Bottegai del potere, molto più avidi di quelli che tra banchetti e negozi spennano gli incauti turisti. A ripercorrere le vicende veneziane degli ultimi decenni, viene da pensare a un singolare parallelo con quelle della Vienna a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento, non a caso quella di Freud e della nascita della psicoanalisi: una realtà permeata da una sorta di cupio dissolvi incarnatosi nel crollo del plurisecolare impero degli Asburgo. Venezia di cristallo e crepuscolo, la chiamava Jorge Luis Borges, aggiungendo che «crepuscolo e Venezia sono per me due parole quasi sinonime». Oggi una città commissariata nello spirito oltre che nelle istituzioni, pubbliche o private che siano, è lo specchio infranto di una realtà che ha tradito lo stesso Dna della Serenissima di cui si proclama erede. Perché ha lasciato che l’interesse generale venisse sommerso dal peso di quello di parte, di tante piccole parti voraci quanto inette. Ed è per questo, non per le acque alte, che Venezia finirà per affondare davvero.

FRANCESCO JORI

 

L’avvocato dello Stato Schiesaro e il direttore del ministero Mascazzini indagati insieme a Mazzacurati, Brotto e Altieri

Falsi inquinamenti, imprese taglieggiate

VENEZIA – Da dove iniziare a raccontare l’ennesima inchiesta giudiziaria tra affari (molti) e ambiente (poco)? Dall’accusa di essersi inventati un inquinamento inesistente per finanziare l’inutile bonifica con soldi pubblici finiti nelle tasche di imprese “amiche”, come nel caso del fantomatico inquinamento da mercurio della laguna di Marano e Grado? Oppure dall’essere riusciti a trasformare in un affare sporco – dove a guadagnarci sono sempre gli “amici” – un’idea pulita come quella di far pagare alle aziende di Porto Marghera la bonifica delle aree inquinate? È l’ultima frontiera dello scandalo giudiziario-ambientale arriva dalla procura di Roma, su segnalazione della procura di Udine, convinta di aver scoperto un’associazione per delinquere finalizzata a una truffa gigantesca ai danni dello Stato, tentata concussione e corruzione, abuso d’ufficio: un’indagine che dai vertici del ministero dell’Ambiente arriva fino a Venezia, coinvolgendo come “genius” il direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini e – tra i 26 indagati – anche i soliti noti: Giovanni Mazzacurati come ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e Thetis, all’ad di Thetis Maria Teresa Brotto (arrestata nell’inchiesta Mose e tra i 19 patteggiamenti), arrivando a indagati eccellenti e insospettabili come l’avvocato di Stato Giampaolo Schiesaro (parte civile per lo stato in processi celebri come quello contro l’Enichem). Va ricordato: si è ancora nella fase delle indagini e degli avvisi di garanzia. Porto Marghera. In ballo, un affare da un miliardo di euro, 573 dei quali provenienti dai privati, che gira attorno al meccanismo delle “transazioni ambientali”, coordinato dallo stesso Mascazzini: il ministero fissa una cifra dovuta dalle industrie per finanziare il piano di bonifica. Chi paga la bonifica, poi può rivendersi le aree e valorizzarle. Tutto lecito? Non per il pm romano Alberto Galanti, perché chi non paga subisce la minaccia di verifiche, sanzioni, blocco di qualsiasi progetto. Il che avrebbe quasi un senso – ai fini ambientali – non fosse che il quadro accusatorio è diverso: «A gestire il tutto», scrive la Procura,«il direttore generale del ministero dell’ambiente Mascazzini, che appare utilizzare il potere che gli deriva dal suo ruolo per pilotare i cospicui finanziamenti del ministero, verso la società Sogesid, l’Icram attuale Ispra, il Consorzio Venezia Nuova, lo studio Altieri (con indagati Alberto e Everardo Altieri, ndr) e Thetis». E ancora: «Le transazioni ambientali sono lo strumento per raccogliere fondi dalle imprese che intendano costruire sulle aree: sconcerta il modo in cui si spinge le aziende a transare, con le ispezioni ministeriale che paiono s lo strumento di pressione». E come strumento di pressione la Procura individua l’avvocato Schiesaro, il cui vantaggio – secondo l’accusa – sarebbe nello 0,3% di parcella sull’ammontare delle transazioni incassate dal ministero, per 408 mila euro in quattro anni. Le laguna “inquinata”. La seconda accusa mossa dalla procura romana a Mascazzini e una serie di funzionari e imprenditori, è di essersi sostanzialmente “inventati” l’inquinamento da mercurio della laguna di Marano e Grado – «confondendo i concetti di mercurio neurotossico con quello di solfuro di mercurio, innocuo e presente da centinaia di anni in buona parte dell’Adriatico», con relativi finanziamenti per centinaia di milioni in opere di bonifica e di contenimento, come quelle affidate a Thetis e Studio Altieri per smaltire i fanghi all’isola delle Tresse e a Venezia, pagandone il trattamento come fanghi classificati C quando invece erano sostanzialmente puliti (110 euro in più per ognuno dei 35 mila metri cubi). Punto debole? Mancano le mazzette. Mascazzini si sarebbe dannato per dirottare i fondi in cambio «dell’assunzione di personale segnalato da onorevoli, assessori o ministri di turno, di incarichi di progettazione da destinare ai soliti “amici” (…) in assenza delle quali i fondi vengono bloccati o assegnati ad altri».

Roberta De Rossi

 

LE TRANSAZIONI CON IL DICASTERO DELL’AMBIENTE

Soldi al ministero: Orsoni era contrario

VENEZIA L’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni aveva dato ordine alle società comunali di non transare con il ministero dell’Ambiente, perché – ha raccontato a maggio al pm romano Galanti, come teste- gli pareva «che tali proposte potessero costituire un abuso…una pura dazione di danaro che affluiva alle casse del ministero dell’Ambiente, fatta eccezione per la quota destinata al marginamento delle laguna». Alla fine Vega Parco Scientifico aveva però pagato, 2,490 milioni. «Ci era stato detto chiaramente da Mascazzini», dice l’ad di Vega, Giuseppe Rizzi, «che se non aderivamo non solo mai e poi mai ci sarebbero state rilasciate le concessioni edilizie, ma si è spinto anche a minacciare di inviare controlli da parte dei carabinieri del Noe e denunce penali». Così Fincantieri paga 6 milioni, San Marco Petroli 3, Intermodale Marghera 4 e tutti denunciano pressioni. In un’intercettazione, Mascazzini chiarisce: «…se uno transa con noi e ci pesenta il progetto di bonifica poi può andarte in Comune (…) e si fa dare la concessione edilizia (…..) perché sai come faccio a fotterli…dico che devi portare in Comune il decreto di approvazione del tuo progetto di bonifica». Per la Procura l’obiettivo non è il bene pubblico, ma incassare soldi per far lavorare le imprese amiche e creare «una corte di fiducia (per)consentirgli una gestione incontrastata del territorio». Piergiorgio Baita – uomo chiave dell’inchiesta Mose – come teste spiega al pm: «Dottore, se lei fa il progettino della casa nel Comune e le viene consigliato di andare da un architetto e va da un altro, scommetto che ci mette più tempo ad avere l’approvazione». E su Mascazzini aggiunge, negando di aver mai visto tangenti: «…uno che ha portato al Consorzio un miliardo di lavori aggiuntivi potenziali credo che qualche debito di riconoscenza ce l’abbia senza esercitare pressioni».

(r.d.r.)

 

L’INTERVISTA all’azionista

Chiarotto: «Redi o Zanda spero sarà uno che sa»

PADOVA Romeo Chiarotto, proprietario della Mantovani, apprende del commissariamento del Consorzio Venezia Nuova dalle agenzie di stampa, poco dopo pranzo. Cosa pensa? «Cosa vuole che dica? Non è una bella cosa. Ma vediamo che tipo di commissariamento sarà». In che senso? «Nel senso che il governo ha deciso di procedere lungo questa direzione. Ma se il commissario sarà una persona che conosce l’infrastruttura, allora sarà possibile proseguire nei tempi previsti e concludere l’opera nel 2016. Diversamente sarà più difficile». Lei cosa auspica? «Spero che venga nominata una persona che conosce l’opera. Che so, se fosse l’attuale direttore Redi, oppure una persona che in passato ha ricoperto la presidenza, tipo Zanda, potrebbe essere una soluzione; oppure uno del Magistrato delle Acque, naturalmente non coinvolto dalle disavventure giudiziarie» Non le piace il presidente Fabris? «Anche Fabris, certamente. Ma chi è più operativo è il direttore Redi». E se il governo decide di nominare un commissario romano? «Ripeto, se viene qualcuno che conosce l’opera va benissimo. Se sarà persona diversa si allungheranno i tempi, per forza». Pensate di ricorrere? «Veramente non so nemmeno se sia possibile: ora vedremo, il presidente riunirà il consiglio di amministrazione e vedremo». Ma il governo vuole concludere il Mose? «Io credo che la volontà sia quella di concludere l’infrastruttura nei tempi previsti: ci sono dei soldi anche nella Legge di stabilità. Sarebbe un delitto ora che siamo quasi alla fine interrompere i lavori». Lei è il principale azionista del consorzio e… «Tutte balle: dicono che sono l’azionista di riferimento, in verità Mantovani ha meno del 30% delle quote. Mazzi, per dire, ne ha di più. Poi c’è Condotte con il 20% circa e le cooperative». …quali sono i rapporti con le altre imprese: dicono stiano volando parole grosse tra i voi. E’ vero? «Ma no, credo sia normale tra imprenditori che ognuno cerchi di tirare acqua alla propria impresa. E’ una normale dialettica. Poi c’è qualcuno che critica il passato più di altri, ma se c’è uno statuto si applica quello e basta».

Daniele Ferrazza

 

Il presidente della Provincia Zaccariotto: non basta voltare pagina, bisogna buttare via il libro

«Errori nel Mose, ma la politica ha fallito»

VENEZIA «Venezia è ormai la città dei commissari, anche per colpa della politica che, avendo fallito, affida vigliaccamente le sue responsabilità ai tecnici». È duro il giudizio del presidente della Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto alla decisione del responsabile dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone di commissariare il Consorzio Venezia Nuova, ma non come critica al provvedimento, quanto al fallimento di una classe politica e imprenditoriale veneta e veneziana che essa, in qualche modo certifica. «Se è stato necessario prendere questa decisione – commenta ancora Zaccariotto – e se essa ha anche lo scopo di concludere nel modo migliore e nel più breve tempo possibile la realizzazione del Mose, ne prendo atto. È evidente che ci sono stati errori e responsabilità anche nella gestione della sua realizzazione, ma è il totale fallimento della politica che più mi colpisce, in una Provincia e un Comune già paralizzati da quasi un anno e che vanno avanti, appunto, a colpi di commissari per l’inadeguatezza di chi ha amministrato, anche se escludo la Provincia, perché in questo caso la decisione di commissariarla è tutta politica. Non c’è dubbio che la decisione di Cantone per il territorio veneziano è comunque una nuova sconfitta, anche se l’obiettivo primario oggi è concludere nel modo migliore un’opera del costo e dell’importanza del Mose, che avrà poi costi di gestione altrettanto impegnativi». Il presidente della Provincia mette comunque sotto accusa un’intera classe politica anche con questo ulteriore sviluppo della vicenda Mose. «Ci deve far riflettere – conclude – perché qui non occorre voltare pagina, ma buttare addirittura via il libro e ricominciare tutto da capo, per essere nuovamente credibili agli occhi della gente».

(e.t.)

 

Casson (Pd): «Cantone è una persona seria».

Bettin: «Tagliare la testa al drago».

Boraso: «Confindustria intervenga»

«Un segnale grave, bisogna cambiare»

VENEZIA «È un segnale grave. Anche perché conosciamo la professionalità e lo scrupolo con cui lavora il dottor Cantone. Evidentemente ha raccolto nuovi elementi su cui far luce». Il senatore del Pd Felice Casson è un ex magistrato. Conosce bene il presidente dell’Autorità contro la corruzione. E meno di un mese fa aveva partecipato con lui a un dibattito sull’argomento a Marghera. «Ne avevamo parlato a lungo, poi lui aveva visitato la sede del Consorzio Venezia Nuova e fatto visita alla Procura. Evidentemente ha acquisito dati e notizie importanti che lo hanno portato a questa decisione». Un atto importante, che cambia il corso della politica della salvaguardia. Anche se l’Ufficio dell’Autorità ha precisato in serata che «il commissariamento non significa bloccare i lavori dell’opera e che anzi, il commissario è tenuuto ad assicurarne il completamento». «È la prima volta che si prende un prvvedimento del genere», continua Casson, «e adesso una volta di più è dimostrato che bisogna cambiare totalmente, anche gli uomini. E continuare la verifica avviata dalla magistratura negli ambienti politici e parapolitici». «Bene, bene, sono molto soddisfatto», commenta il segretario provinciale del Pd Marco Stradiotto, «c’era bisogno di una svolta su questa vicenda, come c’è bisogno di rinnovamento». «La richiesta di scioglimento del Consorzio Venezia Nuova», dice il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, «è la comprensibile conclusione di una incredibile quanto dolorosa vicenda. L’importante è adesso che l’opera sia conclusa e che si decida al più presto come sarà gestita e da chi». «Finalmente», commenta Gianfranco Bettin, «il Consorzio Venezia Nuova e il suo sistema di potere è esso stesso lo scandalo. Che non nasce da qualche mela marciama da procedure particolari, da posizioni di privilegio e di esclusiva, da risorse enormi e fuori controllo, da un predominio che si è giovato di politici, manager, imprenditori, opinion makers. Tagliare la testa del drago che ha stretto le sue spire e avvelentao con i suoi morsi politica, economia e società è un nuovo importante passo per cominciare a far pulizia e cambiare davvero». «Un segnale forte e molto eloquente», commenta Renato Boraso, ex consigliere comunale e ora candidato sindaco per la lista civica, «sappiamo che il Consorzio è formato solo da alcune imprese che hanno fatto il bvello e il cattivo tempo nella nostra provincia e nella nostra regione non solo conil Mose ma anche con le strade, i depuratori, gli ospedali, il tram. Quella sera a Marghera ho detto a Cantone che era ora di applicare il Daspo a questi soggetti. L’ha fatto, e speriamo che non sia solo grazie alle inchieste giornalistiche». E adesso è la volta degli industriali. «Chiederò a Condindustria», continua Boraso, di espellere tutte quelle imprese che negli ultimi anni hanno partecipato al banchetto, e hanno concorso a creare una vera voragine morale. Adesso è ora di andare fino in fondo».

Alberto Vitucci

 

Il presidente della Provincia Zaccariotto: non basta voltare pagina, bisogna buttare via il libro

«Errori nel Mose, ma la politica ha fallito»

VENEZIA «Venezia è ormai la città dei commissari, anche per colpa della politica che, avendo fallito, affida vigliaccamente le sue responsabilità ai tecnici». È duro il giudizio del presidente della Provincia di Venezia Francesca Zaccariotto alla decisione del responsabile dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone di commissariare il Consorzio Venezia Nuova, ma non come critica al provvedimento, quanto al fallimento di una classe politica e imprenditoriale veneta e veneziana che essa, in qualche modo certifica. «Se è stato necessario prendere questa decisione – commenta ancora Zaccariotto – e se essa ha anche lo scopo di concludere nel modo migliore e nel più breve tempo possibile la realizzazione del Mose, ne prendo atto. È evidente che ci sono stati errori e responsabilità anche nella gestione della sua realizzazione, ma è il totale fallimento della politica che più mi colpisce, in una Provincia e un Comune già paralizzati da quasi un anno e che vanno avanti, appunto, a colpi di commissari per l’inadeguatezza di chi ha amministrato, anche se escludo la Provincia, perché in questo caso la decisione di commissariarla è tutta politica. Non c’è dubbio che la decisione di Cantone per il territorio veneziano è comunque una nuova sconfitta, anche se l’obiettivo primario oggi è concludere nel modo migliore un’opera del costo e dell’importanza del Mose, che avrà poi costi di gestione altrettanto impegnativi». Il presidente della Provincia mette comunque sotto accusa un’intera classe politica anche con questo ulteriore sviluppo della vicenda Mose. «Ci deve far riflettere – conclude – perché qui non occorre voltare pagina, ma buttare addirittura via il libro e ricominciare tutto da capo, per essere nuovamente credibili agli occhi della gente».

(e.t.)

 

«Perplesso» l’esponente di Forza Italia Zuin. Locatelli: «Decisione tardiva»

I grillini: «Una buona notizia»

VENEZIA «Sono francamente perplesso rispetto a questa decisione del commissario anticorruzione di commissariare il Consorzio Venezia Nuova, anche se in Consiglio comunale era già stata approvata una mozione che chiedeva anche questo provvedimento. L’intero management del Consorzio era stato infatti sostituito rispetto a quello che operava durante i comportamenti illegali accertati dalla magistratura». È l’opinione sulla vicenda del commissariamento del Consorzio Venezia Nuova di Michele Zuin, fino a pochi mesi fa capogruppo in Consiglio comunale di Forza Italia. «Siamo comunque diventati la città dei commissari – prosegue Zuin – e questo non è un buon segno per lo stato di salute della politica. In ogni caso, ciò che ciascuno deve augurarsi, a questo punto, è che il Mose sia concluso il più rapidamente possibile e messo in funzione e se il commissariamento decretato da Cantone andrà in questa direzione, ben venga». Plaude al commissariamento del Consorzio Venezia Nuova per il Movimento Cinque Stelle Davide Scano, uno dei possibili candidati sindaco del movimento di Beppe Grillo. «È certamente una buona notizia – commenta – perché, nonostante l’inchiesta della magistratura in corso, restano ancora parecchie ombre sull’attività del Consorzio Venezia Nuova e sul regime della concessione unica dei lavori, che dovrebbe essere, di fatto, superata. Ma servono garanzie anche sul fatto che i lavori siano conclusi nel modo migliore e che il sistema funzioni e l’arrivo del commissario, in questo senso, può favorire una maggiore trasparenza». Sulla stessa linea anche Marta Locatelli, già consigliera comunale del Gruppo Misto e ora impegnata per le prossime elezioni con la lista Civica 2015. «Il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova – commenta – non è solo opportuno, ma addirittura un po’ tardivo. Come è avvenuto per il commissariamento all’Expo 2015, infatti, consentirà anche di usare una lente di ingrandimento anche sugli appalti in corso per il Mose e sulla loro congruità, prima che i lavori si concludano».

(e.t.)

 

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