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Gazzettino – Troppe pressioni, rivolta per le bonifiche.

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nov

2014

PORTO MARGHERA Costretta a versare 800mila euro pur non essendo nemmeno proprietaria dell’area

Bonifiche, la rivolta delle aziende

Dopo le notizie sull’inchiesta la Multi Service è la prima ditta pronta a costituirsi parte civile

LA SOCIETÀ – Una nave ormeggiata alla banchina della Multi Service nel Molo Sali dell’isola portuale di Marghera; accanto il presidente dell’impresa Giorgio Lorenzato

Troppe pressioni, rivolta per le bonifiche

La Multi Service annuncia: «Sospendiamo il pagamento delle rate»

La Multi Service è stata costretta a pagare 800mila euro come transazione per un danno ambientale che non ha mai provocato su un terreno di cui non ha mai posseduto nemmeno un metro quadrato. Ora che i vertici, assieme all’avvocato Cristiano Alessandri che da anni li difende, hanno letto sui giornali dell’inchiesta che vede indagate 26 persone tra le quali l’avvocato dello Stato Giampaolo Schiesaro e l’ex direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini per distrazione di fondi pubblici relativi alle bonifiche ambientali, hanno scritto una lettera all’Avvocatura distrettuale di Venezia e all’Autorità portuale annunciando che, tanto per cominciare, sospendono il pagamento delle rate da 62 mila e 500 euro l’una fino a che la situazione non verrà chiarita e, nel caso vengano confermate le ipotesi accusatorie e si arrivi a processo, si costituiranno come parte offesa per chiedere i danni. La vicenda della Multi Service è ancora più assurda di quelle vissute da Intermodale di Marghera, Fincantieri, Vega Parco Scientifico e San Marco Petroli, imprese che secondo l’accusa sono state danneggiate dalle pressioni effettuate dagli indagati ai fini di costringerle ad aderire alle cosiddette “transazioni ambientali”. Perché Multi Service è una società terminalista che ha in concessione dall’Autorità portuale di Venezia (Apv), e quindi dallo Stato, una banchina e un relativo terreno nell’isola portuale di Marghera. Vale a dire che proprietario di quegli spazi è lo Stato e quindi, se c’è stato un inquinamento e non certo provocato da Multi Service ma da aziende che operavano prima di lei insediatasi dal 1997, avrebbe dovuto chiedere i soldi a se stesso in quanto appunto proprietario, o al limite all’Apv.
La stessa Autorità portuale, dopo che l’Avvocatura dello Stato per conto dei ministeri dell’Ambiente e dei Trasporti, aveva intentato causa contro Multi Service chiedendole in totale 10 milioni di euro di risarcimento danni ambientali, a novembre del 2007 scrisse una lettera proprio per chiarire che “nei provvedimenti di concessione non sono menzionati obblighi di bonifica a carico dei terminalisti né si fa cenno a risarcimenti per presunti danni ambientali” e, ancora, che “qualora dalla caratterizzazione dei suoli si accertasse la presenza di inquinamento, ne sarebbe chiamato a rispondere anche lo Stato in qualità di proprietario, in solido con la stessa Autorità portuale”.
La lettera faceva seguito a vari incontri con l’Avvocatura e i Ministeri, e le cose sembravano essersi sistemate tanto che l’Apv consigliò a Multi Service di non presentarsi all’udienza del processo perché l’atto di citazione ormai era superato. Senza avvertire nemmeno l’Autorità, però, l’Avvocatura dello Stato cambiò orientamento e fece dichiarare l’impresa contumace. Il 25 ottobre del 2010 il presidente di Multi Service, Giorgio Lorenzato, arrivò persino a scrivere ai ministeri dell’Ambiente e dei Trasporti per spiegare la situazione e chiedere un loro intervento risolutivo, ossia l’archiviazione del procedimento. Anche perché, se l’impresa avesse dovuto pagare 10 milioni di euro, sarebbe sicuramente fallita, mettendo sul lastrico decine e decine di lavoratori.
La storia si protrasse ancora fino a dicembre 2011 quando l’avvocato Schiesaro inviò una bozza di accordo non negoziabile che prevedeva il versamento da parte di Multi Service di 800 mila euro. A quel punto l’Azienda, che si apprestava a fare investimenti importanti e non poteva permettersi di continuare la causa per altri dieci anni altrimenti avrebbe messo a repentaglio i rapporti con fornitori e clienti, a giugno 2012 decise di pagare, ottenendo la rateizzazione. Fino ad oggi ha versato 4 rate, oltre a 120 mila euro di spese di giudizio. Ora ha deciso che forse è arrivato il momento per chiedere giustizia.

 

IL PROBLEMA – I rapporti tra Stato e aziende

L’INCHIESTA SULLA “CRICCA” – Clamorosa protesta di un’impresa chiamata a versare 800mila euro

LA SCELTA – La decisione è collegata alle indagini in corso

Il rischio di un “effetto a catena” per le altre ditte di Porto Marghera

Secondo gli investigatori tra le aziende danneggiate dallo scandalo bonifiche ci sono Intermodale di Marghera, Fincantieri, Vega Parco Scientifico, San Marco Petroli. E probabilmente l’iniziativa della Multi Service sarà solo la prima: in coda si metteranno molte altre aziende che hanno operato o ancora operano a Porto Marghera. Quello della Multi Service, però, è un caso davvero limite perché si tratta di una realtà che opera su un terreno demaniale: e siccome una società terminalista, che di lavoro scarica e carica le navi, è ben difficile possa inquinare il sottosuolo, i soldi per risarcire eventuali danni ambientali lo Stato avrebbe dovuto chiederli a chi aveva inquinato prima degli anni Novanta e comunque alla proprietà. In questo caso, dunque, a se stesso.
L’impresa in questione, nonostante mille difficoltà tra le quali non ultima la causa intentata dai ministeri dell’Ambiente e dei Trasporti, è diventata negli anni una delle più importanti d’Italia nel suo settore: si è specializzata nei project cargo, ossia nelle spedizioni internazionali di grossi impianti e macchinari prodotti a Marghera e nel resto della pianura Padana. Il suo ufficio tecnico progetta, appunto, il carico di una nave, ottimizzando gli spazi ed equilibrando i pesi per poter inviare via mare quei carichi eccezionali.
Prima di questa specializzazione operava come semplice scaricatore di merci varie, ed era stata costituita a fine anni Ottanta da persone espulse dal lavoro a causa della crisi dei traffici provocata da monopoli nel lavoro nei porti; situazione che aveva portato il Governo a varare la legge 84 del 1994 che cominciò, appunto, ad eliminare quei monopoli.

(e.t.)

 

MOVIMENTO CINQUE STELLE «Con la nuova legge i controlli saranno fatti peggio»

«Con il decreto legge 133 i controlli sulle bonifiche saranno fatti ancora peggio. Porto Marghera rischia di essere commissariata. E sull’esempio di Bagnoli, avere come commissario il presidente della Regione o quello del Consiglio. Inoltre, il gestore avrà tempi strettissimi per elaborare il piano di bonifica. E l’Arpav, appena 30 giorni per pronunciarsi, dopo i quali scatterà il silenzio assenso. Insomma, c’è il serio pericolo di controllare e sapere meno di niente».
Durissima la presa di posizione di Alberto Zolezzi, membro della commissione Ambiente della Camera, durante il convegno «Stop allo sfascia Italia. Attiva l’ambiente!», svoltosi ieri a Cà Sagredo con la partecipazione di deputati e senatori veneti del Movimento 5 Stelle. Il parlamentare ha espresso giudizi non meno pesanti sul Consorzio Venezia Nuova, «beneficiario di soldi per non avere fatto granché a Porto Marghera. Dove non basta bonificare ma occorre aspirare». Specificando che «le barriere fisiche non servono, se il territorio rimane inquinato», e che nei 51 siti d’interesse nazionale, «uno studio ha rilevato 1.200 decessi all’anno».
Per l’esponente pentastellato, «lo sfascia Italia avrà conseguenze gravissime anche per le trivellazioni petrolifere, definite “strategiche” quanto gli inceneritori e le autostrade inutili. In caso di opposizione dei cittadini, è previsto persino l’intervento dell’Esercito. Quanto ai presunti vantaggi del trivellare in prossimità di aree a rischio di subsidenza, si ridurranno al massimo in 2-3 anni di risorse petrolifere: bruscolini. E i nuovo posti di lavoro saranno appena un migliaio”. In alternativa, M5S propone il disegno di legge «Attiva Italia», che prevede «lo stop alle opere inutili, la responsabilità penale come deterrente per bonifiche fatte male, commissariamenti in carico ai consigli regionali e l’utilizzo delle risorse disponibili per incentivare il fossile, il solare, il fotovoltaico e la riqualificazione energetica degli edifici».

Vettor Maria Corsetti

 

L’INCHIESTA – Bonifiche d’oro la Procura “avvisa” anche il governo

«Dopo 15 anni soltanto un’area compiutamente caratterizzata»

«Quei progetti prevedevano “marginamenti” di enormi aree»

MARGHERA – Transazioni, società in rivolta pronta a costitursi parte civile

Ha dovuto firmare una transazione da 800 mila euro con il ministero dell’Ambiente (per l’inquinamento che non ha provocato) in un terreno di proprietà dello Stato. Multi Service – presidente Giorgio Lorenzato – è una società terminalista del porto commerciale di Marghera, banchina e terreno che occupa sono demaniali, quindi il risarcimento dei danni ambientali che lo Stato chiede lo avrebbe avrebbe dovuto domandare a se stesso. Ora Multi Service – vista l’inchiesta dove sono indagati l’avvocato dello stato Schiesaro e l’ex direttore del Ministero Ambiente Mascazzini ha sospeso il pagamento delle rate da 62500 euro l’una (la somma totale era di 800mila euro) e, se si arriverà a processo, si costituirà parte offesa per chiedere i danni.

 

«L’inquinamento non era inventato»

Menchini e Moretton, ex Commissari di Grado-Marano, respingono le accuse e preparano la difesa nell’interrogatorio

Il geologo Gianni Menchini, l’ultimo dei commissari straordinari per la bonifica della Laguna di Grado e Marano, si presenterà venerdì al palazzo di giustizia di Piazzale Clodio a Roma, assieme all’avvocato Rino Battocletti di Cividale, portando con sè un trolley. Ovvero una valigia di documenti, con cui intende dimostrare al pm Alberto Galanti che la bonifica friulana non era inventata. L’inquinamento c’era, e comunque egli si trovò ad ereditare una situazione già affrontata da due commissari, Paolo Ciani dal 2002 al 2006, e Gianfranco Moretton dal 2006 al 2009. La riprova dell’allarme ambientale? Relazioni di Arpa, Istituto Superiore della Sanità, Ispra, Regione Friuli Venezia Giulia, perfino un paio di sollecitazioni del procuratore di Udine e di un suo sostituto. «Ne abbiamo di argomenti da sottoporre alla Procura di Roma – spiega l’avvocato – ma intanto prendiamo atto che rispetto all’inchiesta di Udine non c’è più il peculato. E l’associazione per delinquere non è sostenibile». Perché «Menchini non può aver ideato, nè creato i presupposti della bonifica, perché i fatti risalgono a molti anni prima che assumesse l’incarico. C’è poi stata una rivoluzione copernicana dell’accusa, che ora sottovaluta fortemente il ruolo del professore». In che senso? «La Procura friulana ipotizzava un’emergenza creata in Friuli, per ricevere finanziamenti, poi gestiti in modo che si sosteneva clientelare. Ora la regia è attribuita al Ministero dell’Ambiente».
Martedì 11 toccherà, invece, a Gianfranco Moretton, ex assessore regionale, difeso dall’avvocato Luca Ponti. «È difficile sostenere un’associazione costituita da persone che nemmeno si conoscono. – anticipa il legale – Moretton assunse l’incarico a cinque anni dalla dichiarazione di emergenza ambientale. Come può partecipare a un’associazione nata sotto un’altra amministrazione regionale e di diverso segno politico?». L’assenza di mercurio industriale nella Laguna? «L’inquinamento è un dato storico, da 50 anni la Caffaro lavorava e inquinava in quell’area».

G. P.

 

Nel mirino la gestione dei 57 Siti di interesse nazionale e le bonifiche in tutta Italia

SOLDI & LAGUNE Dopo le 24 informazioni di garanzia, pronta una segnalazione dei Pm romani sull’attività del Ministero

La Procura “avvisa” il governo

La Procura capitolina ha già pronta una segnalazione per il ministro dell’Ambiente in carica. Riassume quanto è emerso dall’inchiesta sull’asse Roma-Udine-Venezia non solo sulle bonifiche della Laguna di Grado-Marano e di Porto Marghera, (nella foto a lato) ma anche sulla rete che dalla sede del ministero si sarebbe dipanata per anni in tutta Italia. Il documento non contesta nuove responsabilità all’interno della struttura governativa, anche perché solo l’interrogatorio delle 24 persone indagate consentirà di verificare eventuali nuovi sviluppi. Ma è un richiamo preciso alle responsabilità politiche del Dicastero, anche se risalenti al passato.
L’inchiesta del Pm Alberto Galanti, che si è avvalso del lavoro svolto dalla collega udinese Viviana Del Tedesco, ha infatti scoperchiato un pentolone che riguarda i 57 Siti di Interesse Nazionale (Sin), tirando inevitabilmente in ballo i ministri che si sono succeduti da quando nel 2002 fu formalizzata l’emergenza ambientale nella Laguna friulana. Possibile che nessuno si sia accorto dello strapotere del direttore generale Gianfranco Mascazzini, che quando andò in pensione nel 2009 divenne consulente di Sogesid, società “in house” del ministero per interventi in tutta Italia, quindi presidente del Comitato scientifico della Bonifica di Grado-Marano? La Procura ritiene che l’emergenza fosse inventata, o drammatizzata, per portare un fiume di denaro in Friuli e alimentare una macchina clientelare che comprendeva Sogesid, l’Icram (ora Ispra) e Consorzio Venezia Nuova. La dozzina di proroghe chieste in Friuli sembrano fatte con il ciclostile. Sempre uguali e avallate da politici e strutture tecniche. Le firme del ministro apparivano quasi una formalità. Il Pm Galanti ha spiegato (sulla base di due informative del Nucleo di Polizia Tributaria di Roma) che l’estensione amplissima dell’emergenza sull’area di Grado costituiva un “metodo”. «Questo meccanismo, per impulso del Ministero, veniva replicato su tutto il territorio nazionale. Ovunque i Sin venivano perimetrati su base cautelativa a prescindere da elementi scientifici che giustificassero la cautela, principio strumentalizzato al solo fine di creare il business delle opere di caratterizzazione ed analisi, senza alcuna finalità di reale bonifica, anche laddove l’inquinamento era esistente». La riprova? «Salvo un piccolo Sin di Fidenza, nessuno degli altri 56 a distanza di oltre 15 anni è stato compiutamente caratterizzato, nè tanto meno bonificato».
Dall’inchiesta emerge un mega-progetto di bonifica per Grado-Marano da 230 milioni di euro che Mascazzini avrebbe voluto imporre al commissario giudiziario dell’area industriale ex Caffaro, per favorire Sogesid e un paio di società private (Studio Altieri di Thiene e Thetis di Venezia). Il vantaggio economico per Sogesid? Realizzare progetti sempre analoghi. Il Pm: «Tali incarichi si traducevano in repliche progettuali perché la soluzione del marginamento fisico (che faceva moltiplicare i costi) era sistematicamente proposto su tutto il territorio nazionale per volontà di Mascazzini». Il direttore generale avrebbe imposto «in conferenza dei servizi progetti faraonici che prevedevano il marginamento di aree smisurate nei 57 siti creati in Italia proprio a questo scopo. Ciò giustificava un compenso altissimo a fronte di un’attività fasulla e assicurava il finanziamento alla società “in house”, che assumeva con contratto privato decine di persone indicate da Mascazzini, collocate poi nelle segreterie tecniche del ministero stesso».
Mascazzini ieri in un’intervista ha dichiarato di aver agito sempre per il reale risanamento. Eppure i pm devono essersi posti qualche domanda sulla copertura politica delle iniziative dei dirigenti ministeriali. Anche per quanto riguarda le “transazioni ambientali” a Marghera, dove le imprese (ipotesi di concussione) venivano costrette a versare milioni di euro, così da avere mano libera sulle aree, a prescindere dal reale inquinamento e dalle effettive responsabilità dei proprietari dei terreni. Mascazzini, stando alle dichiarazioni dell’ingegnere Piergiorgio Baita della Mantovani, avrebbe portato lavori per un miliardo di euro al Consorzio Venezia Nuova, cui spettavano le bonifiche. Una torta imponente. Anche per questo, quando Baita e il presidente del CVN, Giovanni Mazzacurati, sentirono puzza di inchieste in Friuli, si attivarono per avere informazioni di prima mano. Pagarono profumatamente alcuni faccendieri, ritenendo che uno di loro – chiamato “lo zio” – fosse perfino un magistrato. Salvo poi scoprire che si trattava di un mistificatore.

Giuseppe Pietrobelli

 

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